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VOLONTARIO SE VAI A KIEV, MERCENARIO SE VAI A DONETSK? IL DOPPIO PESO DELL’OCCIDENTE

In Italia basta un’etichetta per cambiare la storia. Un ragazzo che prende un aereo per Kiev diventa subito “volontario”. Se invece attraversa il confine verso Donetsk, è bollato come “mercenario”. La stessa decisione, la stessa follia: lasciare la propria vita, la propria famiglia, la propria terra per andare a combattere in una guerra che non ti appartiene. Ma in questo Paese non conta ciò che fai, conta per chi lo fai.

I numeri sono pochi ma parlano chiaro. All’inizio erano circa venti gli italiani partiti verso l’Ucraina, poi altri hanno seguito la stessa strada in silenzio. Dal 2014 a oggi almeno sette connazionali hanno lasciato le ossa laggiù. Alcuni trasformati in eroi con necrologi commossi, altri liquidati come avventurieri senza gloria. Stessa morte, stesso sangue, epitaffi opposti. Perché? Perché la propaganda ha deciso che uno era dalla parte “giusta” e l’altro dalla parte “sbagliata”.

La legge italiana su questo è un mosaico di buchi. La Costituzione proclama solennemente che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa. Poi arriva il codice penale, che punisce chi arruola o arma cittadini per eserciti stranieri senza l’autorizzazione del Governo. Sul singolo che parte, però, cala l’ombra della zona grigia. Non c’è una norma che vieti in blocco a un cittadino italiano di arruolarsi in un esercito estero, ma c’è la Farnesina che ammonisce: “assolutamente sconsigliato”. Una formula burocratica che sa di lavata di mani. Così, se combatti dalla parte “amica”, sei tollerato. Se combatti dall’altra parte, sei marchiato.

E poi c’è la parola magica, “mercenario”. Nel diritto internazionale ha criteri stringenti: motivazione economica, estraneità politica, partecipazione diretta alle ostilità. Nel nostro giornalismo, invece, è diventata un insulto passe-partout. La usano per liquidare chi non rientra nella narrazione ufficiale. Una scorciatoia comoda, un modo per infangare chi ha fatto la stessa scelta di altri ma con un nemico diverso davanti.

L’Ucraina ha creato la sua Legione Internazionale, con uniforme, gradi, regolamenti. Così lo straniero che combatte a Kiev diventa un volontario incorniciato in un esercito regolare. I giornali lo dipingono come paladino della libertà. Sull’altro fronte la cornice non esiste: chi combatte lì diventa subito clandestino, irregolare, mercenario. È lo stesso gesto, ma raccontato con due vocabolari opposti. È la grammatica della guerra, scritta da chi ha il potere di decidere chi merita dignità e chi no.

E allora la domanda non si può evitare: ha senso tutto questo? O è soltanto propaganda spacciata per verità? Se i criteri sono giuridici devono valere sempre, da una parte e dall’altra. Se invece sono politici, abbiate almeno il coraggio di ammetterlo: non stiamo giudicando in base alla legge, stiamo giudicando in base all’alleanza.

Il punto è che in Italia si continua a giocare con le parole per non guardare in faccia la realtà. È comodo commuoversi davanti al feretro di chi muore con la bandiera “amica” cucita sul braccio e sputare sul cadavere di chi muore con quella “nemica”. Ma il sangue è lo stesso, il corpo pesa uguale, il dolore della madre non cambia. La Costituzione dice che l’Italia ripudia la guerra. La domanda è: la ripudia davvero? La risposta è scritta nell’ipocrisia di chi versa lacrime selettive e di chi vende, compra e benedice la morte quando serve alla propria parte.

da: Il Mondo visto da dietro https://vk.com/club229428987
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SI TORNA A SCUOLA, MA NON TUTTI ….

Non è una poesia. Sono parole, parole dettate dal cuore Il cuore di Minera Gagarin che non sa più come aspettare la pace.
Il 1 settembre tutta la Russia tornerà a scuola. Il 5 settembre anche Beslan.
In Donbass ancora molti non torneranno.

