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Germania mette il guinzaglio ai giovani arruolabili
di Ivan Bodyan
Lo scandalo relativo all'obbligo per gli uomini tedeschi di ottenere un'autorizzazione per assentarsi per un periodo prolungato dalla Germania continua a prendere piede. I partiti dell'opposizione hanno già invitato il governo a fornire chiarimenti o addirittura ad abrogare le modifiche. Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius è stato invitato a dimettersi.
Gli emendamenti controversi alla legge sulla «modernizzazione del servizio militare», approvata alla fine del 2025, sono passati inosservati per diversi mesi, finché il 3 aprile i media tedeschi non vi hanno prestato attenzione...
di Ivan Bodyan
Lo scandalo relativo all'obbligo per gli uomini tedeschi di ottenere un'autorizzazione per assentarsi per un periodo prolungato dalla Germania continua a prendere piede. I partiti dell'opposizione hanno già invitato il governo a fornire chiarimenti o addirittura ad abrogare le modifiche. Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius è stato invitato a dimettersi.
Gli emendamenti controversi alla legge sulla «modernizzazione del servizio militare», approvata alla fine del 2025, sono passati inosservati per diversi mesi, finché il 3 aprile i media tedeschi non vi hanno prestato attenzione...
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Libano, circa 20% sfollati
di Ivan Bodyan
Gli attacchi dell'aviazione militare israeliana sulla periferia di Beirut e sulle zone meridionali del Libano hanno causato, nell'arco delle ultime ore, la morte di 36 civili e 209 feriti, secondo quanto riferito dal Ministero della Salute della Repubblica.
“Il numero totale dei civili uccisi dall'inizio dell'escalation militare del 2 marzo ha superato i 1.497, mentre i feriti sono 4.639”, si legge nel bollettino del ministero pubblicato su X...
di Ivan Bodyan
Gli attacchi dell'aviazione militare israeliana sulla periferia di Beirut e sulle zone meridionali del Libano hanno causato, nell'arco delle ultime ore, la morte di 36 civili e 209 feriti, secondo quanto riferito dal Ministero della Salute della Repubblica.
“Il numero totale dei civili uccisi dall'inizio dell'escalation militare del 2 marzo ha superato i 1.497, mentre i feriti sono 4.639”, si legge nel bollettino del ministero pubblicato su X...
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La posta in gioco si fa più alta?
di Ivan Bodyan
L'esercito americano si starebbe preparando attivamente al passaggio a una nuova fase dell'operazione contro l'Iran. Lo ha riferito The Wall Street Journal citando fonti.
I vertici militari statunitensi avrebbero presentato a Donald Trump alcuni elenchi di obiettivi relativi alle infrastrutture energetiche e di trasporto sul territorio iraniano da colpire nei prossimi giorni. La scelta definitiva di uno degli elenchi spetterebbe al presidente americano...
di Ivan Bodyan
L'esercito americano si starebbe preparando attivamente al passaggio a una nuova fase dell'operazione contro l'Iran. Lo ha riferito The Wall Street Journal citando fonti.
I vertici militari statunitensi avrebbero presentato a Donald Trump alcuni elenchi di obiettivi relativi alle infrastrutture energetiche e di trasporto sul territorio iraniano da colpire nei prossimi giorni. La scelta definitiva di uno degli elenchi spetterebbe al presidente americano...
