Carmen Tortora
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Qui non si rincorre il fatto del giorno: si analizzano le dinamiche strutturali tra geopolitica, energia, UE e finanza per capire dove si sposta davvero l’equilibrio globale.
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Il Venezuela dopo Maduro non è un paese guarito, ma un paese che ha iniziato a riaprirsi. L’economia resta fragile, con inflazione alta, carenza di valuta e istituzioni ancora deboli, però qualche piccolo spiraglio comincia a vedersi. Il petrolio è tornato a salire fino a circa 1,1 milioni di barili al giorno, e soprattutto sta cambiando destinazione: meno Cina, più Stati Uniti, più Europa e ritorno dell’India. Anche il gas torna a muoversi, con l’accordo tra Caracas, Eni e Repsol sul progetto Cardón IV. Non è ancora una vera ripresa strutturale, perché il sistema resta pieno di crepe, ma il paese non è più fermo nel punto più buio della crisi. La porta si è riaperta. E, anche se piano, in alcune stanze cominciano a entrare i primi spiragli di luce.

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“Due notti fa non ho dormito. E non per il referendum”.

Il Ministro Guido Crosetto a Repubblica:
“Vivo questa guerra e le sue possibili conseguenze ventiquattr’ore al giorno. Sono costretto a sapere cose che non mi fanno più dormire. Per ciò che potrà accadere nelle prossime settimane, per gli effetti che avrà sull’economia e sulla nostra vita quotidiana”

Carmen Tortora
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A Berchida, in Sardegna, capita una scena che sembra quasi costruita apposta: mucche dal manto chiarissimo che si muovono lente sulla spiaggia, confondendosi con il colore della sabbia. Non è un effetto fotografico, è realtà.

Qui la natura non ha bisogno di essere spettacolare in modo forzato. Basta lo sguardo: il contrasto leggero tra mare, luce e animali crea un equilibrio semplice e potente, difficile da trovare altrove. È uno di quei momenti in cui ti fermi e capisci che certi posti funzionano proprio perché non sono stati cambiati.

Buongiorno e buon martedì a tutti!

Carmen Tortora
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Bruxelles continua a parlare di altri 90 miliardi per l’Ucraina, mentre Kiev colpisce sempre più spesso infrastrutture energetiche russe che continuano ancora a toccare anche l’Europa. Il punto rimosso è tutto qui: l’UE finanzia uno Stato che ha bisogno di circa 3 miliardi di euro al mese per restare in piedi, ma nello stesso tempo subisce parte delle ricadute economiche della guerra energetica che quel conflitto produce. Gli attacchi ucraini hanno colpito nodi pesanti come Ust-Luga, Primorsk e la direttrice Druzhba, contribuendo a fermare temporaneamente fino al 40% della capacità russa di export petrolifero, pari a circa 2 milioni di barili al giorno. E anche se l’Europa ha ridotto molto la dipendenza da Mosca, non ne è uscita del tutto: nel 2025 la Russia valeva ancora circa il 13% delle importazioni totali di gas dell’UE e quasi il 14% del GNL importato. Risultato: Bruxelles paga due volte. Prima con gli aiuti diretti a Kiev, poi con prezzi più nervosi, prodotti raffinati più cari e nuove tensioni politiche dentro l’UE. E mentre alcuni alleati hanno già chiesto a Zelensky di ridurre gli attacchi all’energia russa perché fanno salire troppo i prezzi, a Bruxelles continuano a raccontare questa storia come se fosse solo una questione morale e non anche un costo sempre più pesante scaricato sull’Europa.

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I negoziati sul PABS - il vero motore operativo del trattato pandemico - continuano a saltare. Doveva essere il passaggio finale, quello che trasformava mesi di retorica sulla cooperazione globale in un meccanismo concreto. Invece siamo all’ennesimo rinvio, raccontato come progresso. In realtà è uno stallo: le parti non trovano un punto di equilibrio su ciò che conta davvero.

Il nodo è chiaro e non aggirabile. Senza il PABS il trattato resta incompleto, perché è lì che si decide chi controlla gli agenti patogeni, chi vi accede e chi costruisce valore economico su quei dati. Il sistema prevede la condivisione globale di virus e sequenze genetiche in una rete coordinata, con accesso anche per l’industria farmaceutica. Sulla carta è cooperazione e prevenzione. Nei fatti è una redistribuzione di potere scientifico, industriale e finanziario, con effetti diretti su chi arriva per primo a sviluppare vaccini e terapie e quindi su chi incassa quando arriva la crisi.