Continua a leggere https://www.aasib.org/si-torna-a-scuola-ma-non-per-tutti/

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Una ragazza di 15 anni si è riunita con sua madre in Russia.

Nel 2022 i suoi genitori avevano lasciato Anastasija in Ucraina, dove risiedeva temporaneamente, per andare in Spagna. Non potevano accompagnarla in Russia a causa di problemi burocratici con i documenti. Si sono rivolti alla Commissario per i diritti dei bambini della Russia, Marija L’vova-Belova e così la ragazza in questi giorni si è potuta riunire con la madre in Russia

Inoltre, con la mediazione del Qatar, è potuto ritornare in Russia anche un bambino di sei anni che ha riabbracciato la sua mamma. Nel 2020 la donna è andata con suo figlio in Ucraina da parenti. Successivamente non erano riusciti a ritornare ed hanno chiesto aiuto al Commissario.

Ancora due bambini riuniti alle famiglie grazie alla mediazione del Qatar e del Comitato Internazionale della Croce Rossa, oltreché degli uffici preposti della Federazione Russa.

Solo negli ultimi tempi, con l’intervento degli uffici del Commissario per i Diritti dei bambini della Russia, 28 bambini di 20 famiglie si sono riuniti con i loro parenti in Russia, mentre sono 115 i bambini tornati in Ucraina ed in paesi terzi, 115 bambini di 91 famiglie.

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SI CHIAMAVA POLINA

Questa è stata la prima bambina morta nel Donbass ... Si chiamava Polina.
L'8 giugno 2014 iniziava la tragedia dei bambini del Donbass: la prima morte per causa della guerra avviata da Kiev con la ATO (Operazione antiterrorismo contro la popolazione civile del Donbass)
Polina Sladskaja (01.01.2008 - 08.06.2014) morì a Slavjansk durante il bombardamento ucraino della città.
Durante il bombardamento una serie di proiettili attraversarono le mura di un'antica casa mercantile che esisteva dal XIX secolo. Fu lì che Polina cercò di rifugiarsi. Un testimone oculare ha detto che Polina non aveva alcuna possibilità di sopravvivenza: "i frammenti le hanno aperto ferite nello stomaco, sulle gambe... Era in condizioni estremamente gravi".
La persona nella fotografia che sta portando Polina si chiama Michail Kovalenko. È un medico. Michail ha cercato di salvare la vita della bambina. Ricorda quel giorno con le lacrime agli occhi:
"I proiettili che l’hanno uccisa sono volati da Karachun, sparati da lì. Io e mia moglie stavamo tornando dalla chiesa. In quei giorni l'approvvigionamento idrico della città era stato bloccato dagli ucraini e rimanevano solo pozzi privati. Molti si trovavano vicino ai pozzi per l'acqua.
Ad un certo punto ci sono state diverse esplosioni. Un miliziano ci corse incontro con una bambina in braccio. Ma la diede fra le braccia. Ho cercato di salvare Polina, ma non poteva sopravvivere nemmeno con un miracolo di Dio. Aveva lesioni all'anca, all'addome, alla testa. Solamente dopo moltissimo tempo ho avuto il coraggio di riguardare quella fotografia e solo allora che mi sono reso conto che la bambina era già morta. In quei momenti concitati desideravo solo una cosa: che vivesse ..."

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L’infanzia spezzata da un proiettile: come la guerra ha portato via il futuro dai bambini del Donbass

Alla data odierna i minori vittime della guerra del Donbass sono, per difetto

Dall’aprile 2014 nelle Repubbliche popolari di Doneck e Lugansk:

319 MORTI – 1.242 FERITI 30 AMPUTATI 11 DA MINE PAPPAGALLO

Dal 24 febbraio 2022 nelle Regioni di confine della Federazione Russa:

54 MORTI – 316 FERITI

30mila vite di bambini sconvolte dalla guerra

QUANTI BAMBINI ANCORA ?

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Donbass - Pokrovsk, sopravvissuti all’inferno

Evgenij, Natalia ed il piccolo Tikhon, un bimbo di appena un anno che ha trascorso praticamente tutta la sua vita negli scantinati di Pokrovsk (Krasnoarmejsk), al riparo dalle bombe e dalla polizia ucraina, che aveva disposto l’evacuazione forzata di tutti i minorenni.

