Matteo Brandi - Canale Ufficiale
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Canale di Matteo Brandi, presidente di Pro Italia
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CI È ARRIVATO ANCHE TRAVAGLIO?

Qualche giorno fa, Marco Travaglio ha buttato giù un editoriale intitolato "scioglietevi e sparite".

In pratica, Travaglio elenca le ultime figuracce internazionali di Bruxelles (la mancata condanna di Israele, la linea bellicista con invio di armi a Kiev e le demenziali sanzioni a Mosca) e giunge all'inevitabile conclusione: a questo punto meglio sciogliere l'UE.

Perché questo editoriale colpisce? Perché Travaglio fa parte di quella schiera di giornalisti che per anni, anzi, decenni, ci hanno convinto che il problema numero uno in Italia fossero le mazzette, le auto blu e i rubagalline in Parlamento. Mentre nel frattempo, il nostro Paese cedeva enormi porzioni della propria sovranità ad organi sovranazionali.

Da Maastricht a Lisbona, passando per il disastro dell'entrata nella moneta unica, che ci ha privato dell'oscillazione del cambio (tradotto: taglio dei salari per rendere le merci "competitive" nell'eurozona, come ammesso da Draghi), l'ultimo trentennio è stato uno stillicidio per l'Italia.

Ma il buon Marco, che pure è sempre stato un giornalista attento e puntiglioso, continuava ad alimentare il derby "berlusconiani - antiberlusconiani", con la solita retorica sull'Italia corrotta e inefficiente, patria di faccendieri e portaborse. Un paesino di ladruncoli a cui, tutto sommato, la maestrina a dodici stelle era giusto che tirasse le orecchie.

E intanto nel 2011 si compiva il golpe finanziario firmato BCE con cui Monti diventava Presidente del Consiglio. E intanto da Bruxelles e Francoforte piovevano letterine minatorie e infrazioni ai nostri danni. E intanto a suon di "più Europa" ci giocavamo industria, risparmi e peso geopolitico.

Pur critico verso gente come Monti e Draghi, Travaglio non ha mai puntato il dito verso l'UE in quanto tale, bensì solo verso le sue politiche. Erano sempre quelle il problema, non l'impalcatura in sé. Di quelle bisognava parlare, degli Junker o delle Von der Leyen, non dell'adesione italiana alla baracca europea.

Fino all'editoriale "Scioglietevi e sparite", dove è chiaro che anche il direttore del Fatto Quotidiano, sotto sotto, abbia preso atto della dannosa inutilità dello straccio blu. E chiede che esso venga ammainato, ripiegato e schiaffato nel cassetto delle vergogne storiche.

Che Marco Travaglio ci sia veramente arrivato? Oppure si tratta di una fiammata passeggera? Propendo per la seconda ipotesi.

Personalmente, non credo proprio che il mondo politico attorno a Travaglio, che equivale all'universo grillino (piddini fuori dalla ZTL), si metterà a invocare l'Italexit. Figuriamoci, parliamo di gente che prende fuoco al solo sentir nominare l'interesse nazionale.

Però rimane uno sfogo, quello del giornalista torinese, che tradisce la disillusione persino di chi, fino all'altro ieri, pensava che l'UE fosse... cambiabile.

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A Venezia i borseggiatori hanno iniziato a denunciare per stalking chi li filma sul "posto di lavoro" e per sequestro di persona chi li blocca mentre rubano.

Di fronte a questo delirio, le istituzioni hanno risposto per bocca del comandante della polizia locale di Venezia: "Il problema esiste, ma i cittadini privati devono sapere che non possono fare tutto." Che, tradotto in italiano, vuol dire : "Il ladri ci sono, ma ve li dovete tenere e non dovete azzardarvi a reagire."

Le regole dello Stato-maestrina son queste qua: ai criminali va garantita ogni tutela possibile e immaginabile, le persone perbene devono star zitte e subire.
Che schifo.

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La vicenda di Francesca Albanese, relatrice speciale per le Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, si sta trasformando in una passerella per tutta la sinistra italiana.

