Carmen Tortora
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Qui non si rincorre il fatto del giorno: si analizzano le dinamiche strutturali tra geopolitica, energia, UE e finanza per capire dove si sposta davvero l’equilibrio globale.
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Nel settore degli animali destinati all’alimentazione umana, i vaccini non vengono spinti solo come strumento sanitario, ma soprattutto come leva per proteggere filiera, commercio, prezzi ed export. Il linguaggio ufficiale parla di sicurezza, salute animale e resilienza, ma i documenti mostrano che la priorità reale è evitare che il sistema produttivo si blocchi. Per questo il principio di precauzione non viene abolito apertamente: viene ridotto a procedura tecnica, fatta di dossier, tempi di attesa, monitoraggi, analisi del rischio e sorveglianza, così da rendere compatibile la continuità del mercato con una facciata di controllo.

Le fonti europee e statunitensi confermano che il passaggio dal vaccino al cibo non è affatto neutro: esistono regole su residui, limiti massimi, withdrawal periods e restrizioni precise per gli animali trattati con prodotti biotech sperimentali. Ma proprio questa rete di controlli dimostra che il sistema sa benissimo quanto il confine tra trattamento veterinario e alimento umano sia delicato. Il problema è che questa cautela non guida davvero le scelte: serve piuttosto a legittimare decisioni già orientate dalla necessità di tenere in piedi produzione e commercio.

Il caso dell’aviaria lo rende evidente. WOAH e FAO collegano esplicitamente la vaccinazione del pollame alla commerciabilità dei prodotti avicoli e alla resilienza delle catene del valore. Negli Stati Uniti, dopo abbattimenti di massa e prezzi record delle uova, la vaccinazione del pollame è diventata una leva di stabilizzazione economica molto più che una semplice opzione sanitaria. Anche EFSA chiarisce che vaccinare non chiude il problema: richiede ancora più sorveglianza, controlli e dimostrazioni di “disease freedom”. In un sistema davvero fondato sulla precauzione, questo imporrebbe prudenza; in un sistema dominato dalla filiera, diventa invece il prezzo tecnico da pagare pur di non fermare la macchina.

A completare il quadro c’è la pressione delle lobby del settore animal health. In Europa AnimalhealthEurope rappresenta circa il 90% del mercato e chiede meno restrizioni sull’uso preventivo dei vaccini, più armonizzazione e più spazio regolatorio. Negli Stati Uniti l’Animal Health Institute fa advocacy diretta su regolazione, fondi e commercio. Quindi non siamo davanti a una neutrale marcia della scienza, ma a una convergenza molto concreta tra regolatori, industria, commercio internazionale e apparati tecnici. Il risultato è semplice: la vaccinazione nei food animals viene spinta perché protegge il mercato, mentre il principio di precauzione sopravvive solo come linguaggio burocratico utile a rendere questa scelta presentabile.

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Trump minaccia un embargo contro la Spagna dopo che il governo di Pedro Sánchez ha rifiutato di sostenere l’operazione contro l’Iran e di concedere l’uso delle basi militari di Rota e Morón. Messaggio di Washington: se non ti allinei militarmente, potresti pagare economicamente.

Bruxelles ha reagito con il solito copione: comunicato ufficiale, solidarietà europea e promesse di difendere gli interessi dell’Unione. In sostanza, la classica risposta istituzionale che suona molto bene nei palazzi di Bruxelles e molto meno minacciosa a Washington. La famosa "voce grossa" europea c’è stata.

Peccato che a Washington probabilmente non l’abbiano sentita.

Nel frattempo Berlino evita accuratamente lo scontro. Il cancelliere Friedrich Merz non difende Madrid ma dice che proverà a convincere la Spagna ad aumentare la spesa militare nella NATO.

Il paradosso è che un embargo sarebbe tutt’altro che semplice. Gli Stati Uniti vendono alla Spagna più di quanto comprino e una parte importante del gas spagnolo arriva proprio dal GNL americano.

