Carmen Tortora
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Qui non si rincorre il fatto del giorno: si analizzano le dinamiche strutturali tra geopolitica, energia, UE e finanza per capire dove si sposta davvero l’equilibrio globale.
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La crisi energetica nel Golfo ha ridotto i flussi dallo Stretto di Hormuz, spingendo i prezzi sopra i 100 dollari e mettendo sotto pressione il sistema globale.

Il punto però non è solo l’offerta che manca, ma la risposta: il report IEA sposta il focus direttamente sui consumi, intervenendo sui comportamenti quotidiani.

Le misure proposte:

Smart working dove possibile, per ridurre gli spostamenti quotidiani

Riduzione dei limiti di velocità, per abbassare i consumi di auto e mezzi pesanti

Maggiore utilizzo del trasporto pubblico, al posto dell’auto privata – Accesso alternato delle auto nelle città (targhe alterne) per ridurre traffico e carburante

Car sharing e guida più efficiente, per diminuire il consumo per veicolo

Logistica e trasporti commerciali ottimizzati, con meno sprechi di diesel

Spostamento del GPL dal trasporto agli usi essenziali come la cucina

Riduzione dei voli, soprattutto quando esistono alternative

Passaggio a soluzioni di cottura elettrica o più efficienti

Industria più flessibile, con sostituzione dei combustibili e miglioramento dell’efficienza


Non è solo gestione dell’emergenza: è un cambio di paradigma. L’energia non si governa più solo producendo di più, ma facendo consumare meno.

Ed è qui che il quadro si allarga: queste misure coincidono con la direzione della transizione energetica e degli obiettivi Agenda 2030.

Il rischio è che strumenti nati come temporanei diventino strutturali, spostando sempre di più il controllo dall’offerta ai comportamenti.

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L’Europa non va verso un blackout immediato, ma entra in una stretta energetica progressiva: la pressione si vede prima nei carburanti (soprattutto diesel e jet fuel), poi nei prezzi e infine nell’economia reale. Il mercato globale è più teso e competitivo, con l’Asia che assorbe carichi e spinge i margini, mentre l’Europa paga prezzi più alti per assicurarsi le forniture.

Sul gas non c’è una carenza fisica nel breve, ma il sistema perde elasticità: diventa più difficile e costoso gestire i flussi e preparare gli stoccaggi per l’inverno. Questo significa meno margine operativo e maggiore esposizione a shock di prezzo.

L’Italia parte da una posizione relativamente migliore nel breve periodo grazie a stoccaggi più alti e al rafforzamento dei flussi dall’Algeria via gasdotto, che riducono la dipendenza dal GNL e dalla competizione globale. Tuttavia, resta fortemente legata al gas: per questo è particolarmente sensibile agli aumenti di prezzo sull’elettricità, alle pressioni sull’industria energivora e all’impatto sulle bollette.

Il nodo vero è il medio periodo: se la tensione internazionale continua, riempire gli stoccaggi costerà di più e richiederà più competizione sul mercato. Nel frattempo, la fragilità sui carburanti può trasmettersi a trasporti, logistica e inflazione.

Non è una crisi improvvisa, ma una pressione continua che si accumula: energia più cara, margini economici più stretti e maggiore intervento pubblico per contenere gli effetti.

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Le Puy-en-Velay è la principale città della regione storica del Velay, situata nell’. Celebre per il suo paesaggio unico fatto di formazioni vulcaniche, è dominata da monumenti iconici come la cattedrale di Notre-Dame e la statua della Vergine che sovrasta la città.

Crocevia storico e religioso, è anche uno dei punti di partenza del Cammino di Santiago, conservando un forte legame con la tradizione e la spiritualità europea.

Buongiorno e buon sabato a tutti!