Critiche severe e fiumi di indignazione, però, non possono nascondere le responsabilità di partiti e personaggi che per decenni hanno cavalcato la retorica autorazzista e svenduto la sovranità del nostro Paese.

Chi ci ha raccontato che non valevamo nulla per fare degli italiani dei servi non ha il diritto di parlare di dignità.

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SETTANT'ANNI DE CHE?

Oggi, discutendo con l'ennesimo europeista autorazzista convinto che l'Italia, senza la sacra UE, valesse poco più della Mauritania, è uscito fuori uno dei brocchi di battaglia di questi fenomeni: i "settant'anni di pace".

Eh sì, perché nel 2025 l'europeista medio è ancora convinto che la "pace" nel Vecchio Continente sia stata garantita dal processo di "integrazione" europea (che poi equivale alla disintegrazione delle sovranità nazionali).

E giù di pippe mentali sul Trattato di Roma, Spinelli, Schengen (sempre sia maledetto) e compagnia bella.

Peccato che ad aver evitato, ad esempio, una nuova zuffa franco-tedesca sia stata la contrapposizione tra due superpotenze nucleari: USA e URSS, che si erano sparite l'Europa, Germania compresa. Tutte le volte che c'è stato il serio rischio che si riaccendesse qualcosa da quelle parti, è sempre stata la minaccia di un olocausto nucleare a calmare i bollenti spiriti. Non certo quattro pezzi di carta firmati da un gruppetto di oligarchi allergici alle democrazie e alle sovranità dei popoli.

E questo senza contare i conflitti nei Balcani e in Libia, nel Medio Oriente e in Ucraina, dove tutti hanno visto quanto Bruxelles avesse a cuore "la pace" e "il dialogo".

Sarà dura scardinare certe credenze.

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In un momento così difficile, avremmo bisogno di un presidente della Repubblica che si ergesse a difesa della patria.
E invece abbiamo Sergio Mattarella. Che, come al solito, continua ad anteporre lo straccio blu al tricolore italiano.
Dal palco di Cernobbio, davanti ai demolitori dell'industria nazionale, invoca l'UE come baluardo dei diritti, della pace e della prosperità economica.
Una menzogna bella e buona. E Mattarella lo sa. Oh, se lo sa.
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Durante la partita contro la Francia, i tifosi ucraini hanno mostrato una coreografia con su scritto "Fortezza d'Europa".
E pensare che c'è chi crede davvero a questa boiata.

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Insegna la Storia anche tu a un globaliota. Lui non capirà un cazzo, ma almeno lo avrai sputtanato per bene agli occhi di chi ancora ragiona.
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«Goldman Sachs ci ha spiegato che da qui a non molti anni la Cina avrà il primo pil del mondo, l’India il secondo, gli Stati Uniti il terzo e l’Indonesia il quarto.
Poi ci saranno il Pakistan, il Brasile, la Nigeria, tutta gente che stava lì!
Chiaro?
Mentre noi, per isolarli, non ci siamo andati. Stiamo vivendo la fine dell’egemonia occidentale, che è una delle cause del caos del mondo e dobbiamo costruire un nuovo ordine, che non sia l’egemonia di qualcun altro, cosa che non è affatto desiderabile.
Ma sia un ordine multilaterale, sostenibile, di coesistenza tra mondi diversi.
Quel che mi preoccupa è che invece, qui da noi, siamo impegnati più a difendere in modo fazioso un mondo che non c’è più, anziché ragionare su come stare in quello che c’è. Quello vero. Quello di oggi.
Se pensi di isolare il resto del mondo, poi finisci per isolarti».

Sapete chi ha detto queste parole? Massimo D'Alema, che era presente alla parata militare cinese a Tienanmen.

Parole che hanno un senso, persino un valore. Peccato che D'Alema sia stato tra gli artefici dell'entrata dell'Italia nell'Euro, dello smantellamento dell'industria pubblica ("siamo stati noi a smontare l'IRI") e della santificazione dell'UE.

Praticamente ciò che ha condannato l'Italia all'impoverimento e alla perdita di peso internazionale.

Ah, riposizionamenti in corso. Patetici.

