In un momento così difficile, avremmo bisogno di un presidente della Repubblica che si ergesse a difesa della patria.
E invece abbiamo Sergio Mattarella. Che, come al solito, continua ad anteporre lo straccio blu al tricolore italiano.
Dal palco di Cernobbio, davanti ai demolitori dell'industria nazionale, invoca l'UE come baluardo dei diritti, della pace e della prosperità economica.
Una menzogna bella e buona. E Mattarella lo sa. Oh, se lo sa.
E invece abbiamo Sergio Mattarella. Che, come al solito, continua ad anteporre lo straccio blu al tricolore italiano.
Dal palco di Cernobbio, davanti ai demolitori dell'industria nazionale, invoca l'UE come baluardo dei diritti, della pace e della prosperità economica.
Una menzogna bella e buona. E Mattarella lo sa. Oh, se lo sa.
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Durante la partita contro la Francia, i tifosi ucraini hanno mostrato una coreografia con su scritto "Fortezza d'Europa".
E pensare che c'è chi crede davvero a questa boiata.
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«Goldman Sachs ci ha spiegato che da qui a non molti anni la Cina avrà il primo pil del mondo, l’India il secondo, gli Stati Uniti il terzo e l’Indonesia il quarto.
Poi ci saranno il Pakistan, il Brasile, la Nigeria, tutta gente che stava lì!
Chiaro?
Mentre noi, per isolarli, non ci siamo andati. Stiamo vivendo la fine dell’egemonia occidentale, che è una delle cause del caos del mondo e dobbiamo costruire un nuovo ordine, che non sia l’egemonia di qualcun altro, cosa che non è affatto desiderabile.
Ma sia un ordine multilaterale, sostenibile, di coesistenza tra mondi diversi.
Quel che mi preoccupa è che invece, qui da noi, siamo impegnati più a difendere in modo fazioso un mondo che non c’è più, anziché ragionare su come stare in quello che c’è. Quello vero. Quello di oggi.
Se pensi di isolare il resto del mondo, poi finisci per isolarti».
Sapete chi ha detto queste parole? Massimo D'Alema, che era presente alla parata militare cinese a Tienanmen.
Parole che hanno un senso, persino un valore. Peccato che D'Alema sia stato tra gli artefici dell'entrata dell'Italia nell'Euro, dello smantellamento dell'industria pubblica ("siamo stati noi a smontare l'IRI") e della santificazione dell'UE.
Praticamente ciò che ha condannato l'Italia all'impoverimento e alla perdita di peso internazionale.
Ah, riposizionamenti in corso. Patetici.
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Poi ci saranno il Pakistan, il Brasile, la Nigeria, tutta gente che stava lì!
Chiaro?
Mentre noi, per isolarli, non ci siamo andati. Stiamo vivendo la fine dell’egemonia occidentale, che è una delle cause del caos del mondo e dobbiamo costruire un nuovo ordine, che non sia l’egemonia di qualcun altro, cosa che non è affatto desiderabile.
Ma sia un ordine multilaterale, sostenibile, di coesistenza tra mondi diversi.
Quel che mi preoccupa è che invece, qui da noi, siamo impegnati più a difendere in modo fazioso un mondo che non c’è più, anziché ragionare su come stare in quello che c’è. Quello vero. Quello di oggi.
Se pensi di isolare il resto del mondo, poi finisci per isolarti».
Sapete chi ha detto queste parole? Massimo D'Alema, che era presente alla parata militare cinese a Tienanmen.
Parole che hanno un senso, persino un valore. Peccato che D'Alema sia stato tra gli artefici dell'entrata dell'Italia nell'Euro, dello smantellamento dell'industria pubblica ("siamo stati noi a smontare l'IRI") e della santificazione dell'UE.
Praticamente ciò che ha condannato l'Italia all'impoverimento e alla perdita di peso internazionale.
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PRIGIONIERI DELLA PAURA
Registrai questo video quattro anni fa. E, purtroppo, i fatti mi hanno dato ragione. Con la paura, hanno fatto accettare l'inaccettabile. Con il pavido conformismo, l'hanno reso normale.
