Secondo i dott. Serafino Fazio, Alberto Donzelli e Paolo Bellavite, che hanno pubblicato un nuovo studio, l’indometacina - un antinfiammatorio usato da decenni - avrebbe potuto essere studiata molto di più durante la pandemia di COVID-19, ma è rimasta in secondo piano.
Gli autori spiegano che, nei primi mesi, mancavano cure certe e linee guida solide. In una situazione simile, sostengono che si sarebbero potuti testare anche farmaci già esistenti, soprattutto se supportati da basi scientifiche. L’indometacina era tra questi: studi precedenti avevano mostrato che può bloccare la replicazione dei coronavirus in laboratorio e negli animali.
Alcuni studi su pazienti suggeriscono che il farmaco potrebbe migliorare i sintomi più rapidamente e ridurre il rischio di peggioramento respiratorio, soprattutto se usato precocemente. Tuttavia, gli stessi autori chiariscono che le prove sono ancora limitate e non definitive, perché gli studi disponibili sono pochi, piccoli e con diversi limiti.
Il punto centrale del loro lavoro è che, nonostante questi segnali, non sono stati avviati studi clinici ampi e rigorosi per verificarne davvero l’efficacia. Secondo loro, tra rigidità della medicina basata sull’evidenza, ostacoli organizzativi e maggiore attenzione verso vaccini e nuovi farmaci, alcune opzioni già disponibili sono rimaste ai margini.
In sintesi, non affermano che l’indometacina sia una cura efficace contro il COVID-19, ma sostengono che avrebbe meritato di essere studiata meglio e prima.
Carmen Tortora http://t.me/carmen_tortora1
📄 Studio completo:
“Indomethacin, a drug with known antiviral activity against SARS-CoV, was overlooked during the COVID-19 pandemic”
Fazio S., Donzelli A., Bellavite P. (2026) https://www.explorationpub.com/Journals/em/Article/1001392
Gli autori spiegano che, nei primi mesi, mancavano cure certe e linee guida solide. In una situazione simile, sostengono che si sarebbero potuti testare anche farmaci già esistenti, soprattutto se supportati da basi scientifiche. L’indometacina era tra questi: studi precedenti avevano mostrato che può bloccare la replicazione dei coronavirus in laboratorio e negli animali.
Alcuni studi su pazienti suggeriscono che il farmaco potrebbe migliorare i sintomi più rapidamente e ridurre il rischio di peggioramento respiratorio, soprattutto se usato precocemente. Tuttavia, gli stessi autori chiariscono che le prove sono ancora limitate e non definitive, perché gli studi disponibili sono pochi, piccoli e con diversi limiti.
Il punto centrale del loro lavoro è che, nonostante questi segnali, non sono stati avviati studi clinici ampi e rigorosi per verificarne davvero l’efficacia. Secondo loro, tra rigidità della medicina basata sull’evidenza, ostacoli organizzativi e maggiore attenzione verso vaccini e nuovi farmaci, alcune opzioni già disponibili sono rimaste ai margini.
In sintesi, non affermano che l’indometacina sia una cura efficace contro il COVID-19, ma sostengono che avrebbe meritato di essere studiata meglio e prima.
Carmen Tortora http://t.me/carmen_tortora1
📄 Studio completo:
“Indomethacin, a drug with known antiviral activity against SARS-CoV, was overlooked during the COVID-19 pandemic”
Fazio S., Donzelli A., Bellavite P. (2026) https://www.explorationpub.com/Journals/em/Article/1001392
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Nel cuore montuoso dell’isola di Madeira, Serra de Água è un piccolo villaggio nato nel XVII secolo attorno alle segherie ad acqua, da cui prende il nome. Circondato da vallate e corsi d’acqua, ha sviluppato nel tempo un’agricoltura semplice, sostenuta dalle “levadas”, antichi canali di irrigazione.
Oggi conserva un’atmosfera autentica e silenziosa, lontana dal turismo di massa, dove natura e tradizione convivono ancora.
Buongiorno e buon venerdì a tutti!
Carmen Tortora
http://t.me/carmen_tortora1
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Petar Marković - ambasciatore del Montenegro presso l’Unione europea - la mette giù come una gara - “condividiamo il 28° posto” - ma è una lettura comoda. Il 17 marzo 2026 il Montenegro chiude il capitolo 21 sulle reti transeuropee e arriva a 14 capitoli su 33. Il 25 marzo 2026 Bruxelles lo conferma: è il candidato più avanti nei Balcani occidentali. Sembra un traguardo. In realtà è soprattutto disciplina: chiudere capitoli significa adattarsi, allinearsi, infilarsi nella rete europea. Non comandarla.
E infatti la “corsa” non è la stessa. Il Montenegro entra a pezzi. L’Islanda, che il 29 agosto 2026 voterà se riaprire i negoziati, è già dentro SEE e Schengen. Se decide, non recupera terreno. È già dentro. E a quel punto il conteggio dei capitoli diventa un esercizio di burocrazia.
Il punto vero è un altro, ed è fuori dal radar dei comunicati. L’Unione europea non si sta solo allargando: sta allargando lo spazio che controlla. L’Unione per il Mediterraneo è la chiave per capirlo. Non è un club simbolico: mette insieme 43 paesi e lavora su acqua, energia, infrastrutture, lavoro. Non teoria, ma gestione concreta dello spazio.
