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UN DISPERATO GRIDO DI AIUTO
Emma la aiutiamo da sei anni, da quando ha messo al mondo, sola, Valerija
Vive a Miniera Gagarin e, come tutte le altre mamme, la aiutiamo a sopravvivere con sua figlia. Oggi ci ha mandato un grido di aiuto.
Chiediamo a tutti di aiutarla a sopravvivere in una guerra che da quasi 12 anni distrugge vite, economie, speranze.
Aiutiamo Emma e Valerija Grazie!
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Obiettivo quasi raggiunto Grazie a tutti Avanti!
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UN IMMENSO GRAZIE A TUTTI
Ancora una volta GRAZIE! ancora una volta straordinaria la solidarietà della Bella Italia alla popolazione martoriata da quasi 12 anni di guerra
Un'immensa relazione di solidarietà ed amicizia
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La settimana scorsa a Mosca sono stati commemorati i 100 anni della Diplomazia Popolare nel corso del Forum della Cooperazione Internazionale.
Unico italiano tra i relatori il nostro Presidente intervenuto nel panel "Le organizzazioni non commerciali come strumento della diplomazia popolare"
Era presente il giornale "SENTIRE" che ha pubblicato un articolo
https://www.giornalesentire.it/it/diplomazia-popolare-motore-di-pace-e-solidarieta
Il Direttore responsabile di Sentire, Corona Perer, ha vinto il premio Honest View Award 2025 nel forum dedicato alla stampa per un articolo sulla storica amicizia tra Italia e Russia.
La Bella Italia prosegue nel dialogo e nell' amicizia con la Russia ed il suo popolo
Rifiuta la politica guerraffondaia UE e servile dei governi italiani
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NONNO GELO 2025
12mo NATALE di GUERRA PER I BAMBINI DEL DONBASS
Un altro Natale di guerra di impegno per noi
Contribuisci anche Tu a portare la Bella Italia ai bambini che vivono nei villaggi del prefronte
Grazie
DONAZIONI ONLINE
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Se si desidera la forma del bonifico bancario, di seguito le nostre coordinate: Causale NONNO GELO
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BESLAN
Su una delle pareti mutilate della Scuola n.1, ora Memoriale e museo, è stato scoperto un volto. E qualcuno tra i visitatori ha appeso una cornice …
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IL VOLTO CHE PARLA PIÙ DELLE PAROLE
Ho visto un video di un soldato ucraino. Uno dei tanti che circolano in rete, ma diverso da tutti gli altri. Non era un filmato di propaganda, non mostrava eroismi o proclami. Era solo un uomo, stanco, con la voce bassa e lo sguardo di chi ha smesso di credere. L’ho guardato più volte, quasi in silenzio, e ho capito che quel volto diceva più di qualunque discorso politico o comunicato di guerra.
Parlo di lui perché il suo viso, segnato e umano, è diventato per me il simbolo di tutto ciò che questa guerra ha distrutto: la dignità, la speranza, l’illusione di una vita normale.
Quest’uomo, uno dei primi ad accettare di parlare davanti alle telecamere, raccontava in russo, la lingua della sua infanzia, la verità che da tempo aleggia sul fronte: un esercito allo stremo, logorato, dove metà diserta e l’altra metà resiste per inerzia. Non serve conoscerne il nome. Bastano gli occhi. In essi si legge il peso di mesi di trincea, la fame, il freddo, l’abbandono. È il ritratto di un Paese dissanguato, ridotto a mandare uomini maturi, padri di famiglia, a combattere guerre che non comprendono più.
La resa generale annunciata da Mosca non è solo un fatto militare: è la resa morale di un’intera generazione. Quel volto, il suo ma anche quello di migliaia di altri, racchiude un decennio di promesse infrante. La “democrazia” e la “libertà” vendute dall’Occidente si sono tradotte in miseria, corruzione e sangue. L’Ucraina del 2014 doveva essere un modello. È diventata un monito. La retorica ha divorato la realtà e ora il suo esercito appare come una folla di disperati che non combatte più per la patria, ma per sopravvivere un giorno ancora.
