Coloni israeliani hanno posizionato migliaia di bandiere israeliane lungo un tratto di 17 chilometri della Route 60 tra Ramallah e Nablus, includendo sezioni che attraversano comunità palestinesi. Secondo Israel Today, circa 100 volontari guidati dallo studente di yeshiva Eyal Spiegel hanno installato circa 2.000 bandiere a intervalli di circa 40 metri.
Gli organizzatori hanno descritto l'iniziativa come un progetto guidato dai giovani volto ad aumentare quella che hanno chiamato “visibilità e voce” nella zona. Spiegel ha dichiarato che “una bandiera dà alle persone sicurezza e appartenenza.”
https://t.me/QudsNen/197557
Gli organizzatori hanno descritto l'iniziativa come un progetto guidato dai giovani volto ad aumentare quella che hanno chiamato “visibilità e voce” nella zona. Spiegel ha dichiarato che “una bandiera dà alle persone sicurezza e appartenenza.”
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Quds News Network
Israeli settlers have placed thousands of Israeli flags along a 17-kilometre stretch of Route 60 between Ramallah and Nablus, including sections passing through Palestinian communities. According to Israel Today, around 100 volunteers led by yeshiva student…
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Il coraggio e la forza di Ali Tahrawi medico al Aqsa Hospital di GAZA.
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Vi combatteremo finché la Palestina non sarà libera
Il coraggio e la forza di Ali Tahrawi medico al Aqsa Hospital di GAZA. #gaza #Gaza Stories #Invictapalestina #Gaza #Palestina occupata Visita il nostro BLO...
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Mi sembrava strano, in effetti.
Mentre Nadeen Ayoub fa la storia e mostra al mondo intero il ricchissimo patrimonio culturale palestinese, la concorrente "israeliana", Melanie Shiraz (mezza iraniana) oltre a risultare insulsa e antipatica, mostra al mondo, ancora una volta, la tradizione sionista : rubare simboli Palestinesi e spacciarli per "israeliani".
Ma mettiamoci nel loro panni, cosa avrebbe dovuto mostrare sul vestito se non avesse mostrato uno dei fiori simbolo della Palestina?
Le armi? Gli uzi? I carrarmati?
Il sangue innocente palestinese che stanno spargendo?
LADRI, si confermano dei banali e volgari ladri di ogni cosa.
Mentre Nadeen Ayoub fa la storia e mostra al mondo intero il ricchissimo patrimonio culturale palestinese, la concorrente "israeliana", Melanie Shiraz (mezza iraniana) oltre a risultare insulsa e antipatica, mostra al mondo, ancora una volta, la tradizione sionista : rubare simboli Palestinesi e spacciarli per "israeliani".
Ma mettiamoci nel loro panni, cosa avrebbe dovuto mostrare sul vestito se non avesse mostrato uno dei fiori simbolo della Palestina?
Le armi? Gli uzi? I carrarmati?
Il sangue innocente palestinese che stanno spargendo?
LADRI, si confermano dei banali e volgari ladri di ogni cosa.
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Un gregge di pecore è stato avvelenato questa mattina da coloni israeliani vicino al villaggio di Al-Mughayyir, a nord-est di Ramallah, causando la morte di tre animali, secondo fonti locali.
Avvelenare beestiame palestinese non è un episodio isolato (poco tempo fa i coloni ebrei entrarono in una stalla e uccisero una decina di agnelli https://t.me/FraQuibla/13205) , è una strategia per spezzare la vita quotidiana, togliere il sostentamento, spezzare la resistenza e costringere i palestinesi ad abbandonare la propria terra.
Quello che accade nei villaggi nella Cisgiordania occupata si lega a quanto succede a Gaza. La stessa pressione, lo stesso messaggio: andatevene.
Avvelenare beestiame palestinese non è un episodio isolato (poco tempo fa i coloni ebrei entrarono in una stalla e uccisero una decina di agnelli https://t.me/FraQuibla/13205) , è una strategia per spezzare la vita quotidiana, togliere il sostentamento, spezzare la resistenza e costringere i palestinesi ad abbandonare la propria terra.
Quello che accade nei villaggi nella Cisgiordania occupata si lega a quanto succede a Gaza. La stessa pressione, lo stesso messaggio: andatevene.