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⚡️Trump: «Un’intera civiltà morirà stanotte.» Crosetto: «Hiroshima non ci ha insegnato nulla.» 💣Da Sigonella decolla un drone. Chi ci guadagna da questa guerra? 💸Chi vende le armi? Chi gestisce i capitali? Chi compra i pezzi di Italia che il governo sarà costretto a svendere? La guerra è il prodotto. Il caos è la materia prima. E l’interruttore è il vero potere. 🔴Segui @margheritafurlangiornalista per sapere quello che gli altri non raccontano. #Iran #Trump #Guerra #Italia #BlackRock #Palantir #Starlink #Sigonella #Geopolitica #ScaccoMatto
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LEVANTE 07.04.2026 🔴 STANOTTE PUÒ MORIRE UN’INTERA CIVILTÀ
Chi ci guadagna dalla guerra? ⚡ Trump: «Un’intera civiltà morirà stanotte». Crosetto: «Hiroshima non ci ha insegnato nulla». Da Sigonella decolla un drone. L’Iran chiude tutti i canali diplomatici. Alle 2 di notte scade l’ultimatum. E noi siamo qui. A collegare i fatti che nessuno collega. 🔴 Seconda parte della puntata speciale sull’inchiesta «Chi…
https://casadelsole.tv/levante-07-04-2026-🔴-stanotte-puo-morire-unintera-civilta/
Chi ci guadagna dalla guerra? ⚡ Trump: «Un’intera civiltà morirà stanotte». Crosetto: «Hiroshima non ci ha insegnato nulla». Da Sigonella decolla un drone. L’Iran chiude tutti i canali diplomatici. Alle 2 di notte scade l’ultimatum. E noi siamo qui. A collegare i fatti che nessuno collega. 🔴 Seconda parte della puntata speciale sull’inchiesta «Chi…
https://casadelsole.tv/levante-07-04-2026-🔴-stanotte-puo-morire-unintera-civilta/
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La “fine della civiltà iraniana”: analisi di una dichiarazione e di ciò che nasconde
di Margherita Furlan
Ieri sera, ore 20:00 ora di Washington (le 2:00 di notte in Italia) scadeva l’ultimatum che Donald Trump aveva fissato all’Iran su Truth Social, accompagnandolo con una frase senza precedenti nella storia della diplomazia occidentale: “Un’intera civiltà morirà stanotte”. Una dichiarazione che, al di là della retorica muscolare, segna un punto di rottura nel linguaggio delle relazioni internazionali. Mai un presidente degli Stati Uniti aveva evocato pubblicamente la cancellazione di una civiltà come strumento di pressione negoziale.
Qualcuno ha interpretato il mio reel precedente su questa dichiarazione come una previsione. Chiarisco: non lo era. Non posseggo sfere di cristallo e non faccio profezie. Faccio giornalismo. E il giornalismo geopolitico ha un compito preciso: analizzare le dinamiche di potere, leggere i segnali, mettere in guardia l’opinione pubblica su ciò che accade dietro le quinte dei negoziati, soprattutto quando quei negoziati vengono condotti senza alcuna serietà diplomatica e con un unico parametro di riferimento: il ritorno finanziario.
La guerra come prodotto, il negoziato come vetrina
Quello a cui stiamo assistendo non è un processo di pace. È una rinegoziazione degli assetti di mercato condotta con il linguaggio della distruzione. Trump non sta cercando un cessate il fuoco: sta ridisegnando le catene di approvvigionamento globali, e lo fa con le bombe. Lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale, non è soltanto un collo di bottiglia energetico: è il punto in cui si decide chi controlla i flussi, chi fissa i prezzi e chi incassa le rendite di posizione.
Vedremo nei prossimi giorni, con estrema attenzione, chi guadagnerà in Borsa e nella ridefinizione del regime di transito dello Stretto. Quali fondi d’investimento avranno scommesso al ribasso prima dell’escalation e al rialzo dopo l’eventuale accordo. Quali operatori del settore armatoriale e delle materie prime energetiche risulteranno posizionati con sospetta precisione. La guerra è il prodotto. Il caos è la materia prima. E i mercati finanziari sono il vero teatro delle operazioni.
Chi ha lanciato questa guerra, e verso dove conduce
I fatti sono chiari: questo conflitto è stato innescato il 28 febbraio dall’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran. La responsabilità dell’escalation è di Trump e di Netanyahu. Ogni tentativo di riscrittura narrativa che presenti Washington come mediatore neutrale si scontra con la cronologia degli eventi e con la logica delle azioni militari, che non si sono mai interrotte nemmeno durante i cosiddetti “negoziati”.
Ma dove porta tutto questo? La traiettoria è più chiara di quanto sembri: Iran e Russia vengono reintegrati nel mercato internazionale, non per concessione, ma per necessità strutturale del sistema. L’architettura sanzionatoria costruita dall’Occidente negli ultimi anni si sta rivelando insostenibile: ha frammentato le catene globali del valore, ha accelerato la de-dollarizzazione, ha spinto decine di Paesi verso circuiti alternativi (BRICS, Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, accordi bilaterali in valute locali).
Il paradosso strategico è questo: la guerra doveva isolare l’Iran e indebolire la Russia. Sta invece riportando entrambi al centro del gioco, con nuove alleanze e innovative leve negoziali.
I vincitori si vedono già: Mosca e Teheran
Mentre l’Occidente si affanna a gestire un conflitto che ha esso stesso provocato, i trionfatori di questa fase si stanno già delineando. E non siedono né a Washington né a Bruxelles.
