https://t.me/AASIB/
UNA STRORDINARIA RISPOSTA
I nostri donatori in poche ore hanno superato di molto quanto preventivato. Discuteremo con i nostri coordinatori locali le necessità, se aumentare il numero di generatori (4) o distribuire ai bambini aiuti umanitari necessari con quanto ricevuto
UN GRAZIE INFINITO DA TUTTI NOI
Aiutateci a Salvare i Bambini ODV
UNA STRORDINARIA RISPOSTA
I nostri donatori in poche ore hanno superato di molto quanto preventivato. Discuteremo con i nostri coordinatori locali le necessità, se aumentare il numero di generatori (4) o distribuire ai bambini aiuti umanitari necessari con quanto ricevuto
UN GRAZIE INFINITO DA TUTTI NOI
Aiutateci a Salvare i Bambini ODV
❤18
https://t.me/AASIB/
L'ultima domenica di agosto è la Giornata del minatore. Nel Donbass, ancora oggi, in molte famiglie è una festa personale.
Cosa sai del sole se non sei mai stato in miniera?!
La professione del minatore e il carattere del minatore sono inseparabili dal Donbass. Sono intrecciati da così tanto tempo che sono diventati un tratto mentale, una caratteristica distintiva, un principio di vita.
Cos'è il lavoro del minatore? È un costante equilibrio sul filo della vita e della morte, è un lavoro duro e tenace, è collettivismo, è la capacità di sopravvivere nelle condizioni più difficili …
Ogni abitante del Donbass sente la propria appartenenza al lavoro minerario e alle tradizioni dei minatori.
Buona Giornata del Minatore all'intero popolo del Donbass che da oltre 11 anni difende la sua terra, la sua lingua, le sue tradizioni
Aiutateci a Salvare i Bambini ODV
L'ultima domenica di agosto è la Giornata del minatore. Nel Donbass, ancora oggi, in molte famiglie è una festa personale.
Cosa sai del sole se non sei mai stato in miniera?!
La professione del minatore e il carattere del minatore sono inseparabili dal Donbass. Sono intrecciati da così tanto tempo che sono diventati un tratto mentale, una caratteristica distintiva, un principio di vita.
Cos'è il lavoro del minatore? È un costante equilibrio sul filo della vita e della morte, è un lavoro duro e tenace, è collettivismo, è la capacità di sopravvivere nelle condizioni più difficili …
Ogni abitante del Donbass sente la propria appartenenza al lavoro minerario e alle tradizioni dei minatori.
Buona Giornata del Minatore all'intero popolo del Donbass che da oltre 11 anni difende la sua terra, la sua lingua, le sue tradizioni
Aiutateci a Salvare i Bambini ODV
❤27
https://t.me/AASIB/
Domani inizia la settimana più triste dell'anno con i tre giorni del Dolore e del Ricordo.
Da stasera il canale, sperando che nessun avvenimento sia particolarmente drammatico ed urgente, rimarrà in silenzio. Silenzio e Ricordo.
#Beslan deve essere ricordata!
Aiutateci a Salvare i Bambini ODV
Domani inizia la settimana più triste dell'anno con i tre giorni del Dolore e del Ricordo.
Da stasera il canale, sperando che nessun avvenimento sia particolarmente drammatico ed urgente, rimarrà in silenzio. Silenzio e Ricordo.
#Beslan deve essere ricordata!