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La guerra iniziata il 28 febbraio 2026 tra Stati Uniti, Israele e Iran viene raccontata come l’ennesimo capitolo della tensione in Medio Oriente. In realtà il punto non sono i missili. Il punto sono le rotte energetiche.

Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale, è tornato ad essere quello che è sempre stato: il vero interruttore del sistema energetico globale.

Il problema è che il paese più esposto a questo interruttore non è uno dei protagonisti militari della guerra, ma la Cina, che importa oltre 11 milioni di barili di petrolio al giorno e dipende ancora in larga parte da rotte marittime fragili.

Nel frattempo una delle poche alternative costruite da Pechino negli ultimi quindici anni il petrolio venezuelano finanziato con prestiti cinesi - si è progressivamente indebolita tra crollo produttivo, crisi politica e pressioni esterne.

Il risultato è quasi meccanico:
più il Golfo Persico diventa instabile e più il Venezuela perde peso, più la Cina finisce per comprare petrolio da Mosca.

Alla fine la guerra nel Golfo non sta riducendo le dipendenze energetiche globali.
Sta semplicemente spingendo Pechino sempre più vicino alla Russia.

Un effetto collaterale curioso, se l’obiettivo era isolare Mosca.

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Sumba è una delle isole dell’Indonesia, situata a est di Bali nell’arcipelago delle Piccole Isole della Sonda. L’isola è nota per i suoi paesaggi selvaggi, le colline aride, le spiagge incontaminate e una cultura tradizionale ancora molto viva.

Per secoli le comunità locali hanno mantenuto riti ancestrali, come la religione Marapu e il famoso festival Pasola, una spettacolare battaglia rituale a cavallo.

Buongiorno e buon venerdì va tutti!

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Elenco dei luoghi degli attacchi (28 febbraio – 5 marzo 2026) divisi per attore

1. Attacchi attribuiti all’Iran

Israele


Tel Aviv

HaKirya Military Headquarters (Tel Aviv)

Tel Nof Airbase

Beit Shemesh

Haifa

Nevatim Airbase (Negev)

Hatzerim Airbase (Negev)

area del Negev (varie installazioni militari)

Bahrein


Naval Support Activity Bahrain (base della Quinta Flotta USA)

raffineria BAPCO – Sitra

Qatar


Al Udeid Air Base

Emirati Arabi Uniti

Al Dhafra Air Base

porto di Zayed (Abu Dhabi)

Kuwait

Ali Al Salem Air Base

Camp Arifjan

Giordania

Azraq Air Base (Muwaffaq Salti Air Base)

Arabia Saudita

Prince Sultan Air Base

Iraq

Erbil Air Base (Kurdistan iracheno)

Baghdad – area base militare USA

Oman

porto di Duqm

porto di Salalah

mare / infrastrutture energetiche

Stretto di Hormuz

Golfo dell’Oman (area petroliere)

oleodotto BTC (Baku-Tbilisi-Ceyhan)

2. Attacchi attribuiti a Israele


Iran - Teheran

Ministero della Difesa

Ministero dell’Intelligence

complesso legato alla leadership iraniana

aeroporto di Mehrabad

centro urbano di Teheran

Iran - siti nucleari e militari

Natanz (impianto nucleare)

Parchin (complesso militare)

Isfahan

Karaj

Khorramabad

Qom

Assemblea degli Esperti (Qom)

Iran - altre località

Minab (provincia Hormozgan)

Bushehr (area centrale nucleare)

3. Attacchi attribuiti agli Stati Uniti

Iran

complesso del Ministero della Difesa a Teheran

residenza di Mahmoud Ahmadinejad (Teheran – segnalato come obiettivo)

Oceano Indiano

area al largo dello Sri Lanka – affondamento fregata iraniana IRIS Dena

4. Attacchi israeliani paralleli in Libano


Dahieh (sobborgo sud di Beirut)

Baalbek

Zahle

Saida

sud del Libano (varie località: Abba, Toul e altre)

5. Altri punti citati come bersagli ma con attribuzione incerta


porto di Ras Tanura (Arabia Saudita)

infrastrutture Aramco

Dubai – Burj Al Arab

Dubai – Fairmont The Palm

quartier generale CIA a Dubai (non confermato)

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L’Iran è spesso descritto come una potenza energetica assoluta, ma la realtà è più complessa. Il paese possiede una delle più grandi concentrazioni di risorse energetiche del pianeta, ma la sua capacità di trasformare questa ricchezza geologica in potenza industriale ed economica resta parziale e incompleta.