Le critiche non sono marginali e non possono più essere liquidate come estremismi. C’è chi evidenzia il rischio di aumentare la circolazione di materiale biologico ad alto impatto e chi descrive un sistema che somiglia più a un mercato regolato che a uno strumento sanitario neutrale. Ma il punto più delicato resta un altro: la concentrazione del potere decisionale. Una dichiarazione di emergenza sanitaria globale attiva automaticamente l’intero sistema, tra autorizzazioni accelerate, accesso privilegiato ai dati e contratti internazionali anticipati. In quel momento si apre una vera economia pandemica, con vincitori e perdenti già in parte definiti.

Nel frattempo la narrativa ufficiale procede senza scosse: si continua a trattare, si va avanti, c’è impegno. È il linguaggio tipico delle trattative che non vogliono ammettere uno stallo reale. Ma la sostanza è meno elegante: gli Stati non vogliono cedere sovranità su materiale biologico strategico e l’industria non ha alcuna intenzione di rinunciare a un vantaggio competitivo enorme. Questo non è un incidente di percorso, è il prezzo inevitabile di un accordo che tocca interessi troppo grandi.

Ed è proprio qui che emerge il paradosso. Il trattato pandemico viene venduto come cooperazione globale, ma nei fatti è una partita di potere travestita da salute pubblica. Si ridisegnano equilibri tra Stati, burocrazie internazionali e interessi privati mentre la parte davvero operativa resta sospesa. Eppure, nonostante tutto, l’esito è già scritto: l’accordo arriverà.

Non perché le contraddizioni siano state risolte, ma perché la pressione politica, economica e industriale è troppo alta per permettere un fallimento. Il sistema si aggiusterà quel tanto che basta per reggere, senza eliminare i problemi di fondo. E quando succederà, verrà presentato come un successo della cooperazione globale. In realtà sarà solo un compromesso necessario per tenere insieme interessi che non sono mai stati davvero compatibili.

Carmen Tortora
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Washington e Pechino non stanno andando verso una pace strategica, ma verso una tregua più lunga, fredda e interessata. L’accordo di Busan ha ridotto una parte dei dazi e congelato alcune strette, ma non ha risolto i nodi reali: sfiducia reciproca, filiere critiche, competizione tecnologica e Taiwan.

Il vertice Trump-Xi rinviato per la guerra con l’Iran non salta: con ogni probabilità servirà solo a ratificare la proroga della tregua, non a rifondare i rapporti. Gli Stati Uniti hanno capito che la linea dura incontra un limite molto concreto quando tocca terre rare, magneti e catene industriali ancora fortemente dipendenti dalla Cina.

Pechino, intanto, usa questo tempo in modo più ordinato: accelera su autosufficienza tecnologica, AI, 6G, robotica e modernizzazione industriale, pur restando appesantita da rallentamento economico, crisi demografica e disoccupazione giovanile. Washington resta economicamente e finanziariamente più forte, ma appare più dispersa, più esposta a crisi esterne e meno coerente nel trasformare il proprio vantaggio in strategia.

In più, l’opinione pubblica americana sembra meno disposta di quanto si racconti a pagare il prezzo di una competizione totale con Pechino. Per questo lo scenario più probabile non è né la distensione né la rottura immediata: è una rivalità intermittente, con colpi selettivi, pause tattiche e nuovi accomodamenti su agricoltura e approvvigionamenti critici.

Il vero punto che può far saltare tutto resta Taiwan. In sintesi: non una pace, non un reset, ma una pausa utile in cui la Cina sembra sapere meglio degli Stati Uniti come usare il tempo che ha comprato.

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A quanto pare, nei giorni scorsi alcuni bombardieri americani diretti in Medio Oriente avrebbero valutato uno scalo alla base di Sigonella senza un’autorizzazione preventiva italiana. Secondo le ricostruzioni, la questione sarebbe arrivata fino al ministro della Difesa Guido Crosetto, che non avrebbe concesso il via libera trattandosi di assetti coinvolti in operazioni belliche, per cui è necessaria un’autorizzazione politica.

Il caso si inserisce nel quadro degli accordi che regolano l’uso delle basi USA in Italia: alcune attività sono già autorizzate, mentre altre - soprattutto se operative - richiedono un passaggio formale del Governo.

