La “fine della civiltà iraniana”: analisi di una dichiarazione e di ciò che nasconde
di Margherita Furlan
Ieri sera, ore 20:00 ora di Washington (le 2:00 di notte in Italia) scadeva l’ultimatum che Donald Trump aveva fissato all’Iran su Truth Social, accompagnandolo con una frase senza precedenti nella storia della diplomazia occidentale: “Un’intera civiltà morirà stanotte”. Una dichiarazione che, al di là della retorica muscolare, segna un punto di rottura nel linguaggio delle relazioni internazionali. Mai un presidente degli Stati Uniti aveva evocato pubblicamente la cancellazione di una civiltà come strumento di pressione negoziale.
Qualcuno ha interpretato il mio reel precedente su questa dichiarazione come una previsione. Chiarisco: non lo era. Non posseggo sfere di cristallo e non faccio profezie. Faccio giornalismo. E il giornalismo geopolitico ha un compito preciso: analizzare le dinamiche di potere, leggere i segnali, mettere in guardia l’opinione pubblica su ciò che accade dietro le quinte dei negoziati, soprattutto quando quei negoziati vengono condotti senza alcuna serietà diplomatica e con un unico parametro di riferimento: il ritorno finanziario.
La guerra come prodotto, il negoziato come vetrina
Quello a cui stiamo assistendo non è un processo di pace. È una rinegoziazione degli assetti di mercato condotta con il linguaggio della distruzione. Trump non sta cercando un cessate il fuoco: sta ridisegnando le catene di approvvigionamento globali, e lo fa con le bombe. Lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale, non è soltanto un collo di bottiglia energetico: è il punto in cui si decide chi controlla i flussi, chi fissa i prezzi e chi incassa le rendite di posizione.
Vedremo nei prossimi giorni, con estrema attenzione, chi guadagnerà in Borsa e nella ridefinizione del regime di transito dello Stretto. Quali fondi d’investimento avranno scommesso al ribasso prima dell’escalation e al rialzo dopo l’eventuale accordo. Quali operatori del settore armatoriale e delle materie prime energetiche risulteranno posizionati con sospetta precisione. La guerra è il prodotto. Il caos è la materia prima. E i mercati finanziari sono il vero teatro delle operazioni.
Chi ha lanciato questa guerra, e verso dove conduce
I fatti sono chiari: questo conflitto è stato innescato il 28 febbraio dall’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran. La responsabilità dell’escalation è di Trump e di Netanyahu. Ogni tentativo di riscrittura narrativa che presenti Washington come mediatore neutrale si scontra con la cronologia degli eventi e con la logica delle azioni militari, che non si sono mai interrotte nemmeno durante i cosiddetti “negoziati”.
Ma dove porta tutto questo? La traiettoria è più chiara di quanto sembri: Iran e Russia vengono reintegrati nel mercato internazionale, non per concessione, ma per necessità strutturale del sistema. L’architettura sanzionatoria costruita dall’Occidente negli ultimi anni si sta rivelando insostenibile: ha frammentato le catene globali del valore, ha accelerato la de-dollarizzazione, ha spinto decine di Paesi verso circuiti alternativi (BRICS, Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, accordi bilaterali in valute locali).
Il paradosso strategico è questo: la guerra doveva isolare l’Iran e indebolire la Russia. Sta invece riportando entrambi al centro del gioco, con nuove alleanze e innovative leve negoziali.
I vincitori si vedono già: Mosca e Teheran
Mentre l’Occidente si affanna a gestire un conflitto che ha esso stesso provocato, i trionfatori di questa fase si stanno già delineando. E non siedono né a Washington né a Bruxelles.