Qui il punto non è quello che viene dichiarato, ma quello che succede nei fatti. Quando inizi a coordinare trasporti, energia, flussi economici e risorse su entrambe le rive del Mediterraneo, stai facendo qualcosa di più di una semplice cooperazione. Stai costruendo uno spazio che funziona insieme. Prima si collegano le infrastrutture, poi si allineano le regole, poi si rendono interdipendenti le economie. Alla fine, il confine formale resta, ma lo spazio reale è già unificato nel funzionamento.
E a quel punto il dubbio viene quasi da solo. Quando lo stesso mare torna a essere organizzato come un unico sistema, quando le due rive vengono ricucite dentro la stessa rete, quando le connessioni diventano più importanti dei confini, la somiglianza con qualcosa di già visto comincia a farsi evidente. Non dichiarata, non esplicita, ma sempre più difficile da ignorare: sembra sempre più che si stia ricostruendo, in forma aggiornata, lo spazio del vecchio impero romano.
E il Montenegro? Non sta vincendo niente. Sta entrando in un meccanismo già deciso altrove.
Carmen Tortora http://t.me/carmen_tortora1
E infatti la “corsa” non è la stessa. Il Montenegro entra a pezzi. L’Islanda, che il 29 agosto 2026 voterà se riaprire i negoziati, è già dentro SEE e Schengen. Se decide, non recupera terreno. È già dentro. E a quel punto il conteggio dei capitoli diventa un esercizio di burocrazia.
Il punto vero è un altro, ed è fuori dal radar dei comunicati. L’Unione europea non si sta solo allargando: sta allargando lo spazio che controlla. L’Unione per il Mediterraneo è la chiave per capirlo. Non è un club simbolico: mette insieme 43 paesi e lavora su acqua, energia, infrastrutture, lavoro. Non teoria, ma gestione concreta dello spazio.
Qui il punto non è quello che viene dichiarato, ma quello che succede nei fatti. Quando inizi a coordinare trasporti, energia, flussi economici e risorse su entrambe le rive del Mediterraneo, stai facendo qualcosa di più di una semplice cooperazione. Stai costruendo uno spazio che funziona insieme. Prima si collegano le infrastrutture, poi si allineano le regole, poi si rendono interdipendenti le economie. Alla fine, il confine formale resta, ma lo spazio reale è già unificato nel funzionamento.
E a quel punto il dubbio viene quasi da solo. Quando lo stesso mare torna a essere organizzato come un unico sistema, quando le due rive vengono ricucite dentro la stessa rete, quando le connessioni diventano più importanti dei confini, la somiglianza con qualcosa di già visto comincia a farsi evidente. Non dichiarata, non esplicita, ma sempre più difficile da ignorare: sembra sempre più che si stia ricostruendo, in forma aggiornata, lo spazio del vecchio impero romano.
E il Montenegro? Non sta vincendo niente. Sta entrando in un meccanismo già deciso altrove.
Carmen Tortora http://t.me/carmen_tortora1
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La crisi energetica nel Golfo ha ridotto i flussi dallo Stretto di Hormuz, spingendo i prezzi sopra i 100 dollari e mettendo sotto pressione il sistema globale.
Il punto però non è solo l’offerta che manca, ma la risposta: il report IEA sposta il focus direttamente sui consumi, intervenendo sui comportamenti quotidiani.
Le misure proposte:
Smart working dove possibile, per ridurre gli spostamenti quotidiani
Riduzione dei limiti di velocità, per abbassare i consumi di auto e mezzi pesanti
Maggiore utilizzo del trasporto pubblico, al posto dell’auto privata – Accesso alternato delle auto nelle città (targhe alterne) per ridurre traffico e carburante
Car sharing e guida più efficiente, per diminuire il consumo per veicolo
Logistica e trasporti commerciali ottimizzati, con meno sprechi di diesel
Spostamento del GPL dal trasporto agli usi essenziali come la cucina
Riduzione dei voli, soprattutto quando esistono alternative
Passaggio a soluzioni di cottura elettrica o più efficienti
Industria più flessibile, con sostituzione dei combustibili e miglioramento dell’efficienza
Non è solo gestione dell’emergenza: è un cambio di paradigma. L’energia non si governa più solo producendo di più, ma facendo consumare meno.
Ed è qui che il quadro si allarga: queste misure coincidono con la direzione della transizione energetica e degli obiettivi Agenda 2030.
Il rischio è che strumenti nati come temporanei diventino strutturali, spostando sempre di più il controllo dall’offerta ai comportamenti.
Versione integrale e approfondimenti su Substack | Carmen Tortora (http://t.me/carmen_tortora1)
Il punto però non è solo l’offerta che manca, ma la risposta: il report IEA sposta il focus direttamente sui consumi, intervenendo sui comportamenti quotidiani.
Le misure proposte:
Smart working dove possibile, per ridurre gli spostamenti quotidiani
Riduzione dei limiti di velocità, per abbassare i consumi di auto e mezzi pesanti
Maggiore utilizzo del trasporto pubblico, al posto dell’auto privata – Accesso alternato delle auto nelle città (targhe alterne) per ridurre traffico e carburante
Car sharing e guida più efficiente, per diminuire il consumo per veicolo
Logistica e trasporti commerciali ottimizzati, con meno sprechi di diesel
Spostamento del GPL dal trasporto agli usi essenziali come la cucina
Riduzione dei voli, soprattutto quando esistono alternative
Passaggio a soluzioni di cottura elettrica o più efficienti
Industria più flessibile, con sostituzione dei combustibili e miglioramento dell’efficienza
Non è solo gestione dell’emergenza: è un cambio di paradigma. L’energia non si governa più solo producendo di più, ma facendo consumare meno.
