Francesca Quibla
Giappone, perché? La resa silenziosa del Sol Levante "Il mondo degli uomini come un riflesso della luna nell'acqua turbata." (Matsuo Bashō) Continua Giù⬇️ Qui https://t.me/FraQuibla/14208 E Qui https://t.me/FraQuibla/14209
Giappone, perché? La resa silenziosa del Sol Levante
"Il mondo degli uomini
come un riflesso della luna
nell'acqua turbata."
(Matsuo Bashō)
C'è qualcosa di profondamente melanconico nel vedere la prima ministra giapponese Sanae Takaichi seduta nello Studio Ovale, gli occhi che si spalancano per una frazione di secondo (un lampo di dignità ferita) mentre Donald Trump evoca Pearl Harbor come se fosse la battuta finale di un monologhista da cabaret.
"Who knows better about surprise than Japan?"
La sala ride. Poi si ferma.
Come l'oceano prima dello tsunami.
Il Giappone porta nel corpo della sua memoria collettiva cicatrici che nessuna diplomazia può cancellare del tutto.
Pearl Harbor, 7 dicembre 1941: 2.390 americani morti in un'alba di fuoco. Ma poi la risposta. Hiroshima. Nagasaki. Centinaia di migliaia di civili dissolti in cenere e luce.
I kamikaze, ragazzi di vent'anni che morivano convinti di servire qualcosa di eterno, erano il prodotto di un sistema che aveva tradito la sua stessa gente, trascinandola sul lato sbagliato della storia.
Il Giappone lo sa. Lo ha riconosciuto. Ha costruito su quelle macerie una costituzione che rinuncia alla guerra, spiegando che lo faceva anche come atto di civiltà radicale.E ora?
Takaichi, in visita a Tokyo nell'ottobre scorso, aveva già offerto il fiore più dolce del suo giardino diplomatico: la candidatura di Trump al Premio Nobel per la Pace.
Ieri, nello Studio Ovale, ha alzato ulteriormente la posta: "Sono fermamente convinta che solo tu, Donald, possa portare la pace nel mondo."
Solo tu, Donald.
C'è una espressione giapponese che significa la malinconia delle cose, la bellezza che nasce dalla consapevolezza che tutto passa, tutto è fragile: "mono no aware".
Il poeta Matsuo Bashō la conosceva, come ogni poeta che guardava i ciliegi fiorire sapendo che nel giro di pochi giorni i petali sarebbero caduti.
Quella frase di Takaichi non ha "mono no aware". Trump passerà, ma la dignità dei giapponesi resta. Lei, però, non la difendeva e colloca il Giappone, ancora una volta, dalla parte sbagliata.
Trump si lamenta che il Giappone non ha aiutato a proteggere lo Stretto di Hormuz dopo l'attacco all'Iran — un'azione militare di cui non ha avvertito nessun alleato europeo o asiatico. Alla domanda di un giornalista giapponese sul perché non fossero stati consultati, il presidente risponde con la battuta su Pearl Harbor:
"Chi sa meglio di sorprese del Giappone? Perché non ci avete detto di Pearl Harbor? Voi credete nelle sorprese molto più di noi."
C'è una tentazione facile, e bisogna resistere: quella di ridurre il Giappone imperiale del 1941 a una semplice appendice del fascismo europeo. La realtà è più complessa e più dolorosa.
Il Giappone scelse un'alleanza sbagliata, si lasciò trascinare da un nazionalismo militarista che divorò i suoi stessi figli (letteralmente, nei kamikaze) prima di essere sconfitto nel modo più brutale immaginabile.
Oggi il Giappone rischia qualcosa di diverso, ma non del tutto dissimile: la sottomissione volontaria a un potere che lo disprezza abbastanza da schernirlo in pubblico, e abbastanza da aspettarsi fedeltà in cambio.
Il Giappone è una delle civiltà più straordinarie che l'umanità abbia mai prodotto. Non solo nella lacca, nella ceramica raku, nel teatro Nō, nell'estetica del wabi-sabi che trova bellezza nell'imperfezione. Ma anche nel coraggio intellettuale di aver trasformato una sconfitta totale in un esperimento costituzionale di pace. Nel rifiuto, per decenni, di mandare soldati a combattere guerre altrui.
Quella tradizione merita una voce più alta. Merita una diplomazia che non si inginocchi di fronte al primo populista che agita il fantasma di Pearl Harbor per strappare una risata.
