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La cosiddetta “Stairway to Heaven” in Cina è il celebre sentiero che conduce alla Porta del Cielo sul Monte Tianmen, nella provincia di Hunan. La scalinata di 999 gradini fu costruita per raggiungere l’enorme arco naturale nella montagna, un luogo che nella tradizione cinese simboleggia il collegamento tra il mondo umano e il cielo.
Buongiorno e buon lunedì a tutti!
Carmen Tortora (http://t.me/carmen_tortora1)
🙏7❤5👍1
Il teatro energetico europeo: quando tutti difendono il sistema mentre la bolletta sale
L’Unione Europea discute da settimane sul sistema ETS, il mercato delle emissioni di CO₂. Otto governi - Danimarca, Finlandia, Lussemburgo, Portogallo, Slovenia, Spagna, Svezia e Paesi Bassi - hanno respinto la proposta italiana di sospenderlo temporaneamente, definendolo «il pilastro della politica climatica europea». Quando uno strumento diventa un pilastro politico, però, diventa anche molto difficile da rivedere.
L’ETS esiste dal 2005 e funziona in modo semplice: le imprese pagano per ogni tonnellata di CO₂ emessa. Negli ultimi anni il prezzo delle quote ha superato i 90 euro, diventando un costo rilevante per settori energivori come acciaio, cemento e chimica. Alcuni governi - tra cui l'Italia - temono che, con l’energia già cara, questo sistema riduca ulteriormente la competitività industriale europea.
Gli Stati contrari alla sospensione sostengono invece che cambiare le regole ora metterebbe a rischio gli investimenti fatti nella decarbonizzazione. Molte aziende hanno infatti investito miliardi in tecnologie a basse emissioni proprio perché il carbonio aveva un prezzo crescente.
Nel frattempo la realtà energetica ha fatto irruzione nel dibattito. L’escalation militare in Medio Oriente ha fatto salire rapidamente i prezzi del gas in Europa, con un forte aumento del costo dell’elettricità.
Il motivo è semplice: nel mercato elettrico europeo il prezzo finale viene deciso dall’ultima centrale necessaria per coprire la domanda. Spesso quella centrale è a gas. Quando il gas aumenta, aumenta anche il prezzo dell’elettricità.
Nel marzo 2026 il gas europeo è salito fino a circa 45 euro per megawattora nella prima settimana della crisi. Questo si riflette rapidamente sulle bollette.
La dipendenza dal gas però varia molto tra i Paesi. In Italia ha un’influenza molto forte sul prezzo dell’elettricità, mentre in Spagna è minore grazie alla maggiore diffusione di rinnovabili.
Nel frattempo gli Stati Uniti hanno autorizzato temporaneamente la vendita di petrolio russo già in transito per aumentare l’offerta e stabilizzare i mercati energetici. Bruxelles, fedele alle proprie rigidità ideologiche, ha criticato la decisione. I mercati però ragionano in modo molto meno dottrinario: quando l’offerta aumenta, la pressione sui prezzi tende semplicemente a diminuire.
Per questo alcuni governi europei guardano alla situazione con pragmatismo. L’Ungheria, ad esempio, ha chiesto di sospendere le sanzioni sul petrolio russo per contenere i costi energetici.
Il risultato è un dibattito paradossale. Il carbon price pesa solo su una parte della bolletta, mentre il fattore decisivo resta il prezzo del gas.
L’Europa prova a trasformare il proprio sistema energetico, ma resta ancora fortemente dipendente dai mercati globali dell’energia. Ogni crisi lo ricorda rapidamente.
Quando il gas sale, salgono anche i prezzi dell’elettricità. E il dibattito torna sempre allo stesso punto: carbonio o gas.
In realtà il problema non è solo il sistema energetico, ma anche l’Unione Europea stessa.
Carmen Tortora (http://t.me/carmen_tortora1)
L’Unione Europea discute da settimane sul sistema ETS, il mercato delle emissioni di CO₂. Otto governi - Danimarca, Finlandia, Lussemburgo, Portogallo, Slovenia, Spagna, Svezia e Paesi Bassi - hanno respinto la proposta italiana di sospenderlo temporaneamente, definendolo «il pilastro della politica climatica europea». Quando uno strumento diventa un pilastro politico, però, diventa anche molto difficile da rivedere.
L’ETS esiste dal 2005 e funziona in modo semplice: le imprese pagano per ogni tonnellata di CO₂ emessa. Negli ultimi anni il prezzo delle quote ha superato i 90 euro, diventando un costo rilevante per settori energivori come acciaio, cemento e chimica. Alcuni governi - tra cui l'Italia - temono che, con l’energia già cara, questo sistema riduca ulteriormente la competitività industriale europea.
Gli Stati contrari alla sospensione sostengono invece che cambiare le regole ora metterebbe a rischio gli investimenti fatti nella decarbonizzazione. Molte aziende hanno infatti investito miliardi in tecnologie a basse emissioni proprio perché il carbonio aveva un prezzo crescente.
Nel frattempo la realtà energetica ha fatto irruzione nel dibattito. L’escalation militare in Medio Oriente ha fatto salire rapidamente i prezzi del gas in Europa, con un forte aumento del costo dell’elettricità.
Il motivo è semplice: nel mercato elettrico europeo il prezzo finale viene deciso dall’ultima centrale necessaria per coprire la domanda. Spesso quella centrale è a gas. Quando il gas aumenta, aumenta anche il prezzo dell’elettricità.
Nel marzo 2026 il gas europeo è salito fino a circa 45 euro per megawattora nella prima settimana della crisi. Questo si riflette rapidamente sulle bollette.
La dipendenza dal gas però varia molto tra i Paesi. In Italia ha un’influenza molto forte sul prezzo dell’elettricità, mentre in Spagna è minore grazie alla maggiore diffusione di rinnovabili.
Nel frattempo gli Stati Uniti hanno autorizzato temporaneamente la vendita di petrolio russo già in transito per aumentare l’offerta e stabilizzare i mercati energetici. Bruxelles, fedele alle proprie rigidità ideologiche, ha criticato la decisione. I mercati però ragionano in modo molto meno dottrinario: quando l’offerta aumenta, la pressione sui prezzi tende semplicemente a diminuire.
Per questo alcuni governi europei guardano alla situazione con pragmatismo. L’Ungheria, ad esempio, ha chiesto di sospendere le sanzioni sul petrolio russo per contenere i costi energetici.
Il risultato è un dibattito paradossale. Il carbon price pesa solo su una parte della bolletta, mentre il fattore decisivo resta il prezzo del gas.
L’Europa prova a trasformare il proprio sistema energetico, ma resta ancora fortemente dipendente dai mercati globali dell’energia. Ogni crisi lo ricorda rapidamente.