Ed è qui che il quadro si allarga: queste misure coincidono con la direzione della transizione energetica e degli obiettivi Agenda 2030.
Il rischio è che strumenti nati come temporanei diventino strutturali, spostando sempre di più il controllo dall’offerta ai comportamenti.
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Agenda 2030 a colpi di emergenze: quando la gestione dei consumi diventa la vera risposta alle crisi energetiche
La crisi energetica sposta il focus dall’offerta ai comportamenti: meno energia disponibile, più controllo sulla domanda.
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L’Europa non va verso un blackout immediato, ma entra in una stretta energetica progressiva: la pressione si vede prima nei carburanti (soprattutto diesel e jet fuel), poi nei prezzi e infine nell’economia reale. Il mercato globale è più teso e competitivo, con l’Asia che assorbe carichi e spinge i margini, mentre l’Europa paga prezzi più alti per assicurarsi le forniture.
Sul gas non c’è una carenza fisica nel breve, ma il sistema perde elasticità: diventa più difficile e costoso gestire i flussi e preparare gli stoccaggi per l’inverno. Questo significa meno margine operativo e maggiore esposizione a shock di prezzo.
L’Italia parte da una posizione relativamente migliore nel breve periodo grazie a stoccaggi più alti e al rafforzamento dei flussi dall’Algeria via gasdotto, che riducono la dipendenza dal GNL e dalla competizione globale. Tuttavia, resta fortemente legata al gas: per questo è particolarmente sensibile agli aumenti di prezzo sull’elettricità, alle pressioni sull’industria energivora e all’impatto sulle bollette.
Il nodo vero è il medio periodo: se la tensione internazionale continua, riempire gli stoccaggi costerà di più e richiederà più competizione sul mercato. Nel frattempo, la fragilità sui carburanti può trasmettersi a trasporti, logistica e inflazione.
Non è una crisi improvvisa, ma una pressione continua che si accumula: energia più cara, margini economici più stretti e maggiore intervento pubblico per contenere gli effetti.
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Sul gas non c’è una carenza fisica nel breve, ma il sistema perde elasticità: diventa più difficile e costoso gestire i flussi e preparare gli stoccaggi per l’inverno. Questo significa meno margine operativo e maggiore esposizione a shock di prezzo.
L’Italia parte da una posizione relativamente migliore nel breve periodo grazie a stoccaggi più alti e al rafforzamento dei flussi dall’Algeria via gasdotto, che riducono la dipendenza dal GNL e dalla competizione globale. Tuttavia, resta fortemente legata al gas: per questo è particolarmente sensibile agli aumenti di prezzo sull’elettricità, alle pressioni sull’industria energivora e all’impatto sulle bollette.
Il nodo vero è il medio periodo: se la tensione internazionale continua, riempire gli stoccaggi costerà di più e richiederà più competizione sul mercato. Nel frattempo, la fragilità sui carburanti può trasmettersi a trasporti, logistica e inflazione.
Non è una crisi improvvisa, ma una pressione continua che si accumula: energia più cara, margini economici più stretti e maggiore intervento pubblico per contenere gli effetti.
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Non è un blackout, è una stretta: l’Europa entra in aprile con il fiato corto
Energia sotto pressione: non un collasso, ma una crisi che si infiltra nei prezzi, nei carburanti e nell’economia reale
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Le Puy-en-Velay è la principale città della regione storica del Velay, situata nell’. Celebre per il suo paesaggio unico fatto di formazioni vulcaniche, è dominata da monumenti iconici come la cattedrale di Notre-Dame e la statua della Vergine che sovrasta la città.
Crocevia storico e religioso, è anche uno dei punti di partenza del Cammino di Santiago, conservando un forte legame con la tradizione e la spiritualità europea.
Buongiorno e buon sabato a tutti!
Carmen Tortora
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C’è una narrazione comoda secondo cui ogni Paese gestisce la propria energia e, al massimo, coopera con gli altri. In realtà quel modello è già superato. Oggi, dentro l’Unione Europea, l’energia è diventata una variabile di sistema: in certe condizioni non è più solo tua, ma entra in un meccanismo comune che può redistribuirla dove serve.
Il dispositivo che rende possibile tutto questo è il Regolamento (UE) 2017/1938 sulla sicurezza degli approvvigionamenti di gas. Al suo interno c’è la cosiddetta “solidarietà del gas”. Se uno Stato membro entra in emergenza piena - quando non riesce più a garantire gas a famiglie, ospedali e servizi essenziali - può chiedere aiuto a un altro Stato collegato. E quel Paese, se ha disponibilità, non può semplicemente rifiutare.
Non è una scelta politica. È un obbligo giuridico.
Formalmente il sistema è ordinato: il gas viene pagato, i consumi essenziali interni restano protetti e l’intervento è temporaneo. Nella pratica il meccanismo funziona in modo meno elegante: per liberare quel gas qualcuno deve ridurre i consumi. E quel qualcuno è quasi sempre l’industria.
Non ti svuotano i depositi. Ti rallentano l’economia.
Negli ultimi anni questo impianto è stato rafforzato dalla strategia europea di preparedness. Non ha cambiato le regole, le ha rese più vincolanti e automatiche. Gli obblighi sugli stoccaggi impongono livelli minimi prima dell’inverno, riducendo il margine di errore. I piani di emergenza sono standardizzati, con misure già pronte che scattano senza negoziazioni improvvisate. Il coordinamento tra Stati è continuo, con dati condivisi e accordi che rendono più rapido attivare la solidarietà. In pratica, si è ridotto lo spazio per decidere al momento della crisi: le decisioni sono già scritte.
