🔴 34 km di acqua. Il futuro del dollaro si decide qui.
L’Iran offre all’Europa di pagare il petrolio in euro.
Se l’Europa accetta → crolla il petrodollaro di Kissinger (1974).
⚡ Cosa sta succedendo:
🇵🇰 Islamabad: primi colloqui USA-Iran dal 1979
🇨🇳 Cina: garante ombra della trattativa
🇮🇱 Smotrich annuncia il Grande Israele
💰 Reuters: sbloccati 6 mld$ di asset iraniani → Casa Bianca smentisce in un’ora
🇮🇹 Italia: navi ferme, corridoio umanitario bocciato
Senza il blocco BRICS non si sarebbe colpito l’Iran.
Avendo colpito l’Iran, si è confermato il bersaglio 🎯
👉 Che lingua parlerà il mondo tra 10 anni?
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#Hormuz #Petrodollaro #Iran #news #geopolitics
L’Iran offre all’Europa di pagare il petrolio in euro.
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🇵🇰 Islamabad: primi colloqui USA-Iran dal 1979
🇨🇳 Cina: garante ombra della trattativa
🇮🇱 Smotrich annuncia il Grande Israele
💰 Reuters: sbloccati 6 mld$ di asset iraniani → Casa Bianca smentisce in un’ora
🇮🇹 Italia: navi ferme, corridoio umanitario bocciato
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#Hormuz #Petrodollaro #Iran #news #geopolitics
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Hormuz, l’euro e il tramonto del petrodollaro
di Margherita Furlan
Dal 28 febbraio 2026, quando gli Stati Uniti e Israele hanno dato avvio all’Operazione «Ruggito del Leone» uccidendo la Guida Suprema Ali Khamenei, lo Stretto di Hormuz è diventato l’epicentro di una crisi energetica senza precedenti nella storia del mercato petrolifero mondiale. Ma la vera posta in gioco non è il barile di greggio: è la valuta in cui quel barile viene pagato. Teheran ha aperto a un passaggio in euro per i paesi dell’Unione Europea, una proposta rilanciata dalla Reuters il 10 aprile, che, se concretizzata, scuoterebbe dalle fondamenta il sistema del petrodollaro costruito nel 1974 da Henry Kissinger. Il paradosso è tutto qui: la guerra ha rafforzato il dollaro nel breve periodo, ma ne sta erodendo le basi strutturali. E non a caso il bersaglio è stato l’Iran: cuore dei nuovi corridoi commerciali eurasiatici e snodo della de-dollarizzazione BRICS.
Trentaquattro chilometri nel punto più stretto. Acque basse, coste iraniane a picco, isole presidiate dai Pasdaran. Lo Stretto di Hormuz non è semplicemente un corridoio geografico: è il collo di bottiglia attraverso il quale scorre, in condizioni normali, circa il 25% del commercio mondiale di petrolio via mare e il 20% delle forniture globali di gas naturale liquefatto. Il suo profilo fisico lo rende unico tra i grandi stretti internazionali: le acque poco profonde e i rilievi costieri iraniani favoriscono tattiche asimmetriche, missili, droni e mine, che nessuna portaerei può neutralizzare con certezza assoluta.
Da quando le Guardie della Rivoluzione islamica (IRGC) ne hanno dichiarato la chiusura alle navi collegate a Stati Uniti e Israele, il 5 marzo 2026, il prezzo del greggio Brent ha superato i 100 dollari al barile per la prima volta in quattro anni, toccando il picco di 126 dollari il 31 marzo. Il direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, Fatih Birol, ha definito la crisi «più grave di quelle del 1973, 1979 e 2002 messe insieme». La Banca Centrale Europea, nelle proiezioni macroeconomiche di marzo 2026, ha avvertito che il prolungarsi del blocco rischia di spingere le economie più dipendenti dall’energia, tra cui Germania e Italia, in recessione tecnica entro la fine dell’anno.
Le conseguenze per l’Europa sono state immediate e severe. Il prezzo del gas sul mercato europeo è raddoppiato e il livello medio degli stoccaggi di gas è crollato al 30%, ben al di sotto del 90% richiesto dalla normativa comunitaria entro il 1° novembre. Oltre 600 navi, secondo Lloyd’s List, giacciono bloccate nelle acque del Golfo Persico in attesa di un’autorizzazione che non arriva, o che arriva a prezzo di accordi bilaterali siglati nell’ombra.
Il 2 aprile 2026, Elias Hazrati, responsabile del Consiglio di informazione governativa dell’Iran, ha dichiarato in diretta televisiva di Stato che Teheran «controlla pienamente lo Stretto di Hormuz» e che la Repubblica islamica «può annunciare un accordo» con i paesi disposti a negoziare il transito. La proposta, rivolta esplicitamente a nazioni europee, asiatiche e arabe, include la possibilità di pagare le forniture energetiche in euro o in yuan, in alternativa al dollaro americano.
Il 10 aprile l’agenzia Reuters ha rilanciato la proposta nella sua forma più articolata: Hamid Hosseini, portavoce del sindacato delle esportazioni energetiche iraniane, ha confermato al Financial Times che, nell’ambito di un accordo di pace di lungo termine, Teheran intende imporre un pedaggio «di circa un dollaro per barile» per garantire il passaggio sicuro. La proposta è esplicitamente rivolta anche ai paesi dell’Unione Europea: il presidente francese Emmanuel Macron ha confermato che Parigi rientra fra «almeno quindici paesi di Asia, Europa e Medio Oriente» che stanno trattando con l’Iran per la riapertura, mentre la modalità di pagamento, in euro o in yuan, è il vero cavallo di Troia dell’offerta iraniana.
Non si tratta di un gesto isolato.
di Margherita Furlan
Dal 28 febbraio 2026, quando gli Stati Uniti e Israele hanno dato avvio all’Operazione «Ruggito del Leone» uccidendo la Guida Suprema Ali Khamenei, lo Stretto di Hormuz è diventato l’epicentro di una crisi energetica senza precedenti nella storia del mercato petrolifero mondiale. Ma la vera posta in gioco non è il barile di greggio: è la valuta in cui quel barile viene pagato. Teheran ha aperto a un passaggio in euro per i paesi dell’Unione Europea, una proposta rilanciata dalla Reuters il 10 aprile, che, se concretizzata, scuoterebbe dalle fondamenta il sistema del petrodollaro costruito nel 1974 da Henry Kissinger. Il paradosso è tutto qui: la guerra ha rafforzato il dollaro nel breve periodo, ma ne sta erodendo le basi strutturali. E non a caso il bersaglio è stato l’Iran: cuore dei nuovi corridoi commerciali eurasiatici e snodo della de-dollarizzazione BRICS.
Trentaquattro chilometri nel punto più stretto. Acque basse, coste iraniane a picco, isole presidiate dai Pasdaran. Lo Stretto di Hormuz non è semplicemente un corridoio geografico: è il collo di bottiglia attraverso il quale scorre, in condizioni normali, circa il 25% del commercio mondiale di petrolio via mare e il 20% delle forniture globali di gas naturale liquefatto. Il suo profilo fisico lo rende unico tra i grandi stretti internazionali: le acque poco profonde e i rilievi costieri iraniani favoriscono tattiche asimmetriche, missili, droni e mine, che nessuna portaerei può neutralizzare con certezza assoluta.
Da quando le Guardie della Rivoluzione islamica (IRGC) ne hanno dichiarato la chiusura alle navi collegate a Stati Uniti e Israele, il 5 marzo 2026, il prezzo del greggio Brent ha superato i 100 dollari al barile per la prima volta in quattro anni, toccando il picco di 126 dollari il 31 marzo. Il direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, Fatih Birol, ha definito la crisi «più grave di quelle del 1973, 1979 e 2002 messe insieme». La Banca Centrale Europea, nelle proiezioni macroeconomiche di marzo 2026, ha avvertito che il prolungarsi del blocco rischia di spingere le economie più dipendenti dall’energia, tra cui Germania e Italia, in recessione tecnica entro la fine dell’anno.
Le conseguenze per l’Europa sono state immediate e severe. Il prezzo del gas sul mercato europeo è raddoppiato e il livello medio degli stoccaggi di gas è crollato al 30%, ben al di sotto del 90% richiesto dalla normativa comunitaria entro il 1° novembre. Oltre 600 navi, secondo Lloyd’s List, giacciono bloccate nelle acque del Golfo Persico in attesa di un’autorizzazione che non arriva, o che arriva a prezzo di accordi bilaterali siglati nell’ombra.
Il 2 aprile 2026, Elias Hazrati, responsabile del Consiglio di informazione governativa dell’Iran, ha dichiarato in diretta televisiva di Stato che Teheran «controlla pienamente lo Stretto di Hormuz» e che la Repubblica islamica «può annunciare un accordo» con i paesi disposti a negoziare il transito. La proposta, rivolta esplicitamente a nazioni europee, asiatiche e arabe, include la possibilità di pagare le forniture energetiche in euro o in yuan, in alternativa al dollaro americano.