Sul piano geologico l’Iran è gigantesco: è tra i primi paesi al mondo per riserve di petrolio e il secondo per riserve di gas naturale. Tuttavia, la produzione e soprattutto le esportazioni sono limitate da sanzioni, infrastrutture incomplete e forte domanda interna.

Nel 2026 l’Iran produce circa 3,3 milioni di barili al giorno di greggio, a cui si aggiungono 1,3 milioni di barili tra condensati e altri liquidi. La quasi totalità delle esportazioni parte da Kharg Island, attraversando lo Stretto di Hormuz, uno dei principali chokepoint energetici del pianeta.

Il problema principale riguarda però la geografia dell’export. Oggi la Cina assorbe quasi tutto il petrolio iraniano esportato, trasformando l’export energetico di Teheran in una sorta di monocultura commerciale. Questo rende l’economia iraniana estremamente dipendente dalle scelte energetiche di Pechino.

Nel gas naturale il paradosso è ancora più evidente. L’Iran possiede circa 34.000 miliardi di metri cubi di riserve, ma esporta solo una piccola parte della propria produzione. Nel 2024 ha prodotto circa 276 bcm, ma 260 bcm sono stati consumati internamente. Le esportazioni si limitano a circa 16 bcm, dirette soprattutto verso Iraq e Turchia.

Il cuore del sistema gasiero è il gigantesco giacimento South Pars, il più grande del mondo condiviso con il Qatar. Tuttavia, mentre Doha ha costruito una gigantesca industria del GNL, Teheran utilizza il gas soprattutto per il consumo interno e per sostenere la propria industria petrolchimica.

A complicare il quadro c’è anche un enorme problema di inefficienza: l’Iran è tra i paesi che bruciano più gas al mondo attraverso il flaring, segno di infrastrutture incomplete e gestione industriale imperfetta.

Infine c’è il tema delle terre rare. Nonostante alcune esplorazioni promettenti e l’avvio di piccoli impianti di lavorazione, l’Iran non è ancora un attore rilevante nella filiera globale di questi minerali strategici.

La sintesi è semplice:
l’Iran è una superpotenza geologica, ma non ancora una superpotenza industriale delle risorse.

Il vero limite non è la quantità di materie prime nel sottosuolo, ma la capacità di trasformarle in produzione stabile, esportazioni diversificate e potere economico globale.

Versione integrale qui e approfondimenti su Substack | Carmen Tortora
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Stretto di Hormuz: perché dovremmo credere automaticamente alla versione americana?

Teheran ha respinto le accuse degli Stati Uniti secondo cui starebbe tentando di bloccare lo Stretto di Hormuz, sostenendo invece che la sicurezza della navigazione nel Golfo sia minacciata dalla crescente presenza militare americana. Ma prima di accettare automaticamente una versione unica dei fatti, vale la pena partire da una domanda molto semplice: chi guadagna davvero se petrolio e gas salgono?

Lo Stretto di Hormuz è uno dei nodi energetici più importanti del pianeta. Da lì passa circa il 20% del petrolio mondiale e una quota significativa del gas naturale liquefatto (GNL) proveniente dal Golfo. Basta anche solo il rischio di una chiusura o di un rallentamento del traffico per far impennare i prezzi del greggio e del gas sui mercati globali.

E quando i prezzi salgono, i grandi esportatori di energia incassano di più.

