A quanto pare, nei giorni scorsi alcuni bombardieri americani diretti in Medio Oriente avrebbero valutato uno scalo alla base di Sigonella senza un’autorizzazione preventiva italiana. Secondo le ricostruzioni, la questione sarebbe arrivata fino al ministro della Difesa Guido Crosetto, che non avrebbe concesso il via libera trattandosi di assetti coinvolti in operazioni belliche, per cui è necessaria un’autorizzazione politica.
Il caso si inserisce nel quadro degli accordi che regolano l’uso delle basi USA in Italia: alcune attività sono già autorizzate, mentre altre - soprattutto se operative - richiedono un passaggio formale del Governo.
Oggi Crosetto è intervenuto direttamente su X per chiarire la posizione, scrivendo:
Carmen Tortora
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Il caso si inserisce nel quadro degli accordi che regolano l’uso delle basi USA in Italia: alcune attività sono già autorizzate, mentre altre - soprattutto se operative - richiedono un passaggio formale del Governo.
Oggi Crosetto è intervenuto direttamente su X per chiarire la posizione, scrivendo:
"Qualcuno sta cercando di far passare il messaggio che l’Italia avrebbe deciso di sospendere l’uso delle basi agli assetti USA. Cosa semplicemente falsa, perché le basi sono attive, in uso e nulla è cambiato. Il Governo continua a fare ciò che hanno sempre fatto tutti i Governi italiani in totale aderenza agli impegni presi in Parlamento ed alla linea ribadita anche in Consiglio Supremo di Difesa in continuità con tutti i precedenti Consigli, nei decenni. Gli accordi internazionali disciplinano e distinguono con chiarezza ciò che necessita di specifica autorizzazione del Governo (per la quale si è deciso di coinvolgere sempre il Parlamento) in assenza della quale non è possibile concedere nulla e ciò che invece è considerato autorizzato tecnicamente perché ricompreso negli accordi. Un ministro deve solo farli rispettare. Terzium non datur. In ultimo voglio ribadire che non c’è alcun raffreddamento o tensione con gli USA, perché conoscono le regole che disciplinano dal 1954 la loro presenza in Italia bene come le conosciamo noi".
Carmen Tortora
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Nel cuore della Cina esiste un luogo poco conosciuto ma sorprendente: Yongtai Turtle City. Vista dall’alto, la sua struttura richiama chiaramente la forma di una tartaruga, simbolo di longevità e protezione nella cultura cinese. Non è una coincidenza, ma una scelta precisa, legata a un’idea di difesa e armonia con il territorio.
Costruita secoli fa come città fortificata, oggi appare quasi sospesa nel tempo. Le mura, le strade e l’impianto urbanistico raccontano una logica antica, dove ogni elemento aveva una funzione precisa. Non è solo un luogo storico, ma un esempio concreto di come architettura e simbolismo possano fondersi in modo naturale.
Buongiorno e buon mercoledì a tutti!
Carmen Tortora
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L’allarmismo rilanciato dai giornali mainstream fa il suo solito mestiere: gonfia un rischio reale fino a trasformarlo in una sceneggiata da scarsità imminente. In realtà l’Europa non è senza petrolio, ma si sta preparando a una disfunzione prolungata del mercato energetico. Il punto più delicato non è genericamente il greggio, ma soprattutto diesel e jet fuel, cioè i prodotti che possono diventare più vulnerabili quando si inceppano le rotte e la logistica. Bruxelles parla di misure volontarie per ridurre i consumi nei trasporti, ma intanto sfrutta la crisi per rilanciare la sua solita agenda fatta di rinnovabili, reti ed elettrificazione. L’Italia ha una base di scorte consistente e non è in una situazione da panico operativo. Il problema è un altro: mancano ancora dati pubblici davvero utili sulla composizione delle scorte, sulla loro localizzazione fisica e sulla quota immediatamente disponibile dei carburanti più critici. In sostanza, il sistema per ora regge, ma molto meno di quanto raccontino sia i giornali isterici sia la burocrazia europea con il suo solito linguaggio anestetico.
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Petrolio, scarsità e allarmismo mainstream
Dietro il panico, i numeri restano incompleti.
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La nomina di François-Louis Michaud alla guida dell’EBA (European Banking Authority, cioè l’Autorità bancaria europea che definisce le regole per il funzionamento delle banche nell’UE) viene presentata come una scelta tecnica, quasi inevitabile. Profilo solido, esperienza interna, competenza. Tutto corretto, ma anche estremamente conveniente. Quando il sistema promuove se stesso, non è cambiamento: è consolidamento.
Michaud non arriva da fuori, non rompe equilibri, non introduce discontinuità. È cresciuto nella vigilanza francese, poi è entrato nell’EBA e ne ha scalato i vertici fino a diventarne direttore esecutivo. Ora fa l’ultimo passo. È il classico funzionario di sistema: affidabile, prevedibile, perfettamente integrato.
Il punto però non è il singolo profilo, ma il quadro generale. Con la guida della BCE già in mano francese, la nuova autorità doganale assegnata a Lille e ora anche l’EBA sotto guida francese, Parigi si sta posizionando nei nodi decisivi del sistema economico europeo.
L’EBA non distribuisce denaro, ma decide come le banche devono funzionare. Stabilisce quanto capitale devono avere, quanto rischio possono assumere, come devono comportarsi nelle crisi. Sono scelte tecniche, ma con effetti concreti sull’economia.
Il punto è che queste regole non sono neutrali nella pratica. I sistemi bancari grandi e strutturati le assorbono meglio. Quelli più frammentati faticano di più. Il risultato non è un favoritismo dichiarato, ma un vantaggio implicito.
Poi c’è il vantaggio più importante: l’anticipo. Chi sta dentro questi organismi vede prima degli altri dove stanno andando le regole. Sa quali cambiamenti arriveranno, quali settori saranno più colpiti e quali avranno più spazio. Questo permette al proprio sistema di adattarsi prima e con meno costi.
Infine c’è il peso politico. Quando un Paese è presente nei centri che controllano la moneta e quelli che scrivono le regole, non ha bisogno di forzare le decisioni. È già nella posizione giusta per influenzarle.
In sostanza, non è una nomina neutrale. È un posizionamento. Pulito, legale, perfettamente presentabile. Ed è proprio per questo che funziona.