Questa logica non è solo europea. Anche a livello dell’Agenzia Internazionale dell’Energia esistono meccanismi simili: in caso di shock, i Paesi devono rilasciare scorte strategiche di petrolio o ridurre la domanda. Non è lo stesso schema del gas europeo, ma il principio è identico: quando il sistema entra in crisi, l’autonomia nazionale passa in secondo piano.
È qui che la posizione di Paesi come l’Italia diventa delicata. Non perché siano più fragili, ma perché sono più centrali. Infrastrutture, stoccaggi e collegamenti fanno dell’Italia un nodo della rete. E quando sei un nodo, non sei solo un consumatore: sei anche una riserva.
Il problema quindi non è solo quanto gas c’è, ma come viene redistribuito e chi deve adattarsi per primo. Perché questi meccanismi non distribuiscono i costi in modo equo: li spostano dove è tecnicamente possibile.
Sulla carta è razionale. Nella pratica può diventare politicamente esplosivo.
E c’è un ultimo punto che resta poco discusso: il sistema esiste, ma non è completamente rodato. Molti accordi sono incompleti. Questo significa che, quando verrà davvero messo sotto stress, potrebbe funzionare in modo meno ordinato di quanto previsto.
Alla fine, il sistema europeo non è stato costruito per garantire che ogni Paese stia bene. È stato costruito per evitare che qualcuno collassi.
E quando si arriva a quel punto, la domanda non è se le regole verranno applicate.
La domanda è chi dovrà adattarsi per primo.
Carmen Tortora http://t.me/carmen_tortora1
Il dispositivo che rende possibile tutto questo è il Regolamento (UE) 2017/1938 sulla sicurezza degli approvvigionamenti di gas. Al suo interno c’è la cosiddetta “solidarietà del gas”. Se uno Stato membro entra in emergenza piena - quando non riesce più a garantire gas a famiglie, ospedali e servizi essenziali - può chiedere aiuto a un altro Stato collegato. E quel Paese, se ha disponibilità, non può semplicemente rifiutare.
Non è una scelta politica. È un obbligo giuridico.
Formalmente il sistema è ordinato: il gas viene pagato, i consumi essenziali interni restano protetti e l’intervento è temporaneo. Nella pratica il meccanismo funziona in modo meno elegante: per liberare quel gas qualcuno deve ridurre i consumi. E quel qualcuno è quasi sempre l’industria.
Non ti svuotano i depositi. Ti rallentano l’economia.
Negli ultimi anni questo impianto è stato rafforzato dalla strategia europea di preparedness. Non ha cambiato le regole, le ha rese più vincolanti e automatiche. Gli obblighi sugli stoccaggi impongono livelli minimi prima dell’inverno, riducendo il margine di errore. I piani di emergenza sono standardizzati, con misure già pronte che scattano senza negoziazioni improvvisate. Il coordinamento tra Stati è continuo, con dati condivisi e accordi che rendono più rapido attivare la solidarietà. In pratica, si è ridotto lo spazio per decidere al momento della crisi: le decisioni sono già scritte.
Questa logica non è solo europea. Anche a livello dell’Agenzia Internazionale dell’Energia esistono meccanismi simili: in caso di shock, i Paesi devono rilasciare scorte strategiche di petrolio o ridurre la domanda. Non è lo stesso schema del gas europeo, ma il principio è identico: quando il sistema entra in crisi, l’autonomia nazionale passa in secondo piano.
È qui che la posizione di Paesi come l’Italia diventa delicata. Non perché siano più fragili, ma perché sono più centrali. Infrastrutture, stoccaggi e collegamenti fanno dell’Italia un nodo della rete. E quando sei un nodo, non sei solo un consumatore: sei anche una riserva.
Il problema quindi non è solo quanto gas c’è, ma come viene redistribuito e chi deve adattarsi per primo. Perché questi meccanismi non distribuiscono i costi in modo equo: li spostano dove è tecnicamente possibile.
Sulla carta è razionale. Nella pratica può diventare politicamente esplosivo.
E c’è un ultimo punto che resta poco discusso: il sistema esiste, ma non è completamente rodato. Molti accordi sono incompleti. Questo significa che, quando verrà davvero messo sotto stress, potrebbe funzionare in modo meno ordinato di quanto previsto.
Alla fine, il sistema europeo non è stato costruito per garantire che ogni Paese stia bene. È stato costruito per evitare che qualcuno collassi.
E quando si arriva a quel punto, la domanda non è se le regole verranno applicate.
La domanda è chi dovrà adattarsi per primo.
Carmen Tortora http://t.me/carmen_tortora1
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L’UE ha deciso che il low cost importato da fuori Unione va frenato, e naturalmente lo fa nel modo che conosce meglio: mettendo un costo in più. Prima è arrivato il dazio fisso di 3 euro sui piccoli pacchi sotto i 150 euro, in vigore dal 1° luglio 2026. Poi, il 26 marzo 2026, Parlamento e Consiglio hanno chiuso un accordo politico sulla riforma doganale che prevede anche una nuova tassa di gestione per ogni articolo spedito da Paesi terzi direttamente ai consumatori europei. L’importo non è stato ancora fissato, ma la sostanza è chiarissima: il tempo del pacchetto a due soldi che entra quasi liscio è finito.