Come ho avuto modo di documentare (1, 2, 3), tra i paesi che beneficiano di prezzi più alti di petrolio e gas ci sono Stati Uniti e Russia, e in misura minore Canada, Brasile e Venezuela. Tutti grandi esportatori che possono vendere la stessa energia a prezzi più alti e attirare nuove richieste di forniture e contratti di lungo periodo. Quando uno snodo come Hormuz entra in crisi i compratori cercano fornitori alternativi, aumentando la domanda per energia proveniente da Nord America, Russia e America Latina.

C’è poi un dettaglio che raramente viene ricordato: anche l’Iran esporta petrolio proprio attraverso lo Stretto di Hormuz (3). Una chiusura reale e prolungata dello stretto significherebbe quindi meno esportazioni e meno entrate anche per Teheran.

Poi c’è l’altra faccia della medaglia: l’Europa.

L’Unione Europea è uno dei più grandi importatori di energia del mondo. Quando petrolio e gas aumentano, salgono i costi industriali, aumentano i prezzi delle merci e peggiora la competitività dell’industria europea.

Questo incide anche sugli equilibri commerciali con gli Stati Uniti. Nel 2025 l’UE ha esportato negli USA circa 554 miliardi di euro di beni, contro 354 miliardi importati, con un surplus di quasi 200 miliardi di euro. Ma un aumento persistente dei costi energetici rischia di erodere progressivamente questo vantaggio industriale.

In altre parole, quando petrolio e gas salgono gli esportatori di energia guadagnano mentre le economie industriali importatrici pagano il conto.

Per questo, al di là delle accuse reciproche, la domanda più elementare resta anche la più scomoda: chi beneficia economicamente da una crisi energetica globale?

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https://carmen975.substack.com/p/petrolio-gas-iran-e-medio-oriente

https://carmen975.substack.com/p/dal-venezuela-a-hormuz-come-le-crisi

https://carmen975.substack.com/p/iran-quanto-valgono-davvero-petrolio
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Bruxelles ha scoperto che Internet è un posto troppo caotico per i suoi gusti. Troppi punti di vista, troppe piattaforme fuori controllo, troppa informazione che circola senza passare dal filtro istituzionale. La soluzione? Costruire un social network pubblico europeo, finanziato dai contribuenti e supervisionato dalle stesse istituzioni che da anni parlano di disinformazione e sicurezza digitale.

L’idea nasce come Iniziativa dei Cittadini Europei: se raccoglierà un milione di firme in almeno sette Paesi, la Commissione dovrà decidere se trasformarla in proposta concreta.

Il segnale politico però è già evidente. Tra app per verificare l’età online, limiti ai social per i minori e campagne permanenti contro la cosiddetta disinformazione, l’UE non sembra voler soltanto regolamentare Internet. Vuole costruire un proprio spazio informativo, più prevedibile, più controllabile e più conforme alla narrativa istituzionale.

In altre parole, se il web globale è troppo difficile da gestire, Bruxelles prova a creare la propria piazza digitale: una sorta di mondo informativo a specchio, costruito con le stesse funzioni dei social esistenti ma incorniciato da un sistema di filtrazione preventiva e predittiva dei contenuti. Un ambiente dove il flusso delle informazioni non viene solo moderato dopo, ma anticipato, selezionato e indirizzato prima, attraverso l’architettura politica e regolatoria europea.

Versione integrale https://carmen975.substack.com/p/bruxelles-e-il-sogno-del-social-pubblico e approfondimenti su Substack | Carmen Tortora
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Lo so, di solito faccio analisi. Parlo di guerre, di energia, di potere, di strategie. Ma ogni tanto arriva una notizia che non si può trattare come un’analisi. Perché non riguarda Stati, interessi o equilibri geopolitici. Riguarda dei bambini.

E quando al centro ci sono dei bambini, le parole diventano improvvisamente troppo piccole.

In una casa famiglia, che non era una casa vera ma almeno era l’ultimo posto dove potevano stare insieme, è arrivata un’ordinanza del tribunale per i minorenni dell’Aquila. Un foglio. Poche righe. Una decisione presa lontano da quelle stanze.

E quelle righe hanno fatto una cosa terribile: hanno separato una madre dai suoi figli.