Il 10 aprile l’agenzia Reuters ha rilanciato la proposta nella sua forma più articolata: Hamid Hosseini, portavoce del sindacato delle esportazioni energetiche iraniane, ha confermato al Financial Times che, nell’ambito di un accordo di pace di lungo termine, Teheran intende imporre un pedaggio «di circa un dollaro per barile» per garantire il passaggio sicuro. La proposta è esplicitamente rivolta anche ai paesi dell’Unione Europea: il presidente francese Emmanuel Macron ha confermato che Parigi rientra fra «almeno quindici paesi di Asia, Europa e Medio Oriente» che stanno trattando con l’Iran per la riapertura, mentre la modalità di pagamento, in euro o in yuan, è il vero cavallo di Troia dell’offerta iraniana.
Non si tratta di un gesto isolato.
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Nelle settimane precedenti, l’Iran aveva già concesso il transito a navi pakistane nell’ambito di un accordo per 20 unità; alcune navi cisterna avevano pagato pedaggi in yuan e persino in criptovalute per ottenere la scorta della marina iraniana. Il pedaggio da 1 dollaro per barile equivale a circa 2 milioni di dollari per una grande petroliera. Fonti iraniane parlano di un affare da 100 miliardi di dollari l’anno; la banca d’investimento JP Morgan stima il giro d’affari tra i 70 e i 90 miliardi.
Il nodo giuridico è di rilievo. L’Iran ha firmato ma non ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS, Montego Bay 1982) e sostiene che allo Stretto si applichi il più restrittivo regime del «passaggio inoffensivo», che consente allo Stato costiero di sospendere il transito per motivi di sicurezza. Questa interpretazione è contestata dalla quasi totalità della comunità internazionale. Philippe Delebecque, professore di diritto marittimo alla Sorbona di Parigi, ha ricordato che la libertà di navigazione «è sempre stata riconosciuta, anche specificamente negli stretti»: consentire pedaggi significherebbe riportare il diritto internazionale del mare allo stato anteriore all’elaborazione del principio della libertà dei mari da parte di Hugo Grozio, all’inizio del Seicento.
Il 4 aprile 2026 la portacontainer CMA CGM Kribi, che batte bandiera maltese ma è di proprietà della compagnia francese CMA CGM, è diventata la prima nave di un’azienda navale occidentale a transitare per lo Stretto dopo 36 giorni di blocco. Ha percorso la rotta lungo le coste iraniane, a nord dell’isola di Larak, secondo la traiettoria imposta da Teheran. L’operazione ha allargato le fratture già esistenti all’interno del G7, con l’amministrazione Trump esplicitamente contraria a qualsiasi accordo bilaterale con l’Iran. Francia e Spagna hanno scelto la via pragmatica: trattare. Italia e Regno Unito restano invece in attesa, strette tra le esigenze energetiche immediate e i vincoli della relazione con Washington.
Per comprendere la portata di ciò che si sta giocando attorno a quello stretto, bisogna tornare al 1974. Nel luglio di quell’anno, Henry Kissinger siglò con l’Arabia Saudita quello che gli storici hanno definito «uno degli accordi finanziari più consequenziali della storia moderna». Riad avrebbe prezzato il suo petrolio esclusivamente in dollari americani e reinvestito i surplus petroliferi in titoli del Tesoro statunitense. In cambio, Washington forniva garanzie di sicurezza al regno, stazionava truppe nella regione e garantiva la libertà di navigazione nel Golfo Persico. Gli altri Stati del Golfo seguirono rapidamente.
Questo sistema, il «petrodollaro», ha garantito per cinquant’anni la domanda globale strutturale di dollari: poiché il petrolio è un input fondamentale di ogni catena produttiva e di ogni sistema di trasporto, l’intera economia mondiale aveva un incentivo naturale a dollarizzarsi. Come ha scritto Deutsche Bank in una nota ai propri clienti nel marzo 2026, «il primato del dollaro negli scambi transfrontalieri è costruito, per definizione, sul petrodollaro: il petrolio commerciato a livello globale è prezzato e fatturato in dollari».
Il circolo virtuoso era elegante: i paesi del Golfo esportavano petrolio, incassavano dollari, reinvestivano in titoli del Tesoro americano, contribuendo a mantenere bassi i tassi di interesse per i consumatori e il governo degli Stati Uniti. Washington, in cambio, garantiva la stabilità della regione e la sicurezza delle rotte marittime. La prova di tenuta di questo patto fu il 1990, quando gli Stati Uniti assemblarono una coalizione internazionale contro l’Iraq e sostenere, contestualmente, l’Arabia Saudita e il prezzo basso del greggio.
Il sistema aveva però già cominciato a scricchiolare ben prima dei missili del 28 febbraio 2026. Nel giugno 2024, l’Arabia Saudita ha posto fine all’impegno esclusivo al prezzo del petrolio in dollari, senza siglare un nuovo accordo formale con Washington.
Il nodo giuridico è di rilievo. L’Iran ha firmato ma non ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS, Montego Bay 1982) e sostiene che allo Stretto si applichi il più restrittivo regime del «passaggio inoffensivo», che consente allo Stato costiero di sospendere il transito per motivi di sicurezza. Questa interpretazione è contestata dalla quasi totalità della comunità internazionale. Philippe Delebecque, professore di diritto marittimo alla Sorbona di Parigi, ha ricordato che la libertà di navigazione «è sempre stata riconosciuta, anche specificamente negli stretti»: consentire pedaggi significherebbe riportare il diritto internazionale del mare allo stato anteriore all’elaborazione del principio della libertà dei mari da parte di Hugo Grozio, all’inizio del Seicento.
Il 4 aprile 2026 la portacontainer CMA CGM Kribi, che batte bandiera maltese ma è di proprietà della compagnia francese CMA CGM, è diventata la prima nave di un’azienda navale occidentale a transitare per lo Stretto dopo 36 giorni di blocco. Ha percorso la rotta lungo le coste iraniane, a nord dell’isola di Larak, secondo la traiettoria imposta da Teheran. L’operazione ha allargato le fratture già esistenti all’interno del G7, con l’amministrazione Trump esplicitamente contraria a qualsiasi accordo bilaterale con l’Iran. Francia e Spagna hanno scelto la via pragmatica: trattare. Italia e Regno Unito restano invece in attesa, strette tra le esigenze energetiche immediate e i vincoli della relazione con Washington.
Per comprendere la portata di ciò che si sta giocando attorno a quello stretto, bisogna tornare al 1974. Nel luglio di quell’anno, Henry Kissinger siglò con l’Arabia Saudita quello che gli storici hanno definito «uno degli accordi finanziari più consequenziali della storia moderna». Riad avrebbe prezzato il suo petrolio esclusivamente in dollari americani e reinvestito i surplus petroliferi in titoli del Tesoro statunitense. In cambio, Washington forniva garanzie di sicurezza al regno, stazionava truppe nella regione e garantiva la libertà di navigazione nel Golfo Persico. Gli altri Stati del Golfo seguirono rapidamente.
Questo sistema, il «petrodollaro», ha garantito per cinquant’anni la domanda globale strutturale di dollari: poiché il petrolio è un input fondamentale di ogni catena produttiva e di ogni sistema di trasporto, l’intera economia mondiale aveva un incentivo naturale a dollarizzarsi. Come ha scritto Deutsche Bank in una nota ai propri clienti nel marzo 2026, «il primato del dollaro negli scambi transfrontalieri è costruito, per definizione, sul petrodollaro: il petrolio commerciato a livello globale è prezzato e fatturato in dollari».
Il circolo virtuoso era elegante: i paesi del Golfo esportavano petrolio, incassavano dollari, reinvestivano in titoli del Tesoro americano, contribuendo a mantenere bassi i tassi di interesse per i consumatori e il governo degli Stati Uniti. Washington, in cambio, garantiva la stabilità della regione e la sicurezza delle rotte marittime. La prova di tenuta di questo patto fu il 1990, quando gli Stati Uniti assemblarono una coalizione internazionale contro l’Iraq e sostenere, contestualmente, l’Arabia Saudita e il prezzo basso del greggio.
Il sistema aveva però già cominciato a scricchiolare ben prima dei missili del 28 febbraio 2026. Nel giugno 2024, l’Arabia Saudita ha posto fine all’impegno esclusivo al prezzo del petrolio in dollari, senza siglare un nuovo accordo formale con Washington.