Il capolavoro, come spesso accade a Bruxelles, è l’ipocrisia dell’antefatto. Per anni hanno lasciato entrare miliardi di piccoli pacchi, hanno tollerato un sistema costruito su prezzi stracciati, controlli fragili e dichiarazioni di valore spesso molto fantasiose, e adesso fingono di aver scoperto all’improvviso che qualcosa non funzionava. Adesso parlano di “modernizzazione”, “sicurezza”, “armonizzazione”, come se non stessero semplicemente cercando di rattoppare in fretta un meccanismo che hanno lasciato crescere fuori scala.
Il risultato per i consumatori è elementare: gli acquisti più economici diventeranno meno convenienti. E non colpirà chi spende cento euro senza guardare troppo il prezzo, ma chi usa il low cost per tirare avanti comprando vestiti economici, accessori, piccoli oggetti e cianfrusaglie varie a pochi euro. In teoria il costo grava sulle piattaforme. In pratica, come sempre, alla fine paga il cliente. Bruxelles la venderà come una grande riforma di civiltà doganale. Più realisticamente, è l’ennesima stretta travestita da efficienza.
Carmen Tortora http://t.me/carmen_tortora1
Il capolavoro, come spesso accade a Bruxelles, è l’ipocrisia dell’antefatto. Per anni hanno lasciato entrare miliardi di piccoli pacchi, hanno tollerato un sistema costruito su prezzi stracciati, controlli fragili e dichiarazioni di valore spesso molto fantasiose, e adesso fingono di aver scoperto all’improvviso che qualcosa non funzionava. Adesso parlano di “modernizzazione”, “sicurezza”, “armonizzazione”, come se non stessero semplicemente cercando di rattoppare in fretta un meccanismo che hanno lasciato crescere fuori scala.
Il risultato per i consumatori è elementare: gli acquisti più economici diventeranno meno convenienti. E non colpirà chi spende cento euro senza guardare troppo il prezzo, ma chi usa il low cost per tirare avanti comprando vestiti economici, accessori, piccoli oggetti e cianfrusaglie varie a pochi euro. In teoria il costo grava sulle piattaforme. In pratica, come sempre, alla fine paga il cliente. Bruxelles la venderà come una grande riforma di civiltà doganale. Più realisticamente, è l’ennesima stretta travestita da efficienza.
Carmen Tortora http://t.me/carmen_tortora1
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Dal 28 febbraio l’Iran non sta “resistendo”: sta monetizzando il caos. Con lo Stretto di Hormuz quasi bloccato e gli altri esportatori in difficoltà, è rimasto uno dei pochi a far uscire petrolio. Risultato: prezzi alle stelle e incassi gonfiati.
I numeri sono chiari: circa 139 milioni di dollari al giorno in marzo contro 115 in febbraio. Più di 600 milioni in più in poche settimane. Non è un capolavoro industriale, è una rendita da crisi.
In parallelo Teheran ha trasformato Hormuz in un collo di bottiglia controllato: passaggi selezionati, rotte sotto supervisione, tentativi di mettere un prezzo anche al transito. Più che commercio, è pressione geopolitica venduta al dettaglio.
Il problema è che questo “guadagno” è appeso a un filo. Il traffico nello stretto non è stabilizzato: anche le navi dei paesi teoricamente “amici” hanno difficoltà a passare e alcune sono state costrette a invertire la rotta. Questo significa che i flussi non sono continui e possono interrompersi da un momento all’altro.
In più c’è Kharg Island, da cui passa circa il 90% dell’export petrolifero iraniano: un punto unico, esposto e facilmente colpibile. Se venisse danneggiato anche solo in parte, l’Iran perderebbe gran parte della capacità di esportare nel giro di pochi giorni.
A questo si aggiunge la dimensione interna: inflazione molto alta, valuta in forte svalutazione e attività economiche rallentate. In pratica lo Stato incassa più dollari, ma il sistema economico nel suo complesso resta sotto pressione. Il risultato è un equilibrio instabile: entrate elevate nel breve, ma senza basi solide per reggere nel tempo.
Versione integrale e approfondimenti su Substack | Carmen Tortora (http://t.me/carmen_tortora1)
I numeri sono chiari: circa 139 milioni di dollari al giorno in marzo contro 115 in febbraio. Più di 600 milioni in più in poche settimane. Non è un capolavoro industriale, è una rendita da crisi.
In parallelo Teheran ha trasformato Hormuz in un collo di bottiglia controllato: passaggi selezionati, rotte sotto supervisione, tentativi di mettere un prezzo anche al transito. Più che commercio, è pressione geopolitica venduta al dettaglio.
Il problema è che questo “guadagno” è appeso a un filo. Il traffico nello stretto non è stabilizzato: anche le navi dei paesi teoricamente “amici” hanno difficoltà a passare e alcune sono state costrette a invertire la rotta. Questo significa che i flussi non sono continui e possono interrompersi da un momento all’altro.
In più c’è Kharg Island, da cui passa circa il 90% dell’export petrolifero iraniano: un punto unico, esposto e facilmente colpibile. Se venisse danneggiato anche solo in parte, l’Iran perderebbe gran parte della capacità di esportare nel giro di pochi giorni.
A questo si aggiunge la dimensione interna: inflazione molto alta, valuta in forte svalutazione e attività economiche rallentate. In pratica lo Stato incassa più dollari, ma il sistema economico nel suo complesso resta sotto pressione. Il risultato è un equilibrio instabile: entrate elevate nel breve, ma senza basi solide per reggere nel tempo.
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La guerra vale già centinaia di milioni: quanto sta davvero incassando l’Iran
Tra petrolio, Hormuz e prezzi impazziti, Teheran incassa ma il conto finale resta aperto.