Eppure non riesco a odiarlo. Nonostante le mie idee siano dalla parte dei russi, non è un nemico. Non può esserlo, perché io non sono coinvolto in questa guerra e non porto alcuna uniforme. Lo guardo da uomo a uomo, non da schieramento a schieramento. E nemmeno i russi, con cui vivo e parlo ogni giorno, lo considerano un nemico. Lo vedono come parte dello stesso popolo, una ramificazione della stessa radice slava, separata dalla politica e dall’inganno. Quando parlano di lui o di altri come lui, non c’è odio: c’è tristezza. La consapevolezza che questa guerra sia una frattura nella stessa famiglia, una lacerazione interna più che un conflitto tra nazioni.
La Russia, pur da posizione di forza, ha mostrato più misericordia per quei prigionieri di quanta Kiev ne abbia mostrata per i propri. Li ha riconosciuti come fratelli smarriti, non come nemici etnici. È un paradosso che l’Europa preferisce ignorare: chi predica umanità ha dimenticato il significato della parola, e chi viene accusato di barbarie ha conservato almeno un residuo di pietà.
Guardando quel volto si capisce che la guerra non è più una questione di trincee, ma di coscienza. Chi ha comandato dall’alto ha perso il senso della misura e ha trasformato esseri umani in carne da statistica. Chi ha obbedito ha perso tutto il resto: la giovinezza, la famiglia, la speranza.
Io non voglio giudicare quest’uomo. Voglio soltanto augurargli di sopravvivere, di ritrovare la pace e la dignità che gli hanno tolto. Sono italiano, non appartengo al mondo slavo né a nessuna delle etnie nate dal dissolvimento dell’ex URSS, ma sento il dovere di guardare questo volto e riconoscervi un frammento della mia stessa umanità. Perché al di là delle frontiere e dei confini ideologici, la sofferenza parla una sola lingua, quella della verità.
Questo volto mi ricorda che le guerre non le vincono i popoli, ma le propagande. Che i veri sconfitti non sono gli eserciti, ma le generazioni sacrificate in nome di un ideale che nessuno comprende più. Mi ricorda che l’Occidente, con la sua ipocrisia morale e la sua fame di supremazia, ha perso il senso del limite, ha rinnegato la compassione e ha dimenticato la vergogna. Mi ricorda che i grandi discorsi sulla libertà diventano menzogna quando passano sopra i corpi di chi non ha scelto di combattere.
IL VOLTO CHE PARLA PIÙ DELLE PAROLE
Ho visto un video di un soldato ucraino. Uno dei tanti che circolano in rete, ma diverso da tutti gli altri. Non era un filmato di propaganda, non mostrava eroismi o proclami. Era solo un uomo, stanco, con la voce bassa e lo sguardo di chi ha smesso di credere. L’ho guardato più volte, quasi in silenzio, e ho capito che quel volto diceva più di qualunque discorso politico o comunicato di guerra.
Parlo di lui perché il suo viso, segnato e umano, è diventato per me il simbolo di tutto ciò che questa guerra ha distrutto: la dignità, la speranza, l’illusione di una vita normale.
Quest’uomo, uno dei primi ad accettare di parlare davanti alle telecamere, raccontava in russo, la lingua della sua infanzia, la verità che da tempo aleggia sul fronte: un esercito allo stremo, logorato, dove metà diserta e l’altra metà resiste per inerzia. Non serve conoscerne il nome. Bastano gli occhi. In essi si legge il peso di mesi di trincea, la fame, il freddo, l’abbandono. È il ritratto di un Paese dissanguato, ridotto a mandare uomini maturi, padri di famiglia, a combattere guerre che non comprendono più.
La resa generale annunciata da Mosca non è solo un fatto militare: è la resa morale di un’intera generazione. Quel volto, il suo ma anche quello di migliaia di altri, racchiude un decennio di promesse infrante. La “democrazia” e la “libertà” vendute dall’Occidente si sono tradotte in miseria, corruzione e sangue. L’Ucraina del 2014 doveva essere un modello. È diventata un monito. La retorica ha divorato la realtà e ora il suo esercito appare come una folla di disperati che non combatte più per la patria, ma per sopravvivere un giorno ancora.