Carmen Tortora
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C’è una narrazione comoda secondo cui ogni Paese gestisce la propria energia e, al massimo, coopera con gli altri. In realtà quel modello è già superato. Oggi, dentro l’Unione Europea, l’energia è diventata una variabile di sistema: in certe condizioni non è più solo tua, ma entra in un meccanismo comune che può redistribuirla dove serve.

Il dispositivo che rende possibile tutto questo è il Regolamento (UE) 2017/1938 sulla sicurezza degli approvvigionamenti di gas. Al suo interno c’è la cosiddetta “solidarietà del gas”. Se uno Stato membro entra in emergenza piena - quando non riesce più a garantire gas a famiglie, ospedali e servizi essenziali - può chiedere aiuto a un altro Stato collegato. E quel Paese, se ha disponibilità, non può semplicemente rifiutare.

Non è una scelta politica. È un obbligo giuridico.

Formalmente il sistema è ordinato: il gas viene pagato, i consumi essenziali interni restano protetti e l’intervento è temporaneo. Nella pratica il meccanismo funziona in modo meno elegante: per liberare quel gas qualcuno deve ridurre i consumi. E quel qualcuno è quasi sempre l’industria.

Non ti svuotano i depositi. Ti rallentano l’economia.

Negli ultimi anni questo impianto è stato rafforzato dalla strategia europea di preparedness. Non ha cambiato le regole, le ha rese più vincolanti e automatiche. Gli obblighi sugli stoccaggi impongono livelli minimi prima dell’inverno, riducendo il margine di errore. I piani di emergenza sono standardizzati, con misure già pronte che scattano senza negoziazioni improvvisate. Il coordinamento tra Stati è continuo, con dati condivisi e accordi che rendono più rapido attivare la solidarietà. In pratica, si è ridotto lo spazio per decidere al momento della crisi: le decisioni sono già scritte.

Questa logica non è solo europea. Anche a livello dell’Agenzia Internazionale dell’Energia esistono meccanismi simili: in caso di shock, i Paesi devono rilasciare scorte strategiche di petrolio o ridurre la domanda. Non è lo stesso schema del gas europeo, ma il principio è identico: quando il sistema entra in crisi, l’autonomia nazionale passa in secondo piano.

È qui che la posizione di Paesi come l’Italia diventa delicata. Non perché siano più fragili, ma perché sono più centrali. Infrastrutture, stoccaggi e collegamenti fanno dell’Italia un nodo della rete. E quando sei un nodo, non sei solo un consumatore: sei anche una riserva.

Il problema quindi non è solo quanto gas c’è, ma come viene redistribuito e chi deve adattarsi per primo. Perché questi meccanismi non distribuiscono i costi in modo equo: li spostano dove è tecnicamente possibile.

Sulla carta è razionale. Nella pratica può diventare politicamente esplosivo.

E c’è un ultimo punto che resta poco discusso: il sistema esiste, ma non è completamente rodato. Molti accordi sono incompleti. Questo significa che, quando verrà davvero messo sotto stress, potrebbe funzionare in modo meno ordinato di quanto previsto.

Alla fine, il sistema europeo non è stato costruito per garantire che ogni Paese stia bene. È stato costruito per evitare che qualcuno collassi.

E quando si arriva a quel punto, la domanda non è se le regole verranno applicate.

La domanda è chi dovrà adattarsi per primo.

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L’UE ha deciso che il low cost importato da fuori Unione va frenato, e naturalmente lo fa nel modo che conosce meglio: mettendo un costo in più. Prima è arrivato il dazio fisso di 3 euro sui piccoli pacchi sotto i 150 euro, in vigore dal 1° luglio 2026. Poi, il 26 marzo 2026, Parlamento e Consiglio hanno chiuso un accordo politico sulla riforma doganale che prevede anche una nuova tassa di gestione per ogni articolo spedito da Paesi terzi direttamente ai consumatori europei. L’importo non è stato ancora fissato, ma la sostanza è chiarissima: il tempo del pacchetto a due soldi che entra quasi liscio è finito.