Quando il gas sale, salgono anche i prezzi dell’elettricità. E il dibattito torna sempre allo stesso punto: carbonio o gas.
In realtà il problema non è solo il sistema energetico, ma anche l’Unione Europea stessa.
Carmen Tortora (http://t.me/carmen_tortora1)
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Donald Trump ha chiesto a Cina, Giappone, Francia, Corea del Sud e Regno Unito di inviare navi militari nello Stretto di Hormuz per proteggere il traffico energetico. Attraverso questo passaggio transitano circa 20–21 milioni di barili di petrolio al giorno, pari a circa il 20% del consumo mondiale, quindi anche un aumento del rischio militare può far salire rapidamente assicurazioni, trasporti e prezzi dell’energia.
Washington sostiene che la sicurezza di questa rotta non possa restare quasi solo a carico degli Stati Uniti. Gli USA spendono nel Golfo circa 60–70 miliardi di dollari l’anno per presenza militare e operazioni, mentre le guerre americane in Medio Oriente dagli anni 2000 hanno superato gli 8 trilioni di dollari. Nelle prime fasi dell’attuale conflitto con l’Iran il Pentagono ha già speso circa 5,6 miliardi di dollari in munizioni.
Nel frattempo gli Stati Uniti producono oltre 13 milioni di barili di petrolio al giorno (circa 13,2–13,4 milioni b/g nel 2025 e oltre 13,5 milioni previsti nel 2026), diventando il primo produttore mondiale e riducendo drasticamente la propria dipendenza dal Medio Oriente. Gli USA consumano circa 20 milioni di barili al giorno, ma importano ormai quote molto più ridotte dal Golfo rispetto al passato.
La situazione è opposta per il Giappone: il paese importa circa 2,5-2,7 milioni di barili di petrolio al giorno e circa il 90–95% di queste importazioni proviene dal Medio Oriente. Di questo petrolio medio‑orientale, circa il 70-80% passa attraverso lo Stretto di Hormuz, rendendo la sicurezza della rotta vitale per l’economia giapponese.
Gli Stati Uniti hanno inoltre utilizzato le Strategic Petroleum Reserve (SPR) per stabilizzare il mercato energetico. Le riserve americane, che nel 2010 superavano 700 milioni di barili, dopo vari rilasci emergenziali si collocano nel 2026 intorno a 360–370 milioni di barili.
Anche il Giappone utilizza ampie riserve strategiche: il paese possiede circa 470-500 milioni di barili di scorte complessive (tra riserve statali e obblighi di stoccaggio delle compagnie), equivalenti a circa 240–260 giorni di importazioni petrolifere, una delle capacità di stoccaggio più alte al mondo.
Il messaggio politico è semplice: se una quota così grande dell’energia mondiale passa da Hormuz, anche i paesi che ne dipendono devono contribuire alla sua sicurezza.
Carmen Tortora (http://t.me/carmen_tortora1)
Washington sostiene che la sicurezza di questa rotta non possa restare quasi solo a carico degli Stati Uniti. Gli USA spendono nel Golfo circa 60–70 miliardi di dollari l’anno per presenza militare e operazioni, mentre le guerre americane in Medio Oriente dagli anni 2000 hanno superato gli 8 trilioni di dollari. Nelle prime fasi dell’attuale conflitto con l’Iran il Pentagono ha già speso circa 5,6 miliardi di dollari in munizioni.
Nel frattempo gli Stati Uniti producono oltre 13 milioni di barili di petrolio al giorno (circa 13,2–13,4 milioni b/g nel 2025 e oltre 13,5 milioni previsti nel 2026), diventando il primo produttore mondiale e riducendo drasticamente la propria dipendenza dal Medio Oriente. Gli USA consumano circa 20 milioni di barili al giorno, ma importano ormai quote molto più ridotte dal Golfo rispetto al passato.
La situazione è opposta per il Giappone: il paese importa circa 2,5-2,7 milioni di barili di petrolio al giorno e circa il 90–95% di queste importazioni proviene dal Medio Oriente. Di questo petrolio medio‑orientale, circa il 70-80% passa attraverso lo Stretto di Hormuz, rendendo la sicurezza della rotta vitale per l’economia giapponese.
Gli Stati Uniti hanno inoltre utilizzato le Strategic Petroleum Reserve (SPR) per stabilizzare il mercato energetico. Le riserve americane, che nel 2010 superavano 700 milioni di barili, dopo vari rilasci emergenziali si collocano nel 2026 intorno a 360–370 milioni di barili.
Anche il Giappone utilizza ampie riserve strategiche: il paese possiede circa 470-500 milioni di barili di scorte complessive (tra riserve statali e obblighi di stoccaggio delle compagnie), equivalenti a circa 240–260 giorni di importazioni petrolifere, una delle capacità di stoccaggio più alte al mondo.
Il messaggio politico è semplice: se una quota così grande dell’energia mondiale passa da Hormuz, anche i paesi che ne dipendono devono contribuire alla sua sicurezza.
Carmen Tortora (http://t.me/carmen_tortora1)
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Lo Stretto di Hormuz non è solo una rotta petrolifera: è uno dei punti da cui dipende il funzionamento materiale dell’economia globale. Da qui passa oltre un quarto del petrolio mondiale trasportato via mare, circa 20 milioni di barili al giorno, e quasi un quinto del commercio globale di gas naturale liquefatto. Quando questo corridoio entra in tensione, non aumenta soltanto il prezzo della benzina.
A salire sono anche trasporti, fertilizzanti, assicurazioni marittime e costi logistici. L’agricoltura moderna dipende fortemente da questi fattori: carburante per macchinari, gas naturale per fertilizzanti, energia per trasformazione e refrigerazione, trasporto globale delle merci.
Per questo motivo gli shock energetici si trasmettono rapidamente ai prezzi del cibo. Il FMI stima che circa il 45% delle variazioni dei fertilizzanti finisca per trasferirsi ai prezzi dei cereali entro un anno. Non sorprende quindi che l’indice FAO dei prezzi alimentari sia tornato a salire nel febbraio 2026 a 125,3 punti dopo alcuni mesi di calo.
La dinamica più interessante riguarda però i prezzi al consumo. Anche se l’inflazione rallenta, i prezzi raramente tornano ai livelli precedenti. In Italia nel 2025 l’inflazione è stata +1,5% e a fine anno i prezzi continuavano comunque a crescere (+1,2% annuo). Lo stesso fenomeno si osserva nell’area euro.
Il motivo è semplice: gli aumenti diventano spesso la nuova base di prezzo. Una volta che la filiera ha assorbito un livello più alto di costi energetici e logistici, i listini raramente tornano indietro. Al massimo smettono di salire con la stessa velocità.
