Carmen Tortora
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Qui non si rincorre il fatto del giorno: si analizzano le dinamiche strutturali tra geopolitica, energia, UE e finanza per capire dove si sposta davvero l’equilibrio globale.
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La Siria ha riattivato il transito via terra di fuel oil iracheno verso Baniyas, con contratti SOMO per circa 650.000 tonnellate al mese. La notizia è reale, ma la quantità basta già a ridimensionarla: parliamo di circa 140.000 barili al giorno, una quota minima rispetto ai volumi che normalmente passano da Hormuz. Più che una nuova rotta strategica, è un corridoio d’emergenza usato per alleggerire una crisi logistica sempre più pesante.

Versione integrale e approfondimenti su Substack | Carmen Tortora (http://t.me/carmen_tortora1)
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La didattica a distanza evocata da Anief come risposta alla crisi energetica è stata respinta dal ministro Giuseppe Valditara, che ha detto che la Dad non è contemplata in alcun modo. E difficilmente potrebbe esserlo davvero, perché oggi avrebbe un costo politico enorme e un beneficio energetico troppo incerto. Dopo gli anni della pandemia, riproporla come misura di risparmio energetico significherebbe riaprire un fronte sociale e politico troppo pesante, senza risolvere il nodo centrale dell’emergenza.

Il punto vero è che all’Italia nel breve periodo manca una quota reale di gas per il blocco di parte delle forniture qatarine. Edison non riceverà 10 carichi di GNL previsti tra aprile e metà giugno nell’ambito del contratto con QatarEnergy da 6,4 miliardi di metri cubi l’anno. Su base lineare, questo significa un ammanco di circa 1,1 bcm tra aprile e fine maggio e di circa 1,3 bcm tra aprile e metà giugno. Da giugno dovrebbero iniziare ad arrivare forniture dal terminale statunitense Golden Pass, partecipato da QatarEnergy ed Exxon, per compensare almeno in parte il vuoto lasciato dal Qatar. Quindi il problema esiste, ma resta concentrato soprattutto nelle prossime settimane.

I dati ARERA indicano che nel 2024 il primo fornitore dell’Italia è stato l’Algeria con 25,5 bcm, seguita da Azerbaigian con 10,3 bcm, Qatar con 6,9 bcm, Libia con 5,2 bcm, Norvegia con 3,6 bcm e Stati Uniti con 2,4 bcm. Il sistema è più diversificato rispetto a pochi anni fa, ma il Golfo continua a pesare e il GNL resta un pezzo importante dell’equilibrio complessivo.

Sull’Algeria il governo italiano ha cercato un aumento delle forniture, ma i nuovi volumi aggiuntivi negoziati nelle ultime settimane non sono stati resi pubblici. Dopo la visita di Giorgia Meloni ad Algeri del 25 marzo 2026, è emersa la volontà di rafforzare la cooperazione energetica, senza però indicare né di quanto né da quando possano aumentare i flussi. Resta il precedente del 2022, quando si parlò di circa 4 bcm in più rispetto ai livelli precedenti. Questo fa capire che il canale algerino è il più naturale da rafforzare, ma oggi non ci sono ancora numeri ufficiali sufficienti per dire quanto del buco qatarino sia già stato coperto.

Accanto all’Algeria, l’Italia ha aperto interlocuzioni anche con Azerbaigian e Stati Uniti. La strategia si muove su tre assi: più gas via TransMed dall’Algeria, più flussi via TAP dall’Azerbaigian, più GNL dagli Stati Uniti. Il punto è che la direzione politica è chiara, mentre i volumi aggiuntivi effettivi restano in parte opachi.

Da qui entra in scena il carbone. L’Italia ha deciso di rinviare al 2038 la chiusura definitiva delle centrali a carbone, mantenendo in riserva quattro impianti. Il carbone può tamponare una parte della produzione elettrica, riducendo la pressione sul gas, ma non può sostituire tutto il ruolo del gas nell’economia italiana, che serve anche per industria, usi civili, rete e flessibilità del sistema. Può quindi alleggerire una parte della tensione, non cancellarla del tutto.

Snam indica che la domanda italiana di gas nel 2025 è stata pari a 63,42 bcm. Quindi il buco temporaneo stimato di 1,1-1,3 bcm non equivale al collasso del sistema, ma è abbastanza grande da imporre compensazioni, uso degli stoccaggi, maggiore pressione sulle altre rotte di importazione e, se necessario, un maggior ricorso al carbone.

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Baloua Balaa è una riserva naturale situata nel Libano settentrionale, nei pressi del villaggio di Tannourine. Il sito è noto per la spettacolare formazione geologica di un ponte naturale di roccia che sovrasta una profonda gola scavata dall’acqua nel corso di millenni.