Carmen Tortora
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Michaud non arriva da fuori, non rompe equilibri, non introduce discontinuità. È cresciuto nella vigilanza francese, poi è entrato nell’EBA e ne ha scalato i vertici fino a diventarne direttore esecutivo. Ora fa l’ultimo passo. È il classico funzionario di sistema: affidabile, prevedibile, perfettamente integrato.
Il punto però non è il singolo profilo, ma il quadro generale. Con la guida della BCE già in mano francese, la nuova autorità doganale assegnata a Lille e ora anche l’EBA sotto guida francese, Parigi si sta posizionando nei nodi decisivi del sistema economico europeo.
L’EBA non distribuisce denaro, ma decide come le banche devono funzionare. Stabilisce quanto capitale devono avere, quanto rischio possono assumere, come devono comportarsi nelle crisi. Sono scelte tecniche, ma con effetti concreti sull’economia.
Il punto è che queste regole non sono neutrali nella pratica. I sistemi bancari grandi e strutturati le assorbono meglio. Quelli più frammentati faticano di più. Il risultato non è un favoritismo dichiarato, ma un vantaggio implicito.
Poi c’è il vantaggio più importante: l’anticipo. Chi sta dentro questi organismi vede prima degli altri dove stanno andando le regole. Sa quali cambiamenti arriveranno, quali settori saranno più colpiti e quali avranno più spazio. Questo permette al proprio sistema di adattarsi prima e con meno costi.
Infine c’è il peso politico. Quando un Paese è presente nei centri che controllano la moneta e quelli che scrivono le regole, non ha bisogno di forzare le decisioni. È già nella posizione giusta per influenzarle.
In sostanza, non è una nomina neutrale. È un posizionamento. Pulito, legale, perfettamente presentabile. Ed è proprio per questo che funziona.
Carmen Tortora
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L’alluminio sopra 3.450 dollari non è solo una fiammata di mercato. È il segnale di una filiera globale sempre più fragile: impianti colpiti nel Golfo, scorte basse, tempi lunghi per riavviare la produzione e un’Europa che negli anni ha perso una parte importante della propria capacità industriale. Il Medio Oriente pesa per circa il 9% dell’offerta globale, ma conta molto di più per le forniture dirette verso Europa e Stati Uniti. Per questo il problema non è soltanto che il metallo costa di più. Il problema è che può arrivare peggio, più tardi e con meno margini per chi produce. Dietro il rialzo dei prezzi c’è una verità semplice: il sistema industriale globale è diventato più rigido e basta uno shock in un nodo chiave per scaricare il conto sulle fabbriche.
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Alluminio sopra 3.450 dollari: il prezzo sale, ma il vero problema è che l’industria ha sempre meno margini
Il rally del metallo segnala una fragilità industriale che l’Europa non può più permettersi di ignorare.
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Alcune petroliere cariche di gasolio partite dagli Stati Uniti e inizialmente dirette in Europa hanno cambiato rotta durante la traversata atlantica. Secondo Bloomberg, le navi coinvolte sono Aliai, Minerva Vaso, Grand Ace6 ed Elka Delphi, con un carico complessivo di circa 1,2 milioni di barili. Una risulta diretta verso Lomé, in Togo, mentre le altre hanno virato più a sud o sono rimaste in attesa di nuove istruzioni. Il motivo è soprattutto economico: in questo momento alcuni compratori, soprattutto asiatici, stanno pagando di più per assicurarsi il gasolio, quindi per i venditori diventa più conveniente spostare i carichi verso quei mercati invece che lasciarli arrivare in Europa. A rendere il quadro ancora più teso contribuiscono sia la crisi di Hormuz, sia le difficoltà nei terminali russi di Primorsk e Ust-Luga, che stanno riducendo la disponibilità complessiva di diesel sul mercato. Reuters conferma infatti che parte delle forniture americane è stata reindirizzata verso altri sbocchi, mentre l’Asia sta assorbendo più volumi e sta comprimendo quelli destinati all’Europa.
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La Guyana conserva una delle meraviglie naturali più imponenti e meno alterate del pianeta: le cascate di Kaieteur. Situate sull’altopiano della Guiana, furono documentate nel 1870 dall’esploratore britannico Charles Barrington Brown.
Con un salto unico di circa 226 metri, le Kaieteur uniscono imponenza geologica e tradizione indigena Patamona, legata alla leggenda del capo Kaie che si sacrificò nel fiume Potaro.
Rimaste a lungo isolate, rappresentano oggi uno dei luoghi più autentici del Sud America.
Buongiorno e buon giovedì a tutti.
Carmen Tortora
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La crisi di Hormuz ha soltanto tolto il fondotinta a una fragilità energetica europea costruita con anni di propaganda, autoinganni e scelte miopi. Dal 2008 l’UE ha lasciato deperire la raffinazione proprio mentre aumentava il bisogno di diesel e jet fuel; dopo il 2022 ha poi spacciato per “diversificazione” quello che è stato soprattutto un trasferimento del rischio, dalla Russia a rotte marittime più lunghe, più costose e più vulnerabili. Così oggi Bruxelles riesce a essere contemporaneamente impeccabile nei documenti, moralmente soddisfatta nei discorsi e scandalosamente esposta nella realtà, proprio sui prodotti che tengono in piedi trasporti, aviazione e industria.
A questo punto ognuno può scegliersi la formula che preferisce: errori in serie o strategia di indebolimento mascherata da virtù. Il risultato, però, non cambia. Hormuz non colpisce solo il prezzo del petrolio: colpisce la miseria strategica di un’Europa che ha scambiato la recita della resilienza per una politica energetica e l’amministrazione permanente della propria dipendenza per una strategia.
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A questo punto ognuno può scegliersi la formula che preferisce: errori in serie o strategia di indebolimento mascherata da virtù. Il risultato, però, non cambia. Hormuz non colpisce solo il prezzo del petrolio: colpisce la miseria strategica di un’Europa che ha scambiato la recita della resilienza per una politica energetica e l’amministrazione permanente della propria dipendenza per una strategia.
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Perché l’UE si è messa da sola in condizione di subire la crisi di Hormuz
Bruxelles ha spostato il rischio, non lo ha risolto.