Mosca esce rafforzata da ogni scenario. Se l’Iran viene reintegrato nel mercato internazionale, il precedente diventa irreversibile: non sarà più possibile sostenere l’isolamento della Russia senza esporre la contraddizione. Se il conflitto si prolunga, la Russia consolida il proprio ruolo di fornitore energetico alternativo per l’Asia, rafforza l’asse con Pechino e beneficia dell’aumento dei prezzi delle materie prime.
di Margherita Furlan
Ieri sera, ore 20:00 ora di Washington (le 2:00 di notte in Italia) scadeva l’ultimatum che Donald Trump aveva fissato all’Iran su Truth Social, accompagnandolo con una frase senza precedenti nella storia della diplomazia occidentale: “Un’intera civiltà morirà stanotte”. Una dichiarazione che, al di là della retorica muscolare, segna un punto di rottura nel linguaggio delle relazioni internazionali. Mai un presidente degli Stati Uniti aveva evocato pubblicamente la cancellazione di una civiltà come strumento di pressione negoziale.
Qualcuno ha interpretato il mio reel precedente su questa dichiarazione come una previsione. Chiarisco: non lo era. Non posseggo sfere di cristallo e non faccio profezie. Faccio giornalismo. E il giornalismo geopolitico ha un compito preciso: analizzare le dinamiche di potere, leggere i segnali, mettere in guardia l’opinione pubblica su ciò che accade dietro le quinte dei negoziati, soprattutto quando quei negoziati vengono condotti senza alcuna serietà diplomatica e con un unico parametro di riferimento: il ritorno finanziario.
La guerra come prodotto, il negoziato come vetrina
Quello a cui stiamo assistendo non è un processo di pace. È una rinegoziazione degli assetti di mercato condotta con il linguaggio della distruzione. Trump non sta cercando un cessate il fuoco: sta ridisegnando le catene di approvvigionamento globali, e lo fa con le bombe. Lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale, non è soltanto un collo di bottiglia energetico: è il punto in cui si decide chi controlla i flussi, chi fissa i prezzi e chi incassa le rendite di posizione.
Vedremo nei prossimi giorni, con estrema attenzione, chi guadagnerà in Borsa e nella ridefinizione del regime di transito dello Stretto. Quali fondi d’investimento avranno scommesso al ribasso prima dell’escalation e al rialzo dopo l’eventuale accordo. Quali operatori del settore armatoriale e delle materie prime energetiche risulteranno posizionati con sospetta precisione. La guerra è il prodotto. Il caos è la materia prima. E i mercati finanziari sono il vero teatro delle operazioni.
Chi ha lanciato questa guerra, e verso dove conduce
I fatti sono chiari: questo conflitto è stato innescato il 28 febbraio dall’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran. La responsabilità dell’escalation è di Trump e di Netanyahu. Ogni tentativo di riscrittura narrativa che presenti Washington come mediatore neutrale si scontra con la cronologia degli eventi e con la logica delle azioni militari, che non si sono mai interrotte nemmeno durante i cosiddetti “negoziati”.
Ma dove porta tutto questo? La traiettoria è più chiara di quanto sembri: Iran e Russia vengono reintegrati nel mercato internazionale, non per concessione, ma per necessità strutturale del sistema. L’architettura sanzionatoria costruita dall’Occidente negli ultimi anni si sta rivelando insostenibile: ha frammentato le catene globali del valore, ha accelerato la de-dollarizzazione, ha spinto decine di Paesi verso circuiti alternativi (BRICS, Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, accordi bilaterali in valute locali).
Il paradosso strategico è questo: la guerra doveva isolare l’Iran e indebolire la Russia. Sta invece riportando entrambi al centro del gioco, con nuove alleanze e innovative leve negoziali.
I vincitori si vedono già: Mosca e Teheran
Mentre l’Occidente si affanna a gestire un conflitto che ha esso stesso provocato, i trionfatori di questa fase si stanno già delineando. E non siedono né a Washington né a Bruxelles.
Mosca esce rafforzata da ogni scenario. Se l’Iran viene reintegrato nel mercato internazionale, il precedente diventa irreversibile: non sarà più possibile sostenere l’isolamento della Russia senza esporre la contraddizione. Se il conflitto si prolunga, la Russia consolida il proprio ruolo di fornitore energetico alternativo per l’Asia, rafforza l’asse con Pechino e beneficia dell’aumento dei prezzi delle materie prime.