Mosca esce rafforzata da ogni scenario. Se l’Iran viene reintegrato nel mercato internazionale, il precedente diventa irreversibile: non sarà più possibile sostenere l’isolamento della Russia senza esporre la contraddizione. Se il conflitto si prolunga, la Russia consolida il proprio ruolo di fornitore energetico alternativo per l’Asia, rafforza l’asse con Pechino e beneficia dell’aumento dei prezzi delle materie prime.
di Margherita Furlan
Ieri sera, ore 20:00 ora di Washington (le 2:00 di notte in Italia) scadeva l’ultimatum che Donald Trump aveva fissato all’Iran su Truth Social, accompagnandolo con una frase senza precedenti nella storia della diplomazia occidentale: “Un’intera civiltà morirà stanotte”. Una dichiarazione che, al di là della retorica muscolare, segna un punto di rottura nel linguaggio delle relazioni internazionali. Mai un presidente degli Stati Uniti aveva evocato pubblicamente la cancellazione di una civiltà come strumento di pressione negoziale.
Qualcuno ha interpretato il mio reel precedente su questa dichiarazione come una previsione. Chiarisco: non lo era. Non posseggo sfere di cristallo e non faccio profezie. Faccio giornalismo. E il giornalismo geopolitico ha un compito preciso: analizzare le dinamiche di potere, leggere i segnali, mettere in guardia l’opinione pubblica su ciò che accade dietro le quinte dei negoziati, soprattutto quando quei negoziati vengono condotti senza alcuna serietà diplomatica e con un unico parametro di riferimento: il ritorno finanziario.
La guerra come prodotto, il negoziato come vetrina
Quello a cui stiamo assistendo non è un processo di pace. È una rinegoziazione degli assetti di mercato condotta con il linguaggio della distruzione. Trump non sta cercando un cessate il fuoco: sta ridisegnando le catene di approvvigionamento globali, e lo fa con le bombe. Lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale, non è soltanto un collo di bottiglia energetico: è il punto in cui si decide chi controlla i flussi, chi fissa i prezzi e chi incassa le rendite di posizione.
Vedremo nei prossimi giorni, con estrema attenzione, chi guadagnerà in Borsa e nella ridefinizione del regime di transito dello Stretto. Quali fondi d’investimento avranno scommesso al ribasso prima dell’escalation e al rialzo dopo l’eventuale accordo. Quali operatori del settore armatoriale e delle materie prime energetiche risulteranno posizionati con sospetta precisione. La guerra è il prodotto. Il caos è la materia prima. E i mercati finanziari sono il vero teatro delle operazioni.
Chi ha lanciato questa guerra, e verso dove conduce
I fatti sono chiari: questo conflitto è stato innescato il 28 febbraio dall’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran. La responsabilità dell’escalation è di Trump e di Netanyahu. Ogni tentativo di riscrittura narrativa che presenti Washington come mediatore neutrale si scontra con la cronologia degli eventi e con la logica delle azioni militari, che non si sono mai interrotte nemmeno durante i cosiddetti “negoziati”.
Ma dove porta tutto questo? La traiettoria è più chiara di quanto sembri: Iran e Russia vengono reintegrati nel mercato internazionale, non per concessione, ma per necessità strutturale del sistema. L’architettura sanzionatoria costruita dall’Occidente negli ultimi anni si sta rivelando insostenibile: ha frammentato le catene globali del valore, ha accelerato la de-dollarizzazione, ha spinto decine di Paesi verso circuiti alternativi (BRICS, Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, accordi bilaterali in valute locali).
Il paradosso strategico è questo: la guerra doveva isolare l’Iran e indebolire la Russia. Sta invece riportando entrambi al centro del gioco, con nuove alleanze e innovative leve negoziali.
I vincitori si vedono già: Mosca e Teheran
Mentre l’Occidente si affanna a gestire un conflitto che ha esso stesso provocato, i trionfatori di questa fase si stanno già delineando. E non siedono né a Washington né a Bruxelles.
Mosca esce rafforzata da ogni scenario. Se l’Iran viene reintegrato nel mercato internazionale, il precedente diventa irreversibile: non sarà più possibile sostenere l’isolamento della Russia senza esporre la contraddizione. Se il conflitto si prolunga, la Russia consolida il proprio ruolo di fornitore energetico alternativo per l’Asia, rafforza l’asse con Pechino e beneficia dell’aumento dei prezzi delle materie prime.
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In entrambi i casi, le sanzioni occidentali perdono credibilità e capacità coercitiva.
Teheran, dal canto suo, sta trasformando una guerra subìta in una leva di riposizionamento strategico. Nonostante le distruzioni e le perdite, la Repubblica Islamica ha dimostrato di poter resistere militarmente, di poter bloccare uno dei principali colli di bottiglia energetici del pianeta e, soprattutto, di poter dettare condizioni al tavolo negoziale. Il messaggio che Teheran sta inviando al mondo non occidentale è potente: si può resistere alla pressione americana e uscirne con un peso specifico maggiore di quello con cui si è entrati nel conflitto.