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Migranti e ONG: il meccanismo dei finanziamenti tedeschi
Nel 2025 l’alleanza tedesca di Ong United4Rescue ha speso 1.087.227 euro per operazioni nel Mediterraneo che si traducono quasi sempre in sbarchi in Italia: 600.000 euro a tre navi (Sea-Watch 5, Sea-Eye 5, Humanity 1) e il resto a una macchina logistica stabile. Dietro, una rete ampia legata alla Chiesa evangelica tedesca, capace di finanziare missioni continue. La narrativa è quella della solidarietà; la realtà è che i fondi partono dalla Germania, l’azione avviene in mare e gli effetti - accoglienza, costi, tensioni - ricadono sull’Italia.
È un meccanismo che somiglia a una pressione tra Stati, una guerra senza armi: uno paga, l’altro gestisce. Filiera lineare e ripetuta - fondi, operazioni, sbarchi - che incide sulle rotte migratorie mentre si presenta come soccorso. Chi finanzia resta al riparo, chi riceve assorbe l’impatto. Più fondi, più missioni, più arrivi: tutti solidali, purché il punto di arrivo sia qualcun altro.
Carmen Tortora
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Nel 2025 l’alleanza tedesca di Ong United4Rescue ha speso 1.087.227 euro per operazioni nel Mediterraneo che si traducono quasi sempre in sbarchi in Italia: 600.000 euro a tre navi (Sea-Watch 5, Sea-Eye 5, Humanity 1) e il resto a una macchina logistica stabile. Dietro, una rete ampia legata alla Chiesa evangelica tedesca, capace di finanziare missioni continue. La narrativa è quella della solidarietà; la realtà è che i fondi partono dalla Germania, l’azione avviene in mare e gli effetti - accoglienza, costi, tensioni - ricadono sull’Italia.
È un meccanismo che somiglia a una pressione tra Stati, una guerra senza armi: uno paga, l’altro gestisce. Filiera lineare e ripetuta - fondi, operazioni, sbarchi - che incide sulle rotte migratorie mentre si presenta come soccorso. Chi finanzia resta al riparo, chi riceve assorbe l’impatto. Più fondi, più missioni, più arrivi: tutti solidali, purché il punto di arrivo sia qualcun altro.
Carmen Tortora
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ETS, meno moralismo e più contabilità: l’Europa smette di cancellare quote perché il gioco iniziava a costare troppo
Bruxelles cambia una regola chiave dell’ETS: le quote in eccesso non verranno più cancellate, ma tenute nella riserva. In pratica, non si riducono più in modo definitivo i permessi a inquinare perché farlo, in un mercato già sotto pressione, rischia di far salire troppo i prezzi. Il meccanismo della scarsità programmata funziona finché l’energia è stabile; quando non lo è, finisce per aumentare i costi invece di controllarli.
L’ETS è stato presentato come leva della transizione: meno quote disponibili, prezzi più alti, imprese spinte a ridurre le emissioni. Nella pratica è anche un sistema che scarica costi: le aziende pagano le quote, trasferiscono il costo sui prezzi, e il conto arriva a famiglie e filiere mentre gli Stati incassano dalle aste. La cancellazione delle quote era il punto centrale: ogni quota eliminata riduceva per sempre lo spazio di emissione. Sulla carta disciplina, nella realtà rigidità che peggiora le fasi di crisi.
Ora si corregge: le quote restano nella Market Stability Reserve e possono essere rimesse sul mercato quando serve. Non è un rafforzamento, è un modo per evitare che il sistema sfugga di mano. Meno riduzione irreversibile, più capacità di intervento. L’ETS resta perché è ormai integrato nelle politiche europee, ma cambia natura: da meccanismo automatico a strumento da gestire. Quando serve intervenire manualmente su un sistema che doveva funzionare da solo, significa che il modello iniziale non reggeva davvero.
Carmen Tortora
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Bruxelles cambia una regola chiave dell’ETS: le quote in eccesso non verranno più cancellate, ma tenute nella riserva. In pratica, non si riducono più in modo definitivo i permessi a inquinare perché farlo, in un mercato già sotto pressione, rischia di far salire troppo i prezzi. Il meccanismo della scarsità programmata funziona finché l’energia è stabile; quando non lo è, finisce per aumentare i costi invece di controllarli.
L’ETS è stato presentato come leva della transizione: meno quote disponibili, prezzi più alti, imprese spinte a ridurre le emissioni. Nella pratica è anche un sistema che scarica costi: le aziende pagano le quote, trasferiscono il costo sui prezzi, e il conto arriva a famiglie e filiere mentre gli Stati incassano dalle aste. La cancellazione delle quote era il punto centrale: ogni quota eliminata riduceva per sempre lo spazio di emissione. Sulla carta disciplina, nella realtà rigidità che peggiora le fasi di crisi.
Ora si corregge: le quote restano nella Market Stability Reserve e possono essere rimesse sul mercato quando serve. Non è un rafforzamento, è un modo per evitare che il sistema sfugga di mano. Meno riduzione irreversibile, più capacità di intervento. L’ETS resta perché è ormai integrato nelle politiche europee, ma cambia natura: da meccanismo automatico a strumento da gestire. Quando serve intervenire manualmente su un sistema che doveva funzionare da solo, significa che il modello iniziale non reggeva davvero.
Carmen Tortora
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Audio
Buongiorno a tutti,
ho pensato di condividere una sintesi vocale dei dati sulla situazione energetica in Italia in questi giorni, già analizzati negli articoli pubblicati. Come spiego nell’audio, non sono riuscita a reperire dati aggiornati al 2026 sulla composizione del greggio utilizzato nel Paese: ci si ferma a giugno 2025. Non esattamente il massimo della trasparenza per un sistema che pretende di pianificare il futuro energetico. Gli scenari che propongo, quindi, si basano su quei dati.
L’audio è stato registrato prima delle ultime dichiarazioni di Donald Trump, che hanno rapidamente riportato la realtà al centro del tavolo. Le speranze di una chiusura veloce del conflitto tra Stati Uniti e Iran si stanno sgonfiando: è stata annunciata un’intensificazione delle operazioni militari nelle prossime settimane, senza alcuna indicazione concreta sui tempi di uscita. I mercati, come prevedibile, hanno reagito senza troppi giri di parole: petrolio oltre i 100 dollari al barile, borse in calo e dollaro in rafforzamento.
L’Iran ha risposto alzando ulteriormente il livello dello scontro, con minacce di attacchi più ampi e distruttivi contro Stati Uniti e Israele e nessuna disponibilità, almeno per ora, a discutere tregue temporanee. Tradotto: nessuno sembra avere davvero interesse a spegnere l’incendio nel breve periodo.
