Carmen Tortora
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Qui non si rincorre il fatto del giorno: si analizzano le dinamiche strutturali tra geopolitica, energia, UE e finanza per capire dove si sposta davvero l’equilibrio globale.
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L’euro digitale non è una proposta che si sta decidendo adesso. È un progetto già costruito tra BCE, Commissione e governi, con una direzione politica definita da tempo. Quando il dossier arriva al Parlamento, la scelta principale è già stata fatta: creare una versione digitale dell’euro sotto controllo della banca centrale. Il resto è gestione politica e narrativa.

Per mesi, però, si è messa in scena una discussione che doveva sembrare aperta. Si è preso un dettaglio tecnico e lo si è trasformato nel cuore del dibattito, giusto per mostrare divisioni e rallentamenti. La posizione di Fernando Navarrete, che spingeva per limitare l’euro digitale al solo uso offline, è diventata il simbolo dello stallo. In realtà, ha funzionato come leva per negoziare equilibri interni, non come vera opposizione al progetto.

Il passaggio chiave arriva mercoledì sera: Navarrete cambia posizione. Lo stallo si dissolve immediatamente. Nel giro di poche ore viene trovato un accordo: euro digitale utilizzabile sia online che offline, sistema unico. Esattamente l’impostazione che era già sul tavolo fin dall’inizio. Mesi di discussione per tornare al punto di partenza.

Nel frattempo, il contesto esterno offre la giustificazione perfetta. Le tensioni economiche con gli Stati Uniti riportano al centro la dipendenza europea dai circuiti di pagamento come Visa e Mastercard. Da quel momento, il progetto smette di essere presentato come semplice innovazione e diventa una questione di autonomia strategica. Una definizione utile, che serve a chiudere il discorso più che ad aprirlo.

La versione ufficiale è costruita per funzionare: l’euro digitale viene descritto come un affiancamento al contante, con garanzie di privacy e con un sistema moderno ed efficiente. Tutto ordinato, tutto rassicurante. Una narrazione pensata per accompagnare il progetto senza creare attriti.

Ma i punti decisivi restano fuori dal racconto pubblico. I limiti di detenzione stabiliranno quanti soldi si potranno davvero tenere nei wallet digitali. Il sistema di compensazione definirà quanto le banche saranno disposte a sostenere questa infrastruttura senza perdere margini. Sono questi i meccanismi che determinano l’impatto reale del progetto.

Il risultato è una sequenza ormai prevedibile: si crea uno stallo, si negozia dietro le quinte, poi si sblocca tutto all’improvviso e lo si presenta come un progresso. Il percorso, però, non cambia mai.

La gabbia digitale è in dirittura d’arrivo.


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Non stanno scappando, stanno aspettando che qualcuno ceda: sopra il mercato come avvoltoi, fermi, con cassa pronta mentre sotto il credito inizia a indebolirsi - prelievi limitati, prestiti che valgono meno, meno compratori disposti a pagare i prezzi di ieri, denaro che gira più lento e prezzi che diventano trattabili. Non comprano quando tutto regge, comprano quando qualcuno è costretto a vendere. Nel frattempo restano su ciò che non si spegne - energia, infrastruttura AI, sanità - perché tutto il resto può essere rinviato o scaricato. Non aspettano il disastro: aspettano debolezza. E lì entrano.

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Le Seychelles sono uno di quei luoghi che sembrano irreali, ma esistono davvero. La loro unicità sta nell’equilibrio perfetto tra mare e terra: spiagge bianchissime, rocce granitiche modellate dal tempo, acque limpide e una biodiversità straordinaria.

Qui la natura non è solo bella, è diversa da qualsiasi altra parte del mondo. Ogni isola ha un’identità propria, tra foreste tropicali, fondali ricchissimi e una sensazione costante di armonia e purezza. È un posto che non si limita a essere visto, ma va vissuto lentamente.