Aiutateci a Salvare i Bambini ODV
💔28🙏6❤1
21 anni fa avevo 7 anni. Quel giorno, di prima mattina, ci stavamo preparando per andare a scuola. Ci ha svegliati mio fratello. Abbiamo fatto colazione, ci siamo vestiti e siamo andati. Siamo passati dalla classe di mamma, Vera si è cambiata indossando un vestitino per lo spettacolo. Poi ci siamo separati per andare nelle nostre classi. Boris è passato in 9ª, Vera in 7ª, io in seconda elementare. Dopo un po', io e la mia classe siamo usciti nel cortile della scuola per schierarci per la cerimonia solenne. Stavo dietro e non vedevo cosa succedeva nel cortile. Chiacchieravamo, ci divertivamo e poi è partita la musica. Sono risuonate alcune melodie e all'improvviso la musica si è fermata è cominciato un rumore confuso. «Cos'è?», «Cosa sta succedendo?», «Perché tutti urlano?», «Dove corrono tutti?», «Dov'è mamma?». Tutte queste domande giravano nella mia testa e io correvo insieme alla folla. Stavamo correndo verso la scuola. Siamo arrivati alla porta che conduceva agli spogliatoi della palestra, la porta era chiusa, è cominciata la calcan... Urlavano, sparavano. Paura e dolore. Dopo un po' la porta si è aperta e siamo entrati nell'edificio della scuola e ci siamo dispersi ognuno per conto suo. Io correvo nel corridoio, piangevo e cercavo mamma. Chiedevo ai ragazzi che conoscevo se avevano visto mia mamma. Nessuno sapeva. Correvo dietro a tutti. Sono entrata in una stanza, le persone erano sedute sotto i banchi, bambini, adulti. Anche io mi sono nascosta lì. Una donna piangeva e urlava: «Lasciateci andare!». Tutti urlavano, e io non capivo cosa stava succedendo. Volevo andare da mamma! È entrato un terrorista e ha urlato che dovevamo andare in palestra. Era cattivo e spaventoso, aveva un'arma, indossava una maschera. Siamo corsi in palestra. Lì ho incontrato mia sorella Anja e siamo andate a cercare la nostra mamma. Abbiamo trovato mamma, stava in mezzo alla palestra e calmava le persone. Poi siamo andate a cercare un posto per noi. Ci siamo sedute sotto il canestro da basket. Sedute. Non capivo nulla. Cercavamo nella folla Boris e Vera. Loro ci hanno trovate da sole e sono venuti da noi uno dopo l'altro, così siamo rimasti tutti insieme. Boris stava male - aveva la febbre. Vera indossava un vestito da ballo, era scollato e i terroristi le chiedevano continuamente di coprirsi. Seduti. Caldo. Avevamo sete. Al centro della sala giaceva un uomo che perdeva sangue, era stato ucciso. Hanno iniziato a piazzare mine. Ai piedi di Boris hanno messo una grossa bomba, per questo non poteva stendere le gambe. Accanto a noi c'era una sedia, sopra c'erano molte pile arrotolate e a queste erano attaccati tutti i fili. Bombe ovunque, sopra, ai lati. Accanto a noi sedeva un terrorista, il suo piede era sul "pulsante". Seduti. Caldo. Le persone non riuscivano a calmarsi e i terroristi prima urlavano, poi battevano con i calci dei fucili a terra per farli tacere, poi hanno cominciato a sparare al soffitto. Molti momenti non li ricordo. Ci facevano anche andare in bagno. I terroristi alzavano qualcuno degli adulti, raccoglievano alcuni bambini e uscivano in bagno, io una volta sono uscita negli spogliatoi della doccia. Una kamikaze ci sorvegliava costantemente per non farci bere acqua. Ricordo che era difficile stare seduti, le gambe si addormentavano. Non capivo cosa stava succedendo. Guardavo sempre le finestre e pensavo: «Cosa succede là fuori?», «Qualcuno sa che siamo qui?». Di notte ci siamo sdraiati sulle gambe di mamma e abbiamo dormito un po'. Era il primo giorno. Eravamo tutti insieme!
La storia, Irina G. allora bambina ostaggio nella Scuola n. 1 di Beslan
La storia, Irina G. allora bambina ostaggio nella Scuola n. 1 di Beslan
🙏18❤6
IL PALLONCINO COLORATO DI ALJA
Un giornalista, un clown e un mago nell’ospedale di Mosca
MOSCA. 15 settembre 2004, mercoledì. Soffia uno strano vento su Mosca, niente affatto freddo. Da tre giorni – si entra alle 10 del mattino, si esce alle sei della sera: quello che si timbra è un cartellino ben strano, fatto di dolore ma anche di speranza – casa nostra è la Clinica Pediatrica di Mosca. Un edificio enorme, quasi alla periferia della metropoli. È più grande ospedale pediatrico della Russia, ospita oltre mille bambini, dall’infanzia fino ai 16 anni. Qui opera dal 1989 il Gruppo di volontariato Padre A. Men.
La loro sede è nel retro della chiesa dell’ospedale: qualche computer appena nascosto dagli armadi: di qua l’altare, di là i telefoni, di qua le candele accese, di là le richieste di chi chiede un aiuto per far fronte alle spese sanitarie. La presidente del Gruppo è Lina Saltykova, ex chimica e ricercatrice. Tra chi dà una mano ai volontari moscoviti c’è, da molti anni, la Provincia autonoma di Trento (che ha avviato anche il progetto Bambini nel mondo”), Provincia che sostiene anche l’associazione di Rovereto “Aiutateci a salvare i bambini” che da tempo opera in terra moscovita.
Ed è proprio per seguire il progetto “Bambini nel mondo” – che l’assessorato ha lanciato anche per far conoscere ai bambini trentini le storie e i drammi di tanti altri bambini nel mondo – che il 15 settembre arriviamo a Mosca. Un giornalista ed un operatore chiamati a realizzare un documentario che faccia conoscere un po’ di più quello che riesce a fare – con il sostegno della Provincia autonoma di Trento – l’associazione roveretana.