La donna viveva lì con loro. Non era libertà, non era normalità, ma almeno la sera potevano ancora sedersi vicini. Almeno la notte i bambini sapevano che, dietro una porta, c’era la loro madre. Bastava chiamarla.

Adesso non più.

Il tribunale ha deciso che la madre deve essere allontanata dalla struttura. E non basta. I bambini devono essere separati anche tra loro.

Una famiglia già fragile viene smontata pezzo per pezzo.

La notizia è stata confermata dall’avvocato della famiglia, Marco Femminella, mentre entrava nella struttura dove proprio in queste ore dovrebbe svolgersi la perizia psicologica sui piccoli. Una perizia che dovrebbe capire come stanno quei bambini, cosa provano, cosa hanno dentro. E mentre gli esperti cercano di capire il loro mondo emotivo, quel mondo viene strappato via.

«C’è un’ordinanza del tribunale», ha spiegato il legale, «che ha deciso, in pieno svolgimento della consulenza, di allontanare la madre e separare i bambini».

Parole dette quasi incredulo. Perché significa che mentre qualcuno prova a misurare le ferite dei bambini, un’altra decisione ne apre di nuove.

Anche Marina Aiello, una delle psicologhe del team che segue la famiglia, entrando nella struttura ha parlato con una voce segnata dallo shock.

«È una decisione che ci terrorizza».

Non aveva ancora incontrato i genitori. Doveva vedere i bambini, parlare con loro, capire come stanno. Ma il terreno sotto quella storia è stato spostato all’improvviso.

«Siamo qui per fare il colloquio e vedere i piccoli», ha detto. «Mi auguro di poterlo fare. Ma quello che è successo è uno sconvolgimento. Un’escalation di gravità enorme e assurda».

Intanto la macchina giudiziaria continua a muoversi come se nulla fosse. I tre figli della coppia anglo-australiana dovranno affrontare due giorni di test psicologici con la consulente nominata dal tribunale, la psichiatra Simona Ceccoli, mentre per la difesa sarà presente lo psichiatra Tonino Cantelmi.

Colloqui, test, osservazioni. Tutto per stabilire lo stato psicologico dei bambini.

Poi arriverà una relazione. Entro sessanta giorni.

Sessanta giorni sono un tempo normale per la giustizia. Per un bambino sono un’eternità.

Sono sessanta mattine senza la stessa voce che li sveglia. Sessanta sere senza la stessa presenza accanto al letto. Sessanta notti in cui forse qualcuno chiederà dove sia la mamma.

E qualcuno dovrà trovare una risposta.

Nelle carte si parlerà di ordinanze, consulenze tecniche, valutazioni cliniche. Ma la verità è molto più semplice e molto più crudele.

In una casa famiglia, da qualche parte, tre bambini hanno appena scoperto che il mondo può cambiare all’improvviso.

E che a volte basta un foglio per portare via una madre.

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Il deserto di Atacama, nel nord del Cile, è una delle regioni più aride del pianeta. In alcune aree non si registrano piogge per anni, creando un paesaggio unico fatto di saline, vulcani, altipiani e cieli tra i più limpidi del mondo.

Proprio per queste condizioni estreme l’Atacama è diventato uno dei luoghi principali per l’astronomia mondiale e ospita alcuni dei più importanti osservatori del pianeta.

Buongiorno e buon sabato a tutti!

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Negli ultimi anni in Europa stanno prendendo forma tre infrastrutture che, prese singolarmente, sembrano semplici innovazioni tecnologiche: identità digitale europea, euro digitale e sistemi avanzati di analisi dei dati.

Guardate insieme, però, raccontano qualcosa di più grande. L’UE ha già dimostrato durante la pandemia di poter costruire in pochi mesi una rete digitale continentale di verifica delle credenziali con il certificato COVID. Oggi lo stesso principio viene ampliato con il portafoglio di identità digitale europeo (EUDI Wallet) previsto dal regolamento eIDAS 2.0.