Per questo le crisi energetiche - come quelle che coinvolgono Hormuz - non producono soltanto picchi temporanei dei prezzi. Spesso spostano stabilmente verso l’alto il livello dei prezzi del cibo.
Versione integrale e approfondimenti su Substack | Carmen Tortora (http://t.me/carmen_tortora1)
A salire sono anche trasporti, fertilizzanti, assicurazioni marittime e costi logistici. L’agricoltura moderna dipende fortemente da questi fattori: carburante per macchinari, gas naturale per fertilizzanti, energia per trasformazione e refrigerazione, trasporto globale delle merci.
Per questo motivo gli shock energetici si trasmettono rapidamente ai prezzi del cibo. Il FMI stima che circa il 45% delle variazioni dei fertilizzanti finisca per trasferirsi ai prezzi dei cereali entro un anno. Non sorprende quindi che l’indice FAO dei prezzi alimentari sia tornato a salire nel febbraio 2026 a 125,3 punti dopo alcuni mesi di calo.
La dinamica più interessante riguarda però i prezzi al consumo. Anche se l’inflazione rallenta, i prezzi raramente tornano ai livelli precedenti. In Italia nel 2025 l’inflazione è stata +1,5% e a fine anno i prezzi continuavano comunque a crescere (+1,2% annuo). Lo stesso fenomeno si osserva nell’area euro.
Il motivo è semplice: gli aumenti diventano spesso la nuova base di prezzo. Una volta che la filiera ha assorbito un livello più alto di costi energetici e logistici, i listini raramente tornano indietro. Al massimo smettono di salire con la stessa velocità.
Per questo le crisi energetiche - come quelle che coinvolgono Hormuz - non producono soltanto picchi temporanei dei prezzi. Spesso spostano stabilmente verso l’alto il livello dei prezzi del cibo.
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Hormuz e il cibo caro: gli aumenti corrono, i ribassi spariscono
Quando energia, fertilizzanti e trasporti si muovono insieme, il prezzo del cibo sale subito - e quasi mai torna davvero indietro.
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Carmen Tortora
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Tra poco siamo in diretta. Potete fare domande qui: https://www.facebook.com/share/p/1GCQbLbefM/
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L'Abkhazia è una terra affacciata sul Mar Nero, nota per il clima mite, il mare azzurro e le antiche montagne del Caucaso che la circondano. Nel corso dei secoli è stata un crocevia di culture e popoli, lasciando nel paesaggio tracce di fortezze, monasteri e villaggi storici.
Buongiorno e buon martedì a tutti!
Carmen Tortora (http://t.me/carmen_tortora1)
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L’Europa osserva le crisi e continua a fingere di guidarle
A Bruxelles molti hanno ormai capito una cosa semplice ma politicamente impronunciabile: sulle grandi crisi globali l’Unione europea non conta praticamente nulla. Nei corridoi lo sanno tutti. Nei comunicati però non può comparire. Così il linguaggio resta quello solito: coordinamento, strategia, diplomazia. Invece di prendere atto della propria irrilevanza, l’UE reagisce come fanno spesso le burocrazie quando perdono potere: alzando i toni, producendo più documenti e irrigidendo le proprie posizioni.
La guerra tra Stati Uniti‑Israele e Iran lo dimostra chiaramente. Se lo stretto di Hormuz si blocca, non si fermano solo le petroliere: rallentano fertilizzanti, materie prime e commercio globale. A Bruxelles lo sanno perfettamente.
Ma sapere non significa poter intervenire.
La missione navale europea Aspides, nata per proteggere il traffico nel Mar Rosso dagli Houthi, non verrà estesa a Hormuz. Ufficialmente perché il mandato è difensivo. In realtà perché nessuno vuole essere trascinato nel Golfo Persico.
Così l’Europa resta nella posizione che le riesce meglio: osservare mentre altri decidono, salvo poi rispondere con dichiarazioni solenni che non cambiano nulla.
Le conseguenze però arrivano lo stesso. La Commissione europea ha già ammesso che l’UE ha speso circa 6 miliardi di euro in più per importazioni di combustibili fossili dall’inizio dell’escalation mediorientale.
In breve: l’Europa non controlla la crisi ma ne paga il conto.
Se Hormuz si bloccasse davvero il problema non sarebbe solo il petrolio. Anche i fertilizzanti verrebbero colpiti, con effetti sulla produzione agricola e quindi sui prezzi del cibo. Meno fertilizzanti, meno raccolti. Meno raccolti, più instabilità.
Nel frattempo il discorso politico torna sempre allo stesso riflesso automatico: la minaccia russa. Il commissario alla Difesa Andrius Kubilius ricorda che la spesa militare di Mosca sarebbe pari all’85% di quella dell’intera Unione europea e che nel 2026 la Russia potrebbe produrre tra 7 e 9 milioni di droni militari.
Il paradosso è evidente: l’Europa teme Hormuz, teme l’energia cara, teme le ricadute alimentari e teme la Russia.
Ma quando arriva il momento di agire, la risposta è sempre la stessa: nuovi programmi, nuovi strumenti, più coordinamento. Tutto molto solenne, quasi tutto sulla carta.
Nel linguaggio ufficiale si chiama strategia.
Vista da vicino somiglia molto di più a istituzioni che hanno capito di avere poco controllo sulle crisi ma che, invece di ammetterlo, reagiscono facendo la voce grossa e costruendo un blocco politico sempre più rigido - e sempre più inutile.
Carmen Tortora (http://t.me/carmen_tortora1)
A Bruxelles molti hanno ormai capito una cosa semplice ma politicamente impronunciabile: sulle grandi crisi globali l’Unione europea non conta praticamente nulla. Nei corridoi lo sanno tutti. Nei comunicati però non può comparire. Così il linguaggio resta quello solito: coordinamento, strategia, diplomazia. Invece di prendere atto della propria irrilevanza, l’UE reagisce come fanno spesso le burocrazie quando perdono potere: alzando i toni, producendo più documenti e irrigidendo le proprie posizioni.
La guerra tra Stati Uniti‑Israele e Iran lo dimostra chiaramente. Se lo stretto di Hormuz si blocca, non si fermano solo le petroliere: rallentano fertilizzanti, materie prime e commercio globale. A Bruxelles lo sanno perfettamente.
Ma sapere non significa poter intervenire.
La missione navale europea Aspides, nata per proteggere il traffico nel Mar Rosso dagli Houthi, non verrà estesa a Hormuz. Ufficialmente perché il mandato è difensivo. In realtà perché nessuno vuole essere trascinato nel Golfo Persico.