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Giorgetti, da Cernobbio, assicura i mercati: la prossima manovra di bilancio sarà in linea con la regola della spesa stabilita a livello europeo. Tradotto: comanda il Patto di Stabilità.
Però, aggiunge Giorgetti, toccherà aggiustare qualcosina in più a causa di una variabile "assolutamente detestabile": la guerra in Ucraina.
Variabile in cui Bruxelles non c'entra nulla, no?
Pazzesco.
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Però, aggiunge Giorgetti, toccherà aggiustare qualcosina in più a causa di una variabile "assolutamente detestabile": la guerra in Ucraina.
Variabile in cui Bruxelles non c'entra nulla, no?
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Da ieri girano su internet queste immagini surreali: alla Festa dell'Unita di Lodi è scoppiata una rissa fra i maranza, con tanto di macheti, proprio sotto alle bandiere della pace e del PD.
È una vicenda che fa ridere ma fa anche riflettere. Ma soprattutto ridere.
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Ogni volta che c'è una competizione sportiva, a sottolineare il colore della pelle dei nostri atleti sono sempre e solo quelli che ci frantumano le palle con l'antirazzismo.
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L'8 settembre del 9 d.C. tre legioni romane, la XVII, la XVIII e la XIX, caddero in una vile imboscata nella foresta di Teutoburgo, in Germania. Per tre giorni e sotto una pioggia battente, ventimila tra soldati e civili al seguito furono sottoposti ad attacchi continui da parte dei Germani. Nonostante l'accanita resistenza, di cui sono rimaste le tracce archeologiche sul sito di Kalkriese, la disfatta fu inevitabile. Sfilacciate e isolate, bersagliate dai terrapieni e in territorio sconosciuto, impossibilitate a schierarsi e intralciate dai carri delle vettovaglie, le tre legioni furono annientate.
Due furono i protagonisti di questo disastro: un incapace di nome Quintilio Varo e un traditore di nome Arminio. Il primo, mandato da Augusto a governare la Germania, si fece convincere dal secondo, principe dei Cherusci cresciuto in cattività a Roma, a ritornare ai quartieri invernali passando attraverso la foresta di Teutoburgo. Arminio, con i gradi di ufficiale romano addosso, aveva progettato la trappola per settimane. A nulla valsero le raccomandazioni dei centurioni e lo scetticismo degli alleati barbari fedeli all'impero: Varo si fidò di Arminio. Preso amaramente atto del proprio errore fatale, nel pieno del massacro, il legato si gettò sulla spada.
Ora, perché ricordare questa infausto evento? Per non dimenticare ciò che avvenne successivamente. Solo cinque anni dopo Teutoburgo, un esercito romano entrava in pieno assetto di guerra in Germania, guidato da Giulio Cesare Germanico. Il giovane generale strinse in una morsa il nemico, da terra e dal mare, devastandone il territorio, e recuperando due delle tre aquile perse a causa della follia di Varo. Alla fine, stanò le armate di Arminio. Quest'ultime furono costrette a dare battaglia, una vera battaglia, in campo aperto. Nel 16 d.C., sulla piana di Idistaviso, cinquantamila Germani vennero letteralmente triturati dalle legioni.
Fu l'imperatore Tibero (e probabilmente la sua gelosia) a richiamare Germanico e impedire la riconquista della provincia persa tra il fiume Reno e l'Elba. La scelta di stabilizzarsi sul limes renano segnò la storia di Roma e dell'Europa, tracciando una linea che influenzerà culture, popoli e nazioni. Più volte i Romani ebbero l'opportunità di ripensarci, come sotto Marco Aurelio (che fu a due passi da ufficializzare l'annessione della Marcomannia) o Massimino il Trace (che guidò una spedizione nel cuore della Germania, come attestato dalla recente scoperta della battaglia di Harzorn). Alla fine però, la povertà degli acquitrini e delle foreste suggerì di lasciar perdere. La scelta, col tempo, si rivelerà sbagliata: le tribù germaniche, nel IV secolo per ingordigia e nel V a causa degli Unni, si riverseranno in massa oltre il Reno.