Il capolavoro, come spesso accade a Bruxelles, è l’ipocrisia dell’antefatto. Per anni hanno lasciato entrare miliardi di piccoli pacchi, hanno tollerato un sistema costruito su prezzi stracciati, controlli fragili e dichiarazioni di valore spesso molto fantasiose, e adesso fingono di aver scoperto all’improvviso che qualcosa non funzionava. Adesso parlano di “modernizzazione”, “sicurezza”, “armonizzazione”, come se non stessero semplicemente cercando di rattoppare in fretta un meccanismo che hanno lasciato crescere fuori scala.

Il risultato per i consumatori è elementare: gli acquisti più economici diventeranno meno convenienti. E non colpirà chi spende cento euro senza guardare troppo il prezzo, ma chi usa il low cost per tirare avanti comprando vestiti economici, accessori, piccoli oggetti e cianfrusaglie varie a pochi euro. In teoria il costo grava sulle piattaforme. In pratica, come sempre, alla fine paga il cliente. Bruxelles la venderà come una grande riforma di civiltà doganale. Più realisticamente, è l’ennesima stretta travestita da efficienza.

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Dal 28 febbraio l’Iran non sta “resistendo”: sta monetizzando il caos. Con lo Stretto di Hormuz quasi bloccato e gli altri esportatori in difficoltà, è rimasto uno dei pochi a far uscire petrolio. Risultato: prezzi alle stelle e incassi gonfiati.

I numeri sono chiari: circa 139 milioni di dollari al giorno in marzo contro 115 in febbraio. Più di 600 milioni in più in poche settimane. Non è un capolavoro industriale, è una rendita da crisi.

In parallelo Teheran ha trasformato Hormuz in un collo di bottiglia controllato: passaggi selezionati, rotte sotto supervisione, tentativi di mettere un prezzo anche al transito. Più che commercio, è pressione geopolitica venduta al dettaglio.

Il problema è che questo “guadagno” è appeso a un filo. Il traffico nello stretto non è stabilizzato: anche le navi dei paesi teoricamente “amici” hanno difficoltà a passare e alcune sono state costrette a invertire la rotta. Questo significa che i flussi non sono continui e possono interrompersi da un momento all’altro.

In più c’è Kharg Island, da cui passa circa il 90% dell’export petrolifero iraniano: un punto unico, esposto e facilmente colpibile. Se venisse danneggiato anche solo in parte, l’Iran perderebbe gran parte della capacità di esportare nel giro di pochi giorni.

A questo si aggiunge la dimensione interna: inflazione molto alta, valuta in forte svalutazione e attività economiche rallentate. In pratica lo Stato incassa più dollari, ma il sistema economico nel suo complesso resta sotto pressione. Il risultato è un equilibrio instabile: entrate elevate nel breve, ma senza basi solide per reggere nel tempo.

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In questa Domenica delle Palme, mentre in tanti luoghi del mondo il rumore della guerra continua a coprire ogni altra voce, la parola pace non può restare un simbolo vuoto.

Ci sono città dove le palme non arrivano, dove non ci sono rami d’ulivo, ma solo macerie, attese e silenzi pesanti. Eppure è proprio lì che la pace smette di essere un’idea lontana e diventa una necessità urgente, concreta, vitale.

La guerra divide, consuma, cancella. La pace, invece, ricuce lentamente, spesso senza essere vista, senza essere celebrata. Ma è l’unica cosa che resta davvero.

Oggi non è solo un giorno da ricordare, ma da sentire. Perché la pace non è mai scontata. Va difesa, scelta, costruita ogni giorno.

Buona Domenica delle Palme 🌿

Carmen Tortora
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L’euro digitale non è una proposta che si sta decidendo adesso. È un progetto già costruito tra BCE, Commissione e governi, con una direzione politica definita da tempo. Quando il dossier arriva al Parlamento, la scelta principale è già stata fatta: creare una versione digitale dell’euro sotto controllo della banca centrale. Il resto è gestione politica e narrativa.