Così l’Europa resta nella posizione che le riesce meglio: osservare mentre altri decidono, salvo poi rispondere con dichiarazioni solenni che non cambiano nulla.
Le conseguenze però arrivano lo stesso. La Commissione europea ha già ammesso che l’UE ha speso circa 6 miliardi di euro in più per importazioni di combustibili fossili dall’inizio dell’escalation mediorientale.
In breve: l’Europa non controlla la crisi ma ne paga il conto.
Se Hormuz si bloccasse davvero il problema non sarebbe solo il petrolio. Anche i fertilizzanti verrebbero colpiti, con effetti sulla produzione agricola e quindi sui prezzi del cibo. Meno fertilizzanti, meno raccolti. Meno raccolti, più instabilità.
Nel frattempo il discorso politico torna sempre allo stesso riflesso automatico: la minaccia russa. Il commissario alla Difesa Andrius Kubilius ricorda che la spesa militare di Mosca sarebbe pari all’85% di quella dell’intera Unione europea e che nel 2026 la Russia potrebbe produrre tra 7 e 9 milioni di droni militari.
Il paradosso è evidente: l’Europa teme Hormuz, teme l’energia cara, teme le ricadute alimentari e teme la Russia.
Ma quando arriva il momento di agire, la risposta è sempre la stessa: nuovi programmi, nuovi strumenti, più coordinamento. Tutto molto solenne, quasi tutto sulla carta.
Nel linguaggio ufficiale si chiama strategia.
Vista da vicino somiglia molto di più a istituzioni che hanno capito di avere poco controllo sulle crisi ma che, invece di ammetterlo, reagiscono facendo la voce grossa e costruendo un blocco politico sempre più rigido - e sempre più inutile.
Carmen Tortora (http://t.me/carmen_tortora1)
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JPMorgan sta organizzando circa 30 miliardi di dollari di debito ad alto rendimento per finanziare alcune grandi operazioni di acquisizione aziendale. Le principali riguardano società come Electronic Arts, Sealed Air e Qualtrics. Il debito sarà distribuito sotto forma di junk bond e leveraged loans, cioè prestiti con rendimento più alto ma anche con un livello di rischio maggiore.
Queste operazioni sono leveraged buyout (LBO). In un LBO un investitore compra un’azienda utilizzando soprattutto denaro preso in prestito. Il debito viene poi ripagato con i flussi di cassa futuri dell’azienda acquistata. Se i ricavi dell’azienda restano solidi il meccanismo regge; se i profitti rallentano o i tassi restano elevati, il peso del debito può diventare rapidamente difficile da sostenere.
JPMorgan non mantiene questi prestiti nel proprio bilancio. Il suo ruolo è strutturare il finanziamento, garantire inizialmente l’operazione e poi collocare il debito presso investitori istituzionali come fondi pensione, assicurazioni, hedge fund e gestori obbligazionari. La banca incassa commissioni e trasferisce il rischio al mercato.
Il contesto in cui avviene questa operazione è rilevante. Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, ha dichiarato più volte negli ultimi mesi che il ciclo del credito potrebbe peggiorare e che nel mercato stanno emergendo comportamenti finanziari troppo aggressivi. Nonostante questi avvertimenti, la banca sta accelerando il collocamento di nuovi prestiti leveraged.
Il quadro macroeconomico è diventato più instabile. Le tensioni geopolitiche stanno spingendo verso l’alto i prezzi dell’energia, l’inflazione resta incerta e i tassi di interesse sono più alti rispetto agli anni precedenti. Inoltre alcuni settori, in particolare il software, stanno attraversando una fase di revisione delle valutazioni dopo l’euforia legata all’intelligenza artificiale.
Allo stesso tempo il mercato del private credit, cresciuto negli ultimi anni fino a circa duemila miliardi di dollari, mostra i primi segnali di tensione. Alcuni fondi hanno difficoltà a collocare nuovi prestiti e gli investitori stanno diventando più selettivi sulla qualità delle operazioni.
In questo scenario JPMorgan sta distribuendo rapidamente il debito sul mercato mentre mantiene una posizione di capitale e liquidità molto elevata. Nei documenti finanziari la banca spiega che vuole conservare risorse per affrontare eventuali shock economici e per cogliere opportunità di investimento quando le condizioni di mercato cambiano.
Questo comportamento è tipico delle fasi avanzate dei cicli finanziari. Le banche collocano il rischio finché esiste domanda da parte degli investitori e allo stesso tempo mantengono liquidità per intervenire quando i mercati diventano più difficili.
Il risultato è un sistema in cui il debito viene creato dalle banche, distribuito agli investitori e monitorato attentamente dagli stessi intermediari che lo hanno originato. Se il ciclo economico resta stabile il meccanismo continua a funzionare. Se invece la crescita rallenta e i costi del debito aumentano, una parte di queste operazioni può diventare più fragile.
Carmen Tortora (http://t.me/carmen_tortora1)
Queste operazioni sono leveraged buyout (LBO). In un LBO un investitore compra un’azienda utilizzando soprattutto denaro preso in prestito. Il debito viene poi ripagato con i flussi di cassa futuri dell’azienda acquistata. Se i ricavi dell’azienda restano solidi il meccanismo regge; se i profitti rallentano o i tassi restano elevati, il peso del debito può diventare rapidamente difficile da sostenere.
JPMorgan non mantiene questi prestiti nel proprio bilancio. Il suo ruolo è strutturare il finanziamento, garantire inizialmente l’operazione e poi collocare il debito presso investitori istituzionali come fondi pensione, assicurazioni, hedge fund e gestori obbligazionari. La banca incassa commissioni e trasferisce il rischio al mercato.
Il contesto in cui avviene questa operazione è rilevante. Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, ha dichiarato più volte negli ultimi mesi che il ciclo del credito potrebbe peggiorare e che nel mercato stanno emergendo comportamenti finanziari troppo aggressivi. Nonostante questi avvertimenti, la banca sta accelerando il collocamento di nuovi prestiti leveraged.
Il quadro macroeconomico è diventato più instabile. Le tensioni geopolitiche stanno spingendo verso l’alto i prezzi dell’energia, l’inflazione resta incerta e i tassi di interesse sono più alti rispetto agli anni precedenti. Inoltre alcuni settori, in particolare il software, stanno attraversando una fase di revisione delle valutazioni dopo l’euforia legata all’intelligenza artificiale.
Allo stesso tempo il mercato del private credit, cresciuto negli ultimi anni fino a circa duemila miliardi di dollari, mostra i primi segnali di tensione. Alcuni fondi hanno difficoltà a collocare nuovi prestiti e gli investitori stanno diventando più selettivi sulla qualità delle operazioni.