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In entrambi i casi, le sanzioni occidentali perdono credibilità e capacità coercitiva.
Teheran, dal canto suo, sta trasformando una guerra subìta in una leva di riposizionamento strategico. Nonostante le distruzioni e le perdite, la Repubblica Islamica ha dimostrato di poter resistere militarmente, di poter bloccare uno dei principali colli di bottiglia energetici del pianeta e, soprattutto, di poter dettare condizioni al tavolo negoziale. Il messaggio che Teheran sta inviando al mondo non occidentale è potente: si può resistere alla pressione americana e uscirne con un peso specifico maggiore di quello con cui si è entrati nel conflitto.
L’Europa, che ha scelto di allinearsi acriticamente a Washington, si ritrova nella posizione più debole. Si è volontariamente amputata dall’asse energetico russo, ha accettato di sostituire il gas a basso costo con gas naturale liquefatto americano a prezzo maggiorato, ha subordinato la propria politica estera rinunciando a ogni autonomia strategica. Ogni nuovo assetto che reintegri Mosca e Teheran nei circuiti globali esporrà Bruxelles alla propria irrilevanza: non siederà al tavolo dove si decidono le nuove regole, ma ne subirà le conseguenze. I costi di questa riconfigurazione ricadranno interamente sulle economie europee, che hanno perso potere negoziale proprio nel momento in cui ne avrebbero avuto più bisogno.
I dieci punti di Teheran: la narrazione capovolta
Mentre Trump evocava la distruzione di una civiltà millenaria, l’Iran rispondeva con una controproposta in dieci punti, consegnata al Pakistan come Paese mediatore. Teheran ha rifiutato il cessate il fuoco temporaneo proposto da Washington (giudicato insufficiente e strumentale) e ha posto condizioni strutturali: la fine permanente delle ostilità nell’intera regione, un nuovo protocollo per il transito nello Stretto di Hormuz sotto sovranità iraniana, i risarcimenti per i danni di guerra, la ricostruzione delle infrastrutture distrutte e la revoca completa delle sanzioni, comprese quelle antecedenti al conflitto in corso.
La narrazione iraniana, in sostanza, è questa: non siamo stati noi a chiedere la trattativa, abbiamo costretto gli Stati Uniti a sedersi al tavolo e ad accettare i nostri termini. Che questa lettura sia pienamente aderente alla realtà o che contenga una componente di propaganda interna, poco importa ai fini dell’analisi: ciò che conta è il segnale geopolitico. L’Iran non si presenta come Paese sconfitto che chiede clemenza, ma come attore che detta condizioni. E questo cambia radicalmente la percezione degli equilibri di forza nella regione.
La sottolineatura finale
Questa non è una rettifica. È una sottolineatura.
Trump non vuole la pace. Trump vuole un nuovo ordine monetario e strategico che rilanci la centralità del dollaro nel momento in cui questa centralità è strutturalmente minacciata dalla diversificazione delle riserve globali, dall’ascesa dello yuan, dall’oro come strumento di sovranità monetaria.
La “fine della civiltà iraniana” non è un obiettivo militare: è una leva negoziale dentro un progetto di ristrutturazione dell’egemonia americana. Ma il progetto sta producendo esiti opposti a quelli dichiarati: sta rafforzando proprio gli attori che intendeva sottomettere e sta indebolendo proprio gli alleati che avrebbero dovuto beneficiarne.
E noi, giornalisti, analisti, cittadini, abbiamo il dovere di leggere ciò che si muove sotto la superficie delle dichiarazioni.