Il haiku è una forma breve che contiene un intero universo. Diciassette sillabe che cambiano il modo in cui guardi il mondo. La politica estera giapponese potrebbe imparare qualcosa da quella densità: dire molto, in poco spazio, senza abbassare la testa.
Nemmeno nei sogni
la mia patria si avvicina
così lontana è diventata.
(Matsuo Bashō)
"Il mondo degli uomini
come un riflesso della luna
nell'acqua turbata."
(Matsuo Bashō)
C'è qualcosa di profondamente melanconico nel vedere la prima ministra giapponese Sanae Takaichi seduta nello Studio Ovale, gli occhi che si spalancano per una frazione di secondo (un lampo di dignità ferita) mentre Donald Trump evoca Pearl Harbor come se fosse la battuta finale di un monologhista da cabaret.
"Who knows better about surprise than Japan?"
La sala ride. Poi si ferma.
Come l'oceano prima dello tsunami.
Il Giappone porta nel corpo della sua memoria collettiva cicatrici che nessuna diplomazia può cancellare del tutto.
Pearl Harbor, 7 dicembre 1941: 2.390 americani morti in un'alba di fuoco. Ma poi la risposta. Hiroshima. Nagasaki. Centinaia di migliaia di civili dissolti in cenere e luce.
I kamikaze, ragazzi di vent'anni che morivano convinti di servire qualcosa di eterno, erano il prodotto di un sistema che aveva tradito la sua stessa gente, trascinandola sul lato sbagliato della storia.
Il Giappone lo sa. Lo ha riconosciuto. Ha costruito su quelle macerie una costituzione che rinuncia alla guerra, spiegando che lo faceva anche come atto di civiltà radicale.E ora?
Takaichi, in visita a Tokyo nell'ottobre scorso, aveva già offerto il fiore più dolce del suo giardino diplomatico: la candidatura di Trump al Premio Nobel per la Pace.
Ieri, nello Studio Ovale, ha alzato ulteriormente la posta: "Sono fermamente convinta che solo tu, Donald, possa portare la pace nel mondo."
Solo tu, Donald.
C'è una espressione giapponese che significa la malinconia delle cose, la bellezza che nasce dalla consapevolezza che tutto passa, tutto è fragile: "mono no aware".
Il poeta Matsuo Bashō la conosceva, come ogni poeta che guardava i ciliegi fiorire sapendo che nel giro di pochi giorni i petali sarebbero caduti.
Quella frase di Takaichi non ha "mono no aware". Trump passerà, ma la dignità dei giapponesi resta. Lei, però, non la difendeva e colloca il Giappone, ancora una volta, dalla parte sbagliata.
Trump si lamenta che il Giappone non ha aiutato a proteggere lo Stretto di Hormuz dopo l'attacco all'Iran — un'azione militare di cui non ha avvertito nessun alleato europeo o asiatico. Alla domanda di un giornalista giapponese sul perché non fossero stati consultati, il presidente risponde con la battuta su Pearl Harbor:
"Chi sa meglio di sorprese del Giappone? Perché non ci avete detto di Pearl Harbor? Voi credete nelle sorprese molto più di noi."
C'è una tentazione facile, e bisogna resistere: quella di ridurre il Giappone imperiale del 1941 a una semplice appendice del fascismo europeo. La realtà è più complessa e più dolorosa.
Il Giappone scelse un'alleanza sbagliata, si lasciò trascinare da un nazionalismo militarista che divorò i suoi stessi figli (letteralmente, nei kamikaze) prima di essere sconfitto nel modo più brutale immaginabile.
Oggi il Giappone rischia qualcosa di diverso, ma non del tutto dissimile: la sottomissione volontaria a un potere che lo disprezza abbastanza da schernirlo in pubblico, e abbastanza da aspettarsi fedeltà in cambio.
Il Giappone è una delle civiltà più straordinarie che l'umanità abbia mai prodotto. Non solo nella lacca, nella ceramica raku, nel teatro Nō, nell'estetica del wabi-sabi che trova bellezza nell'imperfezione. Ma anche nel coraggio intellettuale di aver trasformato una sconfitta totale in un esperimento costituzionale di pace. Nel rifiuto, per decenni, di mandare soldati a combattere guerre altrui.
Quella tradizione merita una voce più alta. Merita una diplomazia che non si inginocchi di fronte al primo populista che agita il fantasma di Pearl Harbor per strappare una risata.