Ma nel pomeriggio di quel terzo giorno, dentro la Clinica Pediatrica succede qualcosa. Stiamo passando le nostre giornate tra bambini sottoposti a trapianti di midollo osseo; genitori che hanno lasciato casa e lavoro – mille chilometri lontano – per stare vicino ai loro piccoli che combattono tumori e leucemie; volontari che suonano, cantano e disegnano dentro le corsie, per alleviare solitudini e tristezze, per regalare un poco di gioia.
E c’è Beslan. Già. Il primo settembre, nell’Ossezia, succede quel che si sa. L’assalto alla scuola, gli ostaggi, il feroce e terribile epilogo. Centinaia di bambini massacrati senza pietà. Il confine ultimo – o così pare – dell’orrore e della sopraffazione. Ci sono molti feriti: li ricoverano in diversi ospedali. Un folto gruppo finisce alla Clinica Pediatrica di Mosca. Quel mercoledì pomeriggio stiamo intervistando il signor Aliek, un omone che tiene in braccio la sua piccola Nastia, 5 anni, alla quale da poco hanno trapiantato il midollo della mamma nella speranza di fermare la malattia. Arrivano alcuni volontari dell’Associazione ci dicono: «Stanno per portare ai bambini di Beslan ricoverati in questo ospedale dei regali portati dai cittadini di Mosca. Ci sarà anche un clown famoso, un personaggio della tivù russa e un mago, un prestigiatore. Faranno divertire i bambini, cercheranno di portare loro un po’ di serenità. Ieri è passato di qui anche un famoso calciatore, Dmitrij Alenichev. Se volete fare delle riprese e se volete parlare con i ragazzi, basta che ci seguiate».
Andiamo. Con il cronista c’è l’operatore, Alessio Osele e il nostro interprete, Juri Mininberg. Si passa da un reparto all’altro, da un ferito all’altro. Bambini, bambine. Quando Carlsson, il clown, irrompe nelle loro stanze, spuntano i primi, timidi sorrisi. Quando il prestigiatore fa spuntare i fazzoletti annodati da sotto il cuscino, rispuntano altri sorrisi, meno timidi. Hanno voglia di normalità questi ragazzi. Guardano stupiti i regali che portano loro. Computer, biciclette, scarpe, pupazzi, peluche, libri, videogiochi. Se li stringono, se li guardano, è come dicessero: «Se sono per me, allora sono vivo, sono vivo».
Un giornalista, un clown e un mago nell’ospedale di Mosca
MOSCA. 15 settembre 2004, mercoledì. Soffia uno strano vento su Mosca, niente affatto freddo. Da tre giorni – si entra alle 10 del mattino, si esce alle sei della sera: quello che si timbra è un cartellino ben strano, fatto di dolore ma anche di speranza – casa nostra è la Clinica Pediatrica di Mosca. Un edificio enorme, quasi alla periferia della metropoli. È più grande ospedale pediatrico della Russia, ospita oltre mille bambini, dall’infanzia fino ai 16 anni. Qui opera dal 1989 il Gruppo di volontariato Padre A. Men.
La loro sede è nel retro della chiesa dell’ospedale: qualche computer appena nascosto dagli armadi: di qua l’altare, di là i telefoni, di qua le candele accese, di là le richieste di chi chiede un aiuto per far fronte alle spese sanitarie. La presidente del Gruppo è Lina Saltykova, ex chimica e ricercatrice. Tra chi dà una mano ai volontari moscoviti c’è, da molti anni, la Provincia autonoma di Trento (che ha avviato anche il progetto Bambini nel mondo”), Provincia che sostiene anche l’associazione di Rovereto “Aiutateci a salvare i bambini” che da tempo opera in terra moscovita.
Ed è proprio per seguire il progetto “Bambini nel mondo” – che l’assessorato ha lanciato anche per far conoscere ai bambini trentini le storie e i drammi di tanti altri bambini nel mondo – che il 15 settembre arriviamo a Mosca. Un giornalista ed un operatore chiamati a realizzare un documentario che faccia conoscere un po’ di più quello che riesce a fare – con il sostegno della Provincia autonoma di Trento – l’associazione roveretana.
Ma nel pomeriggio di quel terzo giorno, dentro la Clinica Pediatrica succede qualcosa. Stiamo passando le nostre giornate tra bambini sottoposti a trapianti di midollo osseo; genitori che hanno lasciato casa e lavoro – mille chilometri lontano – per stare vicino ai loro piccoli che combattono tumori e leucemie; volontari che suonano, cantano e disegnano dentro le corsie, per alleviare solitudini e tristezze, per regalare un poco di gioia.