Il punto critico resta lo Stretto di Hormuz, ormai compromesso dagli attacchi alle petroliere. Ed è qui che la narrazione sulla “sicurezza energetica” europea mostra tutte le sue fragilità: basta un collo di bottiglia per mettere sotto pressione un sistema che dipende da rotte che non controlla.
Circa 35 paesi stanno discutendo come garantire la sicurezza della navigazione, ma molti - inclusi diversi Stati europei - si dichiarano disponibili solo in presenza di un cessate il fuoco. In pratica: si interviene solo quando il problema è già rientrato. Nel frattempo, i paesi del Golfo evitano qualsiasi risposta diretta per non allargare ulteriormente il conflitto.
Per questo, nell’audio, ha più senso concentrarsi sugli scenari di medio-lungo periodo. Nell’articolo di stamattina ho spiegato come l’Unione Europea, consapevolmente o meno (io continuo a pensare consapevolmente), abbia costruito negli anni la propria esposizione attuale.
I report immediatamente precedenti all’attacco parlavano di un’operazione rapida e circoscritta. Ma, come anticipavo già a inizio anno, questo ciclo sta prendendo una direzione diversa: più lunga, più instabile e decisamente meno controllabile. Chi guarda solo al breve rischia di arrivare tardi.
Perdonate la qualità dell’audio: è il primo tentativo.
https://drive.google.com/file/d/1hE73xRE30cPaXN0ZqfqIrlIefJM9PujF/view?usp=drive_link
Carmen Tortora
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ho pensato di condividere una sintesi vocale dei dati sulla situazione energetica in Italia in questi giorni, già analizzati negli articoli pubblicati. Come spiego nell’audio, non sono riuscita a reperire dati aggiornati al 2026 sulla composizione del greggio utilizzato nel Paese: ci si ferma a giugno 2025. Non esattamente il massimo della trasparenza per un sistema che pretende di pianificare il futuro energetico. Gli scenari che propongo, quindi, si basano su quei dati.
L’audio è stato registrato prima delle ultime dichiarazioni di Donald Trump, che hanno rapidamente riportato la realtà al centro del tavolo. Le speranze di una chiusura veloce del conflitto tra Stati Uniti e Iran si stanno sgonfiando: è stata annunciata un’intensificazione delle operazioni militari nelle prossime settimane, senza alcuna indicazione concreta sui tempi di uscita. I mercati, come prevedibile, hanno reagito senza troppi giri di parole: petrolio oltre i 100 dollari al barile, borse in calo e dollaro in rafforzamento.
L’Iran ha risposto alzando ulteriormente il livello dello scontro, con minacce di attacchi più ampi e distruttivi contro Stati Uniti e Israele e nessuna disponibilità, almeno per ora, a discutere tregue temporanee. Tradotto: nessuno sembra avere davvero interesse a spegnere l’incendio nel breve periodo.
Il punto critico resta lo Stretto di Hormuz, ormai compromesso dagli attacchi alle petroliere. Ed è qui che la narrazione sulla “sicurezza energetica” europea mostra tutte le sue fragilità: basta un collo di bottiglia per mettere sotto pressione un sistema che dipende da rotte che non controlla.
Circa 35 paesi stanno discutendo come garantire la sicurezza della navigazione, ma molti - inclusi diversi Stati europei - si dichiarano disponibili solo in presenza di un cessate il fuoco. In pratica: si interviene solo quando il problema è già rientrato. Nel frattempo, i paesi del Golfo evitano qualsiasi risposta diretta per non allargare ulteriormente il conflitto.
Per questo, nell’audio, ha più senso concentrarsi sugli scenari di medio-lungo periodo. Nell’articolo di stamattina ho spiegato come l’Unione Europea, consapevolmente o meno (io continuo a pensare consapevolmente), abbia costruito negli anni la propria esposizione attuale.
I report immediatamente precedenti all’attacco parlavano di un’operazione rapida e circoscritta. Ma, come anticipavo già a inizio anno, questo ciclo sta prendendo una direzione diversa: più lunga, più instabile e decisamente meno controllabile. Chi guarda solo al breve rischia di arrivare tardi.
Perdonate la qualità dell’audio: è il primo tentativo.
https://drive.google.com/file/d/1hE73xRE30cPaXN0ZqfqIrlIefJM9PujF/view?usp=drive_link
Carmen Tortora
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Se il link non dovesse aprirsi, lo riporto qui sotto. In ogni caso, è bene chiarire un punto: non credo assolutamente che qualcuno, anche se psicopatico, abbia interesse a portare il sistema a un collasso economico globale. Più realisticamente, si punta a innescare un aumento strutturale dei costi, funzionale a drenare ulteriori risorse per finanziare un presunto “cambiamento epocale”, leggasi “Great Reset”. Nel frattempo, prende forma un’inflazione silenziosa ma sempre più aggressiva, che agisce come un prelievo continuo - e di fatto inevitabile - a carico esclusivo dei cittadini, senza strumenti reali di difesa.
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Il Wägitalersee è un lago artificiale situato nella pittoresca valle di Schwyz, in Svizzera. Creato nel 1924 con la costruzione di una diga sul fiume Wägitaler Aa, rappresenta uno dei primi esempi di infrastruttura idroelettrica del Paese.
Circondato da montagne alpine e boschi, il lago unisce ingegneria e paesaggio naturale, diventando nel tempo una meta apprezzata per escursioni e attività all’aria aperta.
Buongiorno e buon venerdì a tutti.
Carmen Tortora
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La guerra all’Iran non sta affatto distruggendo il mercato energetico: lo sta riorganizzando a vantaggio di chi controlla ancora industria, logistica, raffinazione e accesso alle molecole, mentre il costo viene scaricato sui cittadini sotto forma di carburanti più cari, trasporti più costosi e inflazione importata. La Cina rivende LNG a prezzi record perché ha copertura interna sufficiente, più produzione domestica e flussi via pipeline che le consentono di monetizzare la scarsità altrui. L’India fa lo stesso sul lato dei prodotti raffinati: compra greggio russo scontato, lo lavora a pieno ritmo e riempie il Sud-Est asiatico di gasolio proprio mentre il Medio Oriente si inceppa e altri sistemi vanno in affanno. Sullo sfondo resta Hormuz, il collo di bottiglia da cui passa quasi il 20% del commercio globale di LNG e una quota decisiva del petrolio mondiale, senza alternative rapide credibili. La parte più oscena è che questa vulnerabilità era perfettamente nota: si sapeva che smantellare capacità industriale, aumentare la dipendenza dalle rotte critiche e rinunciare al controllo dei flussi avrebbe trasformato ogni crisi in un gigantesco trasferimento di ricchezza dai consumatori verso chi resta attaccato ai rubinetti energetici. Non è un incidente, non è una sorpresa e non è nemmeno un semplice errore di valutazione: è il risultato di un modello costruito per rendere strutturale lo scarico dei costi verso il basso e la concentrazione dei margini verso l’alto, mentre tutto viene rivestito di linguaggio tecnico, emergenza e falsa inevitabilità.