Oggi Crosetto è intervenuto direttamente su X per chiarire la posizione, scrivendo:

"Qualcuno sta cercando di far passare il messaggio che l’Italia avrebbe deciso di sospendere l’uso delle basi agli assetti USA. Cosa semplicemente falsa, perché le basi sono attive, in uso e nulla è cambiato. Il Governo continua a fare ciò che hanno sempre fatto tutti i Governi italiani in totale aderenza agli impegni presi in Parlamento ed alla linea ribadita anche in Consiglio Supremo di Difesa in continuità con tutti i precedenti Consigli, nei decenni. Gli accordi internazionali disciplinano e distinguono con chiarezza ciò che necessita di specifica autorizzazione del Governo (per la quale si è deciso di coinvolgere sempre il Parlamento) in assenza della quale non è possibile concedere nulla e ciò che invece è considerato autorizzato tecnicamente perché ricompreso negli accordi. Un ministro deve solo farli rispettare. Terzium non datur. In ultimo voglio ribadire che non c’è alcun raffreddamento o tensione con gli USA, perché conoscono le regole che disciplinano dal 1954 la loro presenza in Italia bene come le conosciamo noi".


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Nel cuore della Cina esiste un luogo poco conosciuto ma sorprendente: Yongtai Turtle City. Vista dall’alto, la sua struttura richiama chiaramente la forma di una tartaruga, simbolo di longevità e protezione nella cultura cinese. Non è una coincidenza, ma una scelta precisa, legata a un’idea di difesa e armonia con il territorio.

Costruita secoli fa come città fortificata, oggi appare quasi sospesa nel tempo. Le mura, le strade e l’impianto urbanistico raccontano una logica antica, dove ogni elemento aveva una funzione precisa. Non è solo un luogo storico, ma un esempio concreto di come architettura e simbolismo possano fondersi in modo naturale.

Buongiorno e buon mercoledì a tutti!

Carmen Tortora
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L’allarmismo rilanciato dai giornali mainstream fa il suo solito mestiere: gonfia un rischio reale fino a trasformarlo in una sceneggiata da scarsità imminente. In realtà l’Europa non è senza petrolio, ma si sta preparando a una disfunzione prolungata del mercato energetico. Il punto più delicato non è genericamente il greggio, ma soprattutto diesel e jet fuel, cioè i prodotti che possono diventare più vulnerabili quando si inceppano le rotte e la logistica. Bruxelles parla di misure volontarie per ridurre i consumi nei trasporti, ma intanto sfrutta la crisi per rilanciare la sua solita agenda fatta di rinnovabili, reti ed elettrificazione. L’Italia ha una base di scorte consistente e non è in una situazione da panico operativo. Il problema è un altro: mancano ancora dati pubblici davvero utili sulla composizione delle scorte, sulla loro localizzazione fisica e sulla quota immediatamente disponibile dei carburanti più critici. In sostanza, il sistema per ora regge, ma molto meno di quanto raccontino sia i giornali isterici sia la burocrazia europea con il suo solito linguaggio anestetico.

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La nomina di François-Louis Michaud alla guida dell’EBA (European Banking Authority, cioè l’Autorità bancaria europea che definisce le regole per il funzionamento delle banche nell’UE) viene presentata come una scelta tecnica, quasi inevitabile. Profilo solido, esperienza interna, competenza. Tutto corretto, ma anche estremamente conveniente. Quando il sistema promuove se stesso, non è cambiamento: è consolidamento.

Michaud non arriva da fuori, non rompe equilibri, non introduce discontinuità. È cresciuto nella vigilanza francese, poi è entrato nell’EBA e ne ha scalato i vertici fino a diventarne direttore esecutivo. Ora fa l’ultimo passo. È il classico funzionario di sistema: affidabile, prevedibile, perfettamente integrato.

Il punto però non è il singolo profilo, ma il quadro generale. Con la guida della BCE già in mano francese, la nuova autorità doganale assegnata a Lille e ora anche l’EBA sotto guida francese, Parigi si sta posizionando nei nodi decisivi del sistema economico europeo.

L’EBA non distribuisce denaro, ma decide come le banche devono funzionare. Stabilisce quanto capitale devono avere, quanto rischio possono assumere, come devono comportarsi nelle crisi. Sono scelte tecniche, ma con effetti concreti sull’economia.