L’Europa, che ha scelto di allinearsi acriticamente a Washington, si ritrova nella posizione più debole. Si è volontariamente amputata dall’asse energetico russo, ha accettato di sostituire il gas a basso costo con gas naturale liquefatto americano a prezzo maggiorato, ha subordinato la propria politica estera rinunciando a ogni autonomia strategica. Ogni nuovo assetto che reintegri Mosca e Teheran nei circuiti globali esporrà Bruxelles alla propria irrilevanza: non siederà al tavolo dove si decidono le nuove regole, ma ne subirà le conseguenze. I costi di questa riconfigurazione ricadranno interamente sulle economie europee, che hanno perso potere negoziale proprio nel momento in cui ne avrebbero avuto più bisogno.
I dieci punti di Teheran: la narrazione capovolta
Mentre Trump evocava la distruzione di una civiltà millenaria, l’Iran rispondeva con una controproposta in dieci punti, consegnata al Pakistan come Paese mediatore. Teheran ha rifiutato il cessate il fuoco temporaneo proposto da Washington (giudicato insufficiente e strumentale) e ha posto condizioni strutturali: la fine permanente delle ostilità nell’intera regione, un nuovo protocollo per il transito nello Stretto di Hormuz sotto sovranità iraniana, i risarcimenti per i danni di guerra, la ricostruzione delle infrastrutture distrutte e la revoca completa delle sanzioni, comprese quelle antecedenti al conflitto in corso.
La narrazione iraniana, in sostanza, è questa: non siamo stati noi a chiedere la trattativa, abbiamo costretto gli Stati Uniti a sedersi al tavolo e ad accettare i nostri termini. Che questa lettura sia pienamente aderente alla realtà o che contenga una componente di propaganda interna, poco importa ai fini dell’analisi: ciò che conta è il segnale geopolitico. L’Iran non si presenta come Paese sconfitto che chiede clemenza, ma come attore che detta condizioni. E questo cambia radicalmente la percezione degli equilibri di forza nella regione.
La sottolineatura finale
Questa non è una rettifica. È una sottolineatura.
Trump non vuole la pace. Trump vuole un nuovo ordine monetario e strategico che rilanci la centralità del dollaro nel momento in cui questa centralità è strutturalmente minacciata dalla diversificazione delle riserve globali, dall’ascesa dello yuan, dall’oro come strumento di sovranità monetaria.
La “fine della civiltà iraniana” non è un obiettivo militare: è una leva negoziale dentro un progetto di ristrutturazione dell’egemonia americana. Ma il progetto sta producendo esiti opposti a quelli dichiarati: sta rafforzando proprio gli attori che intendeva sottomettere e sta indebolendo proprio gli alleati che avrebbero dovuto beneficiarne.
E noi, giornalisti, analisti, cittadini, abbiamo il dovere di leggere ciò che si muove sotto la superficie delle dichiarazioni.
Teheran, dal canto suo, sta trasformando una guerra subìta in una leva di riposizionamento strategico. Nonostante le distruzioni e le perdite, la Repubblica Islamica ha dimostrato di poter resistere militarmente, di poter bloccare uno dei principali colli di bottiglia energetici del pianeta e, soprattutto, di poter dettare condizioni al tavolo negoziale. Il messaggio che Teheran sta inviando al mondo non occidentale è potente: si può resistere alla pressione americana e uscirne con un peso specifico maggiore di quello con cui si è entrati nel conflitto.
L’Europa, che ha scelto di allinearsi acriticamente a Washington, si ritrova nella posizione più debole. Si è volontariamente amputata dall’asse energetico russo, ha accettato di sostituire il gas a basso costo con gas naturale liquefatto americano a prezzo maggiorato, ha subordinato la propria politica estera rinunciando a ogni autonomia strategica. Ogni nuovo assetto che reintegri Mosca e Teheran nei circuiti globali esporrà Bruxelles alla propria irrilevanza: non siederà al tavolo dove si decidono le nuove regole, ma ne subirà le conseguenze. I costi di questa riconfigurazione ricadranno interamente sulle economie europee, che hanno perso potere negoziale proprio nel momento in cui ne avrebbero avuto più bisogno.