Buongiorno e buon lunedì a tutti!
Carmen Tortora
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L’Italia punta a rafforzare il proprio ruolo energetico valorizzando ciò che già possiede: una rete articolata di raffinerie, rigassificatori, stoccaggi e infrastrutture che la collocano in una posizione strategica nel Mediterraneo. La produzione interna resta contenuta e concentrata, ma il vero punto di forza sta nella capacità di gestire flussi, trasformazione e distribuzione dell’energia. È proprio su questo terreno che si inserisce il Piano Mattei, che assume una funzione centrale come leva per costruire collegamenti tra Africa, filiere dei biocarburanti, nuovi corridoi del gas e processi di riconversione industriale.

La direzione è definita: trasformare l’Italia in un hub energetico mediterraneo, capace di intercettare, lavorare e ridistribuire energia su scala regionale. Questa posizione consente di rafforzare la capacità di risposta agli shock e di aumentare il peso negoziale nei rapporti europei. In parallelo, si sviluppano investimenti nelle infrastrutture del gas, mentre evolvono le dinamiche della domanda e si consolidano le relazioni con filiere esterne, che diventano parte integrante del sistema.

Nel complesso, emerge una strategia che combina geografia, infrastrutture e industria per costruire un ruolo energetico più incisivo. La traiettoria in corso mostra un sistema in trasformazione, dove l’efficacia dipenderà dalla capacità di integrare questi elementi in modo stabile e sostenibile nel tempo.

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L’IA non sta sostituendo la creatività umana, ma la sta trasformando e comprimendo. Gli studi più recenti mostrano che, senza una guida umana solida, i modelli generativi producono risultati medi e poco originali. Quando invece sono guidati bene, migliorano, ma restano strumenti: il valore nasce ancora da chi imposta il problema, seleziona e rifinisce.

Sul fronte del dialogo emerge un altro limite ancora più delicato: molti modelli tendono a confermare l’utente, anche quando è nel torto. Questo aumenta la fiducia nella macchina, ma riduce la capacità critica di chi la usa. In pratica, l’IA non corregge i bias: spesso li rafforza.

Il risultato è doppio: da un lato contenuti sempre più veloci ma anche più standardizzati, dall’altro utenti più convinti delle proprie idee, anche quando sono sbagliate.

Il punto centrale, spesso trascurato, è questo: l’IA accelera tutto, ma non sostituisce il giudizio. E proprio per questo, più cresce l’automazione, più aumenta il valore di chi sa distinguere, scegliere e assumersi la responsabilità delle decisioni.

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Il Venezuela dopo Maduro non è un paese guarito, ma un paese che ha iniziato a riaprirsi. L’economia resta fragile, con inflazione alta, carenza di valuta e istituzioni ancora deboli, però qualche piccolo spiraglio comincia a vedersi. Il petrolio è tornato a salire fino a circa 1,1 milioni di barili al giorno, e soprattutto sta cambiando destinazione: meno Cina, più Stati Uniti, più Europa e ritorno dell’India. Anche il gas torna a muoversi, con l’accordo tra Caracas, Eni e Repsol sul progetto Cardón IV. Non è ancora una vera ripresa strutturale, perché il sistema resta pieno di crepe, ma il paese non è più fermo nel punto più buio della crisi. La porta si è riaperta. E, anche se piano, in alcune stanze cominciano a entrare i primi spiragli di luce.

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“Due notti fa non ho dormito. E non per il referendum”.

Il Ministro Guido Crosetto a Repubblica:
“Vivo questa guerra e le sue possibili conseguenze ventiquattr’ore al giorno. Sono costretto a sapere cose che non mi fanno più dormire. Per ciò che potrà accadere nelle prossime settimane, per gli effetti che avrà sull’economia e sulla nostra vita quotidiana”

Carmen Tortora
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A Berchida, in Sardegna, capita una scena che sembra quasi costruita apposta: mucche dal manto chiarissimo che si muovono lente sulla spiaggia, confondendosi con il colore della sabbia. Non è un effetto fotografico, è realtà.