Teheran, dal canto suo, sta trasformando una guerra subìta in una leva di riposizionamento strategico. Nonostante le distruzioni e le perdite, la Repubblica Islamica ha dimostrato di poter resistere militarmente, di poter bloccare uno dei principali colli di bottiglia energetici del pianeta e, soprattutto, di poter dettare condizioni al tavolo negoziale. Il messaggio che Teheran sta inviando al mondo non occidentale è potente: si può resistere alla pressione americana e uscirne con un peso specifico maggiore di quello con cui si è entrati nel conflitto.
L’Europa, che ha scelto di allinearsi acriticamente a Washington, si ritrova nella posizione più debole. Si è volontariamente amputata dall’asse energetico russo, ha accettato di sostituire il gas a basso costo con gas naturale liquefatto americano a prezzo maggiorato, ha subordinato la propria politica estera rinunciando a ogni autonomia strategica. Ogni nuovo assetto che reintegri Mosca e Teheran nei circuiti globali esporrà Bruxelles alla propria irrilevanza: non siederà al tavolo dove si decidono le nuove regole, ma ne subirà le conseguenze. I costi di questa riconfigurazione ricadranno interamente sulle economie europee, che hanno perso potere negoziale proprio nel momento in cui ne avrebbero avuto più bisogno.
I dieci punti di Teheran: la narrazione capovolta
Mentre Trump evocava la distruzione di una civiltà millenaria, l’Iran rispondeva con una controproposta in dieci punti, consegnata al Pakistan come Paese mediatore. Teheran ha rifiutato il cessate il fuoco temporaneo proposto da Washington (giudicato insufficiente e strumentale) e ha posto condizioni strutturali: la fine permanente delle ostilità nell’intera regione, un nuovo protocollo per il transito nello Stretto di Hormuz sotto sovranità iraniana, i risarcimenti per i danni di guerra, la ricostruzione delle infrastrutture distrutte e la revoca completa delle sanzioni, comprese quelle antecedenti al conflitto in corso.
La narrazione iraniana, in sostanza, è questa: non siamo stati noi a chiedere la trattativa, abbiamo costretto gli Stati Uniti a sedersi al tavolo e ad accettare i nostri termini. Che questa lettura sia pienamente aderente alla realtà o che contenga una componente di propaganda interna, poco importa ai fini dell’analisi: ciò che conta è il segnale geopolitico. L’Iran non si presenta come Paese sconfitto che chiede clemenza, ma come attore che detta condizioni. E questo cambia radicalmente la percezione degli equilibri di forza nella regione.
La sottolineatura finale
Questa non è una rettifica. È una sottolineatura.
Trump non vuole la pace. Trump vuole un nuovo ordine monetario e strategico che rilanci la centralità del dollaro nel momento in cui questa centralità è strutturalmente minacciata dalla diversificazione delle riserve globali, dall’ascesa dello yuan, dall’oro come strumento di sovranità monetaria.
La “fine della civiltà iraniana” non è un obiettivo militare: è una leva negoziale dentro un progetto di ristrutturazione dell’egemonia americana. Ma il progetto sta producendo esiti opposti a quelli dichiarati: sta rafforzando proprio gli attori che intendeva sottomettere e sta indebolendo proprio gli alleati che avrebbero dovuto beneficiarne.
E noi, giornalisti, analisti, cittadini, abbiamo il dovere di leggere ciò che si muove sotto la superficie delle dichiarazioni.
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https://www.instagram.com/reel/DW2ZHZziJek/?igsh=MTg0NTFqc2g3a29nNA==
🔴Vi ho parlato della bomba nucleare. Adesso vi spiego perché quella minaccia non riguarda l’Iran. Riguarda NOI.
👉 Scorri le slide.
Ieri sera Trump ha detto: “Un’intera civiltà morirà stanotte”. Non è diplomazia. È il linguaggio di chi usa la guerra per ridisegnare i mercati.
🔍 Non faccio profezie. Faccio giornalismo. E il giornalismo serve a leggere ciò che si muove sotto la superficie.
🏆 I vincitori di questa guerra si vedono già: Mosca e Teheran.