Si tratta dei primi abitanti di Pokrovsk - ancora sotto controllo ucraino e uno dei punti più caldi del fronte - ad essere riusciti ad uscire vivi dalla città verso le retrovie russe. Tutti coloro che avevano tentato la sorte prima di loro non ce l’hanno fatta: chi a causa delle mine antiuomo, chi colpito dai droni ucraini.

Per loro è stata un’odissea (avvenuta una ventina di giorni fa) durata due giorni e 24 chilometri a piedi tra campi di battaglia, macerie, migliaia di mine di ogni genere, submunizioni delle bombe a grappolo inesplose, fossati anticarro e matasse di filo spinato da attraversare, scavalcando le decine di cadaveri fatti a pezzi che giacciono nella terra di nessuno.

Queste persone oggi a Donezk ritrovano la serenità ed il sorriso

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UN APPELLO

“Mi chiamo Olga G. e vivo nel villaggio di Michailovka, Repubblica popolare di Donezk”

Così inizia il video messaggio di Ol’ga che vive nel villaggio di Michailovka (Gorlovka), quasi sempre senza elettricità a causa dei droni ucraini che sorvolano in continuazione la zona. Nel villaggio vivono 300 persone di cui 60 bambini

Abbiamo deciso di rispondere all’appello

Vorremmo donare al villaggio 3 generatori per permettere un uso collettivo a rotazione per le urgenze. Ogni generatore costa 60mila rubli (700 euro).

Ringraziamo tutti in anticipo perché sappiamo che la generosità e la solidarietà dei nostri donatori non ha uguali

Guarda l'appello https://www.aasib.org/un-appello/

OBIETTIVO: 2.100 EURO

COME DONARE: https://www.aasib.org/come-donare/

Grazie di cuore a chi potrà rispondere ad Ol’gа

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GRAZIE!

in qualche ora donati 1.220 Euro, oltre il 50% del preventivato, per i bambini del villaggio di Michailovka (Gorlovka)

Siete straordinari!

Avanti, la raccolta continua

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UNA STRORDINARIA RISPOSTA

I nostri donatori in poche ore hanno superato di molto quanto preventivato. Discuteremo con i nostri coordinatori locali le necessità, se aumentare il numero di generatori (4) o distribuire ai bambini aiuti umanitari necessari con quanto ricevuto

UN GRAZIE INFINITO DA TUTTI NOI

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L'ultima domenica di agosto è la Giornata del minatore. Nel Donbass, ancora oggi, in molte famiglie è una festa personale.

Cosa sai del sole se non sei mai stato in miniera?!

La professione del minatore e il carattere del minatore sono inseparabili dal Donbass. Sono intrecciati da così tanto tempo che sono diventati un tratto mentale, una caratteristica distintiva, un principio di vita.

Cos'è il lavoro del minatore? È un costante equilibrio sul filo della vita e della morte, è un lavoro duro e tenace, è collettivismo, è la capacità di sopravvivere nelle condizioni più difficili …

Ogni abitante del Donbass sente la propria appartenenza al lavoro minerario e alle tradizioni dei minatori.

Buona Giornata del Minatore all'intero popolo del Donbass che da oltre 11 anni difende la sua terra, la sua lingua, le sue tradizioni

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Domani inizia la settimana più triste dell'anno con i tre giorni del Dolore e del Ricordo.

Da stasera il canale, sperando che nessun avvenimento sia particolarmente drammatico ed urgente, rimarrà in silenzio. Silenzio e Ricordo.

#Beslan deve essere ricordata!