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In questa Domenica delle Palme, mentre in tanti luoghi del mondo il rumore della guerra continua a coprire ogni altra voce, la parola pace non può restare un simbolo vuoto.
Ci sono città dove le palme non arrivano, dove non ci sono rami d’ulivo, ma solo macerie, attese e silenzi pesanti. Eppure è proprio lì che la pace smette di essere un’idea lontana e diventa una necessità urgente, concreta, vitale.
La guerra divide, consuma, cancella. La pace, invece, ricuce lentamente, spesso senza essere vista, senza essere celebrata. Ma è l’unica cosa che resta davvero.
Oggi non è solo un giorno da ricordare, ma da sentire. Perché la pace non è mai scontata. Va difesa, scelta, costruita ogni giorno.
Buona Domenica delle Palme 🌿
Carmen Tortora
http://t.me/carmen_tortora1
Ci sono città dove le palme non arrivano, dove non ci sono rami d’ulivo, ma solo macerie, attese e silenzi pesanti. Eppure è proprio lì che la pace smette di essere un’idea lontana e diventa una necessità urgente, concreta, vitale.
La guerra divide, consuma, cancella. La pace, invece, ricuce lentamente, spesso senza essere vista, senza essere celebrata. Ma è l’unica cosa che resta davvero.
Oggi non è solo un giorno da ricordare, ma da sentire. Perché la pace non è mai scontata. Va difesa, scelta, costruita ogni giorno.
Buona Domenica delle Palme 🌿
Carmen Tortora
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L’euro digitale non è una proposta che si sta decidendo adesso. È un progetto già costruito tra BCE, Commissione e governi, con una direzione politica definita da tempo. Quando il dossier arriva al Parlamento, la scelta principale è già stata fatta: creare una versione digitale dell’euro sotto controllo della banca centrale. Il resto è gestione politica e narrativa.
Per mesi, però, si è messa in scena una discussione che doveva sembrare aperta. Si è preso un dettaglio tecnico e lo si è trasformato nel cuore del dibattito, giusto per mostrare divisioni e rallentamenti. La posizione di Fernando Navarrete, che spingeva per limitare l’euro digitale al solo uso offline, è diventata il simbolo dello stallo. In realtà, ha funzionato come leva per negoziare equilibri interni, non come vera opposizione al progetto.
Il passaggio chiave arriva mercoledì sera: Navarrete cambia posizione. Lo stallo si dissolve immediatamente. Nel giro di poche ore viene trovato un accordo: euro digitale utilizzabile sia online che offline, sistema unico. Esattamente l’impostazione che era già sul tavolo fin dall’inizio. Mesi di discussione per tornare al punto di partenza.
Nel frattempo, il contesto esterno offre la giustificazione perfetta. Le tensioni economiche con gli Stati Uniti riportano al centro la dipendenza europea dai circuiti di pagamento come Visa e Mastercard. Da quel momento, il progetto smette di essere presentato come semplice innovazione e diventa una questione di autonomia strategica. Una definizione utile, che serve a chiudere il discorso più che ad aprirlo.
La versione ufficiale è costruita per funzionare: l’euro digitale viene descritto come un affiancamento al contante, con garanzie di privacy e con un sistema moderno ed efficiente. Tutto ordinato, tutto rassicurante. Una narrazione pensata per accompagnare il progetto senza creare attriti.
Ma i punti decisivi restano fuori dal racconto pubblico. I limiti di detenzione stabiliranno quanti soldi si potranno davvero tenere nei wallet digitali. Il sistema di compensazione definirà quanto le banche saranno disposte a sostenere questa infrastruttura senza perdere margini. Sono questi i meccanismi che determinano l’impatto reale del progetto.
Il risultato è una sequenza ormai prevedibile: si crea uno stallo, si negozia dietro le quinte, poi si sblocca tutto all’improvviso e lo si presenta come un progresso. Il percorso, però, non cambia mai.
La gabbia digitale è in dirittura d’arrivo.
Carmen Tortora http://t.me/carmen_tortora1
Per mesi, però, si è messa in scena una discussione che doveva sembrare aperta. Si è preso un dettaglio tecnico e lo si è trasformato nel cuore del dibattito, giusto per mostrare divisioni e rallentamenti. La posizione di Fernando Navarrete, che spingeva per limitare l’euro digitale al solo uso offline, è diventata il simbolo dello stallo. In realtà, ha funzionato come leva per negoziare equilibri interni, non come vera opposizione al progetto.
Il passaggio chiave arriva mercoledì sera: Navarrete cambia posizione. Lo stallo si dissolve immediatamente. Nel giro di poche ore viene trovato un accordo: euro digitale utilizzabile sia online che offline, sistema unico. Esattamente l’impostazione che era già sul tavolo fin dall’inizio. Mesi di discussione per tornare al punto di partenza.
Nel frattempo, il contesto esterno offre la giustificazione perfetta. Le tensioni economiche con gli Stati Uniti riportano al centro la dipendenza europea dai circuiti di pagamento come Visa e Mastercard. Da quel momento, il progetto smette di essere presentato come semplice innovazione e diventa una questione di autonomia strategica. Una definizione utile, che serve a chiudere il discorso più che ad aprirlo.
La versione ufficiale è costruita per funzionare: l’euro digitale viene descritto come un affiancamento al contante, con garanzie di privacy e con un sistema moderno ed efficiente. Tutto ordinato, tutto rassicurante. Una narrazione pensata per accompagnare il progetto senza creare attriti.