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PRIGIONIERI DELLA PAURA
Registrai questo video quattro anni fa. E, purtroppo, i fatti mi hanno dato ragione. Con la paura, hanno fatto accettare l'inaccettabile. Con il pavido conformismo, l'hanno reso normale.

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Giorgetti, da Cernobbio, assicura i mercati: la prossima manovra di bilancio sarà in linea con la regola della spesa stabilita a livello europeo. Tradotto: comanda il Patto di Stabilità.

Però, aggiunge Giorgetti, toccherà aggiustare qualcosina in più a causa di una variabile "assolutamente detestabile": la guerra in Ucraina.

Variabile in cui Bruxelles non c'entra nulla, no?

Pazzesco.

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Da ieri girano su internet queste immagini surreali: alla Festa dell'Unita di Lodi è scoppiata una rissa fra i maranza, con tanto di macheti, proprio sotto alle bandiere della pace e del PD.

È una vicenda che fa ridere ma fa anche riflettere. Ma soprattutto ridere.

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Ogni volta che c'è una competizione sportiva, a sottolineare il colore della pelle dei nostri atleti sono sempre e solo quelli che ci frantumano le palle con l'antirazzismo.

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L'8 settembre del 9 d.C. tre legioni romane, la XVII, la XVIII e la XIX, caddero in una vile imboscata nella foresta di Teutoburgo, in Germania. Per tre giorni e sotto una pioggia battente, ventimila tra soldati e civili al seguito furono sottoposti ad attacchi continui da parte dei Germani. Nonostante l'accanita resistenza, di cui sono rimaste le tracce archeologiche sul sito di Kalkriese, la disfatta fu inevitabile. Sfilacciate e isolate, bersagliate dai terrapieni e in territorio sconosciuto, impossibilitate a schierarsi e intralciate dai carri delle vettovaglie, le tre legioni furono annientate.

Due furono i protagonisti di questo disastro: un incapace di nome Quintilio Varo e un traditore di nome Arminio. Il primo, mandato da Augusto a governare la Germania, si fece convincere dal secondo, principe dei Cherusci cresciuto in cattività a Roma, a ritornare ai quartieri invernali passando attraverso la foresta di Teutoburgo. Arminio, con i gradi di ufficiale romano addosso, aveva progettato la trappola per settimane. A nulla valsero le raccomandazioni dei centurioni e lo scetticismo degli alleati barbari fedeli all'impero: Varo si fidò di Arminio. Preso amaramente atto del proprio errore fatale, nel pieno del massacro, il legato si gettò sulla spada.

Ora, perché ricordare questa infausto evento? Per non dimenticare ciò che avvenne successivamente. Solo cinque anni dopo Teutoburgo, un esercito romano entrava in pieno assetto di guerra in Germania, guidato da Giulio Cesare Germanico. Il giovane generale strinse in una morsa il nemico, da terra e dal mare, devastandone il territorio, e recuperando due delle tre aquile perse a causa della follia di Varo. Alla fine, stanò le armate di Arminio. Quest'ultime furono costrette a dare battaglia, una vera battaglia, in campo aperto. Nel 16 d.C., sulla piana di Idistaviso, cinquantamila Germani vennero letteralmente triturati dalle legioni.

Fu l'imperatore Tibero (e probabilmente la sua gelosia) a richiamare Germanico e impedire la riconquista della provincia persa tra il fiume Reno e l'Elba. La scelta di stabilizzarsi sul limes renano segnò la storia di Roma e dell'Europa, tracciando una linea che influenzerà culture, popoli e nazioni. Più volte i Romani ebbero l'opportunità di ripensarci, come sotto Marco Aurelio (che fu a due passi da ufficializzare l'annessione della Marcomannia) o Massimino il Trace (che guidò una spedizione nel cuore della Germania, come attestato dalla recente scoperta della battaglia di Harzorn). Alla fine però, la povertà degli acquitrini e delle foreste suggerì di lasciar perdere. La scelta, col tempo, si rivelerà sbagliata: le tribù germaniche, nel IV secolo per ingordigia e nel V a causa degli Unni, si riverseranno in massa oltre il Reno.