Qui la natura non ha bisogno di essere spettacolare in modo forzato. Basta lo sguardo: il contrasto leggero tra mare, luce e animali crea un equilibrio semplice e potente, difficile da trovare altrove. È uno di quei momenti in cui ti fermi e capisci che certi posti funzionano proprio perché non sono stati cambiati.

Buongiorno e buon martedì a tutti!

Carmen Tortora
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Bruxelles continua a parlare di altri 90 miliardi per l’Ucraina, mentre Kiev colpisce sempre più spesso infrastrutture energetiche russe che continuano ancora a toccare anche l’Europa. Il punto rimosso è tutto qui: l’UE finanzia uno Stato che ha bisogno di circa 3 miliardi di euro al mese per restare in piedi, ma nello stesso tempo subisce parte delle ricadute economiche della guerra energetica che quel conflitto produce. Gli attacchi ucraini hanno colpito nodi pesanti come Ust-Luga, Primorsk e la direttrice Druzhba, contribuendo a fermare temporaneamente fino al 40% della capacità russa di export petrolifero, pari a circa 2 milioni di barili al giorno. E anche se l’Europa ha ridotto molto la dipendenza da Mosca, non ne è uscita del tutto: nel 2025 la Russia valeva ancora circa il 13% delle importazioni totali di gas dell’UE e quasi il 14% del GNL importato. Risultato: Bruxelles paga due volte. Prima con gli aiuti diretti a Kiev, poi con prezzi più nervosi, prodotti raffinati più cari e nuove tensioni politiche dentro l’UE. E mentre alcuni alleati hanno già chiesto a Zelensky di ridurre gli attacchi all’energia russa perché fanno salire troppo i prezzi, a Bruxelles continuano a raccontare questa storia come se fosse solo una questione morale e non anche un costo sempre più pesante scaricato sull’Europa.

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I negoziati sul PABS - il vero motore operativo del trattato pandemico - continuano a saltare. Doveva essere il passaggio finale, quello che trasformava mesi di retorica sulla cooperazione globale in un meccanismo concreto. Invece siamo all’ennesimo rinvio, raccontato come progresso. In realtà è uno stallo: le parti non trovano un punto di equilibrio su ciò che conta davvero.

Il nodo è chiaro e non aggirabile. Senza il PABS il trattato resta incompleto, perché è lì che si decide chi controlla gli agenti patogeni, chi vi accede e chi costruisce valore economico su quei dati. Il sistema prevede la condivisione globale di virus e sequenze genetiche in una rete coordinata, con accesso anche per l’industria farmaceutica. Sulla carta è cooperazione e prevenzione. Nei fatti è una redistribuzione di potere scientifico, industriale e finanziario, con effetti diretti su chi arriva per primo a sviluppare vaccini e terapie e quindi su chi incassa quando arriva la crisi.

Le critiche non sono marginali e non possono più essere liquidate come estremismi. C’è chi evidenzia il rischio di aumentare la circolazione di materiale biologico ad alto impatto e chi descrive un sistema che somiglia più a un mercato regolato che a uno strumento sanitario neutrale. Ma il punto più delicato resta un altro: la concentrazione del potere decisionale. Una dichiarazione di emergenza sanitaria globale attiva automaticamente l’intero sistema, tra autorizzazioni accelerate, accesso privilegiato ai dati e contratti internazionali anticipati. In quel momento si apre una vera economia pandemica, con vincitori e perdenti già in parte definiti.

Nel frattempo la narrativa ufficiale procede senza scosse: si continua a trattare, si va avanti, c’è impegno. È il linguaggio tipico delle trattative che non vogliono ammettere uno stallo reale. Ma la sostanza è meno elegante: gli Stati non vogliono cedere sovranità su materiale biologico strategico e l’industria non ha alcuna intenzione di rinunciare a un vantaggio competitivo enorme. Questo non è un incidente di percorso, è il prezzo inevitabile di un accordo che tocca interessi troppo grandi.