In questo scenario JPMorgan sta distribuendo rapidamente il debito sul mercato mentre mantiene una posizione di capitale e liquidità molto elevata. Nei documenti finanziari la banca spiega che vuole conservare risorse per affrontare eventuali shock economici e per cogliere opportunità di investimento quando le condizioni di mercato cambiano.
Questo comportamento è tipico delle fasi avanzate dei cicli finanziari. Le banche collocano il rischio finché esiste domanda da parte degli investitori e allo stesso tempo mantengono liquidità per intervenire quando i mercati diventano più difficili.
Il risultato è un sistema in cui il debito viene creato dalle banche, distribuito agli investitori e monitorato attentamente dagli stessi intermediari che lo hanno originato. Se il ciclo economico resta stabile il meccanismo continua a funzionare. Se invece la crescita rallenta e i costi del debito aumentano, una parte di queste operazioni può diventare più fragile.
Carmen Tortora (http://t.me/carmen_tortora1)
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Da qualche anno la moneta BRICS viene raccontata come se fosse dietro l’angolo, pronta a spazzare via il dollaro e a riscrivere l’ordine monetario globale. È una narrativa comoda, rumorosa e soprattutto molto ripetuta. Il problema è che, appena si smette di ascoltare i convegni geopolitici e si leggono report economici, documenti delle banche centrali e dati reali, la scena cambia parecchio. Nel 2026 la moneta BRICS semplicemente non esiste. Non esiste una banca centrale comune, non esiste un trattato monetario tra i membri e non esiste neppure una roadmap credibile per crearla. Quello che esiste davvero è qualcosa di molto meno epico e molto più concreto: i paesi BRICS stanno cercando di costruire infrastrutture di pagamento alternative, aumentare l’uso delle valute nazionali negli scambi e collegare tra loro le valute digitali delle banche centrali. In altre parole, invece di inventarsi una nuova moneta da sventolare nei comunicati, stanno provando a cambiare i binari tecnici attraverso cui scorrono i pagamenti internazionali.
Questo non significa che il dollaro stia per sparire, anzi. I dati del Fondo Monetario Internazionale mostrano che continua a rappresentare oltre la metà delle riserve valutarie mondiali e resta il perno dei mercati finanziari globali. Non è un dettaglio: il dominio del dollaro non dipende da slogan geopolitici ma dalla profondità dei mercati americani, dalla liquidità dei Treasury e dal fatto che buona parte del commercio mondiale continua a essere prezzato in dollari. Per questo anche dentro i BRICS diversi funzionari monetari hanno già ridimensionato la fantasia della valuta comune. Il progetto reale è molto più pragmatico: ridurre gradualmente la dipendenza dalle infrastrutture finanziarie occidentali, creare sistemi di pagamento alternativi e rafforzare istituzioni come la New Development Bank. Se queste reti dovessero crescere nel tempo, il risultato potrebbe essere un sistema monetario più frammentato con diversi centri valutari. Ma chiamarlo “nuova moneta globale dei BRICS” oggi è semplicemente una scorciatoia retorica che non regge alla prova dei dati.
Versione integrale e approfondimenti su Substack | Carmen Tortora (http://t.me/carmen_tortora1)
Questo non significa che il dollaro stia per sparire, anzi. I dati del Fondo Monetario Internazionale mostrano che continua a rappresentare oltre la metà delle riserve valutarie mondiali e resta il perno dei mercati finanziari globali. Non è un dettaglio: il dominio del dollaro non dipende da slogan geopolitici ma dalla profondità dei mercati americani, dalla liquidità dei Treasury e dal fatto che buona parte del commercio mondiale continua a essere prezzato in dollari. Per questo anche dentro i BRICS diversi funzionari monetari hanno già ridimensionato la fantasia della valuta comune. Il progetto reale è molto più pragmatico: ridurre gradualmente la dipendenza dalle infrastrutture finanziarie occidentali, creare sistemi di pagamento alternativi e rafforzare istituzioni come la New Development Bank. Se queste reti dovessero crescere nel tempo, il risultato potrebbe essere un sistema monetario più frammentato con diversi centri valutari. Ma chiamarlo “nuova moneta globale dei BRICS” oggi è semplicemente una scorciatoia retorica che non regge alla prova dei dati.
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La moneta BRICS che tutti annunciano e che in realtà non esiste ancora
Dietro la retorica sulla de-dollarizzazione, i BRICS stanno costruendo soprattutto infrastrutture di pagamento e circuiti finanziari alternativi.
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Lo Staubifall è una cascata molto potente situata nella regione di Uri, in Svizzera. L’acqua precipita con forza dalle pareti alpine creando uno degli spettacoli naturali più suggestivi delle Alpi.
Buongiorno e buon mercoledì a tutti!
Carmen Tortora (http://t.me/carmen_tortora1)
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Cuba è tornata al buio. Il collasso del sistema elettrico nazionale nel 2026 ha lasciato milioni di persone senza corrente e ha paralizzato trasporti, ospedali e attività economiche. Ma ridurre tutto a un semplice blackout significa non vedere il quadro più ampio: quello che sta emergendo è la crisi strutturale di un sistema economico che per anni ha retto grazie a un equilibrio energetico esterno sempre più fragile.
Per oltre due decenni il petrolio venezuelano ha funzionato come una sorta di respiratore economico per l’isola. Caracas forniva greggio a condizioni politiche favorevoli, permettendo a Cuba di mantenere in funzione centrali elettriche obsolete e un apparato produttivo poco efficiente. Quando il Venezuela è entrato nella sua lunga crisi economica e politica e poi ha cambiato radicalmente assetto nel 2026, quel flusso energetico si è praticamente interrotto. Senza carburante, le fragilità accumulate nel sistema cubano sono diventate improvvisamente visibili.
A questo si è aggiunta una pressione internazionale crescente. Con la ristrutturazione geopolitica del Venezuela e il rafforzamento della strategia statunitense nell’emisfero occidentale, i flussi energetici verso Cuba si sono ulteriormente ridotti. Il risultato è un’isola che fatica a mantenere acceso il proprio sistema elettrico mentre affronta carenze di carburante, aumento dei prezzi alimentari e un malcontento sociale sempre più evidente.
La vicenda però non riguarda solo Cuba. È anche lo specchio della situazione dell’intera America Latina. La crisi venezuelana prima e quella cubana oggi mostrano una regione profondamente divisa e incapace di agire come soggetto politico unitario. Mentre i governi latinoamericani oscillano tra rivalità ideologiche e interessi nazionali divergenti, le decisioni strategiche su energia, sicurezza e sanzioni vengono prese altrove, tra Washington, Pechino e le grandi capitali globali.