Il haiku è una forma breve che contiene un intero universo. Diciassette sillabe che cambiano il modo in cui guardi il mondo. La politica estera giapponese potrebbe imparare qualcosa da quella densità: dire molto, in poco spazio, senza abbassare la testa.
Nemmeno nei sogni
la mia patria si avvicina
così lontana è diventata.
(Matsuo Bashō)
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Francesca Quibla
Giappone, perché? La resa silenziosa del Sol Levante "Il mondo degli uomini come un riflesso della luna nell'acqua turbata." (Matsuo Bashō) Continua Giù⬇️ Qui https://t.me/FraQuibla/14208 E Qui https://t.me/FraQuibla/14209
La patria del Giappone, quella fatta di silenzio, di precisione, di una dignità coltivata per millenni, era lontana, giovedì, nello Studio Ovale. Speriamo non lo resti per sempre.
C.L.Dias
Fonti
1. AP News: "Japan’s Takaichi tries to reaffirm alliance with Trump as he seeks help securing Strait of Hormuz" (20/03/2026)
2. The New York Times: "Using Charm and Restraint, Japan’s Leader Mostly Avoids Trump’s Wrath" (20/03/2026)
3. The Japan Times: "Trump praises Takaichi, saying Japan is ‘stepping up to the plate’ on Iran" (20/03/2026)
4. CNBC: "CNBC Daily Open: Some uncomfortable history rears its head at Trump-Takaichi meeting" (19/03/2026)
5. Corriere TV: "L’incredibile risposta di Trump al reporter giapponese : 'Perchè non vi abbiamo detto prima dell’attacco all’Iran? E allora Pearl Harbor?'" (19/03/2026)
6. Matsuo Bashō: "Tutti gli Haiku", ed. La vita felice, 2024
C.L.Dias
Fonti
1. AP News: "Japan’s Takaichi tries to reaffirm alliance with Trump as he seeks help securing Strait of Hormuz" (20/03/2026)
2. The New York Times: "Using Charm and Restraint, Japan’s Leader Mostly Avoids Trump’s Wrath" (20/03/2026)
3. The Japan Times: "Trump praises Takaichi, saying Japan is ‘stepping up to the plate’ on Iran" (20/03/2026)
4. CNBC: "CNBC Daily Open: Some uncomfortable history rears its head at Trump-Takaichi meeting" (19/03/2026)
5. Corriere TV: "L’incredibile risposta di Trump al reporter giapponese : 'Perchè non vi abbiamo detto prima dell’attacco all’Iran? E allora Pearl Harbor?'" (19/03/2026)
6. Matsuo Bashō: "Tutti gli Haiku", ed. La vita felice, 2024
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Questa donna centenaria
Si rifiuta di lasciare la sua casa
nel Libano meridionale
È nata decenni prima della fondazione di israele.
"Ho 100 anni, E io sono ancora qui, senza ombra di dubbio. Giuro che se vengono, gli lancerò delle pietre. Il fico e l'ulivo. Si estendono all'infinito. E così farò io. Ho vissuto 100 anni e potrei viverne altri 20."
A causa dei bombardamenti dell'entità sionista, sono state sfollare circa un milione di persone dal sud del Libano, circa 100.000 vivono nei rifugi.
"israele" ha preso di mira aree residenziali con poco, o senza alcun preavviso, con circa 1000 persone martirizzate in meno di tre settimane.
Al Jazeera
Si rifiuta di lasciare la sua casa
nel Libano meridionale
È nata decenni prima della fondazione di israele.
"Ho 100 anni, E io sono ancora qui, senza ombra di dubbio. Giuro che se vengono, gli lancerò delle pietre. Il fico e l'ulivo. Si estendono all'infinito. E così farò io. Ho vissuto 100 anni e potrei viverne altri 20."
A causa dei bombardamenti dell'entità sionista, sono state sfollare circa un milione di persone dal sud del Libano, circa 100.000 vivono nei rifugi.
"israele" ha preso di mira aree residenziali con poco, o senza alcun preavviso, con circa 1000 persone martirizzate in meno di tre settimane.
Al Jazeera
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Ana Kasparian:
Non si è mai trattato di armi nucleari, si tratta, solo del desiderio israeliano di togliere di rovesciare il governo iraniano
Non si è mai trattato di armi nucleari, si tratta, solo del desiderio israeliano di togliere di rovesciare il governo iraniano
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“Se la notizia dell’attacco alla Diego Garcia è attendibile, allora una delle ipotesi fondamentali sul programma missilistico iraniano è appena crollata. Per anni, il limite massimo accettato era di circa 2.000 chilometri. Un missile balistico in grado di raggiungere la Diego Garcia suggerisce una gittata di circa 4.000 chilometri, il che lo fa uscire dalla categoria dei missili a medio raggio per inserirlo in quella dei missili a raggio intermedio (IRBM). Si tratta di un salto strategico.