Versione integrale e approfondimenti su Substack | Carmen Tortora (http://t.me/carmen_tortora1)
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Perché l’UE si è messa da sola in condizione di subire la crisi di Hormuz
Bruxelles ha spostato il rischio, non lo ha risolto.
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Per Ursula von der Leyen la crisi energetica ed economica in atto ha un responsabile chiaro, semplice e soprattutto comodo: l’Iran. Non importa che l’Europa abbia passato anni a smantellare pezzi della propria capacità industriale ed energetica, non importa che la vulnerabilità sulle rotte e sui prodotti raffinati sia stata costruita con metodo dal 2008 in poi, non importa nemmeno che gli Stati Uniti abbiano deciso di colpire militarmente Teheran. No, la colpa è dell’Iran. O meglio: dell’Iran che reagisce. Una semplificazione così brutale da risultare quasi comica, se non fosse che viene presa sul serio.
La logica è ormai quella più comoda: chi subisce diventa responsabile, chi attacca scompare dal racconto. Se vieni colpito e rispondi, diventi tu il problema. Se una guerra viene innescata da altri, diventa automaticamente una tua colpa. Una narrazione perfetta per chi non vuole spiegare nulla e ha bisogno solo di un bersaglio da esibire.
Nel frattempo, mentre Bruxelles distribuisce responsabilità con una leggerezza quasi disarmante, altri almeno provano a ragionare. Il Regno Unito apre un confronto per riattivare il traffico nello Stretto di Hormuz, l’Italia prova a mettere insieme corridoi umanitari per merci essenziali - fertilizzanti, beni alimentari, energia - e a evocare un mandato ONU per garantire il passaggio delle navi. Non per virtù improvvisa, ma perché qualcuno ha capito che senza rotte aperte non arriva nulla: né petrolio, né GNL, né jet fuel. E senza energia, le dichiarazioni indignate restano carta straccia.
Il dato reale è semplice: attraverso Hormuz passa circa il 20% del petrolio mondiale trasportato via mare, insieme a una quota rilevante di GNL e prodotti raffinati. Bloccarlo significa colpire contemporaneamente energia, logistica e sicurezza alimentare. Ma anche davanti a un fatto così elementare, la narrativa resta infantile: invece di guardare alle cause, si preferisce prendere l’effetto e trasformarlo in colpa.
Ed ecco il paradosso. L’Europa si espone, smantella protezioni industriali, si rende dipendente da rotte fragili ma potrebbe benissimo ridurre il danno scegliendo di riaprire canali energetici più convenienti, a partire da quelli con la Russia, eppure continua a indicare come principale responsabile chi quelle conseguenze le sta subendo insieme agli altri. Una costruzione talmente forzata da sembrare più propaganda che analisi. Ma funziona: soprattutto quando serve a giustificare rincari e trasferimenti di costo verso il basso.
Von der Leyen, in questo quadro, non guida nulla. Si limita ad allinearsi. Nessuna parola sugli attacchi iniziali, nessuna distinzione tra causa e reazione, nessun tentativo di uscire da uno schema già scritto. Solo una posizione “univoca”, che suona più come disciplina che come leadership.
Il risultato è un’Europa che si racconta come potenza ma si comporta come sistema passivo. Si atteggia a leone, ma reagisce da preda. E nel frattempo utilizza ogni crisi come occasione per scaricare costi sui cittadini, accelerando su militarizzazione, digitalizzazione, nucleare e transizione energetica, tutte finanziate indirettamente attraverso l’aumento dei prezzi. Non per errore, non per distrazione, ma perché è il meccanismo che si è scelto.
Nel frattempo i mercati fanno quello che fanno sempre: reagiscono prima delle dichiarazioni, alzano i prezzi, comprimono le rotte e ignorano le narrazioni ufficiali. La realtà, come al solito, non si adegua alla versione politica.
Ma su una cosa almeno c’è coerenza: il colpevole è già stato deciso in anticipo.
Carmen Tortora
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La logica è ormai quella più comoda: chi subisce diventa responsabile, chi attacca scompare dal racconto. Se vieni colpito e rispondi, diventi tu il problema. Se una guerra viene innescata da altri, diventa automaticamente una tua colpa. Una narrazione perfetta per chi non vuole spiegare nulla e ha bisogno solo di un bersaglio da esibire.
Nel frattempo, mentre Bruxelles distribuisce responsabilità con una leggerezza quasi disarmante, altri almeno provano a ragionare. Il Regno Unito apre un confronto per riattivare il traffico nello Stretto di Hormuz, l’Italia prova a mettere insieme corridoi umanitari per merci essenziali - fertilizzanti, beni alimentari, energia - e a evocare un mandato ONU per garantire il passaggio delle navi. Non per virtù improvvisa, ma perché qualcuno ha capito che senza rotte aperte non arriva nulla: né petrolio, né GNL, né jet fuel. E senza energia, le dichiarazioni indignate restano carta straccia.
Il dato reale è semplice: attraverso Hormuz passa circa il 20% del petrolio mondiale trasportato via mare, insieme a una quota rilevante di GNL e prodotti raffinati. Bloccarlo significa colpire contemporaneamente energia, logistica e sicurezza alimentare. Ma anche davanti a un fatto così elementare, la narrativa resta infantile: invece di guardare alle cause, si preferisce prendere l’effetto e trasformarlo in colpa.
Ed ecco il paradosso. L’Europa si espone, smantella protezioni industriali, si rende dipendente da rotte fragili ma potrebbe benissimo ridurre il danno scegliendo di riaprire canali energetici più convenienti, a partire da quelli con la Russia, eppure continua a indicare come principale responsabile chi quelle conseguenze le sta subendo insieme agli altri. Una costruzione talmente forzata da sembrare più propaganda che analisi. Ma funziona: soprattutto quando serve a giustificare rincari e trasferimenti di costo verso il basso.