E c’è Beslan. Già. Il primo settembre, nell’Ossezia, succede quel che si sa. L’assalto alla scuola, gli ostaggi, il feroce e terribile epilogo. Centinaia di bambini massacrati senza pietà. Il confine ultimo – o così pare – dell’orrore e della sopraffazione. Ci sono molti feriti: li ricoverano in diversi ospedali. Un folto gruppo finisce alla Clinica Pediatrica di Mosca. Quel mercoledì pomeriggio stiamo intervistando il signor Aliek, un omone che tiene in braccio la sua piccola Nastia, 5 anni, alla quale da poco hanno trapiantato il midollo della mamma nella speranza di fermare la malattia. Arrivano alcuni volontari dell’Associazione ci dicono: «Stanno per portare ai bambini di Beslan ricoverati in questo ospedale dei regali portati dai cittadini di Mosca. Ci sarà anche un clown famoso, un personaggio della tivù russa e un mago, un prestigiatore. Faranno divertire i bambini, cercheranno di portare loro un po’ di serenità. Ieri è passato di qui anche un famoso calciatore, Dmitrij Alenichev. Se volete fare delle riprese e se volete parlare con i ragazzi, basta che ci seguiate».
Andiamo. Con il cronista c’è l’operatore, Alessio Osele e il nostro interprete, Juri Mininberg. Si passa da un reparto all’altro, da un ferito all’altro. Bambini, bambine. Quando Carlsson, il clown, irrompe nelle loro stanze, spuntano i primi, timidi sorrisi. Quando il prestigiatore fa spuntare i fazzoletti annodati da sotto il cuscino, rispuntano altri sorrisi, meno timidi. Hanno voglia di normalità questi ragazzi. Guardano stupiti i regali che portano loro. Computer, biciclette, scarpe, pupazzi, peluche, libri, videogiochi. Se li stringono, se li guardano, è come dicessero: «Se sono per me, allora sono vivo, sono vivo».
🙏12❤1
Non è nemmeno facile riprendere la scena. Le stanzette – bianche, pulite – sono piccole. C’è grande silenzio: ci sono genitori fuori dalla porta. In altri casi – ci dicono – non sono mamma e papà quelli che vegliano i piccoli feriti. Sono parenti o persino volontari: perché i genitori sono rimasti in quella scuola di Beslan, in quella palestra maledetta diventata Olocausto. Sono morti. E qualche bambino ancora non lo sa.
“Non volete fare delle interviste?” chiede qualcuno. Non c’è il tempo di rispondere. Questo strano corteo che percorre le corsie della Clinica pediatrica di Mosca – un clown, un prestigiatore, una signora che da anni raccoglie soldi in tutto il mondo per dare speranza a piccoli malati, per aiutare famiglie strangolate dalle spese – si porta appresso anche un bel po’ di palloncini colorati. Li hanno gonfiati in un angolo della chiesa. Formano un grappolo che, stanza dopo stanza, diminuisce. Ad ogni bambino sopravvissuto all’inferno di Beslan ne regalano due. Sono 27 i bambini che dobbiamo incontrare. “Qualcuno ci dia una mano”, dice la signora Lina. Non è una richiesta, è un ordine. I palloncini finiscono in mano al cronista. Che da quel momento si sentirà più leggero. Diligentemente stacca due palloni ad ogni bambino, ad ogni bambina che si va ad incontrare. I palloncini precedono il clown, il mago ed i regali. Anticipano un po’ di sorrisi. Dove le ferite sono ancora gravi, dove le bende coprono occhi, mani e braccia, dove le flebo scandiscono le speranza di salvarsi, di guarire, lì i palloncini vengono appesi ad un letto, ad una maniglia della finestra.
In quelle condizioni non è possibile raccogliere interviste. Ma ci sarebbe stato qualcosa da chiedere? C’erano occhi spalancati, c’erano testoline ancora piene – è tristemente certo – di immagini orribili, di ferite, di squarci, di uomini e donne che davano la morte. C’erano mani che prendevano i regali, i giochi, le carezze, gli sguardi di adulti questa volta non cattivi, non ostili. Il cronista ha incrociato quegli sguardi, ha registrato queste speranze, per 27 volte ha lasciato i palloncini nelle stanze.
Adesso sa che lunedì prossimo molti di quei bambini li rivedrà. Arrivano a Trento. Dove li si aiuterà non tanto a dimenticare – chi può dimenticare? Ed è giusto dimenticare? Quanto, forse, a capire che il mondo può essere diverso da quello che loro hanno incontrato il primo di settembre. Non chiederà loro alcunché. Spera che a nessuno passi lontanamente per la testa di chiedere loro qualcosa di quel giorno. E tornerà al progetto iniziale. Raccontare come una associazione di Rovereto aiuta (eccome se l’aiuta) una associazione di russi che aiuta (eccome se li aiuta) i piccoli di un grande ospedale alla periferia di Mosca a combattere la dura battaglia della vita. E terrà per sé la fastidiosa sensazione provata quando uno di quei palloncini allegri è scoppiato, dentro la camera d’ospedale di una bambina di Beslan. Era solo un palloncino che scoppiava, ma il trasalimento improvviso di Alja, dodici anni, ci raccontava d’altro. Ecco, sarebbe bello se i giorni e le settimane che passeranno in Trentino servissero, anche, a confermare questi ragazzi in una banale verità, oggi per loro tragicamente persa: un palloncino che scoppia è solo un palloncino che scoppia. Non è “come” una bomba, una granata, un proiettile.