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OLIMPIA MILANO-HAPOEL, CONSIGLIERE REGIONALE IDENTIFICATO DALLA DIGOS PER L’ESPOSIZIONE DELLA BANDIERA PALESTINE
Il Consigliere Regionale della Lombardia Luca Paladini identificato dalle forze dell’ordine nel corso di Olimpia Milano-Hapoel Tel Aviv. Motivo? La scelta di mettersi una bandiera palestinese al collo.
Lo rivela lo stesso Paladini, grandissimo tifoso biancorosso, su Facebook e a La Repubblica: «Quando hanno annunciato la formazione dell’Hapoel ho tirato fuori la bandiera, me la sono messa al collo e subito è arrivato un agente chiedendomi di toglierla. Poi mi ha chiesto generalità e documenti e, quando ho consegnato il tesserino da consigliere, sono rimasti stupiti. Io non ho fatto nessuna azione violenta, non mi hanno dato spiegazioni».
«C’è un principio giusto che ispira la protesta, e trovo scandaloso che l’Hapoel possa partecipare a queste competizioni, non andava boicottata: bisognava metterci la faccia, come ho fatto io».
Fonte: La Repubblica
Il Consigliere Regionale della Lombardia Luca Paladini identificato dalle forze dell’ordine nel corso di Olimpia Milano-Hapoel Tel Aviv. Motivo? La scelta di mettersi una bandiera palestinese al collo.
Lo rivela lo stesso Paladini, grandissimo tifoso biancorosso, su Facebook e a La Repubblica: «Quando hanno annunciato la formazione dell’Hapoel ho tirato fuori la bandiera, me la sono messa al collo e subito è arrivato un agente chiedendomi di toglierla. Poi mi ha chiesto generalità e documenti e, quando ho consegnato il tesserino da consigliere, sono rimasti stupiti. Io non ho fatto nessuna azione violenta, non mi hanno dato spiegazioni».
«C’è un principio giusto che ispira la protesta, e trovo scandaloso che l’Hapoel possa partecipare a queste competizioni, non andava boicottata: bisognava metterci la faccia, come ho fatto io».
Fonte: La Repubblica
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QUERELA PER ODIO RAZZIALE. DUNQUE GLI EBREI SONO "UNA RAZZA"?
Incredibile. Gli ebrei in Italia sono intorno alle 30 mila unità. Quanti siano osservanti lo ignoro. Sono uniti nelle “Comunità”, che nel corso del tempo sempre più chiaramente non soltanto sono emanazioni del governo di Tel Aviv, ma espressione del sionismo più retrivo e aggressivo. Intervengono ogni settimana, e talora ogni giorno, su qualsivoglia tema che a giudizio o delle singole Comunità, o, più frequentemente, della loro Unione (UCEI, ossia Unione Comunità Ebraiche Italiane), interferisca con i loro orientamenti politici; sottolineo politici, perché le Comunità fanno politica e la fanno assumendo in toto il punto di vista dei governanti israeliani. Le loro proteste e rimostranze, ovvero i loro avvertimenti e “consigli”, entrano a gamba tesa nel dibattito pubblico nazionale, con la pretesa di orientarlo, di far tacere chi la pensa diversamente, e specialmente com’è ovvio, chi osa criticare Israele. Dagli all’antisemita!
Tutti ricorderanno l’episodio accaduto nel talk di Bianca Berlinguer lo scorso mese di settembre, quando Enzo Iacchetti ebbe la temerarietà di rispondere senza troppa grazia all’inquietante presidente dell’Associazione “Amici di Israele”), Eyak Mizrahi, il quale all’accorata denuncia di Iacchetti circa la strage dei bambini di Gaza aveva replicato con un insultante “Definisci bambino…”, frase che rimarrà come una macchia indelebile su chi l’ha pronunciata e su chi oggi prova a ribaltare le cose, buttando la croce (è il caso di dirlo!) su Iacchetti al quale tutti testimoniammo solidarietà così come esprimemmo, nei confronti del suo interlocutore, un sentimento che va ben oltre il dissenso e che potrei definire ribrezzo.