Ed è proprio qui che emerge il paradosso. Il trattato pandemico viene venduto come cooperazione globale, ma nei fatti è una partita di potere travestita da salute pubblica. Si ridisegnano equilibri tra Stati, burocrazie internazionali e interessi privati mentre la parte davvero operativa resta sospesa. Eppure, nonostante tutto, l’esito è già scritto: l’accordo arriverà.

Non perché le contraddizioni siano state risolte, ma perché la pressione politica, economica e industriale è troppo alta per permettere un fallimento. Il sistema si aggiusterà quel tanto che basta per reggere, senza eliminare i problemi di fondo. E quando succederà, verrà presentato come un successo della cooperazione globale. In realtà sarà solo un compromesso necessario per tenere insieme interessi che non sono mai stati davvero compatibili.

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Washington e Pechino non stanno andando verso una pace strategica, ma verso una tregua più lunga, fredda e interessata. L’accordo di Busan ha ridotto una parte dei dazi e congelato alcune strette, ma non ha risolto i nodi reali: sfiducia reciproca, filiere critiche, competizione tecnologica e Taiwan.

Il vertice Trump-Xi rinviato per la guerra con l’Iran non salta: con ogni probabilità servirà solo a ratificare la proroga della tregua, non a rifondare i rapporti. Gli Stati Uniti hanno capito che la linea dura incontra un limite molto concreto quando tocca terre rare, magneti e catene industriali ancora fortemente dipendenti dalla Cina.

Pechino, intanto, usa questo tempo in modo più ordinato: accelera su autosufficienza tecnologica, AI, 6G, robotica e modernizzazione industriale, pur restando appesantita da rallentamento economico, crisi demografica e disoccupazione giovanile. Washington resta economicamente e finanziariamente più forte, ma appare più dispersa, più esposta a crisi esterne e meno coerente nel trasformare il proprio vantaggio in strategia.

In più, l’opinione pubblica americana sembra meno disposta di quanto si racconti a pagare il prezzo di una competizione totale con Pechino. Per questo lo scenario più probabile non è né la distensione né la rottura immediata: è una rivalità intermittente, con colpi selettivi, pause tattiche e nuovi accomodamenti su agricoltura e approvvigionamenti critici.

Il vero punto che può far saltare tutto resta Taiwan. In sintesi: non una pace, non un reset, ma una pausa utile in cui la Cina sembra sapere meglio degli Stati Uniti come usare il tempo che ha comprato.

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A quanto pare, nei giorni scorsi alcuni bombardieri americani diretti in Medio Oriente avrebbero valutato uno scalo alla base di Sigonella senza un’autorizzazione preventiva italiana. Secondo le ricostruzioni, la questione sarebbe arrivata fino al ministro della Difesa Guido Crosetto, che non avrebbe concesso il via libera trattandosi di assetti coinvolti in operazioni belliche, per cui è necessaria un’autorizzazione politica.

Il caso si inserisce nel quadro degli accordi che regolano l’uso delle basi USA in Italia: alcune attività sono già autorizzate, mentre altre - soprattutto se operative - richiedono un passaggio formale del Governo.

Oggi Crosetto è intervenuto direttamente su X per chiarire la posizione, scrivendo:

"Qualcuno sta cercando di far passare il messaggio che l’Italia avrebbe deciso di sospendere l’uso delle basi agli assetti USA. Cosa semplicemente falsa, perché le basi sono attive, in uso e nulla è cambiato. Il Governo continua a fare ciò che hanno sempre fatto tutti i Governi italiani in totale aderenza agli impegni presi in Parlamento ed alla linea ribadita anche in Consiglio Supremo di Difesa in continuità con tutti i precedenti Consigli, nei decenni. Gli accordi internazionali disciplinano e distinguono con chiarezza ciò che necessita di specifica autorizzazione del Governo (per la quale si è deciso di coinvolgere sempre il Parlamento) in assenza della quale non è possibile concedere nulla e ciò che invece è considerato autorizzato tecnicamente perché ricompreso negli accordi. Un ministro deve solo farli rispettare. Terzium non datur. In ultimo voglio ribadire che non c’è alcun raffreddamento o tensione con gli USA, perché conoscono le regole che disciplinano dal 1954 la loro presenza in Italia bene come le conosciamo noi".