Eppure non riesco a odiarlo. Nonostante le mie idee siano dalla parte dei russi, non è un nemico. Non può esserlo, perché io non sono coinvolto in questa guerra e non porto alcuna uniforme. Lo guardo da uomo a uomo, non da schieramento a schieramento. E nemmeno i russi, con cui vivo e parlo ogni giorno, lo considerano un nemico. Lo vedono come parte dello stesso popolo, una ramificazione della stessa radice slava, separata dalla politica e dall’inganno. Quando parlano di lui o di altri come lui, non c’è odio: c’è tristezza. La consapevolezza che questa guerra sia una frattura nella stessa famiglia, una lacerazione interna più che un conflitto tra nazioni.
La Russia, pur da posizione di forza, ha mostrato più misericordia per quei prigionieri di quanta Kiev ne abbia mostrata per i propri. Li ha riconosciuti come fratelli smarriti, non come nemici etnici. È un paradosso che l’Europa preferisce ignorare: chi predica umanità ha dimenticato il significato della parola, e chi viene accusato di barbarie ha conservato almeno un residuo di pietà.
Guardando quel volto si capisce che la guerra non è più una questione di trincee, ma di coscienza. Chi ha comandato dall’alto ha perso il senso della misura e ha trasformato esseri umani in carne da statistica. Chi ha obbedito ha perso tutto il resto: la giovinezza, la famiglia, la speranza.
Io non voglio giudicare quest’uomo. Voglio soltanto augurargli di sopravvivere, di ritrovare la pace e la dignità che gli hanno tolto. Sono italiano, non appartengo al mondo slavo né a nessuna delle etnie nate dal dissolvimento dell’ex URSS, ma sento il dovere di guardare questo volto e riconoscervi un frammento della mia stessa umanità. Perché al di là delle frontiere e dei confini ideologici, la sofferenza parla una sola lingua, quella della verità.
Questo volto mi ricorda che le guerre non le vincono i popoli, ma le propagande. Che i veri sconfitti non sono gli eserciti, ma le generazioni sacrificate in nome di un ideale che nessuno comprende più. Mi ricorda che l’Occidente, con la sua ipocrisia morale e la sua fame di supremazia, ha perso il senso del limite, ha rinnegato la compassione e ha dimenticato la vergogna. Mi ricorda che i grandi discorsi sulla libertà diventano menzogna quando passano sopra i corpi di chi non ha scelto di combattere.
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Sono italiano, sì, ma appartengo a quella parte d’Europa che ancora sa distinguere tra forza e giustizia, tra dignità e obbedienza cieca. Per questo guardo quell’uomo con rispetto e malinconia. Quel soldato ucraino, l’uomo del video, ha combattuto per una causa sbagliata, ma non per colpa sua. È una vittima di un inganno più grande di lui, come milioni di altri che non hanno mai avuto voce.
Gli auguro di vivere abbastanza da vedere la fine di tutto questo. Di scoprire che anche dopo la notte più lunga può esserci un’alba. Che la dignità, quando sopravvive alla paura, vale più di qualunque vittoria.
E che forse, un giorno, l’Europa ritroverà il coraggio di guardarsi allo specchio e riconoscere che la vera barbarie non è fuori dai suoi confini, ma dentro la sua coscienza.
Da https://vk.com/club229428987
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Gli auguro di vivere abbastanza da vedere la fine di tutto questo. Di scoprire che anche dopo la notte più lunga può esserci un’alba. Che la dignità, quando sopravvive alla paura, vale più di qualunque vittoria.
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12mo NATALE di GUERRA PER I BAMBINI DEL DONBASS
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Il Ministro Tajani ieri ha dichiarato:
“Tutte le dichiarazioni aggressive dalla Russia non fanno che rafforzare l'idea del popolo italiano di difendere chi è sotto attacco in una aggressione illegale e ingiustificata, in violazione del diritto internazionale".