Per mesi, però, si è messa in scena una discussione che doveva sembrare aperta. Si è preso un dettaglio tecnico e lo si è trasformato nel cuore del dibattito, giusto per mostrare divisioni e rallentamenti. La posizione di Fernando Navarrete, che spingeva per limitare l’euro digitale al solo uso offline, è diventata il simbolo dello stallo. In realtà, ha funzionato come leva per negoziare equilibri interni, non come vera opposizione al progetto.

Il passaggio chiave arriva mercoledì sera: Navarrete cambia posizione. Lo stallo si dissolve immediatamente. Nel giro di poche ore viene trovato un accordo: euro digitale utilizzabile sia online che offline, sistema unico. Esattamente l’impostazione che era già sul tavolo fin dall’inizio. Mesi di discussione per tornare al punto di partenza.

Nel frattempo, il contesto esterno offre la giustificazione perfetta. Le tensioni economiche con gli Stati Uniti riportano al centro la dipendenza europea dai circuiti di pagamento come Visa e Mastercard. Da quel momento, il progetto smette di essere presentato come semplice innovazione e diventa una questione di autonomia strategica. Una definizione utile, che serve a chiudere il discorso più che ad aprirlo.

La versione ufficiale è costruita per funzionare: l’euro digitale viene descritto come un affiancamento al contante, con garanzie di privacy e con un sistema moderno ed efficiente. Tutto ordinato, tutto rassicurante. Una narrazione pensata per accompagnare il progetto senza creare attriti.

Ma i punti decisivi restano fuori dal racconto pubblico. I limiti di detenzione stabiliranno quanti soldi si potranno davvero tenere nei wallet digitali. Il sistema di compensazione definirà quanto le banche saranno disposte a sostenere questa infrastruttura senza perdere margini. Sono questi i meccanismi che determinano l’impatto reale del progetto.

Il risultato è una sequenza ormai prevedibile: si crea uno stallo, si negozia dietro le quinte, poi si sblocca tutto all’improvviso e lo si presenta come un progresso. Il percorso, però, non cambia mai.

La gabbia digitale è in dirittura d’arrivo.


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Non stanno scappando, stanno aspettando che qualcuno ceda: sopra il mercato come avvoltoi, fermi, con cassa pronta mentre sotto il credito inizia a indebolirsi - prelievi limitati, prestiti che valgono meno, meno compratori disposti a pagare i prezzi di ieri, denaro che gira più lento e prezzi che diventano trattabili. Non comprano quando tutto regge, comprano quando qualcuno è costretto a vendere. Nel frattempo restano su ciò che non si spegne - energia, infrastruttura AI, sanità - perché tutto il resto può essere rinviato o scaricato. Non aspettano il disastro: aspettano debolezza. E lì entrano.

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Le Seychelles sono uno di quei luoghi che sembrano irreali, ma esistono davvero. La loro unicità sta nell’equilibrio perfetto tra mare e terra: spiagge bianchissime, rocce granitiche modellate dal tempo, acque limpide e una biodiversità straordinaria.

Qui la natura non è solo bella, è diversa da qualsiasi altra parte del mondo. Ogni isola ha un’identità propria, tra foreste tropicali, fondali ricchissimi e una sensazione costante di armonia e purezza. È un posto che non si limita a essere visto, ma va vissuto lentamente.

Buongiorno e buon lunedì a tutti!
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L’Italia punta a rafforzare il proprio ruolo energetico valorizzando ciò che già possiede: una rete articolata di raffinerie, rigassificatori, stoccaggi e infrastrutture che la collocano in una posizione strategica nel Mediterraneo. La produzione interna resta contenuta e concentrata, ma il vero punto di forza sta nella capacità di gestire flussi, trasformazione e distribuzione dell’energia. È proprio su questo terreno che si inserisce il Piano Mattei, che assume una funzione centrale come leva per costruire collegamenti tra Africa, filiere dei biocarburanti, nuovi corridoi del gas e processi di riconversione industriale.