Von der Leyen, in questo quadro, non guida nulla. Si limita ad allinearsi. Nessuna parola sugli attacchi iniziali, nessuna distinzione tra causa e reazione, nessun tentativo di uscire da uno schema già scritto. Solo una posizione “univoca”, che suona più come disciplina che come leadership.
Il risultato è un’Europa che si racconta come potenza ma si comporta come sistema passivo. Si atteggia a leone, ma reagisce da preda. E nel frattempo utilizza ogni crisi come occasione per scaricare costi sui cittadini, accelerando su militarizzazione, digitalizzazione, nucleare e transizione energetica, tutte finanziate indirettamente attraverso l’aumento dei prezzi. Non per errore, non per distrazione, ma perché è il meccanismo che si è scelto.
Nel frattempo i mercati fanno quello che fanno sempre: reagiscono prima delle dichiarazioni, alzano i prezzi, comprimono le rotte e ignorano le narrazioni ufficiali. La realtà, come al solito, non si adegua alla versione politica.
Ma su una cosa almeno c’è coerenza: il colpevole è già stato deciso in anticipo.
Carmen Tortora
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Pfizer riesce nel piccolo capolavoro di incassare quasi 2 miliardi di euro di denaro pubblico per dosi che diversi governi europei considerano ormai inutili, e nel frattempo si ritrova costretta a fermare negli Stati Uniti uno studio sul nuovo vaccino Covid perché i partecipanti non si trovano. Tradotto: da una parte pretende soldi per prodotti che rischiano di finire direttamente nei rifiuti, dall’altra scopre che senza domanda reale e senza numeri sufficienti anche la macchina regolatoria si inceppa.
Il primo fronte riguarda la sentenza del tribunale di Bruxelles, che ha dato ragione a Pfizer e BioNTech contro Polonia e Romania, obbligandole a rispettare contratti firmati nel pieno della stagione emergenziale europea. La sostanza è piuttosto semplice: i governi dicono che quelle dosi non servono più, Pfizer replica che il contratto va pagato lo stesso, e il tribunale conferma. Così il colosso farmaceutico porta a casa 1,3 miliardi dalla Polonia e 600 milioni dalla Romania, mentre il valore pratico del prodotto sembra ormai secondario. L’importante, come spesso accade, è che la fattura resti esigibile.
Il secondo fronte è quasi grottesco. Negli Stati Uniti Pfizer interrompe prematuramente uno studio sul vaccino Covid aggiornato perché il reclutamento è troppo lento e i criteri richiesti dalla FDA sono più severi. In altre parole, quando servono dati solidi e persone disposte a partecipare, il terreno sotto i piedi diventa molto meno comodo. Oltre l’80% dei candidati non ha superato lo screening iniziale, e la copertura con richiamo nella stagione 2025/26 è rimasta intorno al 18%. Segnale piuttosto eloquente: la spinta commerciale e politica non basta più a produrre automaticamente adesione.
Il quadro che esce da questi due episodi è abbastanza sgradevole. Pfizer appare come un gigante perfettamente a suo agio quando deve far valere clausole capestro contro Stati che non vogliono più merce superflua, molto meno brillante quando deve dimostrare sul campo che il prodotto ha ancora una domanda convincente e una base scientifica-regolatoria facile da sostenere. Insomma, sul piano giudiziario sa farsi rispettare benissimo; sul piano della credibilità e dell’utilità concreta, la faccenda sembra molto più traballante. E il dettaglio più irritante è sempre lo stesso: quando il gioco funziona, paga il pubblico; quando non funziona più, il conto prova comunque a restare in mano ai contribuenti.
Carmen Tortora
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Il primo fronte riguarda la sentenza del tribunale di Bruxelles, che ha dato ragione a Pfizer e BioNTech contro Polonia e Romania, obbligandole a rispettare contratti firmati nel pieno della stagione emergenziale europea. La sostanza è piuttosto semplice: i governi dicono che quelle dosi non servono più, Pfizer replica che il contratto va pagato lo stesso, e il tribunale conferma. Così il colosso farmaceutico porta a casa 1,3 miliardi dalla Polonia e 600 milioni dalla Romania, mentre il valore pratico del prodotto sembra ormai secondario. L’importante, come spesso accade, è che la fattura resti esigibile.
Il secondo fronte è quasi grottesco. Negli Stati Uniti Pfizer interrompe prematuramente uno studio sul vaccino Covid aggiornato perché il reclutamento è troppo lento e i criteri richiesti dalla FDA sono più severi. In altre parole, quando servono dati solidi e persone disposte a partecipare, il terreno sotto i piedi diventa molto meno comodo. Oltre l’80% dei candidati non ha superato lo screening iniziale, e la copertura con richiamo nella stagione 2025/26 è rimasta intorno al 18%. Segnale piuttosto eloquente: la spinta commerciale e politica non basta più a produrre automaticamente adesione.
Il quadro che esce da questi due episodi è abbastanza sgradevole. Pfizer appare come un gigante perfettamente a suo agio quando deve far valere clausole capestro contro Stati che non vogliono più merce superflua, molto meno brillante quando deve dimostrare sul campo che il prodotto ha ancora una domanda convincente e una base scientifica-regolatoria facile da sostenere. Insomma, sul piano giudiziario sa farsi rispettare benissimo; sul piano della credibilità e dell’utilità concreta, la faccenda sembra molto più traballante. E il dettaglio più irritante è sempre lo stesso: quando il gioco funziona, paga il pubblico; quando non funziona più, il conto prova comunque a restare in mano ai contribuenti.
Carmen Tortora
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Anguilla è un’isola dei Caraibi e un territorio britannico d’oltremare con ampia autonomia interna. Colonizzata dagli inglesi nel XVII secolo, ha mantenuto nel tempo un forte legame istituzionale con il Regno Unito, pur sviluppando una propria identità politica e amministrativa.
Oggi Anguilla è conosciuta per le sue spiagge incontaminate e per un modello economico basato su turismo di alta gamma e servizi finanziari, in equilibrio tra dipendenza esterna e gestione locale.
Buongiorno e buon sabato a tutti.