Il blackout cubano diventa così più di una crisi energetica: è il simbolo di un continente che osserva mentre altri ridisegnano i suoi equilibri.
Versione integrale e approfondimenti su Substack | Carmen Tortora (http://t.me/carmen_tortora1)
Per oltre due decenni il petrolio venezuelano ha funzionato come una sorta di respiratore economico per l’isola. Caracas forniva greggio a condizioni politiche favorevoli, permettendo a Cuba di mantenere in funzione centrali elettriche obsolete e un apparato produttivo poco efficiente. Quando il Venezuela è entrato nella sua lunga crisi economica e politica e poi ha cambiato radicalmente assetto nel 2026, quel flusso energetico si è praticamente interrotto. Senza carburante, le fragilità accumulate nel sistema cubano sono diventate improvvisamente visibili.
A questo si è aggiunta una pressione internazionale crescente. Con la ristrutturazione geopolitica del Venezuela e il rafforzamento della strategia statunitense nell’emisfero occidentale, i flussi energetici verso Cuba si sono ulteriormente ridotti. Il risultato è un’isola che fatica a mantenere acceso il proprio sistema elettrico mentre affronta carenze di carburante, aumento dei prezzi alimentari e un malcontento sociale sempre più evidente.
La vicenda però non riguarda solo Cuba. È anche lo specchio della situazione dell’intera America Latina. La crisi venezuelana prima e quella cubana oggi mostrano una regione profondamente divisa e incapace di agire come soggetto politico unitario. Mentre i governi latinoamericani oscillano tra rivalità ideologiche e interessi nazionali divergenti, le decisioni strategiche su energia, sicurezza e sanzioni vengono prese altrove, tra Washington, Pechino e le grandi capitali globali.
Il blackout cubano diventa così più di una crisi energetica: è il simbolo di un continente che osserva mentre altri ridisegnano i suoi equilibri.
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Cuba al buio e un continente che osserva mentre altri decidono
Il blackout cubano segna la fine dell’ombrello energetico venezuelano e rivela una regione che osserva mentre altri ridisegnano i suoi equilibri.
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Bank of America ha scelto la soluzione più familiare nel mondo della grande finanza: pagare e chiudere. La banca era accusata di aver ignorato per anni segnali evidenti legati alla rete di traffico sessuale di Jeffrey Epstein. Gli avvocati dell’istituto e quelli della querelante - una donna anonima indicata come Jane Doe - hanno informato il tribunale federale di Manhattan di aver raggiunto un “accordo di principio”. I dettagli restano segreti, come spesso accade.
La causa sosteneva una tesi semplice: una delle più grandi banche del pianeta avrebbe continuato a gestire operazioni finanziarie legate a Epstein nonostante scandali pubblici e precedenti giudiziari noti da anni. Secondo la denuncia, Bank of America avrebbe ignorato transazioni sospette che la legge impone alle banche di segnalare.
La querelante afferma di aver incontrato Epstein nel 2011 e di aver vissuto a New York fino al 2019, periodo durante il quale sarebbe stata abusata dal finanziere. Nel 2013 le sarebbe stato aperto un conto presso Bank of America utilizzato da Epstein e dal suo commercialista Richard Kahn per versare denaro destinato al suo affitto. Il conto sarebbe rimasto attivo fino alla morte di Epstein ed utilizzato per movimenti finanziari mai chiariti.
Secondo la causa, la donna sarebbe stata inserita nel libro paga di una società fittizia, pagata tramite conti collegati alla banca: un sistema utile a dare una facciata legale a flussi di denaro che legali non sono.
Le banche statunitensi devono segnalare operazioni sospette attraverso le Suspicious Activity Reports (SAR). La querelante sostiene che le anomalie fossero talmente evidenti da rendere difficile credere che nessuno dentro la banca se ne fosse accorto.
Eppure Epstein non era un cliente sconosciuto. I suoi problemi giudiziari erano pubblici già dal 2006 e nel 2008 firmò un controverso accordo con il Dipartimento di Giustizia che gli garantì una pena ridotta. Non serviva essere investigatori per capire con chi si stava facendo affari.
Durante il procedimento è emerso anche un trasferimento di circa 170 milioni di dollari dal miliardario Leon Black a Epstein, partito da un conto presso Bank of America e giustificato come consulenza fiscale. Black non è imputato, ma la cifra ha inevitabilmente attirato attenzione.
Il mese scorso il giudice Jed Rakoff aveva respinto il tentativo della banca di far archiviare la causa, aprendo la strada alla discovery, cioè all’accesso ai documenti interni. Inoltre la querelante chiedeva lo status di class action. A quel punto l’accordo è diventato la soluzione più conveniente.
Non è neppure un caso isolato. JPMorgan Chase ha pagato 290 milioni di dollari per chiudere una causa simile. Deutsche Bank ha fatto lo stesso con 75 milioni.
Il quadro che emerge è piuttosto chiaro: Epstein non operava ai margini della finanza globale. Ne faceva parte. Aveva conti, consulenze milionarie e rapporti con alcune delle banche più grandi del mondo.
Ed è qui che la storia diventa meno comoda. Senza il sistema bancario, operazioni di questo tipo semplicemente non esistono. Conti, pagamenti e trasferimenti internazionali non funzionano da soli. Qualcuno li apre, qualcuno li gestisce e qualcuno decide di non fare troppe domande e li favorisce.
Per questo il copione si ripete sempre uguale: accuse, rischio di processo, accordo riservato.
Carmen Tortora | http://t.me/carmen_tortora1
La causa sosteneva una tesi semplice: una delle più grandi banche del pianeta avrebbe continuato a gestire operazioni finanziarie legate a Epstein nonostante scandali pubblici e precedenti giudiziari noti da anni. Secondo la denuncia, Bank of America avrebbe ignorato transazioni sospette che la legge impone alle banche di segnalare.
La querelante afferma di aver incontrato Epstein nel 2011 e di aver vissuto a New York fino al 2019, periodo durante il quale sarebbe stata abusata dal finanziere. Nel 2013 le sarebbe stato aperto un conto presso Bank of America utilizzato da Epstein e dal suo commercialista Richard Kahn per versare denaro destinato al suo affitto. Il conto sarebbe rimasto attivo fino alla morte di Epstein ed utilizzato per movimenti finanziari mai chiariti.
Secondo la causa, la donna sarebbe stata inserita nel libro paga di una società fittizia, pagata tramite conti collegati alla banca: un sistema utile a dare una facciata legale a flussi di denaro che legali non sono.
Le banche statunitensi devono segnalare operazioni sospette attraverso le Suspicious Activity Reports (SAR). La querelante sostiene che le anomalie fossero talmente evidenti da rendere difficile credere che nessuno dentro la banca se ne fosse accorto.