L'impresa di Germanico meriterebbe tuttavia di essere raccontata in un film o una serie tv. No, non parlo di quell'immonda spazzatura di Barbarians firmata Netflix. Parlo di una produzione italiana. Ma prima dobbiamo trovare la via d'uscita dalla foresta della mediocrità. In cui, da troppo tempo, ci siamo persi.
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Due furono i protagonisti di questo disastro: un incapace di nome Quintilio Varo e un traditore di nome Arminio. Il primo, mandato da Augusto a governare la Germania, si fece convincere dal secondo, principe dei Cherusci cresciuto in cattività a Roma, a ritornare ai quartieri invernali passando attraverso la foresta di Teutoburgo. Arminio, con i gradi di ufficiale romano addosso, aveva progettato la trappola per settimane. A nulla valsero le raccomandazioni dei centurioni e lo scetticismo degli alleati barbari fedeli all'impero: Varo si fidò di Arminio. Preso amaramente atto del proprio errore fatale, nel pieno del massacro, il legato si gettò sulla spada.
Ora, perché ricordare questa infausto evento? Per non dimenticare ciò che avvenne successivamente. Solo cinque anni dopo Teutoburgo, un esercito romano entrava in pieno assetto di guerra in Germania, guidato da Giulio Cesare Germanico. Il giovane generale strinse in una morsa il nemico, da terra e dal mare, devastandone il territorio, e recuperando due delle tre aquile perse a causa della follia di Varo. Alla fine, stanò le armate di Arminio. Quest'ultime furono costrette a dare battaglia, una vera battaglia, in campo aperto. Nel 16 d.C., sulla piana di Idistaviso, cinquantamila Germani vennero letteralmente triturati dalle legioni.
Fu l'imperatore Tibero (e probabilmente la sua gelosia) a richiamare Germanico e impedire la riconquista della provincia persa tra il fiume Reno e l'Elba. La scelta di stabilizzarsi sul limes renano segnò la storia di Roma e dell'Europa, tracciando una linea che influenzerà culture, popoli e nazioni. Più volte i Romani ebbero l'opportunità di ripensarci, come sotto Marco Aurelio (che fu a due passi da ufficializzare l'annessione della Marcomannia) o Massimino il Trace (che guidò una spedizione nel cuore della Germania, come attestato dalla recente scoperta della battaglia di Harzorn). Alla fine però, la povertà degli acquitrini e delle foreste suggerì di lasciar perdere. La scelta, col tempo, si rivelerà sbagliata: le tribù germaniche, nel IV secolo per ingordigia e nel V a causa degli Unni, si riverseranno in massa oltre il Reno.
L'impresa di Germanico meriterebbe tuttavia di essere raccontata in un film o una serie tv. No, non parlo di quell'immonda spazzatura di Barbarians firmata Netflix. Parlo di una produzione italiana. Ma prima dobbiamo trovare la via d'uscita dalla foresta della mediocrità. In cui, da troppo tempo, ci siamo persi.
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Come vi avevo anticipato, il governo Bayrou in Francia è caduto.
Povero Macron, che botta.😂
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In Inghilterra, vola lo Reform UK di Nigel Farage, dato al 32%, mentre il gradimento di Starmer è crollato al 24%.
In Germania, decolla l'AfD al 26 %, superando la CDU/CSU (al 24–25 %) e iniziando a crescere anche ad Ovest.
In Francia, il governo macroniano di Bayrou è appena caduto mentre Macron stesso ha solo il 15% dei francesi dalla sua.
Il trio monnezza traballa.
Ottimo.
In Germania, decolla l'AfD al 26 %, superando la CDU/CSU (al 24–25 %) e iniziando a crescere anche ad Ovest.
In Francia, il governo macroniano di Bayrou è appena caduto mentre Macron stesso ha solo il 15% dei francesi dalla sua.
Il trio monnezza traballa.
Ottimo.
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Ci si stupisce sempre della voracità con cui i rampolli Elkann, John in primis, sfasciano l'industria automobilistica italiana. E per carità, va bene: l'indignazione di fronte alla distruzione di un patrimonio che vanta oltre un secolo di storia è inevitabile. Però sarebbe anche l'ora di rendersi conto che siamo di fronte a personaggi che, pur navigando nell'oro dalla nascita, sono prontissimi a fare carte false per sottrarre l'eredità dei nonni alla propria stessa madre.