Carmen Tortora
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L’Europa continua a vendersi come il continente dei diritti, della mobilità, della libera circolazione e di tutta la liturgia morale con cui ama autocelebrarsi. Poi però, appena ci si avvicina ai confini, il trucco si vede benissimo: muri, recinzioni, sensori, pattuglie, controlli biometrici, banche dati, procedure accelerate, respingimenti. E no, non si tratta semplicemente di “proteggere gli ingressi”, come ripete la propaganda istituzionale con la consueta faccia di bronzo. Il punto è molto più profondo e molto più inquietante: queste infrastrutture servono anche a trasformare il confine in un dispositivo di contenimento, in un meccanismo che non regola soltanto chi può entrare, ma prepara un modello in cui i movimenti vengono tracciati, filtrati, autorizzati o bloccati in entrambe le direzioni.
Perché quando costruisci una frontiera fatta di barriere fisiche, sorveglianza continua e identità digitali interoperabili, non stai semplicemente alzando un argine contro l’esterno. Stai costruendo una gabbia sofisticata, presentata come amministrazione razionale. Il muro, in fondo, è solo la parte più volgare del sistema. Il resto è molto più elegante e quindi molto più pericoloso: telecamere, database, sistemi di ingresso-uscita, controlli automatici, potere discrezionale rivestito di linguaggio tecnico. Il cittadino medio, come sempre, viene invitato a credere che tutto questo serva a difenderlo. In realtà dovrebbe forse cominciare a chiedersi da quando la libertà di movimento sia diventata una concessione revocabile, subordinata a un’infrastruttura di controllo sempre più capillare.
La verità è che l’Europa sta smettendo di essere uno spazio aperto e sta diventando una fortezza amministrata digitalmente, dove la retorica della sicurezza giustifica qualsiasi cosa e dove il confine non è più solo una linea geografica, ma una tecnologia politica. Non è tutela e non è ordine: è disciplinamento del movimento travestito da sicurezza. E forse dovremmo piantarla di trattare Orwell come l’autore di un semplice romanzo distopico. Forse è il caso di prendere atto che aveva descritto con lucidità ciò che sarebbe arrivato, perché aveva capito prima di molti altri che il potere, quando vuole durare, non si limita a chiudere le porte: arriva a decidere perfino chi può oltrepassarle, in quale direzione e a quali condizioni.
Versione integrale e approfondimenti su Substack | Carmen Tortora (http://t.me/carmen_tortora1)
Perché quando costruisci una frontiera fatta di barriere fisiche, sorveglianza continua e identità digitali interoperabili, non stai semplicemente alzando un argine contro l’esterno. Stai costruendo una gabbia sofisticata, presentata come amministrazione razionale. Il muro, in fondo, è solo la parte più volgare del sistema. Il resto è molto più elegante e quindi molto più pericoloso: telecamere, database, sistemi di ingresso-uscita, controlli automatici, potere discrezionale rivestito di linguaggio tecnico. Il cittadino medio, come sempre, viene invitato a credere che tutto questo serva a difenderlo. In realtà dovrebbe forse cominciare a chiedersi da quando la libertà di movimento sia diventata una concessione revocabile, subordinata a un’infrastruttura di controllo sempre più capillare.
La verità è che l’Europa sta smettendo di essere uno spazio aperto e sta diventando una fortezza amministrata digitalmente, dove la retorica della sicurezza giustifica qualsiasi cosa e dove il confine non è più solo una linea geografica, ma una tecnologia politica. Non è tutela e non è ordine: è disciplinamento del movimento travestito da sicurezza. E forse dovremmo piantarla di trattare Orwell come l’autore di un semplice romanzo distopico. Forse è il caso di prendere atto che aveva descritto con lucidità ciò che sarebbe arrivato, perché aveva capito prima di molti altri che il potere, quando vuole durare, non si limita a chiudere le porte: arriva a decidere perfino chi può oltrepassarle, in quale direzione e a quali condizioni.
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L’Europa che si raccontava aperta sta diventando una frontiera armata
Barriere fisiche, sorveglianza digitale, procedure accelerate: il confine europeo non si limita più a controllare, ormai seleziona, blocca e respinge.
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A Bologna, nel quartiere Navile, nascerà entro giugno la prima zona residenziale scolastica con limite a 20 km/h. Strade ristrette, segnaletica dedicata e interventi fisici per rallentare il traffico davanti a nido, materna ed elementare. Ufficialmente è un progetto pilota per sicurezza e accessibilità. In pratica, la misura viene presentata come inevitabile e neutrale.
Non nasce dal traffico di una singola strada. Deriva da una visione urbanistica europea che punta a ridurre spazio, velocità e ruolo dell’auto privata. Il Comune lo esplicita: progetto europeo REALLOCATE e Bologna Missione Clima. La filiera è chiara: sostenibilità, sicurezza, accessibilità, neutralità climatica-con un esito costante, rendere l’auto più lenta e meno conveniente.
Dopo la bocciatura della Città 30 da parte del TAR Emilia-Romagna (impostazione troppo generale e motivazioni deboli), non c’è stato un ripensamento. Solo un cambio di metodo: se non puoi imporre un limite unico, lo introduci a pezzi-aree scolastiche, quartieri pilota, zone speciali, restringimenti mirati. Stessa linea, confezionata per essere più difficile da contestare.
Lo scudo è la sicurezza. Vero: ridurre la velocità diminuisce la gravità degli incidenti. Ma qui quel principio diventa leva per una trasformazione più ampia. Non si tratta solo di rallentare davanti a una scuola; si costruisce un modello in cui l’auto resta tollerata ma sempre meno funzionale.
A 20 km/h non si chiede solo prudenza: si abbassa l’efficienza del mezzo. Con carreggiate ristrette, ostacoli e spazi ridisegnati, il messaggio è semplice: non vieto l’auto, ma la rendo scomoda. È una tecnica indiretta per ridurre la mobilità privata senza dichiararlo apertamente.
Il nodo è politico. Queste misure vengono raccontate come correzioni di buon senso, ma fanno parte di una strategia: spostare la città fuori dall’auto privata. Dai 30 ai 20, dalle zone scolastiche alle restrizioni progressive, con una narrazione che attribuisce all’auto il problema da contenere.