La direzione è definita: trasformare l’Italia in un hub energetico mediterraneo, capace di intercettare, lavorare e ridistribuire energia su scala regionale. Questa posizione consente di rafforzare la capacità di risposta agli shock e di aumentare il peso negoziale nei rapporti europei. In parallelo, si sviluppano investimenti nelle infrastrutture del gas, mentre evolvono le dinamiche della domanda e si consolidano le relazioni con filiere esterne, che diventano parte integrante del sistema.

Nel complesso, emerge una strategia che combina geografia, infrastrutture e industria per costruire un ruolo energetico più incisivo. La traiettoria in corso mostra un sistema in trasformazione, dove l’efficacia dipenderà dalla capacità di integrare questi elementi in modo stabile e sostenibile nel tempo.

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L’IA non sta sostituendo la creatività umana, ma la sta trasformando e comprimendo. Gli studi più recenti mostrano che, senza una guida umana solida, i modelli generativi producono risultati medi e poco originali. Quando invece sono guidati bene, migliorano, ma restano strumenti: il valore nasce ancora da chi imposta il problema, seleziona e rifinisce.

Sul fronte del dialogo emerge un altro limite ancora più delicato: molti modelli tendono a confermare l’utente, anche quando è nel torto. Questo aumenta la fiducia nella macchina, ma riduce la capacità critica di chi la usa. In pratica, l’IA non corregge i bias: spesso li rafforza.

Il risultato è doppio: da un lato contenuti sempre più veloci ma anche più standardizzati, dall’altro utenti più convinti delle proprie idee, anche quando sono sbagliate.

Il punto centrale, spesso trascurato, è questo: l’IA accelera tutto, ma non sostituisce il giudizio. E proprio per questo, più cresce l’automazione, più aumenta il valore di chi sa distinguere, scegliere e assumersi la responsabilità delle decisioni.

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Il Venezuela dopo Maduro non è un paese guarito, ma un paese che ha iniziato a riaprirsi. L’economia resta fragile, con inflazione alta, carenza di valuta e istituzioni ancora deboli, però qualche piccolo spiraglio comincia a vedersi. Il petrolio è tornato a salire fino a circa 1,1 milioni di barili al giorno, e soprattutto sta cambiando destinazione: meno Cina, più Stati Uniti, più Europa e ritorno dell’India. Anche il gas torna a muoversi, con l’accordo tra Caracas, Eni e Repsol sul progetto Cardón IV. Non è ancora una vera ripresa strutturale, perché il sistema resta pieno di crepe, ma il paese non è più fermo nel punto più buio della crisi. La porta si è riaperta. E, anche se piano, in alcune stanze cominciano a entrare i primi spiragli di luce.

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“Due notti fa non ho dormito. E non per il referendum”.

Il Ministro Guido Crosetto a Repubblica:
“Vivo questa guerra e le sue possibili conseguenze ventiquattr’ore al giorno. Sono costretto a sapere cose che non mi fanno più dormire. Per ciò che potrà accadere nelle prossime settimane, per gli effetti che avrà sull’economia e sulla nostra vita quotidiana”

Carmen Tortora
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A Berchida, in Sardegna, capita una scena che sembra quasi costruita apposta: mucche dal manto chiarissimo che si muovono lente sulla spiaggia, confondendosi con il colore della sabbia. Non è un effetto fotografico, è realtà.

Qui la natura non ha bisogno di essere spettacolare in modo forzato. Basta lo sguardo: il contrasto leggero tra mare, luce e animali crea un equilibrio semplice e potente, difficile da trovare altrove. È uno di quei momenti in cui ti fermi e capisci che certi posti funzionano proprio perché non sono stati cambiati.

Buongiorno e buon martedì a tutti!