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Riad ha segnalato ufficialmente la propria disponibilità ad accettare yuan, euro, yen giapponesi e rupie indiane per le vendite di greggio. Il movimento era già parte di una strategia economica più ampia: la Cina è il principale partner commerciale del Regno, il suo più importante cliente di greggio e la fonte più in rapida crescita di importazioni tecnologiche.
Prima ancora, le sanzioni occidentali sulla Russia dopo il 2014 avevano spinto Mosca a de-dollarizzare la propria economia, siglando con la Cina uno scambio valutario da 150 miliardi di yuan. L’Iran, già da anni, vende il proprio petrolio alla Cina in yuan per aggirare le sanzioni americane: acquisti cinesi che rappresentano oggi circa l’80-90% delle esportazioni petrolifere iraniane. La Cina aveva lanciato il suo sistema di pagamenti interbancari transfrontalieri (CIPS) nel 2015 e aveva avviato le prime quotazioni petrolifere in yuan sulla Borsa Internazionale dell’Energia di Shanghai nel 2018. Nel 2023, l’India aveva effettuato la prima transazione di greggio in rupie con gli Emirati; la Cina aveva completato il primo pagamento transfrontaliero di petrolio in yuan digitale.
Tra il giugno 2024 e il febbraio 2026, la quota del commercio petrolifero globale regolata in dollari è diminuita di 3-5 punti percentuali, secondo stime della Banca dei Regolamenti Internazionali. La quota del dollaro nelle riserve valutarie mondiali era già scesa dal 70% degli anni Novanta al 56,9% del 2025. L’Arabia Saudita aveva inoltre aderito all’iniziativa mBridge, un sistema di valute digitali delle banche centrali guidato dalla Cina, che si pone come infrastruttura alternativa al sistema SWIFT di regolamento delle transazioni internazionali in dollari.
Per comprendere appieno il senso strategico dell’attacco del 28 febbraio occorre rovesciare la prospettiva: non l’Iran come obiettivo isolato, ma l’Iran come snodo. Nel 2023 Teheran è entrata a pieno titolo nei BRICS allargati, che oggi raccolgono dieci membri ufficiali e altrettanti definiti partners, rappresentanti il 54,6% della popolazione mondiale e il 42,2% del PIL globale a parità di potere d’acquisto. L’Iran è il pilastro mancante di un’architettura geoeconomica che si stava componendo da almeno un decennio: il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INSTC), 7.200 chilometri multimodali che collegano San Pietroburgo a Mumbai attraverso Iran e Asia Centrale, bypassando lo Stretto di Hormuz da terra; il porto di Chabahar, finestra iraniana sull’Oceano Indiano nella quale anche New Delhi ha investito 85 milioni di dollari; la Belt and Road Initiative cinese, che attraverso un patto strategico venticinquennale con Teheran del 2021 garantisce alla Cina una via terrestre verso il Mediterraneo.
Senza l’Iran, l’intero «Golden Corridor» eurasiatico perde la sua cerniera. La rete di pagamenti BRICS Pay che la Reserve Bank of India ha proposto per interconnettere le valute digitali delle banche centrali del blocco resta priva del nodo energetico decisivo. L’accordo del 2023 mediato proprio dalla Cina tra Riad e Teheran, che ha riavvicinato due nemici storici e aperto la porta all’adesione saudita ai BRICS, perde una delle due architravi.
In altre parole: se non ci fosse stato il blocco BRICS, non si sarebbe colpito l’Iran. L’operazione «Ruggito del Leone» si rivela così non solo una guerra al programma nucleare di Teheran o ai suoi missili, ma un’operazione chirurgica contro il cuore dei nuovi corridoi commerciali alternativi alla rotta IMEC (India-Middle East-Europe Corridor) sponsorizzata da Washington, che attraverso Emirati, Arabia Saudita, Giordania e Israele avrebbe dovuto rappresentare la risposta atlantica alla Belt and Road. Un’analisi recente sulle perdite indiane post-conflitto registra come la quota indiana di greggio russo sia crollata dal 40% a meno del 15% nei primi mesi del 2026, mentre Chabahar viene riprogettato con capitale e know-how cinesi.
La logica del bersaglio è dunque precisa: colpire la geografia stessa della de-dollarizzazione.
Prima ancora, le sanzioni occidentali sulla Russia dopo il 2014 avevano spinto Mosca a de-dollarizzare la propria economia, siglando con la Cina uno scambio valutario da 150 miliardi di yuan. L’Iran, già da anni, vende il proprio petrolio alla Cina in yuan per aggirare le sanzioni americane: acquisti cinesi che rappresentano oggi circa l’80-90% delle esportazioni petrolifere iraniane. La Cina aveva lanciato il suo sistema di pagamenti interbancari transfrontalieri (CIPS) nel 2015 e aveva avviato le prime quotazioni petrolifere in yuan sulla Borsa Internazionale dell’Energia di Shanghai nel 2018. Nel 2023, l’India aveva effettuato la prima transazione di greggio in rupie con gli Emirati; la Cina aveva completato il primo pagamento transfrontaliero di petrolio in yuan digitale.
Tra il giugno 2024 e il febbraio 2026, la quota del commercio petrolifero globale regolata in dollari è diminuita di 3-5 punti percentuali, secondo stime della Banca dei Regolamenti Internazionali. La quota del dollaro nelle riserve valutarie mondiali era già scesa dal 70% degli anni Novanta al 56,9% del 2025. L’Arabia Saudita aveva inoltre aderito all’iniziativa mBridge, un sistema di valute digitali delle banche centrali guidato dalla Cina, che si pone come infrastruttura alternativa al sistema SWIFT di regolamento delle transazioni internazionali in dollari.
Per comprendere appieno il senso strategico dell’attacco del 28 febbraio occorre rovesciare la prospettiva: non l’Iran come obiettivo isolato, ma l’Iran come snodo. Nel 2023 Teheran è entrata a pieno titolo nei BRICS allargati, che oggi raccolgono dieci membri ufficiali e altrettanti definiti partners, rappresentanti il 54,6% della popolazione mondiale e il 42,2% del PIL globale a parità di potere d’acquisto. L’Iran è il pilastro mancante di un’architettura geoeconomica che si stava componendo da almeno un decennio: il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INSTC), 7.200 chilometri multimodali che collegano San Pietroburgo a Mumbai attraverso Iran e Asia Centrale, bypassando lo Stretto di Hormuz da terra; il porto di Chabahar, finestra iraniana sull’Oceano Indiano nella quale anche New Delhi ha investito 85 milioni di dollari; la Belt and Road Initiative cinese, che attraverso un patto strategico venticinquennale con Teheran del 2021 garantisce alla Cina una via terrestre verso il Mediterraneo.
Senza l’Iran, l’intero «Golden Corridor» eurasiatico perde la sua cerniera. La rete di pagamenti BRICS Pay che la Reserve Bank of India ha proposto per interconnettere le valute digitali delle banche centrali del blocco resta priva del nodo energetico decisivo. L’accordo del 2023 mediato proprio dalla Cina tra Riad e Teheran, che ha riavvicinato due nemici storici e aperto la porta all’adesione saudita ai BRICS, perde una delle due architravi.
In altre parole: se non ci fosse stato il blocco BRICS, non si sarebbe colpito l’Iran. L’operazione «Ruggito del Leone» si rivela così non solo una guerra al programma nucleare di Teheran o ai suoi missili, ma un’operazione chirurgica contro il cuore dei nuovi corridoi commerciali alternativi alla rotta IMEC (India-Middle East-Europe Corridor) sponsorizzata da Washington, che attraverso Emirati, Arabia Saudita, Giordania e Israele avrebbe dovuto rappresentare la risposta atlantica alla Belt and Road. Un’analisi recente sulle perdite indiane post-conflitto registra come la quota indiana di greggio russo sia crollata dal 40% a meno del 15% nei primi mesi del 2026, mentre Chabahar viene riprogettato con capitale e know-how cinesi.
La logica del bersaglio è dunque precisa: colpire la geografia stessa della de-dollarizzazione.
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Non sorprende, in questa cornice, che il 7 aprile 2026 Russia e Cina abbiano congiuntamente posto il veto, in seno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, alla risoluzione promossa dal Bahrein (e sostenuta da Qatar, Emirati, Arabia Saudita, Kuwait e Giordania) che chiedeva la riapertura dello Stretto di Hormuz «con tutti i mezzi necessari»: undici voti favorevoli su quindici, ma il doppio veto BRICS ha bloccato qualsiasi legittimazione internazionale all’uso della forza contro l’Iran.
La guerra ha prodotto un paradosso che merita di essere analizzato con attenzione. Nel breve periodo, il dollaro si è rafforzato: l’indice DXY ha raggiunto i massimi del 2026 nelle prime settimane di conflitto, testando quota 99,50. Le ragioni sono strutturali: l’aumento dei prezzi del petrolio costringe gli importatori ad acquistare più dollari per pagare il greggio costoso, generando una domanda naturale di valuta americana. Il dollaro funziona ancora come rifugio nella tempesta.