Bologna non sta improvvisando: sta applicando una linea che viene dai programmi europei sulle città climaticamente neutre e dalla redistribuzione dello spazio stradale. I 20 km/h non sono un’eccezione, ma un passo coerente di una strategia che riduce l’auto a ruolo marginale. Carmen Tortora (http://t.me/carmen_tortora1)
Non nasce dal traffico di una singola strada. Deriva da una visione urbanistica europea che punta a ridurre spazio, velocità e ruolo dell’auto privata. Il Comune lo esplicita: progetto europeo REALLOCATE e Bologna Missione Clima. La filiera è chiara: sostenibilità, sicurezza, accessibilità, neutralità climatica-con un esito costante, rendere l’auto più lenta e meno conveniente.
Dopo la bocciatura della Città 30 da parte del TAR Emilia-Romagna (impostazione troppo generale e motivazioni deboli), non c’è stato un ripensamento. Solo un cambio di metodo: se non puoi imporre un limite unico, lo introduci a pezzi-aree scolastiche, quartieri pilota, zone speciali, restringimenti mirati. Stessa linea, confezionata per essere più difficile da contestare.
Lo scudo è la sicurezza. Vero: ridurre la velocità diminuisce la gravità degli incidenti. Ma qui quel principio diventa leva per una trasformazione più ampia. Non si tratta solo di rallentare davanti a una scuola; si costruisce un modello in cui l’auto resta tollerata ma sempre meno funzionale.
A 20 km/h non si chiede solo prudenza: si abbassa l’efficienza del mezzo. Con carreggiate ristrette, ostacoli e spazi ridisegnati, il messaggio è semplice: non vieto l’auto, ma la rendo scomoda. È una tecnica indiretta per ridurre la mobilità privata senza dichiararlo apertamente.
Il nodo è politico. Queste misure vengono raccontate come correzioni di buon senso, ma fanno parte di una strategia: spostare la città fuori dall’auto privata. Dai 30 ai 20, dalle zone scolastiche alle restrizioni progressive, con una narrazione che attribuisce all’auto il problema da contenere.
Bologna non sta improvvisando: sta applicando una linea che viene dai programmi europei sulle città climaticamente neutre e dalla redistribuzione dello spazio stradale. I 20 km/h non sono un’eccezione, ma un passo coerente di una strategia che riduce l’auto a ruolo marginale. Carmen Tortora (http://t.me/carmen_tortora1)
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La missione di Giorgia Meloni nel Golfo del 3 aprile 2026 va letta come un intervento politico su un dossier che tocca direttamente prezzi, imprese e sicurezza energetica. In una fase di tensione su Hormuz, il viaggio tra Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti non è semplice diplomazia di presenza: è il tentativo di presidiare i rapporti con partner ancora centrali per petrolio, gas e stabilità dei mercati.
Sul gas, il punto più concreto resta il contratto Edison-QatarEnergy da 6,4 miliardi di metri cubi l’anno, pari a circa il 10% del consumo italiano. Edison ha indicato che fino allo stop di aprile erano già arrivati circa 1,6 miliardi di metri cubi. Edison ha anche segnalato la mancata consegna di 10 carichi fra aprile e metà giugno. Il buco immediato da coprire è quindi stimabile in circa 1,5-1,6 bcm. Il canale più concreto di sostituzione è Golden Pass, in Texas, da cui da giugno 2026 dovrebbero iniziare nuove forniture LNG. Tuttavia, non è stato reso noto quanti volumi siano già stati allocati all’Italia né quanti dei carichi saltati verranno effettivamente rimpiazzati.
Su Algeria e Azerbaigian, il quadro è più politico che quantitativo. L’Algeria già forniva circa 20 miliardi di metri cubi l’anno, quasi il 30% del fabbisogno italiano, ma non risultano volumi aggiuntivi già pubblicamente quantificati. Lo stesso vale per l’Azerbaigian. Per ora, dunque, solo il canale USA ha contorni operativi più concreti, mentre gli altri restano soprattutto opzioni di compensazione.
Sul petrolio il quadro è più flessibile, perché l’Italia ha una maggiore diversificazione sia nelle origini degli approvvigionamenti sia nella gestione della filiera. Il Golfo pesa per circa il 12% delle importazioni petrolifere italiane: una quota rilevante, ma meno rigida del gas sul piano della sostituzione dei fornitori. Questo non mette comunque il Paese al riparo da tensioni su prezzi, logistica e prodotti raffinati. La tenuta dipenderà dalla durata della crisi e dalla rapidità con cui eventuali volumi mancanti potranno essere rimpiazzati. Anche per questo la missione nel Golfo serve a rafforzare rapporti utili a contenere nuovi shock.
Carmen Tortora
http://t.me/carmen_tortora1
Sul gas, il punto più concreto resta il contratto Edison-QatarEnergy da 6,4 miliardi di metri cubi l’anno, pari a circa il 10% del consumo italiano. Edison ha indicato che fino allo stop di aprile erano già arrivati circa 1,6 miliardi di metri cubi. Edison ha anche segnalato la mancata consegna di 10 carichi fra aprile e metà giugno. Il buco immediato da coprire è quindi stimabile in circa 1,5-1,6 bcm. Il canale più concreto di sostituzione è Golden Pass, in Texas, da cui da giugno 2026 dovrebbero iniziare nuove forniture LNG. Tuttavia, non è stato reso noto quanti volumi siano già stati allocati all’Italia né quanti dei carichi saltati verranno effettivamente rimpiazzati.
Su Algeria e Azerbaigian, il quadro è più politico che quantitativo. L’Algeria già forniva circa 20 miliardi di metri cubi l’anno, quasi il 30% del fabbisogno italiano, ma non risultano volumi aggiuntivi già pubblicamente quantificati. Lo stesso vale per l’Azerbaigian. Per ora, dunque, solo il canale USA ha contorni operativi più concreti, mentre gli altri restano soprattutto opzioni di compensazione.
Sul petrolio il quadro è più flessibile, perché l’Italia ha una maggiore diversificazione sia nelle origini degli approvvigionamenti sia nella gestione della filiera. Il Golfo pesa per circa il 12% delle importazioni petrolifere italiane: una quota rilevante, ma meno rigida del gas sul piano della sostituzione dei fornitori. Questo non mette comunque il Paese al riparo da tensioni su prezzi, logistica e prodotti raffinati. La tenuta dipenderà dalla durata della crisi e dalla rapidità con cui eventuali volumi mancanti potranno essere rimpiazzati. Anche per questo la missione nel Golfo serve a rafforzare rapporti utili a contenere nuovi shock.
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