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Bruxelles continua a parlare di altri 90 miliardi per l’Ucraina, mentre Kiev colpisce sempre più spesso infrastrutture energetiche russe che continuano ancora a toccare anche l’Europa. Il punto rimosso è tutto qui: l’UE finanzia uno Stato che ha bisogno di circa 3 miliardi di euro al mese per restare in piedi, ma nello stesso tempo subisce parte delle ricadute economiche della guerra energetica che quel conflitto produce. Gli attacchi ucraini hanno colpito nodi pesanti come Ust-Luga, Primorsk e la direttrice Druzhba, contribuendo a fermare temporaneamente fino al 40% della capacità russa di export petrolifero, pari a circa 2 milioni di barili al giorno. E anche se l’Europa ha ridotto molto la dipendenza da Mosca, non ne è uscita del tutto: nel 2025 la Russia valeva ancora circa il 13% delle importazioni totali di gas dell’UE e quasi il 14% del GNL importato. Risultato: Bruxelles paga due volte. Prima con gli aiuti diretti a Kiev, poi con prezzi più nervosi, prodotti raffinati più cari e nuove tensioni politiche dentro l’UE. E mentre alcuni alleati hanno già chiesto a Zelensky di ridurre gli attacchi all’energia russa perché fanno salire troppo i prezzi, a Bruxelles continuano a raccontare questa storia come se fosse solo una questione morale e non anche un costo sempre più pesante scaricato sull’Europa.

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I negoziati sul PABS - il vero motore operativo del trattato pandemico - continuano a saltare. Doveva essere il passaggio finale, quello che trasformava mesi di retorica sulla cooperazione globale in un meccanismo concreto. Invece siamo all’ennesimo rinvio, raccontato come progresso. In realtà è uno stallo: le parti non trovano un punto di equilibrio su ciò che conta davvero.

Il nodo è chiaro e non aggirabile. Senza il PABS il trattato resta incompleto, perché è lì che si decide chi controlla gli agenti patogeni, chi vi accede e chi costruisce valore economico su quei dati. Il sistema prevede la condivisione globale di virus e sequenze genetiche in una rete coordinata, con accesso anche per l’industria farmaceutica. Sulla carta è cooperazione e prevenzione. Nei fatti è una redistribuzione di potere scientifico, industriale e finanziario, con effetti diretti su chi arriva per primo a sviluppare vaccini e terapie e quindi su chi incassa quando arriva la crisi.

Le critiche non sono marginali e non possono più essere liquidate come estremismi. C’è chi evidenzia il rischio di aumentare la circolazione di materiale biologico ad alto impatto e chi descrive un sistema che somiglia più a un mercato regolato che a uno strumento sanitario neutrale. Ma il punto più delicato resta un altro: la concentrazione del potere decisionale. Una dichiarazione di emergenza sanitaria globale attiva automaticamente l’intero sistema, tra autorizzazioni accelerate, accesso privilegiato ai dati e contratti internazionali anticipati. In quel momento si apre una vera economia pandemica, con vincitori e perdenti già in parte definiti.

Nel frattempo la narrativa ufficiale procede senza scosse: si continua a trattare, si va avanti, c’è impegno. È il linguaggio tipico delle trattative che non vogliono ammettere uno stallo reale. Ma la sostanza è meno elegante: gli Stati non vogliono cedere sovranità su materiale biologico strategico e l’industria non ha alcuna intenzione di rinunciare a un vantaggio competitivo enorme. Questo non è un incidente di percorso, è il prezzo inevitabile di un accordo che tocca interessi troppo grandi.

Ed è proprio qui che emerge il paradosso. Il trattato pandemico viene venduto come cooperazione globale, ma nei fatti è una partita di potere travestita da salute pubblica. Si ridisegnano equilibri tra Stati, burocrazie internazionali e interessi privati mentre la parte davvero operativa resta sospesa. Eppure, nonostante tutto, l’esito è già scritto: l’accordo arriverà.