Il punto è che queste regole non sono neutrali nella pratica. I sistemi bancari grandi e strutturati le assorbono meglio. Quelli più frammentati faticano di più. Il risultato non è un favoritismo dichiarato, ma un vantaggio implicito.

Poi c’è il vantaggio più importante: l’anticipo. Chi sta dentro questi organismi vede prima degli altri dove stanno andando le regole. Sa quali cambiamenti arriveranno, quali settori saranno più colpiti e quali avranno più spazio. Questo permette al proprio sistema di adattarsi prima e con meno costi.

Infine c’è il peso politico. Quando un Paese è presente nei centri che controllano la moneta e quelli che scrivono le regole, non ha bisogno di forzare le decisioni. È già nella posizione giusta per influenzarle.

In sostanza, non è una nomina neutrale. È un posizionamento. Pulito, legale, perfettamente presentabile. Ed è proprio per questo che funziona.

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L’alluminio sopra 3.450 dollari non è solo una fiammata di mercato. È il segnale di una filiera globale sempre più fragile: impianti colpiti nel Golfo, scorte basse, tempi lunghi per riavviare la produzione e un’Europa che negli anni ha perso una parte importante della propria capacità industriale. Il Medio Oriente pesa per circa il 9% dell’offerta globale, ma conta molto di più per le forniture dirette verso Europa e Stati Uniti. Per questo il problema non è soltanto che il metallo costa di più. Il problema è che può arrivare peggio, più tardi e con meno margini per chi produce. Dietro il rialzo dei prezzi c’è una verità semplice: il sistema industriale globale è diventato più rigido e basta uno shock in un nodo chiave per scaricare il conto sulle fabbriche.

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Alcune petroliere cariche di gasolio partite dagli Stati Uniti e inizialmente dirette in Europa hanno cambiato rotta durante la traversata atlantica. Secondo Bloomberg, le navi coinvolte sono Aliai, Minerva Vaso, Grand Ace6 ed Elka Delphi, con un carico complessivo di circa 1,2 milioni di barili. Una risulta diretta verso Lomé, in Togo, mentre le altre hanno virato più a sud o sono rimaste in attesa di nuove istruzioni. Il motivo è soprattutto economico: in questo momento alcuni compratori, soprattutto asiatici, stanno pagando di più per assicurarsi il gasolio, quindi per i venditori diventa più conveniente spostare i carichi verso quei mercati invece che lasciarli arrivare in Europa. A rendere il quadro ancora più teso contribuiscono sia la crisi di Hormuz, sia le difficoltà nei terminali russi di Primorsk e Ust-Luga, che stanno riducendo la disponibilità complessiva di diesel sul mercato. Reuters conferma infatti che parte delle forniture americane è stata reindirizzata verso altri sbocchi, mentre l’Asia sta assorbendo più volumi e sta comprimendo quelli destinati all’Europa.

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La Guyana conserva una delle meraviglie naturali più imponenti e meno alterate del pianeta: le cascate di Kaieteur. Situate sull’altopiano della Guiana, furono documentate nel 1870 dall’esploratore britannico Charles Barrington Brown.

Con un salto unico di circa 226 metri, le Kaieteur uniscono imponenza geologica e tradizione indigena Patamona, legata alla leggenda del capo Kaie che si sacrificò nel fiume Potaro.

Rimaste a lungo isolate, rappresentano oggi uno dei luoghi più autentici del Sud America.

Buongiorno e buon giovedì a tutti.

Carmen Tortora
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La crisi di Hormuz ha soltanto tolto il fondotinta a una fragilità energetica europea costruita con anni di propaganda, autoinganni e scelte miopi. Dal 2008 l’UE ha lasciato deperire la raffinazione proprio mentre aumentava il bisogno di diesel e jet fuel; dopo il 2022 ha poi spacciato per “diversificazione” quello che è stato soprattutto un trasferimento del rischio, dalla Russia a rotte marittime più lunghe, più costose e più vulnerabili. Così oggi Bruxelles riesce a essere contemporaneamente impeccabile nei documenti, moralmente soddisfatta nei discorsi e scandalosamente esposta nella realtà, proprio sui prodotti che tengono in piedi trasporti, aviazione e industria.