Ed ecco implacabile l’UCEI fare il suo proclama, a distanza di due mesi e querela Iacchetti “per istigazione all’odio razziale” (dunque gli ebrei sono una “razza”!?): “per le sue parole e modi di demonizzare Israele e il popolo ebraico”, scrive l’UCEI, “ribadendo pregiudizi che per millenni hanno alimentato l'antisemitismo. Speravamo che almeno le parole del Papa fossero prese sul serio”. Ma le parole del precedente Pontefice, papa Francesco (che a differenza di Leone-cuor-di-coniglio, sapeva cosa dire e come dirlo) da Israele e dai suoi emissari non solo non venivano prese sul serio ma davano il pretesto per la usuale denuncia di “antisemitismo”.
Ebbene, se davvero vogliamo ribaltare tutto, ai primi posti della classifica dei tabù da infrangere, e delle menzogne da rovesciare, v’è proprio l’antisemitismo, parola che sulla bocca dei sionisti suona ormai come un’oscenità. Anche su questo dobbiamo reagire, e smettere di accettare la narrazione farlocca, che in un modo o nell’altro, giustifica (mentre lo nega) il genocidio del popolo palestinese.
Basta! Basta con questa tiritera. Basta con questa accusa che vorrebbe essere infamante ma infama coloro che la scagliano contro chi si batte per la salvezza dei palestinesi oggi, che sono quelli che si battevano per la salvezza degli ebrei ieri.
Angelo D'Orsi
Incredibile. Gli ebrei in Italia sono intorno alle 30 mila unità. Quanti siano osservanti lo ignoro. Sono uniti nelle “Comunità”, che nel corso del tempo sempre più chiaramente non soltanto sono emanazioni del governo di Tel Aviv, ma espressione del sionismo più retrivo e aggressivo. Intervengono ogni settimana, e talora ogni giorno, su qualsivoglia tema che a giudizio o delle singole Comunità, o, più frequentemente, della loro Unione (UCEI, ossia Unione Comunità Ebraiche Italiane), interferisca con i loro orientamenti politici; sottolineo politici, perché le Comunità fanno politica e la fanno assumendo in toto il punto di vista dei governanti israeliani. Le loro proteste e rimostranze, ovvero i loro avvertimenti e “consigli”, entrano a gamba tesa nel dibattito pubblico nazionale, con la pretesa di orientarlo, di far tacere chi la pensa diversamente, e specialmente com’è ovvio, chi osa criticare Israele. Dagli all’antisemita!
Tutti ricorderanno l’episodio accaduto nel talk di Bianca Berlinguer lo scorso mese di settembre, quando Enzo Iacchetti ebbe la temerarietà di rispondere senza troppa grazia all’inquietante presidente dell’Associazione “Amici di Israele”), Eyak Mizrahi, il quale all’accorata denuncia di Iacchetti circa la strage dei bambini di Gaza aveva replicato con un insultante “Definisci bambino…”, frase che rimarrà come una macchia indelebile su chi l’ha pronunciata e su chi oggi prova a ribaltare le cose, buttando la croce (è il caso di dirlo!) su Iacchetti al quale tutti testimoniammo solidarietà così come esprimemmo, nei confronti del suo interlocutore, un sentimento che va ben oltre il dissenso e che potrei definire ribrezzo.
Ed ecco implacabile l’UCEI fare il suo proclama, a distanza di due mesi e querela Iacchetti “per istigazione all’odio razziale” (dunque gli ebrei sono una “razza”!?): “per le sue parole e modi di demonizzare Israele e il popolo ebraico”, scrive l’UCEI, “ribadendo pregiudizi che per millenni hanno alimentato l'antisemitismo. Speravamo che almeno le parole del Papa fossero prese sul serio”. Ma le parole del precedente Pontefice, papa Francesco (che a differenza di Leone-cuor-di-coniglio, sapeva cosa dire e come dirlo) da Israele e dai suoi emissari non solo non venivano prese sul serio ma davano il pretesto per la usuale denuncia di “antisemitismo”.
Ebbene, se davvero vogliamo ribaltare tutto, ai primi posti della classifica dei tabù da infrangere, e delle menzogne da rovesciare, v’è proprio l’antisemitismo, parola che sulla bocca dei sionisti suona ormai come un’oscenità. Anche su questo dobbiamo reagire, e smettere di accettare la narrazione farlocca, che in un modo o nell’altro, giustifica (mentre lo nega) il genocidio del popolo palestinese.