Non perché le contraddizioni siano state risolte, ma perché la pressione politica, economica e industriale è troppo alta per permettere un fallimento. Il sistema si aggiusterà quel tanto che basta per reggere, senza eliminare i problemi di fondo. E quando succederà, verrà presentato come un successo della cooperazione globale. In realtà sarà solo un compromesso necessario per tenere insieme interessi che non sono mai stati davvero compatibili.

Carmen Tortora
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Washington e Pechino non stanno andando verso una pace strategica, ma verso una tregua più lunga, fredda e interessata. L’accordo di Busan ha ridotto una parte dei dazi e congelato alcune strette, ma non ha risolto i nodi reali: sfiducia reciproca, filiere critiche, competizione tecnologica e Taiwan.

Il vertice Trump-Xi rinviato per la guerra con l’Iran non salta: con ogni probabilità servirà solo a ratificare la proroga della tregua, non a rifondare i rapporti. Gli Stati Uniti hanno capito che la linea dura incontra un limite molto concreto quando tocca terre rare, magneti e catene industriali ancora fortemente dipendenti dalla Cina.

Pechino, intanto, usa questo tempo in modo più ordinato: accelera su autosufficienza tecnologica, AI, 6G, robotica e modernizzazione industriale, pur restando appesantita da rallentamento economico, crisi demografica e disoccupazione giovanile. Washington resta economicamente e finanziariamente più forte, ma appare più dispersa, più esposta a crisi esterne e meno coerente nel trasformare il proprio vantaggio in strategia.

In più, l’opinione pubblica americana sembra meno disposta di quanto si racconti a pagare il prezzo di una competizione totale con Pechino. Per questo lo scenario più probabile non è né la distensione né la rottura immediata: è una rivalità intermittente, con colpi selettivi, pause tattiche e nuovi accomodamenti su agricoltura e approvvigionamenti critici.

Il vero punto che può far saltare tutto resta Taiwan. In sintesi: non una pace, non un reset, ma una pausa utile in cui la Cina sembra sapere meglio degli Stati Uniti come usare il tempo che ha comprato.

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A quanto pare, nei giorni scorsi alcuni bombardieri americani diretti in Medio Oriente avrebbero valutato uno scalo alla base di Sigonella senza un’autorizzazione preventiva italiana. Secondo le ricostruzioni, la questione sarebbe arrivata fino al ministro della Difesa Guido Crosetto, che non avrebbe concesso il via libera trattandosi di assetti coinvolti in operazioni belliche, per cui è necessaria un’autorizzazione politica.

Il caso si inserisce nel quadro degli accordi che regolano l’uso delle basi USA in Italia: alcune attività sono già autorizzate, mentre altre - soprattutto se operative - richiedono un passaggio formale del Governo.

Oggi Crosetto è intervenuto direttamente su X per chiarire la posizione, scrivendo:

"Qualcuno sta cercando di far passare il messaggio che l’Italia avrebbe deciso di sospendere l’uso delle basi agli assetti USA. Cosa semplicemente falsa, perché le basi sono attive, in uso e nulla è cambiato. Il Governo continua a fare ciò che hanno sempre fatto tutti i Governi italiani in totale aderenza agli impegni presi in Parlamento ed alla linea ribadita anche in Consiglio Supremo di Difesa in continuità con tutti i precedenti Consigli, nei decenni. Gli accordi internazionali disciplinano e distinguono con chiarezza ciò che necessita di specifica autorizzazione del Governo (per la quale si è deciso di coinvolgere sempre il Parlamento) in assenza della quale non è possibile concedere nulla e ciò che invece è considerato autorizzato tecnicamente perché ricompreso negli accordi. Un ministro deve solo farli rispettare. Terzium non datur. In ultimo voglio ribadire che non c’è alcun raffreddamento o tensione con gli USA, perché conoscono le regole che disciplinano dal 1954 la loro presenza in Italia bene come le conosciamo noi".


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