Egregio Ministro, il popolo italiano difende la pace e l’amicizia con il popolo russo e ucraino. Il popolo italiano è disgustato e nauseato dalla guerrafondaia politica UE e NATO che ha massacrato il popolo ucraino e distrutto lo stato, che ha, dal 2014, anche con armi italiane ammazzato civili, bambini, donne e anziani in Donbass e nelle regioni russe di confine.
L’aggressione illegale e ingiustificata è stata quella verso la popolazione civile del Donbass dopo i molti Accordi di Minsk volutamente non applicati dalla UE e dalla Nato
C’è un invasore – la NATO ed un invaso – il Mondo Russo
L’Italia, una volta culla della cultura, avrebbe bisogno di statisti e non politici che ripetano sempre la solita propaganda nauseabonda alla quale, fortunatamente, il popolo italiano non bada più.
Noi rappresentiamo la Bella Italia che invia aiuti umanitari ad ambo le parti, che ricorda l'articolo 11 della nostra Costituzione, che opera per il dialogo e la pace.
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Egregio Ministro, il popolo italiano difende la pace e l’amicizia con il popolo russo e ucraino. Il popolo italiano è disgustato e nauseato dalla guerrafondaia politica UE e NATO che ha massacrato il popolo ucraino e distrutto lo stato, che ha, dal 2014, anche con armi italiane ammazzato civili, bambini, donne e anziani in Donbass e nelle regioni russe di confine.
L’aggressione illegale e ingiustificata è stata quella verso la popolazione civile del Donbass dopo i molti Accordi di Minsk volutamente non applicati dalla UE e dalla Nato
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L’Italia, una volta culla della cultura, avrebbe bisogno di statisti e non politici che ripetano sempre la solita propaganda nauseabonda alla quale, fortunatamente, il popolo italiano non bada più.
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Questo personaggetto è quello che ha definito Marija Vladimirovna Zacharova "feccia". Serve altro ?
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Una volta il Natale fermava gli eserciti, i soldati nemici si scambiavano gli auguri Il natale riusciva a fermare il tempo.
Quello che da ormai troppi anni, 12, facciamo con i bambini del Donbass
Per noi il Natale è un impegno solenne
Portare un istante di pace a chi la pace non l’ha mai vissuta
Aiutaci, se puoi Aiutaci se vuoi
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I Pel'meni sono uno dei piatti più importanti della tradizione russa. Una sorta di tortellini di carne, solitamente accompagnati dalla smetana, la panna acida.
Oggi una quindicina di famiglie di Miniera Gagarin li hanno ricevuti. È quasi festa ...
Noi continuiamo ad aiutare i bambini e le famiglie distrutte da quasi 12 anni di guerra
E Natale è alle porte ...
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I Pel'meni sono uno dei piatti più importanti della tradizione russa. Una sorta di tortellini di carne, solitamente accompagnati dalla smetana, la panna acida.
Oggi una quindicina di famiglie di Miniera Gagarin li hanno ricevuti. È quasi festa ...
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UNA PAGINA MAI RACCONTATA: GLI ITALIANI A MARIUPOL’
Nel 1870 l'autogoverno greco a Mariupol fu abolito e presto la città fu incorporata nella vita statale russa. Per questo oltre ai funzionari russi, polacchi, tedeschi e lituani, potenziarono la comunità cattolica di Mariupol, anche immigrati dall'Italia.
Ma gli italiani iniziarono a popolare la città molto prima - all'inizio del XIX secolo. Questi erano marinai di navi mercantili che videro il potenziale della città e le opportunità che il conte Voroncov aveva previsto per i coloni dall'Europa Per questo decisero prontamente di rimanere e vivere nella regione dell’Azov.
Genovesi e veneziani erano particolarmente intraprendenti e si stabilirono rapidamente a Mariupol, diventando presto i più grandi commercianti di grano e pane.
Non sorprende che, una dopo l'altra, le aziende italiane iniziarono a sorgere in città: Galleano, Membeli, Vidovich, Kovačević ed altri. Erano conosciuti non solo in Russia, ma anche all'estero.