Non si fanno scrupoli neppure con la loro famiglia, figuriamoci quanto possano fottersene dell'Italia.
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Macron, alla democrazia, ha messo Lecornu.
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GUERRA CIVILE NEL REGNO UNITO?
Sta girando in queste settimane una spietata analisi firmata David Betz, professore di "War in the Modern World" al King's College di Londra, riguardo a una possibile (e secondo lui inevitabile) guerra civile nel Regno Unito. La società britannica, secondo il professore, mostra spaccature profonde. Il trauma dell’immigrazione incontrollata va di pari passo con il conflitto tra identità culturali, mentre la sfiducia nelle istituzioni è alle stelle. Una fragilità sociale che è sulla strada di implodere in violenza interna.
Secondo Betz, le condizioni che indicano il rischio di guerra civile, ovvero le fratture culturali, la stagnazione economica e la delegittimazione delle élite, sono già tutte presenti nel Regno Unito (e, aggiunge, in Francia).
E mette sul tavolo alcune cifre date dalle proiezioni di studi dedicati: se si parla dello scoppio di una guerra civile, siamo al 4 % di probabilità annua, che sale al 18,5 % in un arco di cinque anni. E se dieci paesi, in Europa, condividono queste condizioni, la probabilità che almeno uno scivoli nel conflitto supera l’87 %.
Betz denuncia il rischio di trasformazione delle grandi città in “feral cities”, in pratica metropoli in cui lo Stato ha perso quasi ogni controllo, dalla polizia alle infrastrutture essenziali. Basterebbero quindi alcuni attacchi mirati (sabotaggio dei trasporti o delle comunicazioni) per scatenare dei "blackout sociali". E le città diverrebbero territori ostili e isolati.
Poi, parlando della possibile risposta militare da parte del governo centrale, asserisce che quest'ultimo non abbia la forza sufficiente a contenere una rivoluzione urbana su larga scala.
Il messaggio finale di Betz è brutale: nel Regno Unito non c’è via d’uscita politica, la normalità finirà “gradualmente, poi all’improvviso”. Serve abbandonare il bias di normalità, riconoscere l’ineluttabilità dello scontro e preparare misure di mitigazione e contenimento, come creare "zone sicure", proteggere i beni culturali e mettere al sicuro l’accesso all'arsenale nucleare. Insomma, i danni possono essere ridotti ma non evitati.
Questi vogliono andare in guerra, quando ce l'hanno in casa.
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Sta girando in queste settimane una spietata analisi firmata David Betz, professore di "War in the Modern World" al King's College di Londra, riguardo a una possibile (e secondo lui inevitabile) guerra civile nel Regno Unito. La società britannica, secondo il professore, mostra spaccature profonde. Il trauma dell’immigrazione incontrollata va di pari passo con il conflitto tra identità culturali, mentre la sfiducia nelle istituzioni è alle stelle. Una fragilità sociale che è sulla strada di implodere in violenza interna.
Secondo Betz, le condizioni che indicano il rischio di guerra civile, ovvero le fratture culturali, la stagnazione economica e la delegittimazione delle élite, sono già tutte presenti nel Regno Unito (e, aggiunge, in Francia).
E mette sul tavolo alcune cifre date dalle proiezioni di studi dedicati: se si parla dello scoppio di una guerra civile, siamo al 4 % di probabilità annua, che sale al 18,5 % in un arco di cinque anni. E se dieci paesi, in Europa, condividono queste condizioni, la probabilità che almeno uno scivoli nel conflitto supera l’87 %.
Betz denuncia il rischio di trasformazione delle grandi città in “feral cities”, in pratica metropoli in cui lo Stato ha perso quasi ogni controllo, dalla polizia alle infrastrutture essenziali. Basterebbero quindi alcuni attacchi mirati (sabotaggio dei trasporti o delle comunicazioni) per scatenare dei "blackout sociali". E le città diverrebbero territori ostili e isolati.
Poi, parlando della possibile risposta militare da parte del governo centrale, asserisce che quest'ultimo non abbia la forza sufficiente a contenere una rivoluzione urbana su larga scala.