La vera questione non è se il missile sia stato intercettato. È che l'Iran potrebbe aver dimostrato una gittata ben superiore a quella che gran parte del mondo riteneva possedesse. Una capacità di 4.000 chilometri cambia la mappa. Le principali capitali europee iniziano a entrare nel dibattito. Parigi entra nel raggio d'azione. Londra si avvicina molto di più al limite della vulnerabilità, a seconda del punto di lancio e del carico utile. Ciò significherebbe che la minaccia missilistica non è più limitata al Golfo, a Israele o ad alcune parti dell'Asia meridionale. Significherebbe che il raggio di deterrenza, difesa e paura si è ampliato drasticamente. Se confermato, la Diego Garcia non era solo un obiettivo. Era un messaggio.”
Da Raffaele Mauriello
La vera questione non è se il missile sia stato intercettato. È che l'Iran potrebbe aver dimostrato una gittata ben superiore a quella che gran parte del mondo riteneva possedesse. Una capacità di 4.000 chilometri cambia la mappa. Le principali capitali europee iniziano a entrare nel dibattito. Parigi entra nel raggio d'azione. Londra si avvicina molto di più al limite della vulnerabilità, a seconda del punto di lancio e del carico utile. Ciò significherebbe che la minaccia missilistica non è più limitata al Golfo, a Israele o ad alcune parti dell'Asia meridionale. Significherebbe che il raggio di deterrenza, difesa e paura si è ampliato drasticamente. Se confermato, la Diego Garcia non era solo un obiettivo. Era un messaggio.”
Da Raffaele Mauriello
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Un messaggio a Washington?
In un discorso di 12 minuti strettamente strutturato, Ayatillah Imam Sayyed Mojtaba Khamenei è passato da una retorica familiare a qualcosa di molto più consequenziale. La prima metà ha seguito lo script previsto; rivisitando decenni di retorica guerrafondaia statunitense: sanzioni, assassinii, conflitti regionali.
Ma a metà strada, il tono è passato dalla retrospettiva alla strategia.
Sayyed Khamenei ha delineato tre richieste concrete, ognuna con una scadenza definita: un rapido ritiro militare statunitense dal Medio Oriente, un completo annullamento delle sanzioni entro 60 giorni e un risarcimento finanziario a lungo termine per i danni economici.
Poi è arrivato l'ultimatum. In caso di mancata conformità, l'Iran intensificherà le azioni, economicamente, militarmente e potenzialmente nuclearmente. Non ipoteticamente, ma operativamente: chiudendo lo Stretto di Hormuz, formalizzando i legami di difesa con Russia e Cina e passando dall'ambiguità alla deterrenza nucleare dichiarata.
Il tempismo delle reazioni esterne è stato altrettanto eloquente. Entro poche ore, sia Pechino che Mosca hanno rilasciato dichiarazioni allineandosi, con cautela ma inequivocabilmente, con il quadro di Teheran. Questo sembrava sicuramente coordinato.
Il contesto più ampio è importante. Sayyed Mojtaba Khamenei rappresenta uno stile di leadership diverso dal suo predecessore martirizzato. Dove il martire Sayyed Ali Khamenei operava attraverso un bilanciamento a lungo termine e un'escalation controllata, Sayyed Mojtaba sembra posizionato per fornire risultati più rapidi e decisivi.
I rapporti interni dell'Iran sono chiari, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica non è in alcun modo interessato all'incrementalismo. Stanno spingendo per un cambiamento strutturale: rimuovere l'influenza statunitense dalla regione, ripristinare la posizione militare dell'Iran e forzare una rinegoziazione delle dinamiche del potere globale.
E per la prima volta in decenni, l'Iran ha praticamente la leva per farlo.
L'aumento dei prezzi del petrolio, l'instabilità regionale, il crescente allineamento con Cina e Russia e le vulnerabilità nelle rotte commerciali globali hanno spostato il panorama strategico.
Quindi questo non era solo un discorso. Era un test. Un test per vedere se gli Stati Uniti sono disposti, o addirittura in grado, di operare sotto un nuovo insieme di vincoli.