Ma sotto la superficie, le fondamenta si sgretolano. Sono tre i meccanismi che la guerra sta accelerando. Il primo è la rottura del patto di sicurezza. Il sistema petrodollarista era costruito su una promessa: gli Stati Uniti avrebbero garantito la sicurezza del Golfo e la libertà di navigazione. Oggi quella promessa appare vuota: l’IRGC controlla lo Stretto, le navi vengono attaccate, e la settima flotta americana staziona fuori portata, nel Mar Arabico, incapace di assicurare il transito commerciale senza innescare un’escalation nucleare. Come ha scritto la strategist di Deutsche Bank Mallika Sachdeva, il conflitto «mette alla prova il sistema sicurezza-per-prezzi del petrolio che ha mantenuto il prezzo del greggio in dollari dagli anni Settanta».
Il secondo meccanismo è il disinvestimento dei fondi sovrani del Golfo. Gli Stati del Golfo, le cui economie sono duramente colpite dagli attacchi alle infrastrutture e dal blocco delle esportazioni, potrebbero ridurre i loro investimenti in asset denominati in dollari. Il terzo meccanismo è la normalizzazione del non-dollaro: ogni transazione in yuan o in euro che attraversa lo Stretto di Hormuz crea un precedente, riduce le frizioni tecniche e psicologiche legate all’abbandono del dollaro, e segnala al mondo che un’architettura finanziaria alternativa è operativamente possibile.
Alicia Garcia-Herrero, capo economista per l’Asia-Pacifico di Natixis, ha però correttamente calibrato la portata del fenomeno: l’uso dello yuan allo Stretto «aggiunge pressione incrementale e normalizza le alternative nei flussi energetici» senza costituire da solo una de-dollarizzazione strutturale. Una vera trasformazione richiederebbe la partecipazione degli Stati del Golfo che hanno prezzato il loro petrolio in dollari dagli anni Settanta. Circa l’80% delle transazioni petrolifere mondiali è ancora regolato in dollari, e il dollaro rappresenta il 56% delle riserve valutarie globali e l’89% di tutte le transazioni sui mercati valutari.
La proposta iraniana ai paesi dell’Unione Europea di pagare in euro il transito energetico per Hormuz non è dunque solo una questione di pedaggi: è una questione di architettura monetaria globale. Se anche solo alcuni Stati europei accettassero di regolare una quota delle loro importazioni energetiche in euro, si aprirebbe un precedente di portata storica. L’euro è già la seconda valuta di riserva mondiale, ma la sua quota nel commercio internazionale dell’energia rimane marginale, a causa della struttura storica del mercato petrolifero che ha sempre ruotato intorno al dollaro. Un accordo che consentisse alle navi europee di transitare per Hormuz pagando in euro non sarebbe solo un sollievo energetico immediato per Germania, Italia e i paesi più dipendenti dalle importazioni mediorientali: sarebbe la prima crepa concreta nel monopolio del petrodollaro dall’Europa, ovvero da quella parte del mondo che per decenni è stata la spina dorsale dell’ordine finanziario a guida americana.
Le implicazioni per Washington sarebbero di duplice ordine.
La guerra ha prodotto un paradosso che merita di essere analizzato con attenzione. Nel breve periodo, il dollaro si è rafforzato: l’indice DXY ha raggiunto i massimi del 2026 nelle prime settimane di conflitto, testando quota 99,50. Le ragioni sono strutturali: l’aumento dei prezzi del petrolio costringe gli importatori ad acquistare più dollari per pagare il greggio costoso, generando una domanda naturale di valuta americana. Il dollaro funziona ancora come rifugio nella tempesta.
Ma sotto la superficie, le fondamenta si sgretolano. Sono tre i meccanismi che la guerra sta accelerando. Il primo è la rottura del patto di sicurezza. Il sistema petrodollarista era costruito su una promessa: gli Stati Uniti avrebbero garantito la sicurezza del Golfo e la libertà di navigazione. Oggi quella promessa appare vuota: l’IRGC controlla lo Stretto, le navi vengono attaccate, e la settima flotta americana staziona fuori portata, nel Mar Arabico, incapace di assicurare il transito commerciale senza innescare un’escalation nucleare. Come ha scritto la strategist di Deutsche Bank Mallika Sachdeva, il conflitto «mette alla prova il sistema sicurezza-per-prezzi del petrolio che ha mantenuto il prezzo del greggio in dollari dagli anni Settanta».
Il secondo meccanismo è il disinvestimento dei fondi sovrani del Golfo. Gli Stati del Golfo, le cui economie sono duramente colpite dagli attacchi alle infrastrutture e dal blocco delle esportazioni, potrebbero ridurre i loro investimenti in asset denominati in dollari. Il terzo meccanismo è la normalizzazione del non-dollaro: ogni transazione in yuan o in euro che attraversa lo Stretto di Hormuz crea un precedente, riduce le frizioni tecniche e psicologiche legate all’abbandono del dollaro, e segnala al mondo che un’architettura finanziaria alternativa è operativamente possibile.
Alicia Garcia-Herrero, capo economista per l’Asia-Pacifico di Natixis, ha però correttamente calibrato la portata del fenomeno: l’uso dello yuan allo Stretto «aggiunge pressione incrementale e normalizza le alternative nei flussi energetici» senza costituire da solo una de-dollarizzazione strutturale. Una vera trasformazione richiederebbe la partecipazione degli Stati del Golfo che hanno prezzato il loro petrolio in dollari dagli anni Settanta. Circa l’80% delle transazioni petrolifere mondiali è ancora regolato in dollari, e il dollaro rappresenta il 56% delle riserve valutarie globali e l’89% di tutte le transazioni sui mercati valutari.
La proposta iraniana ai paesi dell’Unione Europea di pagare in euro il transito energetico per Hormuz non è dunque solo una questione di pedaggi: è una questione di architettura monetaria globale. Se anche solo alcuni Stati europei accettassero di regolare una quota delle loro importazioni energetiche in euro, si aprirebbe un precedente di portata storica. L’euro è già la seconda valuta di riserva mondiale, ma la sua quota nel commercio internazionale dell’energia rimane marginale, a causa della struttura storica del mercato petrolifero che ha sempre ruotato intorno al dollaro. Un accordo che consentisse alle navi europee di transitare per Hormuz pagando in euro non sarebbe solo un sollievo energetico immediato per Germania, Italia e i paesi più dipendenti dalle importazioni mediorientali: sarebbe la prima crepa concreta nel monopolio del petrodollaro dall’Europa, ovvero da quella parte del mondo che per decenni è stata la spina dorsale dell’ordine finanziario a guida americana.
Le implicazioni per Washington sarebbero di duplice ordine.
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Sul piano finanziario, ogni barile pagato in euro è un barile che non genera domanda di dollari, riducendo il «privilegio esorbitante» americano: la capacità di emettere debito a tassi artificialmente bassi grazie alla domanda strutturale globale della propria valuta. Il debito pubblico americano ha già superato i 39 trilioni di dollari nel marzo 2026, e i costi degli interessi sono già proiettati come la voce in più rapida crescita del bilancio federale. Sul piano geopolitico, un’Europa che inizia a pagare il proprio petrolio in euro è un’Europa che riduce la propria dipendenza dall’infrastruttura finanziaria americana e che si avvicina, strutturalmente, a quella «autonomia strategica» invocata da anni da Parigi ma mai concretizzata.
L’analista Hosuk Lee-Makiyama, direttore del Centro europeo per l’economia politica internazionale di Bruxelles, ha osservato che anche se la Cina non riuscisse a eguagliare l’internazionalizzazione del dollaro, ciò non cambia molto per Teheran: quello che conta per l’Iran è aprire una crepa nel sistema, qualunque sia la valuta alternativa che la riempie. La proposta dell’euro va letta in questa chiave: non è un’offerta di amicizia verso l’Europa, ma uno strumento per frammentare il fronte occidentale e per moltiplicare le valute di regolamento del commercio energetico globale.
Per l’Italia, il dilemma è acutissimo. Paese ad alta dipendenza energetica, con Sigonella, Aviano e Niscemi come basi di proiezione americana e atlantica, Roma si trova stretta tra le esigenze economiche immediate e la geometria degli equilibri politici. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha proposto alla videoconferenza del 2 aprile, organizzata dal governo britannico a cui hanno partecipato una quarantina di paesi, la creazione di un «corridoio umanitario» per il passaggio sicuro di fertilizzanti e beni essenziali attraverso Hormuz. La proposta non è stata adottata e l’incontro si è concluso senza un piano concreto.