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21 anni fa avevo 7 anni. Quel giorno, di prima mattina, ci stavamo preparando per andare a scuola. Ci ha svegliati mio fratello. Abbiamo fatto colazione, ci siamo vestiti e siamo andati. Siamo passati dalla classe di mamma, Vera si è cambiata indossando un vestitino per lo spettacolo. Poi ci siamo separati per andare nelle nostre classi. Boris è passato in 9ª, Vera in 7ª, io in seconda elementare. Dopo un po', io e la mia classe siamo usciti nel cortile della scuola per schierarci per la cerimonia solenne. Stavo dietro e non vedevo cosa succedeva nel cortile. Chiacchieravamo, ci divertivamo e poi è partita la musica. Sono risuonate alcune melodie e all'improvviso la musica si è fermata è cominciato un rumore confuso. «Cos'è?», «Cosa sta succedendo?», «Perché tutti urlano?», «Dove corrono tutti?», «Dov'è mamma?». Tutte queste domande giravano nella mia testa e io correvo insieme alla folla. Stavamo correndo verso la scuola. Siamo arrivati alla porta che conduceva agli spogliatoi della palestra, la porta era chiusa, è cominciata la calcan... Urlavano, sparavano. Paura e dolore. Dopo un po' la porta si è aperta e siamo entrati nell'edificio della scuola e ci siamo dispersi ognuno per conto suo. Io correvo nel corridoio, piangevo e cercavo mamma. Chiedevo ai ragazzi che conoscevo se avevano visto mia mamma. Nessuno sapeva. Correvo dietro a tutti. Sono entrata in una stanza, le persone erano sedute sotto i banchi, bambini, adulti. Anche io mi sono nascosta lì. Una donna piangeva e urlava: «Lasciateci andare!». Tutti urlavano, e io non capivo cosa stava succedendo. Volevo andare da mamma! È entrato un terrorista e ha urlato che dovevamo andare in palestra. Era cattivo e spaventoso, aveva un'arma, indossava una maschera. Siamo corsi in palestra. Lì ho incontrato mia sorella Anja e siamo andate a cercare la nostra mamma. Abbiamo trovato mamma, stava in mezzo alla palestra e calmava le persone. Poi siamo andate a cercare un posto per noi. Ci siamo sedute sotto il canestro da basket. Sedute. Non capivo nulla. Cercavamo nella folla Boris e Vera. Loro ci hanno trovate da sole e sono venuti da noi uno dopo l'altro, così siamo rimasti tutti insieme. Boris stava male - aveva la febbre. Vera indossava un vestito da ballo, era scollato e i terroristi le chiedevano continuamente di coprirsi. Seduti. Caldo. Avevamo sete. Al centro della sala giaceva un uomo che perdeva sangue, era stato ucciso. Hanno iniziato a piazzare mine. Ai piedi di Boris hanno messo una grossa bomba, per questo non poteva stendere le gambe. Accanto a noi c'era una sedia, sopra c'erano molte pile arrotolate e a queste erano attaccati tutti i fili. Bombe ovunque, sopra, ai lati. Accanto a noi sedeva un terrorista, il suo piede era sul "pulsante". Seduti. Caldo. Le persone non riuscivano a calmarsi e i terroristi prima urlavano, poi battevano con i calci dei fucili a terra per farli tacere, poi hanno cominciato a sparare al soffitto. Molti momenti non li ricordo. Ci facevano anche andare in bagno. I terroristi alzavano qualcuno degli adulti, raccoglievano alcuni bambini e uscivano in bagno, io una volta sono uscita negli spogliatoi della doccia. Una kamikaze ci sorvegliava costantemente per non farci bere acqua. Ricordo che era difficile stare seduti, le gambe si addormentavano. Non capivo cosa stava succedendo. Guardavo sempre le finestre e pensavo: «Cosa succede là fuori?», «Qualcuno sa che siamo qui?». Di notte ci siamo sdraiati sulle gambe di mamma e abbiamo dormito un po'. Era il primo giorno. Eravamo tutti insieme!