Basta! Basta con questa tiritera. Basta con questa accusa che vorrebbe essere infamante ma infama coloro che la scagliano contro chi si batte per la salvezza dei palestinesi oggi, che sono quelli che si battevano per la salvezza degli ebrei ieri.
Angelo D'Orsi
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Una recente indagine di Declassified UK in collaborazione con il quotidiano israeliano Calcalist ha rilevato che il figlio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, Avner Netanyahu (che ha cambiato nome in Avner Segal), sta lottando per vendere un appartamento che possiede a Oxford e sta potenzialmente affrontando una perdita finanziaria.
Avner Segal ha acquistato l'appartamento con tre camere da letto in un ricco quartiere di Oxford per 502.500 sterline nell'ottobre 2022.
L'acquisto è stato effettuato senza mutuo, utilizzando i soldi forniti dai genitori. Segal ha dichiarato che tutto ciò è stato segnalato alle autorità fiscali competenti.
Segal ha rimesso in vendita l'appartamento appena 16 mesi dopo, nel febbraio 2025, con un prezzo richiesto di 620.000 sterline.
Dopo mesi di impossibilità di vendere l'immobile, il prezzo richiesto è stato ridotto.
Il prezzo è stato ora ridotto a £500.000, che è inferiore al prezzo di acquisto originale e comporterebbe una perdita di £2.500.
Segal ha cambiato il suo cognome con il cognome da nubile di sua nonna, Segal, citando preoccupazioni per la sicurezza e la paura di essere attaccato nel Regno Unito se la gente sapesse che era imparentato con il primo ministro israeliano.
MintPress
Avner Segal ha acquistato l'appartamento con tre camere da letto in un ricco quartiere di Oxford per 502.500 sterline nell'ottobre 2022.
L'acquisto è stato effettuato senza mutuo, utilizzando i soldi forniti dai genitori. Segal ha dichiarato che tutto ciò è stato segnalato alle autorità fiscali competenti.
Segal ha rimesso in vendita l'appartamento appena 16 mesi dopo, nel febbraio 2025, con un prezzo richiesto di 620.000 sterline.
Dopo mesi di impossibilità di vendere l'immobile, il prezzo richiesto è stato ridotto.
Il prezzo è stato ora ridotto a £500.000, che è inferiore al prezzo di acquisto originale e comporterebbe una perdita di £2.500.
Segal ha cambiato il suo cognome con il cognome da nubile di sua nonna, Segal, citando preoccupazioni per la sicurezza e la paura di essere attaccato nel Regno Unito se la gente sapesse che era imparentato con il primo ministro israeliano.
MintPress
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🔴 PFLP: La Terza Intifada più vicina che mai; la Cisgiordania sull'orlo dell'esplosione
Comunicato Stampa
🔴 Il Fronte Popolare: La Cisgiordania sull'orlo di una terza intifada... e la rabbia accumulata dei palestinesi esploderà come lava contro l'occupazione
• Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina afferma che un'esplosione è imminente nella Cisgiordania occupata, e che lo scoppio di una terza intifada complessiva è più vicino che mai. Sottolinea che il crimine dell'esecuzione del ragazzo Amro Al-Marbouh e del bambino Sami Mashayekh a Kafr Aqab nelle prime ore di venerdì mattina, insieme al sangue versato dei palestinesi e al rilascio di bande di coloni per uccidere e distruggere in tutta la Cisgiordania, è la scintilla che brucerà ciò che resta delle illusioni di calma, e che la rabbia accumulata dei palestinesi esploderà come lava contro l'occupazione.
• Il Fronte chiarisce che il nostro popolo si trova di fronte a un'entità distorta guidata da un sistema criminale che mescola megalomania con sadica sete di sangue; le pratiche di bruciare, distruggere e prendere di mira i civili rivelano una dottrina profondamente radicata di razzismo e fascismo, e una psiche malata di un gruppo di assassini e individui mentalmente disturbati che trattano il crimine come una natura umana distorta.