Nel frattempo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha compiuto a sorpresa un viaggio in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti per «rafforzare le relazioni» nella regione, con la questione energetica come dichiarato obiettivo primario. L’Italia ha finora privilegiato la postura atlantista, evitando di seguire Francia e Spagna nella via degli accordi bilaterali con Teheran. Ma ogni giorno che le navi italiane restano bloccate mentre quelle francesi transitano è un costo economico che si accumula e un costo politico che cresce. Secondo le proiezioni della BCE, l’inflazione nell’eurozona potrebbe raggiungere il 3,1% nel secondo trimestre 2026, con ripercussioni più severe per i paesi importatori netti di energia come l’Italia.
D’altronde non tutti gli analisti escludono che un accordo strutturato sui pedaggi possa avere un senso, a condizione che sia multilaterale, temporaneo e sottoposto a governance condivisa. L’Istituto Affari Internazionali di Roma ha proposto un pacchetto diplomatico che includa, tra gli altri elementi, «un sistema di pedaggio temporaneo e condiviso regionalmente sullo Stretto di Hormuz, i cui proventi rifinanzierebbero le riparazioni delle infrastrutture energetiche» danneggiate dalla guerra. Si tratta di un’architettura che cercherebbe di sottrarre Hormuz alla dimensione di arma geopolitica iraniana per ricondurlo a quella di bene comune gestito collettivamente.
Il think tank Bruegel di Bruxelles ha calcolato che il costo finanziario diretto del pedaggio sarebbe relativamente contenuto: un pedaggio da 2 milioni di dollari su una petroliera da 2 milioni di barili equivale a 1 dollaro per barile, un onere «che non ricade sui consumatori globali ma soprattutto sugli Stati del Golfo che forniscono il petrolio». Il problema non è il costo del pedaggio in sé, ma il precedente giuridico e politico che esso stabilisce: se Hormuz può avere un casello, nulla impedisce in linea di principio che lo stesso schema si ripeta nello Stretto di Malacca, nello Stretto di Gibilterra o in quello di Taiwan.
L’analista Hosuk Lee-Makiyama, direttore del Centro europeo per l’economia politica internazionale di Bruxelles, ha osservato che anche se la Cina non riuscisse a eguagliare l’internazionalizzazione del dollaro, ciò non cambia molto per Teheran: quello che conta per l’Iran è aprire una crepa nel sistema, qualunque sia la valuta alternativa che la riempie. La proposta dell’euro va letta in questa chiave: non è un’offerta di amicizia verso l’Europa, ma uno strumento per frammentare il fronte occidentale e per moltiplicare le valute di regolamento del commercio energetico globale.
Per l’Italia, il dilemma è acutissimo. Paese ad alta dipendenza energetica, con Sigonella, Aviano e Niscemi come basi di proiezione americana e atlantica, Roma si trova stretta tra le esigenze economiche immediate e la geometria degli equilibri politici. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha proposto alla videoconferenza del 2 aprile, organizzata dal governo britannico a cui hanno partecipato una quarantina di paesi, la creazione di un «corridoio umanitario» per il passaggio sicuro di fertilizzanti e beni essenziali attraverso Hormuz. La proposta non è stata adottata e l’incontro si è concluso senza un piano concreto.
Nel frattempo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha compiuto a sorpresa un viaggio in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti per «rafforzare le relazioni» nella regione, con la questione energetica come dichiarato obiettivo primario. L’Italia ha finora privilegiato la postura atlantista, evitando di seguire Francia e Spagna nella via degli accordi bilaterali con Teheran. Ma ogni giorno che le navi italiane restano bloccate mentre quelle francesi transitano è un costo economico che si accumula e un costo politico che cresce. Secondo le proiezioni della BCE, l’inflazione nell’eurozona potrebbe raggiungere il 3,1% nel secondo trimestre 2026, con ripercussioni più severe per i paesi importatori netti di energia come l’Italia.
D’altronde non tutti gli analisti escludono che un accordo strutturato sui pedaggi possa avere un senso, a condizione che sia multilaterale, temporaneo e sottoposto a governance condivisa. L’Istituto Affari Internazionali di Roma ha proposto un pacchetto diplomatico che includa, tra gli altri elementi, «un sistema di pedaggio temporaneo e condiviso regionalmente sullo Stretto di Hormuz, i cui proventi rifinanzierebbero le riparazioni delle infrastrutture energetiche» danneggiate dalla guerra. Si tratta di un’architettura che cercherebbe di sottrarre Hormuz alla dimensione di arma geopolitica iraniana per ricondurlo a quella di bene comune gestito collettivamente.
Il think tank Bruegel di Bruxelles ha calcolato che il costo finanziario diretto del pedaggio sarebbe relativamente contenuto: un pedaggio da 2 milioni di dollari su una petroliera da 2 milioni di barili equivale a 1 dollaro per barile, un onere «che non ricade sui consumatori globali ma soprattutto sugli Stati del Golfo che forniscono il petrolio». Il problema non è il costo del pedaggio in sé, ma il precedente giuridico e politico che esso stabilisce: se Hormuz può avere un casello, nulla impedisce in linea di principio che lo stesso schema si ripeta nello Stretto di Malacca, nello Stretto di Gibilterra o in quello di Taiwan.
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Mentre questo articolo va in stampa, a Islamabad si svolge la trattativa più consequenziale dal 1979. Il Vice Presidente americano JD Vance, l’inviato speciale Steve Witkoff e il genero del presidente Jared Kushner sono giunti nella capitale pakistana l’11 aprile 2026 per i primi colloqui diretti USA-Iran dalla rivoluzione islamica. La delegazione iraniana, composta da settantuno membri, è guidata dal Presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf - ex comandante delle Guardie della Rivoluzione - e dal Ministro degli Esteri Abbas Araghchi. La mediazione formale è del Primo Ministro pakistano Shehbaz Sharif; i colloqui si tengono nella Red Zone di Islamabad, blindata da migliaia di militari e paramilitari.
I colloqui sono nati come stabilizzazione del cessate il fuoco di due settimane firmato il 7 aprile, sulla base del piano in dieci punti presentato da Teheran e definito da Trump «una base di lavoro accettabile». Il piano iraniano, di cui esistono almeno due versioni con formulazioni diverse in farsi e in inglese, prevede: cessazione di tutti gli attacchi statunitensi e israeliani nella regione, garanzie di sicurezza, riparazioni di guerra finanziate proprio attraverso i pedaggi delle navi che attraversano lo Stretto, riconoscimento internazionale della sovranità iraniana su Hormuz, sblocco di tutti gli asset iraniani congelati all’estero, e ratifica dell’intero pacchetto in una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Le fonti pakistane riferite da CNN parlano di un tono complessivo positivo ma di uno stallo persistente sul controllo dello Stretto. Una fonte vicina al team negoziale iraniano ha definito «inaccettabili» le richieste americane. L’agenzia iraniana Tasnim ha pubblicato quattro «condizioni non negoziabili» ribadite da Teheran ai mediatori: piena sovranità su Hormuz, riparazioni di guerra integrali, sblocco incondizionato degli asset bloccati, cessate il fuoco duraturo nell’intera Asia occidentale (Libano incluso). A complicare il quadro, due cacciatorpediniere americani, USS Frank E. Petersen Jr. e USS Michael Murphy, hanno attraversato lo Stretto sabato 11 aprile in un’operazione di sminamento, accolta dall’IRGC con la minaccia di una «risposta dura» a qualsiasi vascello militare.
L’11 aprile 2026, mentre i delegati prendevano posto al Serena Hotel, l’agenzia Reuters ha pubblicato un’esclusiva destinata a fare il giro del mondo: secondo una fonte iraniana di alto livello, gli Stati Uniti avrebbero accettato di sbloccare gli asset iraniani congelati in Qatar e in altre banche estere, qualificando la mossa come «direttamente collegata alla garanzia del passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz». Una seconda fonte iraniana ha quantificato l’importo in 6 miliardi di dollari, custoditi in conti del Qatar National Bank a nome della Banca Centrale iraniana.
La cifra ha una storia precisa: si tratta di proventi di vendite di greggio iraniano alla Corea del Sud, congelati nel 2018 dopo l’uscita di Trump dall’accordo nucleare JCPOA, sbloccati nel settembre 2023 da Biden nell’ambito di uno scambio di prigionieri mediato da Doha, e nuovamente congelati il 13 ottobre 2023 dopo il 7 ottobre. Sono il banco di prova simbolico di qualsiasi sblocco sostanziale: gli asset iraniani globalmente congelati superano i 100 miliardi di dollari, distribuiti tra Cina (circa 20 miliardi), Iraq (6), Qatar (6), Stati Uniti (2), Lussemburgo (1,6) e Giappone (1,5). I sei miliardi di Doha sono il 6% del totale, ma sono i più recenti a essere stati «mossi» e poi richiusi.