Eppure Epstein non era un cliente sconosciuto. I suoi problemi giudiziari erano pubblici già dal 2006 e nel 2008 firmò un controverso accordo con il Dipartimento di Giustizia che gli garantì una pena ridotta. Non serviva essere investigatori per capire con chi si stava facendo affari.
Durante il procedimento è emerso anche un trasferimento di circa 170 milioni di dollari dal miliardario Leon Black a Epstein, partito da un conto presso Bank of America e giustificato come consulenza fiscale. Black non è imputato, ma la cifra ha inevitabilmente attirato attenzione.
Il mese scorso il giudice Jed Rakoff aveva respinto il tentativo della banca di far archiviare la causa, aprendo la strada alla discovery, cioè all’accesso ai documenti interni. Inoltre la querelante chiedeva lo status di class action. A quel punto l’accordo è diventato la soluzione più conveniente.
Non è neppure un caso isolato. JPMorgan Chase ha pagato 290 milioni di dollari per chiudere una causa simile. Deutsche Bank ha fatto lo stesso con 75 milioni.
Il quadro che emerge è piuttosto chiaro: Epstein non operava ai margini della finanza globale. Ne faceva parte. Aveva conti, consulenze milionarie e rapporti con alcune delle banche più grandi del mondo.
Ed è qui che la storia diventa meno comoda. Senza il sistema bancario, operazioni di questo tipo semplicemente non esistono. Conti, pagamenti e trasferimenti internazionali non funzionano da soli. Qualcuno li apre, qualcuno li gestisce e qualcuno decide di non fare troppe domande e li favorisce.
Per questo il copione si ripete sempre uguale: accuse, rischio di processo, accordo riservato.
Carmen Tortora | http://t.me/carmen_tortora1
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La guerra iniziata il 28 febbraio 2026 tra Stati Uniti‑Israele e Iran non è soltanto un episodio militare: è uno shock energetico che si trasmette immediatamente ai mercati globali. Lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto del petrolio e del gas mondiale, è tornato al centro del sistema energetico globale e l’IEA ha autorizzato il rilascio coordinato di 400 milioni di barili di riserve per stabilizzare i mercati.
In questo contesto la Russia è il beneficiario statale più diretto dello shock. Il suo bilancio pubblico dipende in modo strutturale dal prezzo del petrolio: quando il greggio sale, aumentano automaticamente tasse e dazi energetici. Dopo mesi di entrate in calo e con Mosca pronta a tagliare fino al 10% della spesa civile, il prezzo del petrolio russo è tornato sopra il livello previsto nel bilancio federale. Il risultato è immediato: la principale tassa sull’estrazione potrebbe arrivare a circa 590 miliardi di rubli nel mese di marzo, quasi il doppio rispetto al mese precedente.
Il vantaggio russo non è solo nel prezzo ma anche nella nuova qualità geopolitica del petrolio russo. Con il Golfo Persico tornato instabile, alcune compagnie asiatiche hanno ricominciato a cercare greggio russo e il blend ESPO destinato all’Asia è passato da forte sconto a premio relativo. In pratica, quando il Medio Oriente diventa rischioso, il petrolio russo diventa relativamente più prezioso.
Secondo stime riportate dal Financial Times, Mosca potrebbe incassare fino a 150 milioni di dollari al giorno di entrate extra, con un possibile guadagno tra 3 e 5 miliardi di dollari entro fine marzo. È un classico esempio di ricapitalizzazione fiscale esterna: il bilancio statale migliora non grazie a riforme interne ma grazie allo shock dei prezzi globali.
Gli Stati Uniti, invece, guadagnano in modo molto più complesso. Prezzi energetici più alti favoriscono produttori di shale oil, esportazioni di LNG e il sistema finanziario dominato dal dollaro, che tende a rafforzarsi nei momenti di crisi globale. Tuttavia lo stesso shock produce anche costi macroeconomici: inflazione energetica, rendimenti dei Treasury più alti e condizioni finanziarie più rigide.
Il risultato finale è piuttosto chiaro: la Russia monetizza lo shock direttamente nel proprio bilancio pubblico, mentre gli Stati Uniti monetizzano il caos attraverso energia, finanza e dollaro, ma pagando una quota significativa del costo sotto forma di tassi più alti e maggiore instabilità economica.
In breve: Mosca incassa come Stato esportatore di energia. Washington incassa come sistema finanziario globale.
Versione integrale e approfondimenti su Substack | Carmen Tortora (http://t.me/carmen_tortora1)
In questo contesto la Russia è il beneficiario statale più diretto dello shock. Il suo bilancio pubblico dipende in modo strutturale dal prezzo del petrolio: quando il greggio sale, aumentano automaticamente tasse e dazi energetici. Dopo mesi di entrate in calo e con Mosca pronta a tagliare fino al 10% della spesa civile, il prezzo del petrolio russo è tornato sopra il livello previsto nel bilancio federale. Il risultato è immediato: la principale tassa sull’estrazione potrebbe arrivare a circa 590 miliardi di rubli nel mese di marzo, quasi il doppio rispetto al mese precedente.
Il vantaggio russo non è solo nel prezzo ma anche nella nuova qualità geopolitica del petrolio russo. Con il Golfo Persico tornato instabile, alcune compagnie asiatiche hanno ricominciato a cercare greggio russo e il blend ESPO destinato all’Asia è passato da forte sconto a premio relativo. In pratica, quando il Medio Oriente diventa rischioso, il petrolio russo diventa relativamente più prezioso.
Secondo stime riportate dal Financial Times, Mosca potrebbe incassare fino a 150 milioni di dollari al giorno di entrate extra, con un possibile guadagno tra 3 e 5 miliardi di dollari entro fine marzo. È un classico esempio di ricapitalizzazione fiscale esterna: il bilancio statale migliora non grazie a riforme interne ma grazie allo shock dei prezzi globali.
Gli Stati Uniti, invece, guadagnano in modo molto più complesso. Prezzi energetici più alti favoriscono produttori di shale oil, esportazioni di LNG e il sistema finanziario dominato dal dollaro, che tende a rafforzarsi nei momenti di crisi globale. Tuttavia lo stesso shock produce anche costi macroeconomici: inflazione energetica, rendimenti dei Treasury più alti e condizioni finanziarie più rigide.
Il risultato finale è piuttosto chiaro: la Russia monetizza lo shock direttamente nel proprio bilancio pubblico, mentre gli Stati Uniti monetizzano il caos attraverso energia, finanza e dollaro, ma pagando una quota significativa del costo sotto forma di tassi più alti e maggiore instabilità economica.
In breve: Mosca incassa come Stato esportatore di energia. Washington incassa come sistema finanziario globale.