Il messaggio finale di Betz è brutale: nel Regno Unito non c’è via d’uscita politica, la normalità finirà “gradualmente, poi all’improvviso”. Serve abbandonare il bias di normalità, riconoscere l’ineluttabilità dello scontro e preparare misure di mitigazione e contenimento, come creare "zone sicure", proteggere i beni culturali e mettere al sicuro l’accesso all'arsenale nucleare. Insomma, i danni possono essere ridotti ma non evitati.
Questi vogliono andare in guerra, quando ce l'hanno in casa.
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Governo Lecornu partito col botto, anzi, coi botti.
Che fenomeno 'sto Macron: pur di non mollare la poltrona all'Eliseo, è prontissimo a veder bruciare tutta la Francia.
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Forwarded from PRO ITALIA - Canale Ufficiale
Se è vero – come dice Zaia – che quella del Veneto è la prima sanità d’Italia, come mai la professione infermieristica è diventata talmente poco attrattiva che le domande di iscrizione ai corsi di laurea sono crollate tanto da arrivare al 40% di posti vacanti?
Sarà mica che a fronte dei turni massacranti, delle ferie saltate, degli straordinari non pagati, degli stipendi tra i più bassi d’Europa, dei riconoscimenti professionali scarsi e delle carriere bloccate, i giovani scelgono altre strade?
Intanto i numeri parlano chiaro: oggi in Italia mancano 70mila infermieri, di cui 3mila solo in Veneto. L’età media è tra i 51 e i 54 anni e si stima che entro il 2034 molti andranno in pensione, aggravando ulteriormente la crisi.
Un sistema sanitario forte non può reggersi senza infermieri motivati e adeguatamente retribuiti. Finché il lavoro di chi letteralmente tiene in piedi ospedali e reparti continuerà a essere sottovalutato, parlare di “eccellenza” resterà sempre e solo uno slogan.
Pro Italia - Dipartimento Sanità
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Sarà mica che a fronte dei turni massacranti, delle ferie saltate, degli straordinari non pagati, degli stipendi tra i più bassi d’Europa, dei riconoscimenti professionali scarsi e delle carriere bloccate, i giovani scelgono altre strade?
Intanto i numeri parlano chiaro: oggi in Italia mancano 70mila infermieri, di cui 3mila solo in Veneto. L’età media è tra i 51 e i 54 anni e si stima che entro il 2034 molti andranno in pensione, aggravando ulteriormente la crisi.
Un sistema sanitario forte non può reggersi senza infermieri motivati e adeguatamente retribuiti. Finché il lavoro di chi letteralmente tiene in piedi ospedali e reparti continuerà a essere sottovalutato, parlare di “eccellenza” resterà sempre e solo uno slogan.
Pro Italia - Dipartimento Sanità
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Media is too big
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Troppi immigrati in giro? E che problema c'è, cari cittadini: ospitateli a casa vostra! Questa l'ultima trovata della giunta Gualtieri a Roma. Sicuramente ora vedremo i benpensanti aprire le porte di casa, giusto?
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L'europeismo è un totalitarismo
🔴 DIRETTA STASERA ALLE 18:30
Con la nomina del quinto Primo Ministro del suo mandato, Emmanuel Macron, punto di riferimento assoluto per gli europeisti di casa nostra, ha mostrato per l'ennesima volta il suo disprezzo per la democrazia e, più in generale, per il popolo francese. Non è la prima volta che succede e non sarà neppure l'ultima: prima o dopo, tutti gli europeisti convinti finiscono per accarezzare prospettive totalitarie. Si tratta di un caso o c'è una ragione dietro a queste parabole?
Ne parliamo nell'appuntamento di oggi di Uno sguardo da Vicino. Come sempre, in diretta dalle 18:30.
🔴 DIRETTA STASERA ALLE 18:30
Con la nomina del quinto Primo Ministro del suo mandato, Emmanuel Macron, punto di riferimento assoluto per gli europeisti di casa nostra, ha mostrato per l'ennesima volta il suo disprezzo per la democrazia e, più in generale, per il popolo francese. Non è la prima volta che succede e non sarà neppure l'ultima: prima o dopo, tutti gli europeisti convinti finiscono per accarezzare prospettive totalitarie. Si tratta di un caso o c'è una ragione dietro a queste parabole?