La smentita è arrivata entro un’ora. Un funzionario senior della Casa Bianca ha definito la notizia «non vera» (capitalizzata, come distribuita ai giornalisti); un secondo ha dichiarato a CBS News: «Gli Stati Uniti non hanno acconsentito a sbloccare alcun asset iraniano». Anche Doha ha confermato che i fondi restano congelati in attesa di un’autorizzazione del Tesoro americano che non è arrivata.
I colloqui sono nati come stabilizzazione del cessate il fuoco di due settimane firmato il 7 aprile, sulla base del piano in dieci punti presentato da Teheran e definito da Trump «una base di lavoro accettabile». Il piano iraniano, di cui esistono almeno due versioni con formulazioni diverse in farsi e in inglese, prevede: cessazione di tutti gli attacchi statunitensi e israeliani nella regione, garanzie di sicurezza, riparazioni di guerra finanziate proprio attraverso i pedaggi delle navi che attraversano lo Stretto, riconoscimento internazionale della sovranità iraniana su Hormuz, sblocco di tutti gli asset iraniani congelati all’estero, e ratifica dell’intero pacchetto in una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Le fonti pakistane riferite da CNN parlano di un tono complessivo positivo ma di uno stallo persistente sul controllo dello Stretto. Una fonte vicina al team negoziale iraniano ha definito «inaccettabili» le richieste americane. L’agenzia iraniana Tasnim ha pubblicato quattro «condizioni non negoziabili» ribadite da Teheran ai mediatori: piena sovranità su Hormuz, riparazioni di guerra integrali, sblocco incondizionato degli asset bloccati, cessate il fuoco duraturo nell’intera Asia occidentale (Libano incluso). A complicare il quadro, due cacciatorpediniere americani, USS Frank E. Petersen Jr. e USS Michael Murphy, hanno attraversato lo Stretto sabato 11 aprile in un’operazione di sminamento, accolta dall’IRGC con la minaccia di una «risposta dura» a qualsiasi vascello militare.
L’11 aprile 2026, mentre i delegati prendevano posto al Serena Hotel, l’agenzia Reuters ha pubblicato un’esclusiva destinata a fare il giro del mondo: secondo una fonte iraniana di alto livello, gli Stati Uniti avrebbero accettato di sbloccare gli asset iraniani congelati in Qatar e in altre banche estere, qualificando la mossa come «direttamente collegata alla garanzia del passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz». Una seconda fonte iraniana ha quantificato l’importo in 6 miliardi di dollari, custoditi in conti del Qatar National Bank a nome della Banca Centrale iraniana.
La cifra ha una storia precisa: si tratta di proventi di vendite di greggio iraniano alla Corea del Sud, congelati nel 2018 dopo l’uscita di Trump dall’accordo nucleare JCPOA, sbloccati nel settembre 2023 da Biden nell’ambito di uno scambio di prigionieri mediato da Doha, e nuovamente congelati il 13 ottobre 2023 dopo il 7 ottobre. Sono il banco di prova simbolico di qualsiasi sblocco sostanziale: gli asset iraniani globalmente congelati superano i 100 miliardi di dollari, distribuiti tra Cina (circa 20 miliardi), Iraq (6), Qatar (6), Stati Uniti (2), Lussemburgo (1,6) e Giappone (1,5). I sei miliardi di Doha sono il 6% del totale, ma sono i più recenti a essere stati «mossi» e poi richiusi.
La smentita è arrivata entro un’ora. Un funzionario senior della Casa Bianca ha definito la notizia «non vera» (capitalizzata, come distribuita ai giornalisti); un secondo ha dichiarato a CBS News: «Gli Stati Uniti non hanno acconsentito a sbloccare alcun asset iraniano». Anche Doha ha confermato che i fondi restano congelati in attesa di un’autorizzazione del Tesoro americano che non è arrivata.
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Ma il timing della fuga di notizie - all’apertura dei colloqui - rivela la posta in gioco: per Teheran lo sblocco degli asset non è un punto di trattativa, è una precondizione. Ghalibaf l’aveva scritto su X il giorno prima: «Due misure mutualmente concordate fra le parti devono ancora essere implementate: il cessate il fuoco in Libano e lo sblocco dei beni iraniani prima dell’avvio dei negoziati. Queste due questioni devono essere soddisfatte prima di iniziare i negoziati».
Pechino non siede ufficialmente al tavolo di Islamabad. Eppure, secondo le ricostruzioni concordi di AFP, France24, The Irish Times e dello stesso Donald Trump, la Cina è il vero secondo attore della trattativa. «Nella notte del cessate il fuoco le speranze stavano svanendo, poi è intervenuta la Cina e ha convinto l’Iran ad accettare», ha riferito un alto funzionario pakistano ad AFP. Trump stesso ha confermato il dato: la Cina è stata decisiva nel portare l’Iran al tavolo.
Nelle settimane precedenti i colloqui, il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha effettuato ventisei telefonate con omologhi dei paesi coinvolti; l’inviato speciale di Pechino per il Medio Oriente ha condotto missioni diplomatiche in tutta la regione; il Ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar è volato a Pechino il 31 marzo per coordinare «i cinque principi» sino-pakistani per la mediazione (cessate il fuoco immediato, ripresa dei colloqui, protezione dei civili, sicurezza marittima, aderenza alla Carta ONU). Una fonte pakistana ad AFP è stata netta: «La Cina è stata richiesta come garante. L’Iran vuole un garante. La Russia, impegnata in Ucraina, non sarebbe stata accettata dall’UE: la Cina era la scelta migliore». L’analista Vali Nasr, ex funzionario del Dipartimento di Stato americano, ha riassunto la situazione su X: «Pechino è ora la prima linea dello sforzo diplomatico». Resta da vedere se Pechino accetterà di trasformare il proprio ruolo informale di garante in un impegno formale: secondo le stesse fonti pakistane, la Cina «ha le sue considerazioni: non vuole essere trascinata pubblicamente in questo conflitto». È la postura classica della diplomazia cinese: massima incidenza, minima visibilità. Ma il dato strutturale è che, in un’eventuale architettura post-bellica dello Stretto di Hormuz, la firma cinese - esplicita o implicita - sarà necessaria. E con essa, automaticamente, la legittimazione di un sistema di pagamenti che includa lo yuan accanto all’euro e al dollaro.
Il cessate il fuoco di due settimane annunciato il 7-8 aprile resta comunque sotto stress. Israele ha proseguito i raid sul Libano contro Hezbollah, sostenendo che il Libano non è incluso nei termini dell’accordo - mentre Teheran sostiene il contrario. Il Premier israeliano Netanyahu ha dichiarato che la campagna militare contro l’Iran «non è ancora finita», anche mentre i colloqui di Islamabad procedono. E proprio dal suo governo, il 9 aprile, è arrivata la dichiarazione forse più rivelatrice dell’intero conflitto: il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha annunciato pubblicamente «l’avvio» del progetto del Grande Israele, indicando l’espansione delle frontiere israeliane per inglobare porzioni di Siria, Libano, Cisgiordania e Gaza - con il fiume Litani come «frontiera difendibile» a nord, il Monte Hermon come linea siriana, e il rifiuto esplicito di qualsiasi «divisione della terra» che istituisca uno Stato palestinese. Alla data di pubblicazione di questo articolo, solo una manciata di navi ha effettivamente attraversato lo Stretto, e oltre 600 imbarcazioni rimangono bloccate nel Golfo.
Trentaquattro chilometri di acqua. Questo è tutto ciò che separa il mondo che conosciamo da quello che potrebbe emergere. Lo Stretto di Hormuz non è mai stato solo un corridoio energetico: è stato il nodo fisico attorno a cui si è costruita la supremazia del dollaro nel secondo dopoguerra. Il sistema del petrodollaro non è un accordo scritto, non ha una data di scadenza, non ha un ufficio dove si va a disdirlo: è un’architettura di fiducia, di aspettative convergenti, di incentivi allineati.
Pechino non siede ufficialmente al tavolo di Islamabad. Eppure, secondo le ricostruzioni concordi di AFP, France24, The Irish Times e dello stesso Donald Trump, la Cina è il vero secondo attore della trattativa. «Nella notte del cessate il fuoco le speranze stavano svanendo, poi è intervenuta la Cina e ha convinto l’Iran ad accettare», ha riferito un alto funzionario pakistano ad AFP. Trump stesso ha confermato il dato: la Cina è stata decisiva nel portare l’Iran al tavolo.