Il boom commerciale durò circa tre decenni, durante i quali la comunità italiana crebbe e si arricchì - il suo periodo di maggior sviluppo e benessere arrivò alla fine del XIX secolo.
Anche la costruzione navale di Mariupol è associata alle attività degli italiani: il primo cabotiero fu costruito alla foce del fiume Kalmius – questo in epoca sovietica fu poi adattato in una fabbrica di conserve di pesce.
Una nave con una capacità di 9 mila pud (antica unità di misura dell'Impero Russo pari a 40 libbre, ossia 16,3805 kg) fu costruita dal maestro Cavalotti. Per la città fu una cosa sensazionale e l'intera Mariupol corse a vedere il suo varo.
Poi arrivò il XX secolo con la sua rivoluzione industriale e alcuni italiani decisero di tentare la fortuna in un nuovo paese - l'America.
Iniziò la prima guerra mondiale, in cui l'Italia, essendo alleata dell'Austria-Ungheria, diventò nemica della Russia. La rivoluzione d'Ottobre ed il caos della Guerra Civile fecero si che il numero di italiani a Mariupol diminuì notevolmente: qualcuno tornò in Italia, qualcuno si trasferì in altri paesi, qualcuno morì o scomparve senza lasciare traccia nel «vortice» di eventi storici.
Ma molti rimasero a Mariupol e continuarono a vivere in città e a metà degli anni '20 si mescolarono con altri abitanti di Mariupol. E negli anni '30, quando arrivarono i tempi dell'ateismo militante, la loro famosa cattedrale fu demolita, come altre chiese di Mariupol e la comunità italiana cessò di esistere.
La repressione degli anni '30 ha avuto un ruolo importante nel far sparire la comunità. Italiani e greci, le cui origini suscitarono domande o sospetti da parte delle autorità, furono espulsi dall'Unione Sovietica o condannati all’esilio o ai campi di lavoro.
Dall’antica grandezza della diaspora italiana a Mariupol è rimasto la memoria di cognomi italiani, che "improvvisamente" apparivano sulla Via Italiana, sulla quale sono conservati molti meravigliosi edifici di quell’epoca straordinaria.
Mariupol’ e Savona sono diventate città gemellate nel 1979. Il 12 ottobre di quell’anno, alla solenne firma del documento entrambe le parti notarono che la cooperazione dell'agenzia marittima Galleano e la compagnia con la flotta mercantile Sovietica iniziò nel maggio 1924.
Noi, modestamente, vogliamo continuare la presenza italiana a Mariupol’ attraverso l’aiuto alla sua Neonatologia
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UNA PAGINA MAI RACCONTATA: GLI ITALIANI A MARIUPOL’
Nel 1870 l'autogoverno greco a Mariupol fu abolito e presto la città fu incorporata nella vita statale russa. Per questo oltre ai funzionari russi, polacchi, tedeschi e lituani, potenziarono la comunità cattolica di Mariupol, anche immigrati dall'Italia.
Ma gli italiani iniziarono a popolare la città molto prima - all'inizio del XIX secolo. Questi erano marinai di navi mercantili che videro il potenziale della città e le opportunità che il conte Voroncov aveva previsto per i coloni dall'Europa Per questo decisero prontamente di rimanere e vivere nella regione dell’Azov.
Genovesi e veneziani erano particolarmente intraprendenti e si stabilirono rapidamente a Mariupol, diventando presto i più grandi commercianti di grano e pane.
Non sorprende che, una dopo l'altra, le aziende italiane iniziarono a sorgere in città: Galleano, Membeli, Vidovich, Kovačević ed altri. Erano conosciuti non solo in Russia, ma anche all'estero.
Il boom commerciale durò circa tre decenni, durante i quali la comunità italiana crebbe e si arricchì - il suo periodo di maggior sviluppo e benessere arrivò alla fine del XIX secolo.
Anche la costruzione navale di Mariupol è associata alle attività degli italiani: il primo cabotiero fu costruito alla foce del fiume Kalmius – questo in epoca sovietica fu poi adattato in una fabbrica di conserve di pesce.