• Il Fronte sottolinea che il nostro popolo non resterà a guardare di fronte a questo sadismo criminale, né si piegherà al terrorismo di stato organizzato; l'occupazione è illusa se pensa che l'escalation dei crimini porterà calma, sarà invece il carburante che accenderà un'enorme energia rivoluzionaria che impone un confronto complessivo e trasforma la Cisgiordania in un campo di battaglia che prosciuga il nemico e le sue bande di coloni.
• Il Fronte invia un messaggio di avvertimento al mondo che la continuazione di questa entità fascista è diventata un centro centrale di genocidio e un pericolo imminente per tutta l'umanità, chiamando le forze libere ad assediare questo sistema criminale con un boicottaggio e una delegittimazione completi, e a non trattare i suoi leader come uno stato normale ma come una banda fuorilegge di assassini e nemici dei valori umani, affermando che la stabilità regionale può essere raggiunta solo sradicando questa occupazione.
Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina
Dipartimento Media Centrale
21 novembre 2025
https://pflp.ps/post/24765/
Comunicato Stampa
🔴 Il Fronte Popolare: La Cisgiordania sull'orlo di una terza intifada... e la rabbia accumulata dei palestinesi esploderà come lava contro l'occupazione
• Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina afferma che un'esplosione è imminente nella Cisgiordania occupata, e che lo scoppio di una terza intifada complessiva è più vicino che mai. Sottolinea che il crimine dell'esecuzione del ragazzo Amro Al-Marbouh e del bambino Sami Mashayekh a Kafr Aqab nelle prime ore di venerdì mattina, insieme al sangue versato dei palestinesi e al rilascio di bande di coloni per uccidere e distruggere in tutta la Cisgiordania, è la scintilla che brucerà ciò che resta delle illusioni di calma, e che la rabbia accumulata dei palestinesi esploderà come lava contro l'occupazione.
• Il Fronte chiarisce che il nostro popolo si trova di fronte a un'entità distorta guidata da un sistema criminale che mescola megalomania con sadica sete di sangue; le pratiche di bruciare, distruggere e prendere di mira i civili rivelano una dottrina profondamente radicata di razzismo e fascismo, e una psiche malata di un gruppo di assassini e individui mentalmente disturbati che trattano il crimine come una natura umana distorta.
• Il Fronte sottolinea che il nostro popolo non resterà a guardare di fronte a questo sadismo criminale, né si piegherà al terrorismo di stato organizzato; l'occupazione è illusa se pensa che l'escalation dei crimini porterà calma, sarà invece il carburante che accenderà un'enorme energia rivoluzionaria che impone un confronto complessivo e trasforma la Cisgiordania in un campo di battaglia che prosciuga il nemico e le sue bande di coloni.
• Il Fronte invia un messaggio di avvertimento al mondo che la continuazione di questa entità fascista è diventata un centro centrale di genocidio e un pericolo imminente per tutta l'umanità, chiamando le forze libere ad assediare questo sistema criminale con un boicottaggio e una delegittimazione completi, e a non trattare i suoi leader come uno stato normale ma come una banda fuorilegge di assassini e nemici dei valori umani, affermando che la stabilità regionale può essere raggiunta solo sradicando questa occupazione.
Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina
Dipartimento Media Centrale
21 novembre 2025
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Intanto l'entità sionista continua a bombardare anche il Libano hanno colpito un appartamento preciso, quindi si tratta di omicidio mirato, riferisce Marwa Osman :
#ULTIMORA
Un attacco aereo israeliano ha preso di mira i sobborghi meridionali di Beirut, Dahiyeh.
L'esplosione è stata così violenta e rumorosa.
La mia famiglia ed io stiamo bene.
#ULTIMORA
Un attacco aereo israeliano ha preso di mira i sobborghi meridionali di Beirut, Dahiyeh.
L'esplosione è stata così violenta e rumorosa.
La mia famiglia ed io stiamo bene.
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L'obiettivo dell'attacco sionista a Beirut era Tabatabay
Capo militare responsabile del riarmo di Hezbollah.
Il ministro della salute libanese parla di 1 morto e 21 feriti
Non si conosce ancora l'identità del martire.
Intanto ⬇️
«Il mese scorso "Tamir Hayman", ex capo dell'intelligence Militare sionista (Aman) e attuale presidente dell'Istituto di ricerca per la sicurezza nazionale, ha detto: "È opportuno rimuovere il comandante locale della Brigata Quds, Tabatabai, dal Libano. Quest'uomo sta costruendo Hezbollah".