💶 Il conto lo paga l’Europa.
💵 Trump non vuole la pace, vuole un nuovo ordine per rilanciare il dollaro.
⚠️ Questa non è una rettifica. È una sottolineatura.
🔴 La guerra è il prodotto. Il caos è la materia prima.
—
📺 Analisi quotidiana su @casadelsoletv
📖 Nel libro BRICS Scacco Matto, tutto questo era già scritto.
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#mediooriente #iran #trump #hormuz #geopolitics
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Forwarded from Maurizio Martucci giornalista indipendente (Maurizio Martucci)
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Attentato a Istanbul: chi vuole trascinare la Turchia in guerra?
🔥 Attentato o provocazione? La sparatoria davanti al consolato di Israele a Istanbul, attribuita a una cellula presumibilmente legata all’ISIS, riaccende le tensioni in Turchia e solleva dubbi su sicurezza interna in un contesto di guerra. 🌍 Mentre Ankara prova a mantenere una posizione diplomatica ed evitare il coinvolgimento diretto nei conflitti regionali, emergono…
https://casadelsole.tv/attentato-a-istanbul-chi-vuole-trascinare-la-turchia-in-guerra/
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📆 Vi aspettiamo oggi, MERCOLEDI 8 APRILE con una nuova puntata di LEVANTE alle ore 18.30
🔴DIRETTA 🔴LEVANTE 08.04.2026 🔴 Il Pakistan salva la civiltà
A questo link 👉https://www.youtube.com/live/uZ7hI80Jopo
L'Iran chiude. L'Iran riapre. L'Iran tratta. Gli Stati Uniti giocano a Risiko e, nel mezzo, un post satirico dal consolato di Baghdad ha fatto sapere: "Ciao! Vi scriviamo dall'età della pietra, e controlliamo lo Stretto di Hormuz" 🪨⚓️
Due settimane di tregua. Un tavolo a Islamabad. Navi che chiedono il permesso a Teheran, non a Washington. La narrativa ufficiale americana che si sgretola in tempo reale, con il movimento MAGA che perde i pezzi e le persone ma non i soldi. Stiamo evitando il proseguo di una guerra dichiarata e voluta da Tel Aviv e Washington o stiamo solo posticipandola? Cosa significa per l’Europa? Il Vecchio Continente se la caverà o sarà sempre peggio? Si tratta di gas, petrolio e della bolletta che arriva a fine mese. 💸Si tratta di guerra, pace e reset del sistema economico e finanziario. Si tratta di mondo multipolare e di egemonia statunitense. Ne parliamo con Stefano Orsi, esperto di strategia militare e geopolitica, Roberto Quaglia, scrittore e ricercatore indipendente, Gianmarco Pisa, scrittore, esperto di mediazione nei conflitti e politiche internazionali. In studio Jeff Hoffman
#Levante #Iran #Trump #Guerra #Hormuz #Sigonella #BlackRock #Palantir #Israele #Italia #Sovranità #CasaDelSoleTV
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L’Iran chiude. L’Iran riapre. L’Iran tratta. Gli Stati Uniti giocano a Risiko e, nel mezzo, un post satirico dal consolato di Baghdad ha fatto sapere: “Ciao! Vi scriviamo dall’età della pietra, e controlliamo lo Stretto di Hormuz” 🪨⚓ Due settimane di tregua. Un tavolo a Islamabad. Navi che chiedono il permesso a Teheran, non…
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CasaDelSoleTG 08.04.26 🔴 Due settimane per Hormuz
– ABBONATI 110.000 ISCRITTI ZERO PADRONI – Due settimane di tregua a Hormuz di Gionata Chatillard – Isfahan, disfatta a stelle e strisce di Jeff Hoffman – Trump, la narrazione si complica di Jeff Hoffman – Pakistan-Afganistan: mediazione cinese di Jeff Hoffman – Petrolio, tutti guardano all’Africa di Ivan Bodyan – Burkina Faso: “La…
https://casadelsole.tv/casadelsoletg-08-04-26-🔴-due-settimane-per-hormuz/
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Pakistan-Afganistan: mediazione cinese
di Jeff Hoffman
Afghanistan e Pakistan hanno compiuto progressi nei colloqui di pace ospitati dalla Cina per risolvere il conflitto scoppiato tra i due paesi confinanti.