Bene arrivati, ragazzi di Beslan che abbiamo avuto la fortuna di non intervistare.
Carlo Martinelli da “Il Trentino” 20 novembre 2004
Cronaca di un pomeriggio con i bimbi russi che stanno per giungere a Trento
“Non volete fare delle interviste?” chiede qualcuno. Non c’è il tempo di rispondere. Questo strano corteo che percorre le corsie della Clinica pediatrica di Mosca – un clown, un prestigiatore, una signora che da anni raccoglie soldi in tutto il mondo per dare speranza a piccoli malati, per aiutare famiglie strangolate dalle spese – si porta appresso anche un bel po’ di palloncini colorati. Li hanno gonfiati in un angolo della chiesa. Formano un grappolo che, stanza dopo stanza, diminuisce. Ad ogni bambino sopravvissuto all’inferno di Beslan ne regalano due. Sono 27 i bambini che dobbiamo incontrare. “Qualcuno ci dia una mano”, dice la signora Lina. Non è una richiesta, è un ordine. I palloncini finiscono in mano al cronista. Che da quel momento si sentirà più leggero. Diligentemente stacca due palloni ad ogni bambino, ad ogni bambina che si va ad incontrare. I palloncini precedono il clown, il mago ed i regali. Anticipano un po’ di sorrisi. Dove le ferite sono ancora gravi, dove le bende coprono occhi, mani e braccia, dove le flebo scandiscono le speranza di salvarsi, di guarire, lì i palloncini vengono appesi ad un letto, ad una maniglia della finestra.
In quelle condizioni non è possibile raccogliere interviste. Ma ci sarebbe stato qualcosa da chiedere? C’erano occhi spalancati, c’erano testoline ancora piene – è tristemente certo – di immagini orribili, di ferite, di squarci, di uomini e donne che davano la morte. C’erano mani che prendevano i regali, i giochi, le carezze, gli sguardi di adulti questa volta non cattivi, non ostili. Il cronista ha incrociato quegli sguardi, ha registrato queste speranze, per 27 volte ha lasciato i palloncini nelle stanze.
Adesso sa che lunedì prossimo molti di quei bambini li rivedrà. Arrivano a Trento. Dove li si aiuterà non tanto a dimenticare – chi può dimenticare? Ed è giusto dimenticare? Quanto, forse, a capire che il mondo può essere diverso da quello che loro hanno incontrato il primo di settembre. Non chiederà loro alcunché. Spera che a nessuno passi lontanamente per la testa di chiedere loro qualcosa di quel giorno. E tornerà al progetto iniziale. Raccontare come una associazione di Rovereto aiuta (eccome se l’aiuta) una associazione di russi che aiuta (eccome se li aiuta) i piccoli di un grande ospedale alla periferia di Mosca a combattere la dura battaglia della vita. E terrà per sé la fastidiosa sensazione provata quando uno di quei palloncini allegri è scoppiato, dentro la camera d’ospedale di una bambina di Beslan. Era solo un palloncino che scoppiava, ma il trasalimento improvviso di Alja, dodici anni, ci raccontava d’altro. Ecco, sarebbe bello se i giorni e le settimane che passeranno in Trentino servissero, anche, a confermare questi ragazzi in una banale verità, oggi per loro tragicamente persa: un palloncino che scoppia è solo un palloncino che scoppia. Non è “come” una bomba, una granata, un proiettile.
Bene arrivati, ragazzi di Beslan che abbiamo avuto la fortuna di non intervistare.
Carlo Martinelli da “Il Trentino” 20 novembre 2004
Cronaca di un pomeriggio con i bimbi russi che stanno per giungere a Trento
❤15🙏5
«Mi è sembrato di sentire mamma», pensa l'ostaggio Aleta Khasieva. Ma dopo un po' il bambino la chiama di nuovo mamma.
— Chi sei? — si sorprende lei.
— Khetag Khutiev. Sono passato in seconda elementare.
— E dov'è tua madre?
— Non è qui. Posso, finché non la trovo, chiamarti mamma?
— Chi sei? — si sorprende lei.
— Khetag Khutiev. Sono passato in seconda elementare.