Nelle settimane precedenti i colloqui, il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha effettuato ventisei telefonate con omologhi dei paesi coinvolti; l’inviato speciale di Pechino per il Medio Oriente ha condotto missioni diplomatiche in tutta la regione; il Ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar è volato a Pechino il 31 marzo per coordinare «i cinque principi» sino-pakistani per la mediazione (cessate il fuoco immediato, ripresa dei colloqui, protezione dei civili, sicurezza marittima, aderenza alla Carta ONU). Una fonte pakistana ad AFP è stata netta: «La Cina è stata richiesta come garante. L’Iran vuole un garante. La Russia, impegnata in Ucraina, non sarebbe stata accettata dall’UE: la Cina era la scelta migliore». L’analista Vali Nasr, ex funzionario del Dipartimento di Stato americano, ha riassunto la situazione su X: «Pechino è ora la prima linea dello sforzo diplomatico». Resta da vedere se Pechino accetterà di trasformare il proprio ruolo informale di garante in un impegno formale: secondo le stesse fonti pakistane, la Cina «ha le sue considerazioni: non vuole essere trascinata pubblicamente in questo conflitto». È la postura classica della diplomazia cinese: massima incidenza, minima visibilità. Ma il dato strutturale è che, in un’eventuale architettura post-bellica dello Stretto di Hormuz, la firma cinese - esplicita o implicita - sarà necessaria. E con essa, automaticamente, la legittimazione di un sistema di pagamenti che includa lo yuan accanto all’euro e al dollaro.
Il cessate il fuoco di due settimane annunciato il 7-8 aprile resta comunque sotto stress. Israele ha proseguito i raid sul Libano contro Hezbollah, sostenendo che il Libano non è incluso nei termini dell’accordo - mentre Teheran sostiene il contrario. Il Premier israeliano Netanyahu ha dichiarato che la campagna militare contro l’Iran «non è ancora finita», anche mentre i colloqui di Islamabad procedono. E proprio dal suo governo, il 9 aprile, è arrivata la dichiarazione forse più rivelatrice dell’intero conflitto: il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha annunciato pubblicamente «l’avvio» del progetto del Grande Israele, indicando l’espansione delle frontiere israeliane per inglobare porzioni di Siria, Libano, Cisgiordania e Gaza - con il fiume Litani come «frontiera difendibile» a nord, il Monte Hermon come linea siriana, e il rifiuto esplicito di qualsiasi «divisione della terra» che istituisca uno Stato palestinese. Alla data di pubblicazione di questo articolo, solo una manciata di navi ha effettivamente attraversato lo Stretto, e oltre 600 imbarcazioni rimangono bloccate nel Golfo.
Trentaquattro chilometri di acqua. Questo è tutto ciò che separa il mondo che conosciamo da quello che potrebbe emergere. Lo Stretto di Hormuz non è mai stato solo un corridoio energetico: è stato il nodo fisico attorno a cui si è costruita la supremazia del dollaro nel secondo dopoguerra. Il sistema del petrodollaro non è un accordo scritto, non ha una data di scadenza, non ha un ufficio dove si va a disdirlo: è un’architettura di fiducia, di aspettative convergenti, di incentivi allineati.
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E quella fiducia, quella convergenza, quegli incentivi sono stati incrinati.
La proposta iraniana all’Europa di pagare in euro non è soltanto una mossa tattica di sopravvivenza: è un invito a tradire un sistema che gli europei hanno subito come un vincolo, non scelto come una convenienza. Diana Choyleva, capo economista di Enodo Economics, ha scritto che «il declino del petrodollaro nel Golfo non è una questione di se accadrà, ma di quando, e quel quando si avvicina più rapidamente di quanto molti credano».
Il paradosso di questa guerra sta tutto qui: ha rafforzato il dollaro nel breve periodo, perché le crisi spingono sempre verso il rifugio sicuro. Ma ha simultaneamente demolito le fondamenta su cui quel rifugio era costruito. Ha dimostrato che gli Stati Uniti non possono più garantire la sicurezza del Golfo. Ha accelerato la normalizzazione di pagamenti petroliferi in valute alternative. Ha rivelato che la Cina è il vero garante implicito di qualsiasi futura architettura dello Stretto. E ha posto l’Europa di fronte a una scelta che non aveva ancora voluto fare: continuare a comprare energia in dollari, finanziando il privilegio geopolitico americano, o iniziare a comprare in euro, costruendo una sovranità monetaria che è sempre rimasta sulla carta.
Hormuz non è soltanto il luogo dove il petrolio si blocca. È il luogo dove si decide, barile dopo barile, in quale lingua parlerà il prossimo ordine mondiale.
Non è un caso che la guerra abbia colpito proprio l’Iran: senza l’Iran non c’è il Corridoio Nord-Sud, non c’è Chabahar, non c’è la cerniera tra Russia, Cina e Asia meridionale, non c’è il pilastro energetico dei BRICS allargati. Senza il blocco BRICS, non si sarebbe colpito l’Iran. Avendo colpito l’Iran, si è confermato che era proprio quello il bersaglio.
Margherita Furlan
Direttrice editoriale casadelsoletv.com | @CasadelSoleTVChannel
La proposta iraniana all’Europa di pagare in euro non è soltanto una mossa tattica di sopravvivenza: è un invito a tradire un sistema che gli europei hanno subito come un vincolo, non scelto come una convenienza. Diana Choyleva, capo economista di Enodo Economics, ha scritto che «il declino del petrodollaro nel Golfo non è una questione di se accadrà, ma di quando, e quel quando si avvicina più rapidamente di quanto molti credano».
Il paradosso di questa guerra sta tutto qui: ha rafforzato il dollaro nel breve periodo, perché le crisi spingono sempre verso il rifugio sicuro. Ma ha simultaneamente demolito le fondamenta su cui quel rifugio era costruito. Ha dimostrato che gli Stati Uniti non possono più garantire la sicurezza del Golfo. Ha accelerato la normalizzazione di pagamenti petroliferi in valute alternative. Ha rivelato che la Cina è il vero garante implicito di qualsiasi futura architettura dello Stretto. E ha posto l’Europa di fronte a una scelta che non aveva ancora voluto fare: continuare a comprare energia in dollari, finanziando il privilegio geopolitico americano, o iniziare a comprare in euro, costruendo una sovranità monetaria che è sempre rimasta sulla carta.
Hormuz non è soltanto il luogo dove il petrolio si blocca. È il luogo dove si decide, barile dopo barile, in quale lingua parlerà il prossimo ordine mondiale.
Non è un caso che la guerra abbia colpito proprio l’Iran: senza l’Iran non c’è il Corridoio Nord-Sud, non c’è Chabahar, non c’è la cerniera tra Russia, Cina e Asia meridionale, non c’è il pilastro energetico dei BRICS allargati. Senza il blocco BRICS, non si sarebbe colpito l’Iran. Avendo colpito l’Iran, si è confermato che era proprio quello il bersaglio.
Margherita Furlan
Direttrice editoriale casadelsoletv.com | @CasadelSoleTVChannel
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Hormuz sarà la Tomba dell’Impero Americano?
La crisi in Iran si trasforma in un punto di svolta geopolitico globale: gli Stati Uniti sono intrappolati in un conflitto sempre più complesso, mentre alleati strategici — dai Paesi del Golfo alla NATO fino all’Asia — affrontano conseguenze economiche e militari sempre più gravi. 🚢🔥 La possibile chiusura dello Stretto di Hormuz minaccia…
https://casadelsole.tv/hormuz-sara-la-tomba-dellimpero-americano/
La crisi in Iran si trasforma in un punto di svolta geopolitico globale: gli Stati Uniti sono intrappolati in un conflitto sempre più complesso, mentre alleati strategici — dai Paesi del Golfo alla NATO fino all’Asia — affrontano conseguenze economiche e militari sempre più gravi. 🚢🔥 La possibile chiusura dello Stretto di Hormuz minaccia…
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Leonardo: Palantir ordina, Meloni silura Cingolani e il Dome
di Margherita Furlan
Terremoto al vertice di Leonardo. Roberto Cingolani, amministratore delegato del colosso italiano della difesa dal 2023, è stato sostituito a sorpresa dal governo Meloni. Al suo posto Lorenzo Mariani, dirigente interno da decenni; alla presidenza Francesco Macrì, profilo in area meloniana. L’ufficializzazione arriverà con l’assemblea del 7 maggio, ma i mercati hanno già emesso il loro verdetto: giovedì il titolo ha perso oltre il cinque per cento a Piazza Affari.
Il dato paradossale è che Cingolani viene rimosso mentre i numeri gli danno ragione. Sotto la sua gestione Leonardo è passata da circa 15 miliardi di fatturato nel 2022 agli oltre 20 miliardi del 2025, cavalcando l’ondata globale di riarmo. Lo stesso sottosegretario Fazzolari, indicato tra i principali scontenti, si è affrettato a smentire tensioni parlando di scelta «esclusivamente di natura industriale» e di un «nuovo contesto geopolitico». La formula usata, però, è rivelatrice: è cambiato, ha detto, «lo schema di gioco». E lo schema di gioco ha un nome preciso.