Parallelamente la Banca Centrale Europea lavora allo sviluppo dell’euro digitale, mentre a livello globale istituzioni come BIS, FMI, ONU, OCSE e World Bank promuovono infrastrutture digitali integrate che collegano identità, pagamenti e gestione dei dati.

Il risultato è la costruzione progressiva di un nuovo livello infrastrutturale: un sistema in cui accesso ai servizi, identità e transazioni economiche diventano sempre più integrati e governabili digitalmente.

Non è fantascienza e non è una teoria astratta. È un processo già documentato da regolamenti europei, report di banche centrali e programmi delle organizzazioni internazionali.

La vera domanda non è se queste tecnologie esisteranno.

La domanda è come verranno governate quando diventeranno l’infrastruttura di base della vita economica e amministrativa.

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Nel 2025-2026 gli equilibri militari globali stanno cambiando rapidamente e i dati più recenti mostrano una realtà spesso diversa da quella suggerita dalle semplici classifiche sul numero di soldati.

Per dimensione degli eserciti, i primi posti sono occupati da paesi con enorme popolazione o sistemi basati sulla mobilitazione di massa: Cina (circa 2 milioni di militari attivi), India (1,4 milioni), Stati Uniti (1,33 milioni) e Russia (1,32 milioni). Seguono Corea del Nord, Ucraina, Pakistan e Iran.

Ma quando si analizzano potenza militare complessiva, tecnologia, logistica, aviazione, marina e capacità di proiezione, la classifica cambia. Gli Stati Uniti restano la prima potenza militare mondiale, grazie a una spesa che sfiora 1.000 miliardi di dollari l’anno, alla più grande rete di basi militari globali, alla marina più potente del pianeta e a una capacità unica di operare simultaneamente in più teatri.

Subito dietro cresce la Cina, che sta modernizzando rapidamente il proprio esercito, ampliando la flotta navale e aumentando l’arsenale nucleare, oggi stimato in oltre 600 testate. Pechino sta inoltre intensificando le operazioni militari nel Pacifico occidentale e attorno a Taiwan.

La Russia rimane una grande potenza militare grazie alla profondità strategica, alla produzione industriale bellica e alla deterrenza nucleare. Tuttavia il conflitto in Ucraina ha evidenziato anche limiti logistici, perdite elevate e difficoltà tecnologiche in alcuni settori.

Nel frattempo l’Europa ha avviato un riarmo significativo: la spesa militare dell’UE ha superato 340 miliardi di euro e continua a crescere. Tuttavia molti paesi europei affrontano ancora problemi di reclutamento, integrazione industriale e capacità logistica.

In questo contesto l’Italia si colloca stabilmente tra le prime dieci potenze militari convenzionali del mondo, generalmente tra l’8º e il 10º posto nelle classifiche internazionali. Pur avendo un numero di militari attivi relativamente contenuto (circa 170.000 effettivi), l’Italia mantiene un peso strategico significativo grazie a una marina avanzata, un’aeronautica tecnologicamente moderna, una forte integrazione nella NATO e una rilevante industria della difesa.

Un elemento chiave dell’equilibrio globale resta la deterrenza nucleare. Nel mondo esistono circa 12.000 testate nucleari, concentrate soprattutto tra Stati Uniti e Russia, con Cina, Francia e Regno Unito come altre potenze nucleari principali.

La conclusione degli studi strategici più recenti è chiara: la potenza militare nel mondo contemporaneo non dipende più soltanto dal numero di soldati o di mezzi, ma soprattutto dalla capacità di sostenere una guerra lunga attraverso industria, logistica, tecnologia e alleanze. In altre parole, non conta solo chi ha l’esercito più grande, ma chi può continuare a combattere più a lungo.

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Ogni grande ordine internazionale nasce da una crisi. Dopo la Prima guerra mondiale arrivò la Società delle Nazioni. Dopo la Seconda guerra mondiale nacquero le Nazioni Unite.

Oggi lo stesso schema torna al centro del dibattito strategico. Documenti ufficiali dell’ONU come Our Common Agenda e il Pact for the Future parlano apertamente di un sistema internazionale sempre più attraversato da crisi multiple e interconnesse.