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Guerra iraniana, petrolio e rendite: chi incassa davvero il caos
Quando il prezzo del petrolio sale, il bilancio russo respira e l’economia globale paga il conto.
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Nel marzo 2026 la Nuova Zelanda ha respinto gli emendamenti 2024 al Regolamento Sanitario Internazionale dell’OMS, comunicandolo ufficialmente all’organizzazione. Il governo di Wellington ha spiegato in modo piuttosto semplice che le decisioni sulla gestione delle emergenze sanitarie devono restare una competenza nazionale e non essere accettate automaticamente da un organismo internazionale.
Gli emendamenti erano stati approvati dall’Assemblea mondiale della sanità nel giugno 2024. Per la maggior parte dei Paesi il termine per respingerli era settembre 2025. Tuttavia alcuni Stati, tra cui la Nuova Zelanda, avevano già rifiutato nel 2022 una modifica precedente al regolamento e sono quindi rimasti sotto il regime originario, che concede più tempo - circa 18 mesi - per respingere nuovi emendamenti. È grazie a questa finestra che Wellington ha potuto formalizzare il rifiuto nel 2026.
Il cuore della discussione riguarda soprattutto l’articolo 18 del Regolamento Sanitario Internazionale, che elenca le misure che l’OMS può raccomandare agli Stati in caso di emergenze sanitarie globali: controlli sanitari sui viaggiatori, verifiche mediche, richieste di vaccinazione o profilassi, quarantena, isolamento dei malati, tracciamento dei contatti e possibili restrizioni agli spostamenti dalle aree considerate a rischio.
Sono, in sostanza, le stesse misure che durante la pandemia sono diventate routine quotidiana in gran parte del mondo occidentale.
Così mentre alcuni governi ritengono almeno opportuno discutere apertamente la portata politica di queste regole, in Italia la questione è passata quasi completamente sotto silenzio. Dopo anni di lockdown, certificazioni sanitarie, controlli sugli spostamenti e decreti emergenziali a raffica, il Paese che più di altri ha sperimentato certe misure sembra non avere alcuna voglia di interrogarsi su come e dove verranno integrate nel sistema internazionale.
Altrove qualcuno almeno discute.
In Italia, più semplicemente, si lascia fare.
Carmen Tortora | http://t.me/carmen_tortora1
Gli emendamenti erano stati approvati dall’Assemblea mondiale della sanità nel giugno 2024. Per la maggior parte dei Paesi il termine per respingerli era settembre 2025. Tuttavia alcuni Stati, tra cui la Nuova Zelanda, avevano già rifiutato nel 2022 una modifica precedente al regolamento e sono quindi rimasti sotto il regime originario, che concede più tempo - circa 18 mesi - per respingere nuovi emendamenti. È grazie a questa finestra che Wellington ha potuto formalizzare il rifiuto nel 2026.
Il cuore della discussione riguarda soprattutto l’articolo 18 del Regolamento Sanitario Internazionale, che elenca le misure che l’OMS può raccomandare agli Stati in caso di emergenze sanitarie globali: controlli sanitari sui viaggiatori, verifiche mediche, richieste di vaccinazione o profilassi, quarantena, isolamento dei malati, tracciamento dei contatti e possibili restrizioni agli spostamenti dalle aree considerate a rischio.
Sono, in sostanza, le stesse misure che durante la pandemia sono diventate routine quotidiana in gran parte del mondo occidentale.
Così mentre alcuni governi ritengono almeno opportuno discutere apertamente la portata politica di queste regole, in Italia la questione è passata quasi completamente sotto silenzio. Dopo anni di lockdown, certificazioni sanitarie, controlli sugli spostamenti e decreti emergenziali a raffica, il Paese che più di altri ha sperimentato certe misure sembra non avere alcuna voglia di interrogarsi su come e dove verranno integrate nel sistema internazionale.
Altrove qualcuno almeno discute.
In Italia, più semplicemente, si lascia fare.
Carmen Tortora | http://t.me/carmen_tortora1
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Forwarded from No digital Man (Valentina)
I CITTADINI NON POSSONO PAGARE LE GUERRE DEGLI ALTRI
BASTA CARBURANTI A PREZZI FOLLI
Mentre i conflitti arricchiscono pochi e svuotano le tasche di milioni di persone,
ai cittadini viene chiesto di pagare il conto ogni volta che fanno rifornimento.
NOI NON CI STIAMO.
DISOBBEDIENZA CIVILE PACIFICA
DAL 19 AL 26 MARZO
NON FARE RIFORNIMENTO DI BENZINA E GASOLIO
⛽ Lascia vuote le stazioni di rifornimento
🚗 Usa meno l’auto quando puoi
📢 Fai circolare questo messaggio
Se milioni di cittadini smettono di fare rifornimento,
il sistema se ne accorge.
NON PAGHEREMO
guerre decise da altri
speculazioni sui carburanti
aumenti ingiustificati
SENZA DI NOI IL SISTEMA SI FERMA.
✊ FERMIAMO I RIFORNIMENTI
✊ FACCIAMO SENTIRE LA NOSTRA VOCE
https://t.me/NoDigitalMan
https://t.me/RinascitaLombardia
BASTA CARBURANTI A PREZZI FOLLI
Mentre i conflitti arricchiscono pochi e svuotano le tasche di milioni di persone,
ai cittadini viene chiesto di pagare il conto ogni volta che fanno rifornimento.
NOI NON CI STIAMO.
DISOBBEDIENZA CIVILE PACIFICA
DAL 19 AL 26 MARZO
NON FARE RIFORNIMENTO DI BENZINA E GASOLIO
⛽ Lascia vuote le stazioni di rifornimento
🚗 Usa meno l’auto quando puoi
📢 Fai circolare questo messaggio
Se milioni di cittadini smettono di fare rifornimento,
il sistema se ne accorge.
NON PAGHEREMO
guerre decise da altri
speculazioni sui carburanti
aumenti ingiustificati
SENZA DI NOI IL SISTEMA SI FERMA.
✊ FERMIAMO I RIFORNIMENTI
✊ FACCIAMO SENTIRE LA NOSTRA VOCE
https://t.me/NoDigitalMan
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Nel sud dell’Alberta, tra le grandi praterie canadesi percorse per secoli dalle popolazioni delle Prime Nazioni e poi dai pionieri dell’Ottocento, i tranquilli laghi di Grassy Lakes riflettono ancora oggi il cielo immenso delle Canadian Prairies. Un paesaggio semplice e silenzioso che racconta la lunga storia di queste terre di vento, acqua ed erba.
Buongiorno e buon giovedì a tutti!
Carmen Tortora
http://t.me/carmen_tortora1
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