Ma i punti decisivi restano fuori dal racconto pubblico. I limiti di detenzione stabiliranno quanti soldi si potranno davvero tenere nei wallet digitali. Il sistema di compensazione definirà quanto le banche saranno disposte a sostenere questa infrastruttura senza perdere margini. Sono questi i meccanismi che determinano l’impatto reale del progetto.
Il risultato è una sequenza ormai prevedibile: si crea uno stallo, si negozia dietro le quinte, poi si sblocca tutto all’improvviso e lo si presenta come un progresso. Il percorso, però, non cambia mai.
La gabbia digitale è in dirittura d’arrivo.
Carmen Tortora http://t.me/carmen_tortora1
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Condivido con voi una chiacchierata con i ragazzi di Villaggio Bitcoin. Spero possa esservi utile, anche se purtroppo l’audio non è dei migliori.
https://www.youtube.com/watch?v=aaMAF-lkn8Y
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IL GRANDE INGANNO CONTINUA - FIX THE MONEY con Villaggio Bitcoin - puntata #39
Valerio Dalla Costa, Stefano Inversini e Martino di Villaggio Bitcoin ti aspettano per approfondire e commentare insieme i temi più caldi del mondo Bitcoin!
Dalla storia della moneta alle tecnologie sottostanti, dalle implicazioni economiche e sociali agli…
Dalla storia della moneta alle tecnologie sottostanti, dalle implicazioni economiche e sociali agli…
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Non stanno scappando, stanno aspettando che qualcuno ceda: sopra il mercato come avvoltoi, fermi, con cassa pronta mentre sotto il credito inizia a indebolirsi - prelievi limitati, prestiti che valgono meno, meno compratori disposti a pagare i prezzi di ieri, denaro che gira più lento e prezzi che diventano trattabili. Non comprano quando tutto regge, comprano quando qualcuno è costretto a vendere. Nel frattempo restano su ciò che non si spegne - energia, infrastruttura AI, sanità - perché tutto il resto può essere rinviato o scaricato. Non aspettano il disastro: aspettano debolezza. E lì entrano.
Versione integrale e approfondimenti su Substack | Carmen Tortora (http://t.me/carmen_tortora1)
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I grandi capitali aspettano il momento giusto
Più che inseguire i crolli, si stanno preparando a comprare quando lo stress finanziario farà perdere forza a chi oggi regge ancora.
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Le Seychelles sono uno di quei luoghi che sembrano irreali, ma esistono davvero. La loro unicità sta nell’equilibrio perfetto tra mare e terra: spiagge bianchissime, rocce granitiche modellate dal tempo, acque limpide e una biodiversità straordinaria.
Qui la natura non è solo bella, è diversa da qualsiasi altra parte del mondo. Ogni isola ha un’identità propria, tra foreste tropicali, fondali ricchissimi e una sensazione costante di armonia e purezza. È un posto che non si limita a essere visto, ma va vissuto lentamente.
Buongiorno e buon lunedì a tutti!
Carmen Tortora
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L’Italia punta a rafforzare il proprio ruolo energetico valorizzando ciò che già possiede: una rete articolata di raffinerie, rigassificatori, stoccaggi e infrastrutture che la collocano in una posizione strategica nel Mediterraneo. La produzione interna resta contenuta e concentrata, ma il vero punto di forza sta nella capacità di gestire flussi, trasformazione e distribuzione dell’energia. È proprio su questo terreno che si inserisce il Piano Mattei, che assume una funzione centrale come leva per costruire collegamenti tra Africa, filiere dei biocarburanti, nuovi corridoi del gas e processi di riconversione industriale.
La direzione è definita: trasformare l’Italia in un hub energetico mediterraneo, capace di intercettare, lavorare e ridistribuire energia su scala regionale. Questa posizione consente di rafforzare la capacità di risposta agli shock e di aumentare il peso negoziale nei rapporti europei. In parallelo, si sviluppano investimenti nelle infrastrutture del gas, mentre evolvono le dinamiche della domanda e si consolidano le relazioni con filiere esterne, che diventano parte integrante del sistema.
Nel complesso, emerge una strategia che combina geografia, infrastrutture e industria per costruire un ruolo energetico più incisivo. La traiettoria in corso mostra un sistema in trasformazione, dove l’efficacia dipenderà dalla capacità di integrare questi elementi in modo stabile e sostenibile nel tempo.
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La direzione è definita: trasformare l’Italia in un hub energetico mediterraneo, capace di intercettare, lavorare e ridistribuire energia su scala regionale. Questa posizione consente di rafforzare la capacità di risposta agli shock e di aumentare il peso negoziale nei rapporti europei. In parallelo, si sviluppano investimenti nelle infrastrutture del gas, mentre evolvono le dinamiche della domanda e si consolidano le relazioni con filiere esterne, che diventano parte integrante del sistema.
Nel complesso, emerge una strategia che combina geografia, infrastrutture e industria per costruire un ruolo energetico più incisivo. La traiettoria in corso mostra un sistema in trasformazione, dove l’efficacia dipenderà dalla capacità di integrare questi elementi in modo stabile e sostenibile nel tempo.
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Carmen Tortora
Qui non si rincorre il fatto del giorno: si analizzano le dinamiche strutturali tra geopolitica, energia, UE e finanza per capire dove si sposta davvero l’equilibrio globale.
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L’IA non sta sostituendo la creatività umana, ma la sta trasformando e comprimendo. Gli studi più recenti mostrano che, senza una guida umana solida, i modelli generativi producono risultati medi e poco originali. Quando invece sono guidati bene, migliorano, ma restano strumenti: il valore nasce ancora da chi imposta il problema, seleziona e rifinisce.