— E dov'è tua madre?
— Non è qui. Posso, finché non la trovo, chiamarti mamma?
💔12
2 settembre. La notte è stata terribile. Avevo fame, sete, rumore. La luce era accesa. Il caldo era insopportabile, mi sono tolta il vestito. Si è diffusa la voce nella sala che avrebbero lasciato andare i bambini fino a 6 anni. Una delle insegnanti girava per la sala e annotava i nomi dei bambini su un foglio. Mia madre mi ha detto che, se fosse successo qualcosa, io avrei avuto 6 anni. E io le dicevo che non sarei andata da nessuna parte senza di loro! Ma nessuno è stato rilasciato. Non ci facevano andare in bagno, non ci davano da bere. Ricordo un bambino piccolo che urinava in una bottiglia e poi beveva la sua urina. Avevo una gran voglia di andare in bagno, ma resistevo. Il cadavere di quell'uomo che giaceva al centro della sala, sanguinante, è stato portato via, le pozze di sangue rimaste sono state pulite dagli studenti più grandi con grembiuli bianchi. Vera ha trovato una croce, l'ha presa in mano e ha cominciato a pregare. Speravamo che ci avrebbero salvato. Mia madre diceva che sarebbero arrivati i corpi speciali e ci avrebbero salvati. È arrivato Ruslan Aushev e lui è riuscito a salvare alcune madri ed i loro piccoli bambini. I terroristi continuavano a sparare in aria e a colpire il pavimento con i calci dei fucili per farci calmare. Ma la gente ormai non reagiva più. Dicevano che non servivamo a nessuno. Uno dei terroristi, seduto vicino a noi, ha tirato fuori una bottiglia d'acqua, si è lavato mani, piedi e viso e ha cominciato a pregare. Quando ha finito, si è seduto sul Corano. Erano lì vicino, avevano Snickers e frutta secca. Quanto avevo sete e fame. Mi sono ricordata che avevo una caramella gommosa. Prima dell'inizio dell'appello, il mio compagno di classe Georgij mi aveva comprato una caramella al gusto di fragola. L'ho tirata fuori e l'ho divisa tra tutti noi. Ma poi ci siamo pentiti di averla mangiata, era così dolce che ci ha fatto venire ancora più sete. Ma era molto buona! Bora stava molto male. La febbre saliva sempre di più. Io, Vera e Anja ventilavamo Bora, la mamma e noi stesse. La mamma ci raccontava qualcosa. Avevo sempre più sete. A chi riusciva ad andare in bagno, davano dei vestiti da bagnare e poi succhiavano l'acqua da quei vestiti. Ero seduta a guardarmi intorno, contavo le bombe, le osservavo. Erano fatte in casa, avvolte con nastro marrone, e dentro si vedevano viti, aghi e chiodi diversi. La bomba vicino ai piedi di Bora era molto grande, di colore grigio-marrone e sulla sua superficie c'era come un tovagliolo. Accanto a noi sedeva una mamma con un bambino piccolo - era morto. Poco lontano, un'altra bambina morta. La gente piangeva, e i corpi restavano accanto ai vivi. Tutti gli uomini sono stati portati fuori dalla sala, già il primo giorno, quando siamo riusciti ad andare in bagno, ho visto che erano seduti per terra con le mani alzate. La sera, i terroristi ci hanno alzati insieme ad altre 15 persone e ci hanno portati nella palestra.
Lì siamo riusciti ad andare in bagno, il terrorista ci guardava per non farci bere acqua. In quella sala faceva fresco e ci siamo sentiti bene, anzi faceva anche freddo. Ci siamo seduti per terra, siamo riusciti anche a sdraiarci. Ci siamo tutti stretti intorno alla mamma e ci siamo addormentati. Era il secondo giorno. Eravamo insieme.
Nella foto il momento della liberazione dei neonati grazie alla mediazione del presidente dell' Ingushezia Aushev
La storia, Irina G. allora bambina ostaggio nella Scuola n. 1 di Beslan
Lì siamo riusciti ad andare in bagno, il terrorista ci guardava per non farci bere acqua. In quella sala faceva fresco e ci siamo sentiti bene, anzi faceva anche freddo. Ci siamo seduti per terra, siamo riusciti anche a sdraiarci. Ci siamo tutti stretti intorno alla mamma e ci siamo addormentati. Era il secondo giorno. Eravamo insieme.
Nella foto il momento della liberazione dei neonati grazie alla mediazione del presidente dell' Ingushezia Aushev
La storia, Irina G. allora bambina ostaggio nella Scuola n. 1 di Beslan
🙏11💔6
Teimuraz Mamsurov, al momento della tragedia Presidente del Parlamento della Repubblica, residente a Beslan aveva nella scuola tra gli ostaggi i propri figli.