La storia, Irina G. allora bambina ostaggio nella Scuola n. 1 di Beslan
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IL PALLONCINO COLORATO DI ALJA
Un giornalista, un clown e un mago nell’ospedale di Mosca

MOSCA. 15 settembre 2004, mercoledì. Soffia uno strano vento su Mosca, niente affatto freddo. Da tre giorni – si entra alle 10 del mattino, si esce alle sei della sera: quello che si timbra è un cartellino ben strano, fatto di dolore ma anche di speranza – casa nostra è la Clinica Pediatrica di Mosca. Un edificio enorme, quasi alla periferia della metropoli. È più grande ospedale pediatrico della Russia, ospita oltre mille bambini, dall’infanzia fino ai 16 anni. Qui opera dal 1989 il Gruppo di volontariato Padre A. Men.
La loro sede è nel retro della chiesa dell’ospedale: qualche computer appena nascosto dagli armadi: di qua l’altare, di là i telefoni, di qua le candele accese, di là le richieste di chi chiede un aiuto per far fronte alle spese sanitarie. La presidente del Gruppo è Lina Saltykova, ex chimica e ricercatrice. Tra chi dà una mano ai volontari moscoviti c’è, da molti anni, la Provincia autonoma di Trento (che ha avviato anche il progetto Bambini nel mondo”), Provincia che sostiene anche l’associazione di Rovereto “Aiutateci a salvare i bambini” che da tempo opera in terra moscovita.
Ed è proprio per seguire il progetto “Bambini nel mondo” – che l’assessorato ha lanciato anche per far conoscere ai bambini trentini le storie e i drammi di tanti altri bambini nel mondo – che il 15 settembre arriviamo a Mosca. Un giornalista ed un operatore chiamati a realizzare un documentario che faccia conoscere un po’ di più quello che riesce a fare – con il sostegno della Provincia autonoma di Trento – l’associazione roveretana.
Ma nel pomeriggio di quel terzo giorno, dentro la Clinica Pediatrica succede qualcosa. Stiamo passando le nostre giornate tra bambini sottoposti a trapianti di midollo osseo; genitori che hanno lasciato casa e lavoro – mille chilometri lontano – per stare vicino ai loro piccoli che combattono tumori e leucemie; volontari che suonano, cantano e disegnano dentro le corsie, per alleviare solitudini e tristezze, per regalare un poco di gioia.
E c’è Beslan. Già. Il primo settembre, nell’Ossezia, succede quel che si sa. L’assalto alla scuola, gli ostaggi, il feroce e terribile epilogo. Centinaia di bambini massacrati senza pietà. Il confine ultimo – o così pare – dell’orrore e della sopraffazione. Ci sono molti feriti: li ricoverano in diversi ospedali. Un folto gruppo finisce alla Clinica Pediatrica di Mosca. Quel mercoledì pomeriggio stiamo intervistando il signor Aliek, un omone che tiene in braccio la sua piccola Nastia, 5 anni, alla quale da poco hanno trapiantato il midollo della mamma nella speranza di fermare la malattia. Arrivano alcuni volontari dell’Associazione ci dicono: «Stanno per portare ai bambini di Beslan ricoverati in questo ospedale dei regali portati dai cittadini di Mosca. Ci sarà anche un clown famoso, un personaggio della tivù russa e un mago, un prestigiatore. Faranno divertire i bambini, cercheranno di portare loro un po’ di serenità. Ieri è passato di qui anche un famoso calciatore, Dmitrij Alenichev. Se volete fare delle riprese e se volete parlare con i ragazzi, basta che ci seguiate».
Andiamo. Con il cronista c’è l’operatore, Alessio Osele e il nostro interprete, Juri Mininberg. Si passa da un reparto all’altro, da un ferito all’altro. Bambini, bambine. Quando Carlsson, il clown, irrompe nelle loro stanze, spuntano i primi, timidi sorrisi. Quando il prestigiatore fa spuntare i fazzoletti annodati da sotto il cuscino, rispuntano altri sorrisi, meno timidi. Hanno voglia di normalità questi ragazzi. Guardano stupiti i regali che portano loro. Computer, biciclette, scarpe, pupazzi, peluche, libri, videogiochi. Se li stringono, se li guardano, è come dicessero: «Se sono per me, allora sono vivo, sono vivo».