I dieci punti di Teheran: la narrazione capovolta
Mentre Trump evocava la distruzione di una civiltà millenaria, l’Iran rispondeva con una controproposta in dieci punti, consegnata al Pakistan come Paese mediatore. Teheran ha rifiutato il cessate il fuoco temporaneo proposto da Washington (giudicato insufficiente e strumentale) e ha posto condizioni strutturali: la fine permanente delle ostilità nell’intera regione, un nuovo protocollo per il transito nello Stretto di Hormuz sotto sovranità iraniana, i risarcimenti per i danni di guerra, la ricostruzione delle infrastrutture distrutte e la revoca completa delle sanzioni, comprese quelle antecedenti al conflitto in corso.
La narrazione iraniana, in sostanza, è questa: non siamo stati noi a chiedere la trattativa, abbiamo costretto gli Stati Uniti a sedersi al tavolo e ad accettare i nostri termini. Che questa lettura sia pienamente aderente alla realtà o che contenga una componente di propaganda interna, poco importa ai fini dell’analisi: ciò che conta è il segnale geopolitico. L’Iran non si presenta come Paese sconfitto che chiede clemenza, ma come attore che detta condizioni. E questo cambia radicalmente la percezione degli equilibri di forza nella regione.
La sottolineatura finale
Questa non è una rettifica. È una sottolineatura.
Trump non vuole la pace. Trump vuole un nuovo ordine monetario e strategico che rilanci la centralità del dollaro nel momento in cui questa centralità è strutturalmente minacciata dalla diversificazione delle riserve globali, dall’ascesa dello yuan, dall’oro come strumento di sovranità monetaria.
La “fine della civiltà iraniana” non è un obiettivo militare: è una leva negoziale dentro un progetto di ristrutturazione dell’egemonia americana. Ma il progetto sta producendo esiti opposti a quelli dichiarati: sta rafforzando proprio gli attori che intendeva sottomettere e sta indebolendo proprio gli alleati che avrebbero dovuto beneficiarne.
E noi, giornalisti, analisti, cittadini, abbiamo il dovere di leggere ciò che si muove sotto la superficie delle dichiarazioni.
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https://www.instagram.com/reel/DW2ZHZziJek/?igsh=MTg0NTFqc2g3a29nNA==
🔴Vi ho parlato della bomba nucleare. Adesso vi spiego perché quella minaccia non riguarda l’Iran. Riguarda NOI.
👉 Scorri le slide.
Ieri sera Trump ha detto: “Un’intera civiltà morirà stanotte”. Non è diplomazia. È il linguaggio di chi usa la guerra per ridisegnare i mercati.
🔍 Non faccio profezie. Faccio giornalismo. E il giornalismo serve a leggere ciò che si muove sotto la superficie.
🏆 I vincitori di questa guerra si vedono già: Mosca e Teheran.
💶 Il conto lo paga l’Europa.
💵 Trump non vuole la pace, vuole un nuovo ordine per rilanciare il dollaro.
⚠️ Questa non è una rettifica. È una sottolineatura.
🔴 La guerra è il prodotto. Il caos è la materia prima.
—
📺 Analisi quotidiana su @casadelsoletv
📖 Nel libro BRICS Scacco Matto, tutto questo era già scritto.
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#mediooriente #iran #trump #hormuz #geopolitics
🔴Vi ho parlato della bomba nucleare. Adesso vi spiego perché quella minaccia non riguarda l’Iran. Riguarda NOI.
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Ieri sera Trump ha detto: “Un’intera civiltà morirà stanotte”. Non è diplomazia. È il linguaggio di chi usa la guerra per ridisegnare i mercati.
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💶 Il conto lo paga l’Europa.
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⚠️ Questa non è una rettifica. È una sottolineatura.
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Forwarded from Maurizio Martucci giornalista indipendente (Maurizio Martucci)
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🔥⚡MAZZUCCO AL DISCONNESSI FESTIVAL, UNA FESTA TUTTA DA VIVERE✅✅ CLICCA QUI ❌❌Domenica 12 Aprile 2026 a Roma, Via del Casale di San Nicola 150, ore 10.00-19.30 Uno dopo l’altro, le prime firme e i collaboratori del giornale si alterneranno sul palco per condividere coi lettori e il pubblico i temi caldi della transizione digitale. Stand, musica, spettacolo, libri, i primi numeri della rivista cartacea Disconnessi De Tech e street food per una giornata all’insegna della festa consapevole nel sostegno dell’informazione d’inchiesta, del giornalismo libero e indipendente 🔛 UNA FESTA TUTTA DA VIVERE ❎ ❌ www.disconnessi.info ▶️▶️CLICCA QUI, LEGGI E SCARICA GRATIS L'ANTEPRIMA💪🔥https://disconnessi.info/scarica-il-giornale/ ▶️▶️CLICCA QUI E ABBONATI SUBITO https://shop.disconnessi.info/ 💪🔥
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