Il Presidente Aushev prima di entrare nella scuola per tentare una mediazione con i terroristi parlò con Mamsurov:
"Mi disse così: se restituiranno i miei figli, non accetteremo solo loro. Rimarranno insieme agli altri. Ma se li libereranno insieme a molte altre persone, con i bambini, allora potremo portarli fuori".
Il Presidente Aushev prima di entrare nella scuola per tentare una mediazione con i terroristi parlò con Mamsurov:
"Mi disse così: se restituiranno i miei figli, non accetteremo solo loro. Rimarranno insieme agli altri. Ma se li libereranno insieme a molte altre persone, con i bambini, allora potremo portarli fuori".
❤14🙏3
Auschev riuscì a far liberare 13 neonati con le madri o nonne. La madre di Alain Tskaev, 6 mesi, non uscì per lasciare sole altre due figlie e consegnò il bambino ad Aushev
Questi, uscito dalla scuola, lo diede a Elbrus Gogichaev, un militare delle forze speciali.
Sorprendentemente il bambino non piange, ma al contrario, si aggrappò immediatamente all'adulto sconosciuto.
In quel preciso momento vengono fotografati dal fotografo della Reuters Viktor Korotaev.
Questa fotografia sarà uno dei simboli della tragedia di Beslan.
Questi, uscito dalla scuola, lo diede a Elbrus Gogichaev, un militare delle forze speciali.
Sorprendentemente il bambino non piange, ma al contrario, si aggrappò immediatamente all'adulto sconosciuto.
In quel preciso momento vengono fotografati dal fotografo della Reuters Viktor Korotaev.
Questa fotografia sarà uno dei simboli della tragedia di Beslan.
❤22🙏4🕊1
Asja Gumezova aveva 11 anni.
Aveva, perché la sua vita si è fermata al 3 settembre 3004. Molti mesi dopo l'attacco terroristico i suoi genitori hanno trovato un disegno e una poesia fra le sue cose. La poesia - profetica ed il disegno era un angelo.
Oggi è diventato il simbolo della sofferenza infantile in tutto il mondo e prima di tutto il simbolo della tragedia di Beslan.
La poesia di Asja scritta poco tempo prima del settembre 2004 ...
"È successo tutto
non troppo presto e non troppo tardi,
Perché per sempre,
Perché tutto è così complicato.
Mi è stato prenotato un biglietto per il paradiso,
E ci arriverò presto,
Con il primo volo che posso"
Aveva, perché la sua vita si è fermata al 3 settembre 3004. Molti mesi dopo l'attacco terroristico i suoi genitori hanno trovato un disegno e una poesia fra le sue cose. La poesia - profetica ed il disegno era un angelo.
Oggi è diventato il simbolo della sofferenza infantile in tutto il mondo e prima di tutto il simbolo della tragedia di Beslan.
La poesia di Asja scritta poco tempo prima del settembre 2004 ...
"È successo tutto
non troppo presto e non troppo tardi,
Perché per sempre,
Perché tutto è così complicato.
Mi è stato prenotato un biglietto per il paradiso,
E ci arriverò presto,
Con il primo volo che posso"
🙏13💔2
3 settembre. La mattina presto ci hanno svegliato e ci hanno portato di nuovo in palestra. I nostri posti erano occupati, camminavamo cercando un posto per noi. Ne abbiamo trovato uno al centro della sala. Ci siamo seduti. Sopra di noi pendeva una bomba, che penzolava. C'era pochissimo spazio. Mi sono addormentata. Mi sono svegliata a causa di un terribile boato. Mi sono alzata, ho visto che tutti erano sdraiati, c'era un po' di fumo e un ragazzo stava cercando di uscire dalla porta. Non capivo cosa fosse successo. È iniziato uno sparo, io ero seduta con le dita nelle orecchie perché era molto forte. Sono rimasta così, tutti erano sdraiati, poi si è alzata mia madre e le ho detto: «Mamma, tutti sono scappati, anch'io scapperò.» Sono corsa, o almeno così mi sembrava, poi mia madre ha detto che camminavo a fatica barcollando. Mi sono avvicinata alla porta, e lì c'era un terrorista, una donna mi ha tirato per mano e mi ha stretta a sé, così sono rimasta sdraiata sotto di lei. Sdraiata. All'improvviso ho visto mia madre che mi faceva cenno di avvicinarmi a lei. Ho cercato di uscire da sotto la donna, ma non ci riuscivo. Mia madre è venuta da me e mi ha tirata fuori. I terroristi hanno fatto alzare tutti i vivi e chi poteva camminare e hanno portato tutti in mensa. Stavamo andando (mia madre, Anja ed io), sotto i piedi era morbido, una sensazione strana. Per errore siamo entrate dalla