Oggi, l'ufficio di "Netanyahu": Abbiamo attaccato il capo di stato maggiore di Hezbollah che ha guidato le operazioni di armamento.»
Il giornalista Khalil Nasrallah
Capo militare responsabile del riarmo di Hezbollah.
Il ministro della salute libanese parla di 1 morto e 21 feriti
Non si conosce ancora l'identità del martire.
Intanto ⬇️
«Il mese scorso "Tamir Hayman", ex capo dell'intelligence Militare sionista (Aman) e attuale presidente dell'Istituto di ricerca per la sicurezza nazionale, ha detto: "È opportuno rimuovere il comandante locale della Brigata Quds, Tabatabai, dal Libano. Quest'uomo sta costruendo Hezbollah".
Oggi, l'ufficio di "Netanyahu": Abbiamo attaccato il capo di stato maggiore di Hezbollah che ha guidato le operazioni di armamento.»
Il giornalista Khalil Nasrallah
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Non solo tratta le notizie da un'angolazione non convenzionale, ma fornisce anche costantemente contestuali cruciali e spiega le cause profonde. È incredibilmente efficace per raggiungere gli scettici e coloro che vedono ancora tutto rosa. Merita sicuramente di essere tra i vostri abbonamenti: @geopolitics_prime
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Paolo Consiglio:
La farmacista palestinese che ha perso tutta la famiglia denuncia Leonardo: “Quell’Italia che arma chi mi ha distrutto la vita”.
Hala Abulebdeh porta in tribunale il gigante italiano delle armi: «Le forniture a Israele violano legge, Costituzione e trattati internazionali». Una storia privata che diventa un atto d’accusa pubblico.
Ci sono storie che non chiedono pietà.
Costringono a guardare in faccia la realtà, senza alibi né retorica.
Quella di Hala Abulebdeh, farmacista palestinese originaria di Gaza, è una di queste.
Il 12 dicembre 2023 riceve un messaggio dalla sorella. Poche parole, quasi un sussurro: nella zona della loro casa, nel sud della Striscia, sono in corso operazioni militari. I bollettini del Ministero della Sanità parlano già di oltre 18.400 morti dall’inizio dell’assedio. Poi, silenzio. Nei giorni successivi arrivano messaggi dai vicini, di colpo più eloquenti di qualsiasi notiziario: l’esercito israeliano ha sterminato i suoi genitori, le sue due sorelle, i suoi cinque fratelli.
Quando, un mese dopo, la Corte Internazionale di Giustizia definisce quella situazione «un rischio reale e imminente di genocidio», Hala ha già imparato che le definizioni arrivano sempre in ritardo, sempre dopo i corpi.
Ma oggi la sua storia esce dal lutto individuale e diventa una sfida pubblica.
Il 19 novembre 2025, insieme a una rete di associazioni italiane — AssoPacePalestina, Arci, Un Ponte Per, A Buon Diritto, Attac — presenta un ricorso civile contro Leonardo S.p.A., il gigante italiano delle armi, controllato al 30% dallo Stato. La richiesta è diretta: annullare tutti i contratti di forniture militari a Israele.
Il motivo è semplice e devastante: quelle armi — dicono gli avvocati — non violano solo la morale. Violano la legge italiana, il Trattato ONU sul commercio delle armi, la Costituzione e perfino il codice etico della stessa Leonardo.
Non si tratta di componenti neutri o di attrezzature da addestramento: si parla di veloci, sistemi radar, elicotteri, parti di F-35, cannoni navali, alette per bombe guidate.
Gestire tecnologia significa anche gestire responsabilità.
Il ricorso lo spiega senza giri di parole: esportare armamenti verso uno Stato accusato di violazioni sistematiche del diritto internazionale non è solo politicamente discutibile.
È potenzialmente illegale.
E mentre la legge 185/1990 vieta esportazioni verso Paesi che violano i diritti umani, l’Italia continua a essere, secondo il recente rapporto ONU della relatrice speciale Francesca Albanese, uno dei 63 Stati complici, per forniture, coperture diplomatiche o omissioni attive.
In questa storia non c’è nulla di astratto.