Una nave con una capacità di 9 mila pud (antica unità di misura dell'Impero Russo pari a 40 libbre, ossia 16,3805 kg) fu costruita dal maestro Cavalotti. Per la città fu una cosa sensazionale e l'intera Mariupol corse a vedere il suo varo.
Poi arrivò il XX secolo con la sua rivoluzione industriale e alcuni italiani decisero di tentare la fortuna in un nuovo paese - l'America.
Iniziò la prima guerra mondiale, in cui l'Italia, essendo alleata dell'Austria-Ungheria, diventò nemica della Russia. La rivoluzione d'Ottobre ed il caos della Guerra Civile fecero si che il numero di italiani a Mariupol diminuì notevolmente: qualcuno tornò in Italia, qualcuno si trasferì in altri paesi, qualcuno morì o scomparve senza lasciare traccia nel «vortice» di eventi storici.
Ma molti rimasero a Mariupol e continuarono a vivere in città e a metà degli anni '20 si mescolarono con altri abitanti di Mariupol. E negli anni '30, quando arrivarono i tempi dell'ateismo militante, la loro famosa cattedrale fu demolita, come altre chiese di Mariupol e la comunità italiana cessò di esistere.
La repressione degli anni '30 ha avuto un ruolo importante nel far sparire la comunità. Italiani e greci, le cui origini suscitarono domande o sospetti da parte delle autorità, furono espulsi dall'Unione Sovietica o condannati all’esilio o ai campi di lavoro.
Dall’antica grandezza della diaspora italiana a Mariupol è rimasto la memoria di cognomi italiani, che "improvvisamente" apparivano sulla Via Italiana, sulla quale sono conservati molti meravigliosi edifici di quell’epoca straordinaria.
Mariupol’ e Savona sono diventate città gemellate nel 1979. Il 12 ottobre di quell’anno, alla solenne firma del documento entrambe le parti notarono che la cooperazione dell'agenzia marittima Galleano e la compagnia con la flotta mercantile Sovietica iniziò nel maggio 1924.
Noi, modestamente, vogliamo continuare la presenza italiana a Mariupol’ attraverso l’aiuto alla sua Neonatologia
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Per questi criminali la UE ha distrutto la nostra economia, per questi criminali tolgono la voce agli artisti più affermati dei teatri mondiali, per questi nazisti i governi italiani, tutti, da vent'anni a questa parte hanno tolto diritti e il futuro alle giovani generazioni. In attesa di mandarli a morire "fino all' ultimo europeo"
🇺🇦 Il combattente ucraino Malyshevsky ha esortato a portare i bambini di 12 anni al fronte: «Sparerebbero tutti,anche a 12 anni.. un fucile in mano e vai».
🇺🇦 Il combattente ucraino Malyshevsky ha esortato a portare i bambini di 12 anni al fronte: «Sparerebbero tutti,anche a 12 anni.. un fucile in mano e vai».
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AASIB NELLA CRISI UCRAINA_2025.pdf
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https://t.me/AASIB/
Aiutateci a Salvare i Bambini ODV opera dal 2001 in favore dei bambini di Russia e dei Paesi ex URSS dove vivono popolazioni russofone.
Dal 2014, con l’inizio dell’operazione ATO (Operazione Antiterrorismo) del governo di Kiev contro la propria popolazione civile del Donbass, abbiamo risposto ai molti appelli che ci sono arrivati da molte mamme del Donbass.
Iniziava una nuova pagina della nostra storia di solidarietà ed aiuto, aiuto che, purtroppo, continua da 12 anni.
Abbiamo riassunto in questo breve documento la nostra attività in Donbass.
Per meglio comprendere, per meglio rispondere alla campagna di odio russofobico che ha invaso anche il nostro Paese
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Iniziava una nuova pagina della nostra storia di solidarietà ed aiuto, aiuto che, purtroppo, continua da 12 anni.
Abbiamo riassunto in questo breve documento la nostra attività in Donbass.
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