Parallelamente, think tank e forum di governance globale discutono come trasformare le istituzioni internazionali per gestire shock sistemici: pandemie, crisi climatiche, instabilità tecnologiche e conflitti regionali.

Durante un webinar del 2022 organizzato dal Global Governance Forum e dalla Foundation for Global Governance and Sustainability, è stata esplicitata una tesi ormai diffusa negli ambienti strategici: una nuova grande crisi potrebbe portare alla trasformazione dell’ONU in un’organizzazione più adatta al mondo contemporaneo.

Nel frattempo le tensioni geopolitiche - dalla guerra in Ucraina alla crisi iraniana del 2026 - mostrano i limiti dell’ordine internazionale costruito nel 1945.

Anche i BRICS chiedono apertamente una riforma delle istituzioni globali per riflettere i nuovi equilibri di potere.

La domanda che emerge è semplice e inquietante: se ogni grande architettura internazionale nasce da una crisi, quale shock globale potrebbe aprire la strada alla prossima trasformazione dell’ordine mondiale?

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Madeira è un’isola portoghese nell’oceano Atlantico, al largo della costa nord-occidentale dell’Africa. Di origine vulcanica, è famosa per le sue scogliere spettacolari, le foreste di laurisilva e i terrazzamenti coltivati che scendono verso il mare.

Per secoli è stata un importante punto di scalo nelle rotte atlantiche tra Europa, Africa e Americhe, sviluppando una cultura marittima e agricola legata soprattutto alla vite e al celebre vino Madeira.

Buongiorno e buona domenica a tutti!

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L’Iran viene spesso presentato come il principale nemico dell’Occidente, ma una lettura geopolitica e storica più approfondita mostra un quadro molto più ambiguo. Situato nel cuore dell’Eurasia, l’Iran occupa una posizione strategica fondamentale nell’“Heartland” descritto dal geografo Halford Mackinder: controllare questa regione significa influenzare gli equilibri globali. Per questo motivo, nella storia recente il rapporto tra Iran e potenze occidentali è stato meno lineare di quanto suggerisca la narrativa ufficiale.

Il punto di partenza è il colpo di stato del 1953 contro il primo ministro Mohammad Mossadeq, organizzato da CIA e MI6 dopo la nazionalizzazione del petrolio iraniano. L’operazione riportò al potere lo Scià Mohammad Reza Pahlavi e consolidò il controllo occidentale sull’industria petrolifera del paese. Negli anni Settanta però lo Scià iniziò a perseguire una maggiore autonomia economica e industriale, entrando progressivamente in tensione con Washington.

La rivoluzione islamica del 1979 viene spesso raccontata come un evento spontaneo, ma numerose testimonianze indicano che durante la fase finale del regime dello Scià i governi occidentali mantennero contatti con l’entourage dell’ayatollah Khomeini. La BBC persiana trasmise ampiamente i suoi discorsi e alcuni funzionari statunitensi ebbero incontri con i suoi collaboratori durante l’esilio in Francia.

Anche la crisi degli ostaggi del 1979-1981 presenta elementi controversi. Diverse fonti sostengono che emissari della campagna di Ronald Reagan avrebbero negoziato con Teheran il rinvio del rilascio degli ostaggi fino dopo le elezioni presidenziali americane del 1980. Gli ostaggi furono infatti liberati poche ore dopo l’insediamento di Reagan.

Negli anni Ottanta emerse un’altra contraddizione: lo scandalo Iran-Contra. Nonostante l’Iran fosse ufficialmente considerato uno Stato ostile, l’amministrazione Reagan vendette segretamente armi a Teheran per finanziare i Contras in Nicaragua. Questo episodio mostrò come la relazione tra Washington e Teheran potesse oscillare tra ostilità pubblica e cooperazione clandestina.