porta sbagliata e mi sono ritrovata nella stanza degli allenatori. Lì per la prima volta ho avuto paura, perché c'erano persone morte, tutte insanguinate, parti di corpi ... E in quel momento un terrorista uccide Ivan Konstantinovich Kanidi (amato professore di ginnastica, di origine greca nota). Siamo uscite dalla stanza degli allenatori e siamo andate in mensa. Tutti i vetri erano rotti, mia madre camminava scalza e quei cocci le si conficcavano nei piedi. Siamo arrivate in mensa, tutto era coperto di schegge, rumore. Siamo entrate fino in fondo e mia madre ci ha fatte sedere, Anja ed io, su una grande teglia e ci ha detto di stare sedute e aspettarla, lei sarebbe andata da Borja. Stavamo sedute e ci guardavamo, vedevamo da dove veniva il sangue, dove faceva male. A un certo punto abbiamo trovato dei biscotti! Erano così buoni! Poi ci siamo ricordate dell'acqua. Sono andata in cucina con un ragazzo, e lì c'era un combattente. Avevamo paura di prendere l'acqua. Allora il combattente ha detto di prendere i bicchieri, indicando dei bicchieri di panna acida e di prendere l'acqua. Abbiamo preso quei bicchieri e abbiamo raccolto acqua sporca dal lavandino. Abbiamo bevuto senza fermarci! È tornata mia madre, da sola. Stavamo sedute. I terroristi hanno detto ai bambini di mettersi sui davanzali e di gridare: «Non sparate, qui ci sono bambini!» Qualcuno si è alzato e ha gridato. Dopo un po' la grata che era alle finestre si è staccata. Allora il nostro insegnante di educazione fisica l'ha presa e l'ha tolta.
La lavoratrice della cucina, Sima, ha detto: «Salterò per prima, se mi uccidono, restate seduti.» È salita sul davanzale e ha saltato, e lì abbiamo visto un casco verde alla finestra, abbiamo capito che erano i nostri e abbiamo iniziato a uscire, mia madre mi ha messa sul forno e io sono andata alla finestra, mi sono avvicinata, ma era molto alta. C'era un membro delle forze speciali, con occhi azzurri, barba corta, le maniche rimboccate, e ha detto: «Salta, ti prenderò!» Mia madre gridava: «Salta! Più veloce!» Sono saltata tra le sue braccia, mi ha portata a casa. Quando mia madre stava alla finestra, in quel momento un terrorista è entrato di corsa in mensa e ha urlato: «Non lasciate uscire gli ostaggi!» e ha iniziato a sparare.
Mia madre è caduta dalla finestra, l'hanno raccolta e portata anche lei in casa. In casa c'erano già altri ostaggi e le forze speciali. Ricordo un bambino completamente fasciato con bende, si vedevano solo i suoi occhi.
La lavoratrice della cucina, Sima, ha detto: «Salterò per prima, se mi uccidono, restate seduti.» È salita sul davanzale e ha saltato, e lì abbiamo visto un casco verde alla finestra, abbiamo capito che erano i nostri e abbiamo iniziato a uscire, mia madre mi ha messa sul forno e io sono andata alla finestra, mi sono avvicinata, ma era molto alta. C'era un membro delle forze speciali, con occhi azzurri, barba corta, le maniche rimboccate, e ha detto: «Salta, ti prenderò!» Mia madre gridava: «Salta! Più veloce!» Sono saltata tra le sue braccia, mi ha portata a casa. Quando mia madre stava alla finestra, in quel momento un terrorista è entrato di corsa in mensa e ha urlato: «Non lasciate uscire gli ostaggi!» e ha iniziato a sparare.
Mia madre è caduta dalla finestra, l'hanno raccolta e portata anche lei in casa. In casa c'erano già altri ostaggi e le forze speciali. Ricordo un bambino completamente fasciato con bende, si vedevano solo i suoi occhi.
💔7🙏1
Ho iniziato a cercare qualcosa nella stanza, aprendo armadi e cassetti, e in uno degli armadietti in basso ho trovato la nostra composta! La mia composta di ciliegie preferita! Non avevamo niente per aprirla, allora un membro delle forze speciali ha fatto dei buchi nel coperchio e sono riuscita a versare la composta nei bicchieri e a distribuirla a chi voleva. Il membro delle forze speciali ha chiesto via radio un'ambulanza per noi. Dietro di loro è arrivata una camionetta dei pompieri. Siamo arrivati all'incrocio in via Oktjabrskaja e lì hanno iniziato a farci scendere dal veicolo e a separarci. (Continua)
La storia, Irina G. allora bambina ostaggio nella Scuola n. 1 di Beslan
La storia, Irina G. allora bambina ostaggio nella Scuola n. 1 di Beslan
💔8🙏1