Ne parliamo nell'appuntamento di oggi di Uno sguardo da Vicino. Come sempre, in diretta dalle 18:30.
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L'europeismo è un totalitarismo - Uno sguardo da Vicino
Con la nomina del quinto Primo Ministro del suo mandato, Emmanuel Macron, punto di riferimento assoluto per gli europeisti di casa nostra, ha mostrato per l'ennesima volta il suo disprezzo per il popolo francese e, più in generale, per la democrazia. Non…
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POLONIA ARMATA FINO AI DENTI
La Polonia non perde occasione per presentarsi come eterna vittima, minacciata dalla Russia e costretta quindi a difendersi.
Eppure i numeri parlano da soli: da dieci anni Varsavia aumenta le proprie spese militari, dal 2% del PIL a quasi il 5% previsto nel 2026. Sono stati già superati i 45 miliardi di dollari. Oggi la Polonia è la prima nazione NATO in rapporto al PIL per investimenti militari. La prima. E punta a mantenere questo primato, dichiarandolo apertamente.
E riguardo ai mezzi? Più di 1.300 carri armati ordinati (Abrams e K2 coreani) con il progetto di una produzione propria dal 2028 presso lo stabilimento Bumar-Łabędy a Gliwice. In più, centinaia di obici Krab e K9 Thunder, sistemi Patriot, lanciarazzi HIMARS. La forza aerea passerà da 94 a oltre 128 velivoli moderni, tra F-35, FA-50 e F-16 aggiornati. Non si tratta di una “difesa minima”: è un arsenale in piena espansione, costruito a ritmi superiori a qualsiasi paese europeo.
Riguardo al personale, in pochi anni i polacchi sono passati da circa 100.000 effettivi a più di 216.000, con un obiettivo fissato a 300.000 attivi e la formazione di 100.000 riservisti ogni anno. Totale: mezzo milione di uomini. Varsavia si sta armando fino ai denti, e lo fa proponendosi come baluardo della NATO a Oriente. Un po' come quello che ha fatto furbescamente la Turchia per anni, con la scusa della difesa degli interessi atlantici in Medio Oriente.
Insomma, dietro la retorica della minaccia, la Polonia sta costruendo la più grande macchina militare dell’Europa continentale. Per cosa?
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La Polonia non perde occasione per presentarsi come eterna vittima, minacciata dalla Russia e costretta quindi a difendersi.
Eppure i numeri parlano da soli: da dieci anni Varsavia aumenta le proprie spese militari, dal 2% del PIL a quasi il 5% previsto nel 2026. Sono stati già superati i 45 miliardi di dollari. Oggi la Polonia è la prima nazione NATO in rapporto al PIL per investimenti militari. La prima. E punta a mantenere questo primato, dichiarandolo apertamente.
E riguardo ai mezzi? Più di 1.300 carri armati ordinati (Abrams e K2 coreani) con il progetto di una produzione propria dal 2028 presso lo stabilimento Bumar-Łabędy a Gliwice. In più, centinaia di obici Krab e K9 Thunder, sistemi Patriot, lanciarazzi HIMARS. La forza aerea passerà da 94 a oltre 128 velivoli moderni, tra F-35, FA-50 e F-16 aggiornati. Non si tratta di una “difesa minima”: è un arsenale in piena espansione, costruito a ritmi superiori a qualsiasi paese europeo.
Riguardo al personale, in pochi anni i polacchi sono passati da circa 100.000 effettivi a più di 216.000, con un obiettivo fissato a 300.000 attivi e la formazione di 100.000 riservisti ogni anno. Totale: mezzo milione di uomini. Varsavia si sta armando fino ai denti, e lo fa proponendosi come baluardo della NATO a Oriente. Un po' come quello che ha fatto furbescamente la Turchia per anni, con la scusa della difesa degli interessi atlantici in Medio Oriente.
Insomma, dietro la retorica della minaccia, la Polonia sta costruendo la più grande macchina militare dell’Europa continentale. Per cosa?
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