A questo punto ognuno può scegliersi la formula che preferisce: errori in serie o strategia di indebolimento mascherata da virtù. Il risultato, però, non cambia. Hormuz non colpisce solo il prezzo del petrolio: colpisce la miseria strategica di un’Europa che ha scambiato la recita della resilienza per una politica energetica e l’amministrazione permanente della propria dipendenza per una strategia.

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Migranti e ONG: il meccanismo dei finanziamenti tedeschi

Nel 2025 l’alleanza tedesca di Ong United4Rescue ha speso 1.087.227 euro per operazioni nel Mediterraneo che si traducono quasi sempre in sbarchi in Italia: 600.000 euro a tre navi (Sea-Watch 5, Sea-Eye 5, Humanity 1) e il resto a una macchina logistica stabile. Dietro, una rete ampia legata alla Chiesa evangelica tedesca, capace di finanziare missioni continue. La narrativa è quella della solidarietà; la realtà è che i fondi partono dalla Germania, l’azione avviene in mare e gli effetti - accoglienza, costi, tensioni - ricadono sull’Italia.

È un meccanismo che somiglia a una pressione tra Stati, una guerra senza armi: uno paga, l’altro gestisce. Filiera lineare e ripetuta - fondi, operazioni, sbarchi - che incide sulle rotte migratorie mentre si presenta come soccorso. Chi finanzia resta al riparo, chi riceve assorbe l’impatto. Più fondi, più missioni, più arrivi: tutti solidali, purché il punto di arrivo sia qualcun altro.

Carmen Tortora

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ETS, meno moralismo e più contabilità: l’Europa smette di cancellare quote perché il gioco iniziava a costare troppo

Bruxelles cambia una regola chiave dell’ETS: le quote in eccesso non verranno più cancellate, ma tenute nella riserva. In pratica, non si riducono più in modo definitivo i permessi a inquinare perché farlo, in un mercato già sotto pressione, rischia di far salire troppo i prezzi. Il meccanismo della scarsità programmata funziona finché l’energia è stabile; quando non lo è, finisce per aumentare i costi invece di controllarli.

L’ETS è stato presentato come leva della transizione: meno quote disponibili, prezzi più alti, imprese spinte a ridurre le emissioni. Nella pratica è anche un sistema che scarica costi: le aziende pagano le quote, trasferiscono il costo sui prezzi, e il conto arriva a famiglie e filiere mentre gli Stati incassano dalle aste. La cancellazione delle quote era il punto centrale: ogni quota eliminata riduceva per sempre lo spazio di emissione. Sulla carta disciplina, nella realtà rigidità che peggiora le fasi di crisi.

Ora si corregge: le quote restano nella Market Stability Reserve e possono essere rimesse sul mercato quando serve. Non è un rafforzamento, è un modo per evitare che il sistema sfugga di mano. Meno riduzione irreversibile, più capacità di intervento. L’ETS resta perché è ormai integrato nelle politiche europee, ma cambia natura: da meccanismo automatico a strumento da gestire. Quando serve intervenire manualmente su un sistema che doveva funzionare da solo, significa che il modello iniziale non reggeva davvero.

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Buongiorno a tutti,

ho pensato di condividere una sintesi vocale dei dati sulla situazione energetica in Italia in questi giorni, già analizzati negli articoli pubblicati. Come spiego nell’audio, non sono riuscita a reperire dati aggiornati al 2026 sulla composizione del greggio utilizzato nel Paese: ci si ferma a giugno 2025. Non esattamente il massimo della trasparenza per un sistema che pretende di pianificare il futuro energetico. Gli scenari che propongo, quindi, si basano su quei dati.

L’audio è stato registrato prima delle ultime dichiarazioni di Donald Trump, che hanno rapidamente riportato la realtà al centro del tavolo. Le speranze di una chiusura veloce del conflitto tra Stati Uniti e Iran si stanno sgonfiando: è stata annunciata un’intensificazione delle operazioni militari nelle prossime settimane, senza alcuna indicazione concreta sui tempi di uscita. I mercati, come prevedibile, hanno reagito senza troppi giri di parole: petrolio oltre i 100 dollari al barile, borse in calo e dollaro in rafforzamento.

L’Iran ha risposto alzando ulteriormente il livello dello scontro, con minacce di attacchi più ampi e distruttivi contro Stati Uniti e Israele e nessuna disponibilità, almeno per ora, a discutere tregue temporanee. Tradotto: nessuno sembra avere davvero interesse a spegnere l’incendio nel breve periodo.