Non c’è geopolitica da talk show, né slogan da comizio.
C’è una donna che ha perso tutta la famiglia.
E c’è un Paese, il nostro, chiamato a rispondere a una domanda scomoda:
siamo sicuri di rispettare la nostra stessa legge quando vendiamo armi?
Hala non chiede vendetta.
Chiede che il diritto valga anche nel mercato più protetto e meno sorvegliato di tutti: quello della guerra.
Perché chi produce e vende armi non può nascondersi dietro la neutralità industriale quando quelle stesse armi determinano la vita o la morte di migliaia di civili.
Il 28 novembre, nella mobilitazione nazionale contro la “finanziaria di guerra”, piazze e tribunali parleranno la stessa lingua: responsabilità contro complicità.
E non è soltanto un processo civile.
È il primo tentativo concreto di spezzare un sistema che ha trasformato la sofferenza in una variabile economica e la politica estera in una filiera industriale.
Ora toccherà a un giudice pronunciarsi.
Ma la questione non riguarda solo i codici e le norme: riguarda l’immagine che l’Italia vuole dare di sé.
E riguarda la memoria dei morti che non possono più parlare.
Hala, oggi, parla per loro.
E parla anche per noi.
Paolo Consiglio
La farmacista palestinese che ha perso tutta la famiglia denuncia Leonardo: “Quell’Italia che arma chi mi ha distrutto la vita”.
Hala Abulebdeh porta in tribunale il gigante italiano delle armi: «Le forniture a Israele violano legge, Costituzione e trattati internazionali». Una storia privata che diventa un atto d’accusa pubblico.
Ci sono storie che non chiedono pietà.
Costringono a guardare in faccia la realtà, senza alibi né retorica.
Quella di Hala Abulebdeh, farmacista palestinese originaria di Gaza, è una di queste.
Il 12 dicembre 2023 riceve un messaggio dalla sorella. Poche parole, quasi un sussurro: nella zona della loro casa, nel sud della Striscia, sono in corso operazioni militari. I bollettini del Ministero della Sanità parlano già di oltre 18.400 morti dall’inizio dell’assedio. Poi, silenzio. Nei giorni successivi arrivano messaggi dai vicini, di colpo più eloquenti di qualsiasi notiziario: l’esercito israeliano ha sterminato i suoi genitori, le sue due sorelle, i suoi cinque fratelli.
Quando, un mese dopo, la Corte Internazionale di Giustizia definisce quella situazione «un rischio reale e imminente di genocidio», Hala ha già imparato che le definizioni arrivano sempre in ritardo, sempre dopo i corpi.
Ma oggi la sua storia esce dal lutto individuale e diventa una sfida pubblica.
Il 19 novembre 2025, insieme a una rete di associazioni italiane — AssoPacePalestina, Arci, Un Ponte Per, A Buon Diritto, Attac — presenta un ricorso civile contro Leonardo S.p.A., il gigante italiano delle armi, controllato al 30% dallo Stato. La richiesta è diretta: annullare tutti i contratti di forniture militari a Israele.
Il motivo è semplice e devastante: quelle armi — dicono gli avvocati — non violano solo la morale. Violano la legge italiana, il Trattato ONU sul commercio delle armi, la Costituzione e perfino il codice etico della stessa Leonardo.
Non si tratta di componenti neutri o di attrezzature da addestramento: si parla di veloci, sistemi radar, elicotteri, parti di F-35, cannoni navali, alette per bombe guidate.
Gestire tecnologia significa anche gestire responsabilità.
Il ricorso lo spiega senza giri di parole: esportare armamenti verso uno Stato accusato di violazioni sistematiche del diritto internazionale non è solo politicamente discutibile.
È potenzialmente illegale.
E mentre la legge 185/1990 vieta esportazioni verso Paesi che violano i diritti umani, l’Italia continua a essere, secondo il recente rapporto ONU della relatrice speciale Francesca Albanese, uno dei 63 Stati complici, per forniture, coperture diplomatiche o omissioni attive.
In questa storia non c’è nulla di astratto.
Non c’è geopolitica da talk show, né slogan da comizio.
C’è una donna che ha perso tutta la famiglia.