Sul fronte del dialogo emerge un altro limite ancora più delicato: molti modelli tendono a confermare l’utente, anche quando è nel torto. Questo aumenta la fiducia nella macchina, ma riduce la capacità critica di chi la usa. In pratica, l’IA non corregge i bias: spesso li rafforza.
Il risultato è doppio: da un lato contenuti sempre più veloci ma anche più standardizzati, dall’altro utenti più convinti delle proprie idee, anche quando sono sbagliate.
Il punto centrale, spesso trascurato, è questo: l’IA accelera tutto, ma non sostituisce il giudizio. E proprio per questo, più cresce l’automazione, più aumenta il valore di chi sa distinguere, scegliere e assumersi la responsabilità delle decisioni.
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Sul fronte del dialogo emerge un altro limite ancora più delicato: molti modelli tendono a confermare l’utente, anche quando è nel torto. Questo aumenta la fiducia nella macchina, ma riduce la capacità critica di chi la usa. In pratica, l’IA non corregge i bias: spesso li rafforza.
Il risultato è doppio: da un lato contenuti sempre più veloci ma anche più standardizzati, dall’altro utenti più convinti delle proprie idee, anche quando sono sbagliate.
Il punto centrale, spesso trascurato, è questo: l’IA accelera tutto, ma non sostituisce il giudizio. E proprio per questo, più cresce l’automazione, più aumenta il valore di chi sa distinguere, scegliere e assumersi la responsabilità delle decisioni.
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Qui non si rincorre il fatto del giorno: si analizzano le dinamiche strutturali tra geopolitica, energia, UE e finanza per capire dove si sposta davvero l’equilibrio globale.
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Il Venezuela dopo Maduro non è un paese guarito, ma un paese che ha iniziato a riaprirsi. L’economia resta fragile, con inflazione alta, carenza di valuta e istituzioni ancora deboli, però qualche piccolo spiraglio comincia a vedersi. Il petrolio è tornato a salire fino a circa 1,1 milioni di barili al giorno, e soprattutto sta cambiando destinazione: meno Cina, più Stati Uniti, più Europa e ritorno dell’India. Anche il gas torna a muoversi, con l’accordo tra Caracas, Eni e Repsol sul progetto Cardón IV. Non è ancora una vera ripresa strutturale, perché il sistema resta pieno di crepe, ma il paese non è più fermo nel punto più buio della crisi. La porta si è riaperta. E, anche se piano, in alcune stanze cominciano a entrare i primi spiragli di luce.
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Venezuela dopo Maduro: economia, petrolio e primi spiragli
Il paese si riapre, ma la ripresa resta fragile.
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“Due notti fa non ho dormito. E non per il referendum”.
Il Ministro Guido Crosetto a Repubblica:
Carmen Tortora
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Il Ministro Guido Crosetto a Repubblica:
“Vivo questa guerra e le sue possibili conseguenze ventiquattr’ore al giorno. Sono costretto a sapere cose che non mi fanno più dormire. Per ciò che potrà accadere nelle prossime settimane, per gli effetti che avrà sull’economia e sulla nostra vita quotidiana”
Carmen Tortora
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A Berchida, in Sardegna, capita una scena che sembra quasi costruita apposta: mucche dal manto chiarissimo che si muovono lente sulla spiaggia, confondendosi con il colore della sabbia. Non è un effetto fotografico, è realtà.
Qui la natura non ha bisogno di essere spettacolare in modo forzato. Basta lo sguardo: il contrasto leggero tra mare, luce e animali crea un equilibrio semplice e potente, difficile da trovare altrove. È uno di quei momenti in cui ti fermi e capisci che certi posti funzionano proprio perché non sono stati cambiati.
Buongiorno e buon martedì a tutti!
Carmen Tortora
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Bruxelles continua a parlare di altri 90 miliardi per l’Ucraina, mentre Kiev colpisce sempre più spesso infrastrutture energetiche russe che continuano ancora a toccare anche l’Europa. Il punto rimosso è tutto qui: l’UE finanzia uno Stato che ha bisogno di circa 3 miliardi di euro al mese per restare in piedi, ma nello stesso tempo subisce parte delle ricadute economiche della guerra energetica che quel conflitto produce. Gli attacchi ucraini hanno colpito nodi pesanti come Ust-Luga, Primorsk e la direttrice Druzhba, contribuendo a fermare temporaneamente fino al 40% della capacità russa di export petrolifero, pari a circa 2 milioni di barili al giorno. E anche se l’Europa ha ridotto molto la dipendenza da Mosca, non ne è uscita del tutto: nel 2025 la Russia valeva ancora circa il 13% delle importazioni totali di gas dell’UE e quasi il 14% del GNL importato. Risultato: Bruxelles paga due volte. Prima con gli aiuti diretti a Kiev, poi con prezzi più nervosi, prodotti raffinati più cari e nuove tensioni politiche dentro l’UE. E mentre alcuni alleati hanno già chiesto a Zelensky di ridurre gli attacchi all’energia russa perché fanno salire troppo i prezzi, a Bruxelles continuano a raccontare questa storia come se fosse solo una questione morale e non anche un costo sempre più pesante scaricato sull’Europa.
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L’Europa finanzia Kiev, Kiev colpisce l’energia russa, e Bruxelles vuole altri 90 miliardi
Più aiuti, più guerra energetica, più costi scaricati anche sull’Europa.
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