I due stati musulmani, impegnati da mesi in un conflitto di confine che ha causato centinaia di morti, hanno appena ripreso il dialogo grazie all’iniziativa di Pechino che, per altro, condivide i propri confini con entrambe le nazioni.
I negoziati si sono svolti nella città di Urumqi, nel nord-ovest della Cina, e hanno visto rappresentanti di alto livello dei ministeri degli Esteri e della Difesa di entrambi i Paesi. Sia l’Afghanistan talebano sia il Pakistan hanno espresso apprezzamento per il ruolo attivo della Cina, che ha offerto una piattaforma di dialogo dopo settimane di scontri transfrontalieri...
di Jeff Hoffman
Afghanistan e Pakistan hanno compiuto progressi nei colloqui di pace ospitati dalla Cina per risolvere il conflitto scoppiato tra i due paesi confinanti.
I due stati musulmani, impegnati da mesi in un conflitto di confine che ha causato centinaia di morti, hanno appena ripreso il dialogo grazie all’iniziativa di Pechino che, per altro, condivide i propri confini con entrambe le nazioni.
I negoziati si sono svolti nella città di Urumqi, nel nord-ovest della Cina, e hanno visto rappresentanti di alto livello dei ministeri degli Esteri e della Difesa di entrambi i Paesi. Sia l’Afghanistan talebano sia il Pakistan hanno espresso apprezzamento per il ruolo attivo della Cina, che ha offerto una piattaforma di dialogo dopo settimane di scontri transfrontalieri...
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Trump, la narrazione si complica
di Jeff Hoffman
La minaccia di Donald Trump di colpire le infrastrutture civili iraniane ha di fatto creato spaccature nel congresso e all’interno del fronte MAGA, con Tucker Carlson che ha esortato funzionari e militari a dire no agli ordini di attacco che avrebbero causato vittime civili in Iran. "Ora è il momento di dire no, assolutamente no, e dirlo direttamente al presidente."
Trump ha risposto definendo l’ex alleato "una persona con un basso quoziente intellettivo che non ha assolutamente idea di quello che sta succedendo, evitando così di rispondere nello specifico...
di Jeff Hoffman
La minaccia di Donald Trump di colpire le infrastrutture civili iraniane ha di fatto creato spaccature nel congresso e all’interno del fronte MAGA, con Tucker Carlson che ha esortato funzionari e militari a dire no agli ordini di attacco che avrebbero causato vittime civili in Iran. "Ora è il momento di dire no, assolutamente no, e dirlo direttamente al presidente."
Trump ha risposto definendo l’ex alleato "una persona con un basso quoziente intellettivo che non ha assolutamente idea di quello che sta succedendo, evitando così di rispondere nello specifico...
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Isfahan, disfatta a stelle e strisce
di Jeff Hoffman
La pesante sconfitta dell'operazione di Isfahan potrebbe essere registrata nella storia come il peggiore e più vergognoso fallimento dell'esercito statunitense, si legge dai media iraniani e internazionali che, premendo il dito sulla ferita hanno fatto notare che, come spiegato da Press TV, le forze iraniane hanno teso una trappola alle forze speciali a stelle e strisce...
di Jeff Hoffman
La pesante sconfitta dell'operazione di Isfahan potrebbe essere registrata nella storia come il peggiore e più vergognoso fallimento dell'esercito statunitense, si legge dai media iraniani e internazionali che, premendo il dito sulla ferita hanno fatto notare che, come spiegato da Press TV, le forze iraniane hanno teso una trappola alle forze speciali a stelle e strisce...
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