E c’è un Paese, il nostro, chiamato a rispondere a una domanda scomoda:
siamo sicuri di rispettare la nostra stessa legge quando vendiamo armi?
Hala non chiede vendetta.
Chiede che il diritto valga anche nel mercato più protetto e meno sorvegliato di tutti: quello della guerra.
Perché chi produce e vende armi non può nascondersi dietro la neutralità industriale quando quelle stesse armi determinano la vita o la morte di migliaia di civili.
Il 28 novembre, nella mobilitazione nazionale contro la “finanziaria di guerra”, piazze e tribunali parleranno la stessa lingua: responsabilità contro complicità.
E non è soltanto un processo civile.
È il primo tentativo concreto di spezzare un sistema che ha trasformato la sofferenza in una variabile economica e la politica estera in una filiera industriale.
Ora toccherà a un giudice pronunciarsi.
Ma la questione non riguarda solo i codici e le norme: riguarda l’immagine che l’Italia vuole dare di sé.
E riguarda la memoria dei morti che non possono più parlare.
Hala, oggi, parla per loro.
E parla anche per noi.
Paolo Consiglio
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Artisti pro-Palestina a Brescia, hanno creato un'installazione artistica collettiva per onorare 20.000 bambini uccisi dall'occupazione israeliana a Gaza, con i loro nomi iscritti su migliaia di nastri bianchi.
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C'è un dolore particolare che accompagna il ricordo dei giorni di sicurezza che un tempo davamo per scontati... giorni così gentili, così pacifici senza sforzo, che richiamarli ora è come premere su un livido.
È il desiderio di un tempo in cui la vita sembrava completa, quando il mondo intorno a noi pareva tenuto insieme dal calore delle persone che hanno versato le loro anime per proteggerci. Hanno annaffiato il nostro senso di sicurezza con la loro presenza, le loro parole, il loro amore, la loro silenziosa paura per noi. Erano i muri invisibili che ci riparavano, le voci costanti che ci rassicuravano, i cuori pulsanti che facevano sentire al sicuro i nostri.
Oggi, quel desiderio ritorna come un'onda. La nostalgia diventa sia conforto che tormento. Conforto perché quei ricordi brillano di bellezza, e tormento perché sembrano insopportabilmente lontani. Le notti si fanno più pesanti quando questi ricordi emergono, rubando il sonno, rubando la speranza, ricordandoci ciò che abbiamo perso e ciò che stiamo ancora combattendo per preservare.
Ci mancano non solo i momenti, ma le persone che ci hanno sostenuto in essi. Ci manca la serenità, l'innocenza di credere che la sicurezza fosse permanente. Eppure, da qualche parte in fondo, una speranza silenziosa sussurra che quei giorni potrebbero tornare, che la vita un giorno potrebbe restituirci una frazione di quella pace che ancora piangiamo.
نرثي السلام والطمأنينة التي منحتها عيناك لنا يا سيّد.
Marwa Osman
È il desiderio di un tempo in cui la vita sembrava completa, quando il mondo intorno a noi pareva tenuto insieme dal calore delle persone che hanno versato le loro anime per proteggerci. Hanno annaffiato il nostro senso di sicurezza con la loro presenza, le loro parole, il loro amore, la loro silenziosa paura per noi. Erano i muri invisibili che ci riparavano, le voci costanti che ci rassicuravano, i cuori pulsanti che facevano sentire al sicuro i nostri.
Oggi, quel desiderio ritorna come un'onda. La nostalgia diventa sia conforto che tormento. Conforto perché quei ricordi brillano di bellezza, e tormento perché sembrano insopportabilmente lontani. Le notti si fanno più pesanti quando questi ricordi emergono, rubando il sonno, rubando la speranza, ricordandoci ciò che abbiamo perso e ciò che stiamo ancora combattendo per preservare.
Ci mancano non solo i momenti, ma le persone che ci hanno sostenuto in essi. Ci manca la serenità, l'innocenza di credere che la sicurezza fosse permanente. Eppure, da qualche parte in fondo, una speranza silenziosa sussurra che quei giorni potrebbero tornare, che la vita un giorno potrebbe restituirci una frazione di quella pace che ancora piangiamo.
نرثي السلام والطمأنينة التي منحتها عيناك لنا يا سيّد.
Marwa Osman
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