Si chiama Michelangelo Dome. È il progetto su cui Cingolani aveva scommesso pesantemente, definendolo a novembre scorso «il più grande programma di integrazione mai realizzato nell’industria della difesa». Una piattaforma che, grazie all’intelligenza artificiale, integra sensori terrestri, navali, aerei e spaziali per individuare e intercettare missili e droni: una cupola di difesa aerea europea. Sperimentazione prevista in Ucraina entro fine anno, piena operatività al 2030. Un prodotto italiano, pensato per il mercato europeo e NATO, in diretta concorrenza con i sistemi americani e israeliani.
Sul destino di Cingolani avrebbe pesato in modo decisivo il giudizio di Alden Global Capital, fondo considerato emanazione dell’area trumpiana e collegato a Palantir, la società di Peter Thiel. Palantir è il fornitore di riferimento del Pentagono per le piattaforme di intelligenza artificiale applicata alla difesa, lo stesso terreno su cui il Michelangelo Dome avrebbe offerto un’alternativa europea. Il sistema di Cingolani non minacciava solo Raytheon o Lockheed Martin sul piano dell’hardware: minacciava il software, il cervello algoritmico, ovvero il terreno su cui Thiel ha costruito il proprio impero e la propria influenza politica sull’amministrazione Trump.
Il quadro si fa così più nitido. In un momento in cui Washington usa la leva degli acquisti militari come strumento di pressione sugli alleati europei, e in cui l’architettura di targeting israelo-americana in Medio Oriente poggia in misura crescente su Palantir, un’industria italiana che costruisce una cupola di difesa integrata con IA proprietaria europea non è soltanto un concorrente commerciale: è un problema politico. A questo si aggiungono gli attriti interni: lo scarso feeling con i vertici militari italiani, la gestione delle nomine considerate poco allineate con il centrodestra, gli accordi con i francesi di Airbus e Thales, l’affidamento del dossier droni ai turchi di Baykar. Una serie di fughe in avanti che, sommate al dossier Dome, hanno fatto superare il limite di tolleranza.
L’Italia parteciperà ancora al progetto Michelangelo Dome, o è stato di fatto archiviato insieme al suo principale sponsor? Nessuna risposta ufficiale arriva da Palazzo Chigi, ma il messaggio implicito della sostituzione è già arrivato a destinazione. Cingolani aveva costruito un embrione di sovranità tecnologica italiana nel campo più strategico di tutti, quello dove si decide chi vede, chi colpisce e chi sopravvive nelle guerre del prossimo decennio. Lo ha fatto nel momento sbagliato, contro gli azionisti sbagliati. E ne ha pagato il prezzo per primo.
di Margherita Furlan
Terremoto al vertice di Leonardo. Roberto Cingolani, amministratore delegato del colosso italiano della difesa dal 2023, è stato sostituito a sorpresa dal governo Meloni. Al suo posto Lorenzo Mariani, dirigente interno da decenni; alla presidenza Francesco Macrì, profilo in area meloniana. L’ufficializzazione arriverà con l’assemblea del 7 maggio, ma i mercati hanno già emesso il loro verdetto: giovedì il titolo ha perso oltre il cinque per cento a Piazza Affari.
Il dato paradossale è che Cingolani viene rimosso mentre i numeri gli danno ragione. Sotto la sua gestione Leonardo è passata da circa 15 miliardi di fatturato nel 2022 agli oltre 20 miliardi del 2025, cavalcando l’ondata globale di riarmo. Lo stesso sottosegretario Fazzolari, indicato tra i principali scontenti, si è affrettato a smentire tensioni parlando di scelta «esclusivamente di natura industriale» e di un «nuovo contesto geopolitico». La formula usata, però, è rivelatrice: è cambiato, ha detto, «lo schema di gioco». E lo schema di gioco ha un nome preciso.
Si chiama Michelangelo Dome. È il progetto su cui Cingolani aveva scommesso pesantemente, definendolo a novembre scorso «il più grande programma di integrazione mai realizzato nell’industria della difesa». Una piattaforma che, grazie all’intelligenza artificiale, integra sensori terrestri, navali, aerei e spaziali per individuare e intercettare missili e droni: una cupola di difesa aerea europea. Sperimentazione prevista in Ucraina entro fine anno, piena operatività al 2030. Un prodotto italiano, pensato per il mercato europeo e NATO, in diretta concorrenza con i sistemi americani e israeliani.
Sul destino di Cingolani avrebbe pesato in modo decisivo il giudizio di Alden Global Capital, fondo considerato emanazione dell’area trumpiana e collegato a Palantir, la società di Peter Thiel. Palantir è il fornitore di riferimento del Pentagono per le piattaforme di intelligenza artificiale applicata alla difesa, lo stesso terreno su cui il Michelangelo Dome avrebbe offerto un’alternativa europea. Il sistema di Cingolani non minacciava solo Raytheon o Lockheed Martin sul piano dell’hardware: minacciava il software, il cervello algoritmico, ovvero il terreno su cui Thiel ha costruito il proprio impero e la propria influenza politica sull’amministrazione Trump.
Il quadro si fa così più nitido. In un momento in cui Washington usa la leva degli acquisti militari come strumento di pressione sugli alleati europei, e in cui l’architettura di targeting israelo-americana in Medio Oriente poggia in misura crescente su Palantir, un’industria italiana che costruisce una cupola di difesa integrata con IA proprietaria europea non è soltanto un concorrente commerciale: è un problema politico. A questo si aggiungono gli attriti interni: lo scarso feeling con i vertici militari italiani, la gestione delle nomine considerate poco allineate con il centrodestra, gli accordi con i francesi di Airbus e Thales, l’affidamento del dossier droni ai turchi di Baykar. Una serie di fughe in avanti che, sommate al dossier Dome, hanno fatto superare il limite di tolleranza.
L’Italia parteciperà ancora al progetto Michelangelo Dome, o è stato di fatto archiviato insieme al suo principale sponsor? Nessuna risposta ufficiale arriva da Palazzo Chigi, ma il messaggio implicito della sostituzione è già arrivato a destinazione. Cingolani aveva costruito un embrione di sovranità tecnologica italiana nel campo più strategico di tutti, quello dove si decide chi vede, chi colpisce e chi sopravvive nelle guerre del prossimo decennio. Lo ha fatto nel momento sbagliato, contro gli azionisti sbagliati. E ne ha pagato il prezzo per primo.
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LEVANTE 13.04.2026 🔴 Ore 16: al via il blocco navale di Trump
Il Medio Oriente in fiamme, i negoziati falliti, i mari che si chiudono. Mentre Washington ospita in gran segreto i cento padroni del pianeta al vertice Bilderberg, l’Europa si scopre fragile, dipendente, e senza voce. Lo Stretto di Hormuz è bloccato, quello di Bab el-Mandeb è sotto minaccia Houthi, e le bollette degli europei…
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CasaDelSoleTG 13.04.26 🔴 La navigazione si interrompe alle 16.00
– ABBONATI 110.000 ISCRITTI ZERO PADRONI – USA sbloccano riserve iraniane? di Margherita Furlan – Hormuz: economia globale bloccata da Trump di Jeff Hoffman – Libano, UNIFIL nel mirino israeliano di Ivan Bodyan – Bruxelles ‘conquista’ Budapest di Gionata Chatillard – Club Bilderberg riunito a Washington di Jeff Hoffman – Yuan, record storico di…
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USA sbloccano riserve iraniane?
di Margherita Furlan
Un retroscena destinato a far discutere, rilanciato da Reuters in esclusiva e immediatamente smentito dalla Casa Bianca. Secondo una fonte iraniana di alto livello, gli Stati Uniti avrebbero accettato di sbloccare asset iraniani congelati in Qatar e in altre banche estere. Una mossa che, sempre secondo la fonte citata dall’agenzia britannica, sarebbe «direttamente collegata alla garanzia del passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz».
La cifra in ballo, riferita da una seconda fonte, sarebbe di 6 miliardi di dollari. Denaro con una storia lunga e tortuosa: proventi originari delle vendite iraniane di greggio alla Corea del Sud, congelati nel 2018, poi sbloccati nel 2023 nell’ambito dello scambio di prigionieri mediato proprio da Doha, e infine nuovamente congelati dopo il 7 ottobre 2023...
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La cifra in ballo, riferita da una seconda fonte, sarebbe di 6 miliardi di dollari. Denaro con una storia lunga e tortuosa: proventi originari delle vendite iraniane di greggio alla Corea del Sud, congelati nel 2018, poi sbloccati nel 2023 nell’ambito dello scambio di prigionieri mediato proprio da Doha, e infine nuovamente congelati dopo il 7 ottobre 2023...
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