Quello che succederà dopo probabilmente definirà non solo la traiettoria di questo conflitto, ma anche l'equilibrio di potere più ampio nel Medio Oriente per i decenni a venire.
Marwa Osman
In un discorso di 12 minuti strettamente strutturato, Ayatillah Imam Sayyed Mojtaba Khamenei è passato da una retorica familiare a qualcosa di molto più consequenziale. La prima metà ha seguito lo script previsto; rivisitando decenni di retorica guerrafondaia statunitense: sanzioni, assassinii, conflitti regionali.
Ma a metà strada, il tono è passato dalla retrospettiva alla strategia.
Sayyed Khamenei ha delineato tre richieste concrete, ognuna con una scadenza definita: un rapido ritiro militare statunitense dal Medio Oriente, un completo annullamento delle sanzioni entro 60 giorni e un risarcimento finanziario a lungo termine per i danni economici.
Poi è arrivato l'ultimatum. In caso di mancata conformità, l'Iran intensificherà le azioni, economicamente, militarmente e potenzialmente nuclearmente. Non ipoteticamente, ma operativamente: chiudendo lo Stretto di Hormuz, formalizzando i legami di difesa con Russia e Cina e passando dall'ambiguità alla deterrenza nucleare dichiarata.
Il tempismo delle reazioni esterne è stato altrettanto eloquente. Entro poche ore, sia Pechino che Mosca hanno rilasciato dichiarazioni allineandosi, con cautela ma inequivocabilmente, con il quadro di Teheran. Questo sembrava sicuramente coordinato.
Il contesto più ampio è importante. Sayyed Mojtaba Khamenei rappresenta uno stile di leadership diverso dal suo predecessore martirizzato. Dove il martire Sayyed Ali Khamenei operava attraverso un bilanciamento a lungo termine e un'escalation controllata, Sayyed Mojtaba sembra posizionato per fornire risultati più rapidi e decisivi.
I rapporti interni dell'Iran sono chiari, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica non è in alcun modo interessato all'incrementalismo. Stanno spingendo per un cambiamento strutturale: rimuovere l'influenza statunitense dalla regione, ripristinare la posizione militare dell'Iran e forzare una rinegoziazione delle dinamiche del potere globale.
E per la prima volta in decenni, l'Iran ha praticamente la leva per farlo.
L'aumento dei prezzi del petrolio, l'instabilità regionale, il crescente allineamento con Cina e Russia e le vulnerabilità nelle rotte commerciali globali hanno spostato il panorama strategico.
Quindi questo non era solo un discorso. Era un test. Un test per vedere se gli Stati Uniti sono disposti, o addirittura in grado, di operare sotto un nuovo insieme di vincoli.
Quello che succederà dopo probabilmente definirà non solo la traiettoria di questo conflitto, ma anche l'equilibrio di potere più ampio nel Medio Oriente per i decenni a venire.
Marwa Osman
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🇮🇹🇺🇸🇮🇷| Un drone americano è decollato dalla base di Station Sigonella in Italia e sta conducendo pattuglie di ricognizione vicino alla costa dell'Iran.
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🇮🇷 | L'esercito della Repubblica Islamica dell'Iran sta pubblicando filmati di un attacco con droni all'infrastruttura militare dell'aeroporto Ben Gurion.
Avviso n. 37 dell'Esercito della Repubblica Islamica dell'Iran
• All'alba di oggi, i droni dell'Esercito della Repubblica Islamica dell'Iran hanno preso di mira lainfrastruttura militare del regime sionista nei territori occupati, inclusiserbatoi di carburante e ilsito di dispiegamento di aerei di rifornimento per i caccia nemici all'aeroporto Ben Gurion.
• L'esercito ha dichiarato in questo annuncio che, nonostante lagrave censura del nemico sionista, i ripetuti attacchi dell'esercito e dell'IRGC allestrutture militari del regime,le operazioni di rifornimento aereo,le funzioni aeroportuali ei voli all'aeroporto Ben Gurion, nonché ilmovimento delle forze militari, sono stati seriamente interrotti. Ciò ha portato altrasferimento delle forze per ferrovia, che potrebbe mettere a rischio la vita dei civili.
• La dichiarazione ha aggiunto che iampi e numerosi obiettivi nei territori occupati hanno esteso la portata operativa delle forze armate per continuare gliattacchi con droni, e che queste operazioni ei pesanti colpi all'avversario persisteranno con forza nell'entroterra dei territori occupati fino a quando la minaccia contro la nazione iraniana non sarà rimossa.