In tempi più recenti, durante la pandemia di Covid-19, l’Iran adottò politiche simili a quelle di molti paesi occidentali: lockdown, campagne vaccinali e cooperazione con l’OMS. Inoltre chiese per la prima volta in decenni un prestito di emergenza al Fondo Monetario Internazionale. Parallelamente la Banca Centrale iraniana ha sviluppato il “crypto-rial”, una valuta digitale nazionale che si inserisce nel più ampio progetto globale delle CBDC.

L’insieme di questi episodi suggerisce che la relazione tra Iran e Occidente non può essere ridotta alla semplice contrapposizione tra nemici. Piuttosto emerge una dinamica più complessa, in cui conflitto, cooperazione e competizione strategica convivono nello stesso sistema geopolitico.

In questo contesto, le crisi periodiche tra Iran e Stati Uniti non vanno lette solo come scontri ideologici, ma anche come momenti funzionali a equilibri politici interni, decisioni di politica energetica e strategie di sicurezza regionale. L’Iran rimane quindi uno degli attori centrali della geopolitica mondiale, non soltanto come antagonista dichiarato, ma come nodo strategico all’interno dell’architettura globale del potere.
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Satelliti cinesi e guerra nel Golfo

Prima dell’inizio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran il 28 febbraio 2026, la società cinese MizarVision ha pubblicato immagini satellitari che mostravano l’accumulo di forze statunitensi nel Golfo Persico e in Giordania. Le immagini si sono diffuse rapidamente online perché rivelavano movimenti militari che normalmente fornitori occidentali come Planet Labs e Maxar tendono a non diffondere quando riguardano interessi sensibili di Washington e Tel Aviv.

MizarVision non possiede satelliti propri, ma rivende immagini prodotte da satelliti commerciali cinesi. Tuttavia, poiché in Cina la diffusione di dati sensibili richiede autorizzazioni statali, è improbabile che tali pubblicazioni avvengano senza un via libera politico.

La vasta costellazione satellitare cinese potrebbe aver fornito indirettamente supporto informativo all’Iran e ai suoi alleati regionali. L’Iran, infatti, dispone di circa 14 satelliti, con capacità limitate di osservazione terrestre, insufficienti per una sorveglianza militare continua.

La Cina, al contrario, possiede oltre mille satelliti tra orbite basse e geostazionarie, molti dei quali a uso duale civile-militare, capaci di monitoraggio continuo, imaging radar e raccolta di dati. Per questo alcuni analisti interpretano la vicenda come un segnale del crescente peso di Pechino nello spazio e nell’intelligence globale, in grado di mettere in discussione il tradizionale predominio informativo di Stati Uniti e Israele.

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La guerra con l’Iran non è solo una questione militare ma soprattutto politica. Negli Stati Uniti il consenso interno può sostenere un intervento armato solo a determinate condizioni: obiettivi militari limitati e chiari, operazioni rapide nella fase iniziale, narrativa centrata sulla sicurezza nazionale e non sul cambio di regime, contenimento dell’impatto economico e assenza di una grande invasione terrestre.

I dati mostrano che la base repubblicana tende inizialmente a sostenere il presidente durante una crisi internazionale, ma questo sostegno può erodersi rapidamente se la guerra diventa lunga, costosa o priva di risultati visibili. Anche l’economia gioca un ruolo decisivo: inflazione e prezzi energetici possono trasformare un conflitto esterno in un problema politico interno.

Per questo molte analisi strategiche indicano che la sostenibilità politica di una guerra dipende meno dall’intervento iniziale e molto di più da come il conflitto viene gestito nel tempo: rapidità delle operazioni, obiettivi realistici, controllo delle conseguenze economiche e sostegno del Congresso sono i fattori chiave che determinano se una guerra rafforza o indebolisce il consenso di un presidente.

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Vi attendo domani.
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Nella regione di Antalya, sulla costa mediterranea della Turchia, si trovano spettacolari piscine naturali formate dall’erosione della roccia calcarea e dall’acqua cristallina che scende dalle montagne del Tauro.

Queste formazioni naturali sono tipiche del paesaggio della regione, dove fiumi, sorgenti e canyon creano piccoli bacini d’acqua turchese immersi nella natura.
Buongiorno e buon lunedì a tutti!

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