L'impresa di Germanico meriterebbe tuttavia di essere raccontata in un film o una serie tv. No, non parlo di quell'immonda spazzatura di Barbarians firmata Netflix. Parlo di una produzione italiana. Ma prima dobbiamo trovare la via d'uscita dalla foresta della mediocrità. In cui, da troppo tempo, ci siamo persi.

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Come vi avevo anticipato, il governo Bayrou in Francia è caduto.
Povero Macron, che botta.😂
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E l'arbitro non osasse fischiare!🤣
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In Inghilterra, vola lo Reform UK di Nigel Farage, dato al 32%, mentre il gradimento di Starmer è crollato al 24%.
In Germania, decolla l'AfD al 26 %, superando la CDU/CSU (al 24–25 %) e iniziando a crescere anche ad Ovest.
In Francia, il governo macroniano di Bayrou è appena caduto mentre Macron stesso ha solo il 15% dei francesi dalla sua.

Il trio monnezza traballa.
Ottimo.
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Ci si stupisce sempre della voracità con cui i rampolli Elkann, John in primis, sfasciano l'industria automobilistica italiana. E per carità, va bene: l'indignazione di fronte alla distruzione di un patrimonio che vanta oltre un secolo di storia è inevitabile. Però sarebbe anche l'ora di rendersi conto che siamo di fronte a personaggi che, pur navigando nell'oro dalla nascita, sono prontissimi a fare carte false per sottrarre l'eredità dei nonni alla propria stessa madre.

Non si fanno scrupoli neppure con la loro famiglia, figuriamoci quanto possano fottersene dell'Italia.

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Macron, alla democrazia, ha messo Lecornu.
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GUERRA CIVILE NEL REGNO UNITO?

Sta girando in queste settimane una spietata analisi firmata David Betz, professore di "War in the Modern World" al King's College di Londra, riguardo a una possibile (e secondo lui inevitabile) guerra civile nel Regno Unito. La società britannica, secondo il professore, mostra spaccature profonde. Il trauma dell’immigrazione incontrollata va di pari passo con il conflitto tra identità culturali, mentre la sfiducia nelle istituzioni è alle stelle. Una fragilità sociale che è sulla strada di implodere in violenza interna.

Secondo Betz, le condizioni che indicano il rischio di guerra civile, ovvero le fratture culturali, la stagnazione economica e la delegittimazione delle élite, sono già tutte presenti nel Regno Unito (e, aggiunge, in Francia).

E mette sul tavolo alcune cifre date dalle proiezioni di studi dedicati: se si parla dello scoppio di una guerra civile, siamo al 4 % di probabilità annua, che sale al 18,5 % in un arco di cinque anni. E se dieci paesi, in Europa, condividono queste condizioni, la probabilità che almeno uno scivoli nel conflitto supera l’87 %.

Betz denuncia il rischio di trasformazione delle grandi città in “feral cities”, in pratica metropoli in cui lo Stato ha perso quasi ogni controllo, dalla polizia alle infrastrutture essenziali. Basterebbero quindi alcuni attacchi mirati (sabotaggio dei trasporti o delle comunicazioni) per scatenare dei "blackout sociali". E le città diverrebbero territori ostili e isolati.

Poi, parlando della possibile risposta militare da parte del governo centrale, asserisce che quest'ultimo non abbia la forza sufficiente a contenere una rivoluzione urbana su larga scala.

Il messaggio finale di Betz è brutale: nel Regno Unito non c’è via d’uscita politica, la normalità finirà “gradualmente, poi all’improvviso”. Serve abbandonare il bias di normalità, riconoscere l’ineluttabilità dello scontro e preparare misure di mitigazione e contenimento, come creare "zone sicure", proteggere i beni culturali e mettere al sicuro l’accesso all'arsenale nucleare. Insomma, i danni possono essere ridotti ma non evitati.

Questi vogliono andare in guerra, quando ce l'hanno in casa.

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Governo Lecornu partito col botto, anzi, coi botti.

Che fenomeno 'sto Macron: pur di non mollare la poltrona all'Eliseo, è prontissimo a veder bruciare tutta la Francia.

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