• L'aeroporto Ben Gurion, oltre ad ospitareaerei cisterna e depositi di carburante, funge anche da base perunità speciali e strutture dell'aeronauticadel regime sionista, conindustrie aerospaziali e centri di manutenzione dei cacciasituati nelle vicinanze.
🔻enemy watch
Avviso n. 37 dell'Esercito della Repubblica Islamica dell'Iran
• All'alba di oggi, i droni dell'Esercito della Repubblica Islamica dell'Iran hanno preso di mira lainfrastruttura militare del regime sionista nei territori occupati, inclusiserbatoi di carburante e ilsito di dispiegamento di aerei di rifornimento per i caccia nemici all'aeroporto Ben Gurion.
• L'esercito ha dichiarato in questo annuncio che, nonostante lagrave censura del nemico sionista, i ripetuti attacchi dell'esercito e dell'IRGC allestrutture militari del regime,le operazioni di rifornimento aereo,le funzioni aeroportuali ei voli all'aeroporto Ben Gurion, nonché ilmovimento delle forze militari, sono stati seriamente interrotti. Ciò ha portato altrasferimento delle forze per ferrovia, che potrebbe mettere a rischio la vita dei civili.
• La dichiarazione ha aggiunto che iampi e numerosi obiettivi nei territori occupati hanno esteso la portata operativa delle forze armate per continuare gliattacchi con droni, e che queste operazioni ei pesanti colpi all'avversario persisteranno con forza nell'entroterra dei territori occupati fino a quando la minaccia contro la nazione iraniana non sarà rimossa.
• L'aeroporto Ben Gurion, oltre ad ospitareaerei cisterna e depositi di carburante, funge anche da base perunità speciali e strutture dell'aeronauticadel regime sionista, conindustrie aerospaziali e centri di manutenzione dei cacciasituati nelle vicinanze.
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Il comandante della forza spaziale aerea della Guardia Rivoluzionaria iraniana, Majid Mousavi: Da questo momento dichiariamo la superiorità missilistica dell'Iran nei cieli di Israele, e le nuove tattiche e i sistemi di lancio utilizzati nelle prossime ondate spaventeranno i leader americani. Stanotte il cielo delle regioni meridionali rimarrà illuminato per ore.
❤22
🇮🇷🇮🇱 | La geolocalizzazione effettuata da account OSINT suggerisce che il missile iraniano ha colpito un rifugio antiaereo a Dimona.
Questo probabilmente suggerisce che l'Iran disponeva di informazioni secondo cui gli scienziati nucleari israeliani potevano utilizzare questo rifugio antiaereo, poiché si trova a soli 10 km circa dall'impianto nucleare di Dimona.
Coordinate: 31.066010, 35.038699 (approssimative)
Fotros Resistance
Questo probabilmente suggerisce che l'Iran disponeva di informazioni secondo cui gli scienziati nucleari israeliani potevano utilizzare questo rifugio antiaereo, poiché si trova a soli 10 km circa dall'impianto nucleare di Dimona.
Coordinate: 31.066010, 35.038699 (approssimative)
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🇮🇷⚡️🇮🇱 Mohammad-Bagher Ghalibaf, Presidente del Parlamento iraniano: Se il regime israeliano non riesce a intercettare i missili nell'area fortificata di Dimona, sarà un segnale operativo dell'entrata in una nuova fase della battaglia: i cieli israeliani sono indifesi.
Di conseguenza, sembra che sia giunto il momento di attuare i prossimi piani pre-pianificati.
Di conseguenza, sembra che sia giunto il momento di attuare i prossimi piani pre-pianificati.
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🔴 Comunicati Soroka:
59 feriti sono stati trasferiti da Dimona al pronto soccorso. Un bambino di 12 anni è in condizioni gravi e un altro ferito sulla ventina è in condizioni moderate – entrambi sono stati operati. Gli altri sono in condizioni da lievi a moderate e ci sono persone con attacchi di panico.
59 feriti sono stati trasferiti da Dimona al pronto soccorso. Un bambino di 12 anni è in condizioni gravi e un altro ferito sulla ventina è in condizioni moderate – entrambi sono stati operati. Gli altri sono in condizioni da lievi a moderate e ci sono persone con attacchi di panico.
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Capolavoro missilistico iraniano e rovine chiamate «Arad» nel sud dei territori occupati
Tasnim News
Tasnim News
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