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Nel cuore della Cina esiste un luogo poco conosciuto ma sorprendente: Yongtai Turtle City. Vista dall’alto, la sua struttura richiama chiaramente la forma di una tartaruga, simbolo di longevità e protezione nella cultura cinese. Non è una coincidenza, ma una scelta precisa, legata a un’idea di difesa e armonia con il territorio.

Costruita secoli fa come città fortificata, oggi appare quasi sospesa nel tempo. Le mura, le strade e l’impianto urbanistico raccontano una logica antica, dove ogni elemento aveva una funzione precisa. Non è solo un luogo storico, ma un esempio concreto di come architettura e simbolismo possano fondersi in modo naturale.

Buongiorno e buon mercoledì a tutti!

Carmen Tortora
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L’allarmismo rilanciato dai giornali mainstream fa il suo solito mestiere: gonfia un rischio reale fino a trasformarlo in una sceneggiata da scarsità imminente. In realtà l’Europa non è senza petrolio, ma si sta preparando a una disfunzione prolungata del mercato energetico. Il punto più delicato non è genericamente il greggio, ma soprattutto diesel e jet fuel, cioè i prodotti che possono diventare più vulnerabili quando si inceppano le rotte e la logistica. Bruxelles parla di misure volontarie per ridurre i consumi nei trasporti, ma intanto sfrutta la crisi per rilanciare la sua solita agenda fatta di rinnovabili, reti ed elettrificazione. L’Italia ha una base di scorte consistente e non è in una situazione da panico operativo. Il problema è un altro: mancano ancora dati pubblici davvero utili sulla composizione delle scorte, sulla loro localizzazione fisica e sulla quota immediatamente disponibile dei carburanti più critici. In sostanza, il sistema per ora regge, ma molto meno di quanto raccontino sia i giornali isterici sia la burocrazia europea con il suo solito linguaggio anestetico.

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La nomina di François-Louis Michaud alla guida dell’EBA (European Banking Authority, cioè l’Autorità bancaria europea che definisce le regole per il funzionamento delle banche nell’UE) viene presentata come una scelta tecnica, quasi inevitabile. Profilo solido, esperienza interna, competenza. Tutto corretto, ma anche estremamente conveniente. Quando il sistema promuove se stesso, non è cambiamento: è consolidamento.

Michaud non arriva da fuori, non rompe equilibri, non introduce discontinuità. È cresciuto nella vigilanza francese, poi è entrato nell’EBA e ne ha scalato i vertici fino a diventarne direttore esecutivo. Ora fa l’ultimo passo. È il classico funzionario di sistema: affidabile, prevedibile, perfettamente integrato.

Il punto però non è il singolo profilo, ma il quadro generale. Con la guida della BCE già in mano francese, la nuova autorità doganale assegnata a Lille e ora anche l’EBA sotto guida francese, Parigi si sta posizionando nei nodi decisivi del sistema economico europeo.

L’EBA non distribuisce denaro, ma decide come le banche devono funzionare. Stabilisce quanto capitale devono avere, quanto rischio possono assumere, come devono comportarsi nelle crisi. Sono scelte tecniche, ma con effetti concreti sull’economia.

Il punto è che queste regole non sono neutrali nella pratica. I sistemi bancari grandi e strutturati le assorbono meglio. Quelli più frammentati faticano di più. Il risultato non è un favoritismo dichiarato, ma un vantaggio implicito.

Poi c’è il vantaggio più importante: l’anticipo. Chi sta dentro questi organismi vede prima degli altri dove stanno andando le regole. Sa quali cambiamenti arriveranno, quali settori saranno più colpiti e quali avranno più spazio. Questo permette al proprio sistema di adattarsi prima e con meno costi.