Il punto critico resta lo Stretto di Hormuz, ormai compromesso dagli attacchi alle petroliere. Ed è qui che la narrazione sulla “sicurezza energetica” europea mostra tutte le sue fragilità: basta un collo di bottiglia per mettere sotto pressione un sistema che dipende da rotte che non controlla.

Circa 35 paesi stanno discutendo come garantire la sicurezza della navigazione, ma molti - inclusi diversi Stati europei - si dichiarano disponibili solo in presenza di un cessate il fuoco. In pratica: si interviene solo quando il problema è già rientrato. Nel frattempo, i paesi del Golfo evitano qualsiasi risposta diretta per non allargare ulteriormente il conflitto.

Per questo, nell’audio, ha più senso concentrarsi sugli scenari di medio-lungo periodo. Nell’articolo di stamattina ho spiegato come l’Unione Europea, consapevolmente o meno (io continuo a pensare consapevolmente), abbia costruito negli anni la propria esposizione attuale.

I report immediatamente precedenti all’attacco parlavano di un’operazione rapida e circoscritta. Ma, come anticipavo già a inizio anno, questo ciclo sta prendendo una direzione diversa: più lunga, più instabile e decisamente meno controllabile. Chi guarda solo al breve rischia di arrivare tardi.

Perdonate la qualità dell’audio: è il primo tentativo.

https://drive.google.com/file/d/1hE73xRE30cPaXN0ZqfqIrlIefJM9PujF/view?usp=drive_link

Carmen Tortora
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Se il link non dovesse aprirsi, lo riporto qui sotto. In ogni caso, è bene chiarire un punto: non credo assolutamente che qualcuno, anche se psicopatico, abbia interesse a portare il sistema a un collasso economico globale. Più realisticamente, si punta a innescare un aumento strutturale dei costi, funzionale a drenare ulteriori risorse per finanziare un presunto “cambiamento epocale”, leggasi “Great Reset”. Nel frattempo, prende forma un’inflazione silenziosa ma sempre più aggressiva, che agisce come un prelievo continuo - e di fatto inevitabile - a carico esclusivo dei cittadini, senza strumenti reali di difesa.
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Il Wägitalersee è un lago artificiale situato nella pittoresca valle di Schwyz, in Svizzera. Creato nel 1924 con la costruzione di una diga sul fiume Wägitaler Aa, rappresenta uno dei primi esempi di infrastruttura idroelettrica del Paese.

Circondato da montagne alpine e boschi, il lago unisce ingegneria e paesaggio naturale, diventando nel tempo una meta apprezzata per escursioni e attività all’aria aperta.

Buongiorno e buon venerdì a tutti.

Carmen Tortora
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La guerra all’Iran non sta affatto distruggendo il mercato energetico: lo sta riorganizzando a vantaggio di chi controlla ancora industria, logistica, raffinazione e accesso alle molecole, mentre il costo viene scaricato sui cittadini sotto forma di carburanti più cari, trasporti più costosi e inflazione importata. La Cina rivende LNG a prezzi record perché ha copertura interna sufficiente, più produzione domestica e flussi via pipeline che le consentono di monetizzare la scarsità altrui. L’India fa lo stesso sul lato dei prodotti raffinati: compra greggio russo scontato, lo lavora a pieno ritmo e riempie il Sud-Est asiatico di gasolio proprio mentre il Medio Oriente si inceppa e altri sistemi vanno in affanno. Sullo sfondo resta Hormuz, il collo di bottiglia da cui passa quasi il 20% del commercio globale di LNG e una quota decisiva del petrolio mondiale, senza alternative rapide credibili. La parte più oscena è che questa vulnerabilità era perfettamente nota: si sapeva che smantellare capacità industriale, aumentare la dipendenza dalle rotte critiche e rinunciare al controllo dei flussi avrebbe trasformato ogni crisi in un gigantesco trasferimento di ricchezza dai consumatori verso chi resta attaccato ai rubinetti energetici. Non è un incidente, non è una sorpresa e non è nemmeno un semplice errore di valutazione: è il risultato di un modello costruito per rendere strutturale lo scarico dei costi verso il basso e la concentrazione dei margini verso l’alto, mentre tutto viene rivestito di linguaggio tecnico, emergenza e falsa inevitabilità.

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