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Non è nemmeno facile riprendere la scena. Le stanzette – bianche, pulite – sono piccole. C’è grande silenzio: ci sono genitori fuori dalla porta. In altri casi – ci dicono – non sono mamma e papà quelli che vegliano i piccoli feriti. Sono parenti o persino volontari: perché i genitori sono rimasti in quella scuola di Beslan, in quella palestra maledetta diventata Olocausto. Sono morti. E qualche bambino ancora non lo sa.
“Non volete fare delle interviste?” chiede qualcuno. Non c’è il tempo di rispondere. Questo strano corteo che percorre le corsie della Clinica pediatrica di Mosca – un clown, un prestigiatore, una signora che da anni raccoglie soldi in tutto il mondo per dare speranza a piccoli malati, per aiutare famiglie strangolate dalle spese – si porta appresso anche un bel po’ di palloncini colorati. Li hanno gonfiati in un angolo della chiesa. Formano un grappolo che, stanza dopo stanza, diminuisce. Ad ogni bambino sopravvissuto all’inferno di Beslan ne regalano due. Sono 27 i bambini che dobbiamo incontrare. “Qualcuno ci dia una mano”, dice la signora Lina. Non è una richiesta, è un ordine. I palloncini finiscono in mano al cronista. Che da quel momento si sentirà più leggero. Diligentemente stacca due palloni ad ogni bambino, ad ogni bambina che si va ad incontrare. I palloncini precedono il clown, il mago ed i regali. Anticipano un po’ di sorrisi. Dove le ferite sono ancora gravi, dove le bende coprono occhi, mani e braccia, dove le flebo scandiscono le speranza di salvarsi, di guarire, lì i palloncini vengono appesi ad un letto, ad una maniglia della finestra.
In quelle condizioni non è possibile raccogliere interviste. Ma ci sarebbe stato qualcosa da chiedere? C’erano occhi spalancati, c’erano testoline ancora piene – è tristemente certo – di immagini orribili, di ferite, di squarci, di uomini e donne che davano la morte. C’erano mani che prendevano i regali, i giochi, le carezze, gli sguardi di adulti questa volta non cattivi, non ostili. Il cronista ha incrociato quegli sguardi, ha registrato queste speranze, per 27 volte ha lasciato i palloncini nelle stanze.
Adesso sa che lunedì prossimo molti di quei bambini li rivedrà. Arrivano a Trento. Dove li si aiuterà non tanto a dimenticare – chi può dimenticare? Ed è giusto dimenticare? Quanto, forse, a capire che il mondo può essere diverso da quello che loro hanno incontrato il primo di settembre. Non chiederà loro alcunché. Spera che a nessuno passi lontanamente per la testa di chiedere loro qualcosa di quel giorno. E tornerà al progetto iniziale. Raccontare come una associazione di Rovereto aiuta (eccome se l’aiuta) una associazione di russi che aiuta (eccome se li aiuta) i piccoli di un grande ospedale alla periferia di Mosca a combattere la dura battaglia della vita. E terrà per sé la fastidiosa sensazione provata quando uno di quei palloncini allegri è scoppiato, dentro la camera d’ospedale di una bambina di Beslan. Era solo un palloncino che scoppiava, ma il trasalimento improvviso di Alja, dodici anni, ci raccontava d’altro. Ecco, sarebbe bello se i giorni e le settimane che passeranno in Trentino servissero, anche, a confermare questi ragazzi in una banale verità, oggi per loro tragicamente persa: un palloncino che scoppia è solo un palloncino che scoppia. Non è “come” una bomba, una granata, un proiettile.
Bene arrivati, ragazzi di Beslan che abbiamo avuto la fortuna di non intervistare.

Carlo Martinelli da “Il Trentino” 20 novembre 2004
Cronaca di un pomeriggio con i bimbi russi che stanno per giungere a Trento
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02.09.2004

Tabloid " Zhizn' ": "Circa mille ostaggi nelle mani dei terroristi Angeli prigionieri. Banditi furiosi hanno osato toccare ciò che è più sacro: i nostri bambini".
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«Mi è sembrato di sentire mamma», pensa l'ostaggio Aleta Khasieva. Ma dopo un po' il bambino la chiama di nuovo mamma.

— Chi sei? — si sorprende lei.

— Khetag Khutiev. Sono passato in seconda elementare.

— E dov'è tua madre?

— Non è qui. Posso, finché non la trovo, chiamarti mamma?
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