Infine c’è il peso politico. Quando un Paese è presente nei centri che controllano la moneta e quelli che scrivono le regole, non ha bisogno di forzare le decisioni. È già nella posizione giusta per influenzarle.

In sostanza, non è una nomina neutrale. È un posizionamento. Pulito, legale, perfettamente presentabile. Ed è proprio per questo che funziona.

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L’alluminio sopra 3.450 dollari non è solo una fiammata di mercato. È il segnale di una filiera globale sempre più fragile: impianti colpiti nel Golfo, scorte basse, tempi lunghi per riavviare la produzione e un’Europa che negli anni ha perso una parte importante della propria capacità industriale. Il Medio Oriente pesa per circa il 9% dell’offerta globale, ma conta molto di più per le forniture dirette verso Europa e Stati Uniti. Per questo il problema non è soltanto che il metallo costa di più. Il problema è che può arrivare peggio, più tardi e con meno margini per chi produce. Dietro il rialzo dei prezzi c’è una verità semplice: il sistema industriale globale è diventato più rigido e basta uno shock in un nodo chiave per scaricare il conto sulle fabbriche.

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Alcune petroliere cariche di gasolio partite dagli Stati Uniti e inizialmente dirette in Europa hanno cambiato rotta durante la traversata atlantica. Secondo Bloomberg, le navi coinvolte sono Aliai, Minerva Vaso, Grand Ace6 ed Elka Delphi, con un carico complessivo di circa 1,2 milioni di barili. Una risulta diretta verso Lomé, in Togo, mentre le altre hanno virato più a sud o sono rimaste in attesa di nuove istruzioni. Il motivo è soprattutto economico: in questo momento alcuni compratori, soprattutto asiatici, stanno pagando di più per assicurarsi il gasolio, quindi per i venditori diventa più conveniente spostare i carichi verso quei mercati invece che lasciarli arrivare in Europa. A rendere il quadro ancora più teso contribuiscono sia la crisi di Hormuz, sia le difficoltà nei terminali russi di Primorsk e Ust-Luga, che stanno riducendo la disponibilità complessiva di diesel sul mercato. Reuters conferma infatti che parte delle forniture americane è stata reindirizzata verso altri sbocchi, mentre l’Asia sta assorbendo più volumi e sta comprimendo quelli destinati all’Europa.

Carmen Tortora
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La Guyana conserva una delle meraviglie naturali più imponenti e meno alterate del pianeta: le cascate di Kaieteur. Situate sull’altopiano della Guiana, furono documentate nel 1870 dall’esploratore britannico Charles Barrington Brown.

Con un salto unico di circa 226 metri, le Kaieteur uniscono imponenza geologica e tradizione indigena Patamona, legata alla leggenda del capo Kaie che si sacrificò nel fiume Potaro.

Rimaste a lungo isolate, rappresentano oggi uno dei luoghi più autentici del Sud America.

Buongiorno e buon giovedì a tutti.

Carmen Tortora
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La crisi di Hormuz ha soltanto tolto il fondotinta a una fragilità energetica europea costruita con anni di propaganda, autoinganni e scelte miopi. Dal 2008 l’UE ha lasciato deperire la raffinazione proprio mentre aumentava il bisogno di diesel e jet fuel; dopo il 2022 ha poi spacciato per “diversificazione” quello che è stato soprattutto un trasferimento del rischio, dalla Russia a rotte marittime più lunghe, più costose e più vulnerabili. Così oggi Bruxelles riesce a essere contemporaneamente impeccabile nei documenti, moralmente soddisfatta nei discorsi e scandalosamente esposta nella realtà, proprio sui prodotti che tengono in piedi trasporti, aviazione e industria.

A questo punto ognuno può scegliersi la formula che preferisce: errori in serie o strategia di indebolimento mascherata da virtù. Il risultato, però, non cambia. Hormuz non colpisce solo il prezzo del petrolio: colpisce la miseria strategica di un’Europa che ha scambiato la recita della resilienza per una politica energetica e l’amministrazione permanente della propria dipendenza per una strategia.

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