Già citata in fonti locali e riscoperta in epoca moderna nel XX secolo, l’area rappresenta un esempio significativo dell’evoluzione carsica del territorio libanese, dove erosione e stratificazione calcarea hanno creato un paesaggio unico.

Oggi Baloua Balaa è una delle principali attrazioni naturali del Libano, simbolo di un patrimonio ambientale ancora poco valorizzato rispetto al suo potenziale.

Buongiorno e buon mercoledì a tutti.

Carmen Tortora
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Il futuro in panne

A Wuhan è bastato un “probabile malfunzionamento del sistema” per trasformare la favola dei robotaxi efficienti in una discreta farsa tecnologica: oltre 100 veicoli autonomi Apollo Go di Baidu sono rimasti bloccati in strada, nel traffico e perfino in autostrada, paralizzando la circolazione e creando una scena che somiglia meno al futuro della mobilità e più a un gigantesco test fallito in diretta.

I video mostrano file di taxi senza conducente piantati come soprammobili costosi sull’asfalto, con almeno tre incidenti segnalati e passeggeri lasciati dentro le auto senza assistenza reale. Una donna ha raccontato di essere rimasta bloccata per 90 minuti con le amiche, mentre il sistema prometteva il solito intervento “entro cinque minuti”, formula ormai universale per dire: arrangiatevi. In un altro caso, perfino il pulsante SOS risultava inutilizzabile. Un dettaglio quasi poetico: l’emergenza c’era, il tasto pure, il servizio no.

Baidu, prevedibilmente, non ha chiarito molto, mentre le autorità locali hanno parlato di un guasto ancora sotto indagine. Per fortuna non ci sono stati feriti, ma il punto resta: quando la mobilità autonoma si inceppa, non si limita a fermarsi; spesso blocca anche tutto il resto. E la scena di decine o centinaia di auto “intelligenti” immobilizzate nel traffico non trasmette esattamente fiducia.

La lezione, peraltro, non riguarda solo la Cina. Anche Waymo negli Stati Uniti aveva già offerto un assaggio dello stesso copione, con centinaia di robotaxi confusi da un blackout a San Francisco. Cambia il continente, non cambia il problema: appena il sistema esce dal seminato, queste meraviglie del progresso sembrano avere la solidità pratica di un’app in crash. Il “futuro” va benissimo, finché non si pianta in corsia di sorpasso.

Carmen Tortora
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Uno studio piccolo, raccontato come se avesse chiuso la questione

Uno studio pubblicato il 2 aprile 2026 sull’International Journal of Infectious Diseases, firmato da Matthias Unseld e colleghi, viene presentato come una conferma netta dell’alta efficacia del vaccino mRNA BNT162b2 negli anziani ricoverati in una struttura di assistenza a lungo termine di Vienna. In realtà il punto decisivo sta nel modo in cui sono stati conteggiati i residenti. I ricercatori hanno esaminato 114 persone: 38 con infezione confermata e 76 controlli non infetti, abbinati per età, sesso e rischio nutrizionale. Fin qui tutto lineare. Il problema nasce quando si passa alla distinzione tra vaccinati e non vaccinati: tra i 114 soggetti, 94 vengono classificati come vaccinati e 20 come non vaccinati. Su questa base lo studio calcola che tra i vaccinati si siano infettati 25 residenti, contro 13 tra i non vaccinati, arrivando così alla famosa efficacia dell’80%.

Il punto è che una parte dei soggetti che aveva già ricevuto il vaccino non viene conteggiata come realmente vaccinata nel momento in cui si verifica il contagio, perché non aveva ancora superato il periodo necessario per essere definita “completamente vaccinata”. In altre parole, persone già inoculate finiscono nella colonna dei non vaccinati solo per una questione di finestra temporale. Formalmente il criterio può anche essere corretto secondo i protocolli dell’epoca, ma produce un effetto molto favorevole al risultato finale: alleggerisce il gruppo dei vaccinati colpiti dall’infezione e appesantisce quello dei non vaccinati. Ed è da qui che nasce la sensazione che il numero finale sia meno limpido di come viene raccontato.

Anche la parte sugli anticorpi viene usata come certificato di successo, ma in modo piuttosto sbrigativo. Lo studio dice che l’82,8% dei vaccinati senza precedente infezione ha raggiunto concentrazioni anticorpali considerate “adeguate”, usando come soglia 120,1 AU/mL. Però questo dato, da solo, non dice tutto quello che il titolo lascia intendere. Misurare una quantità di anticorpi non equivale automaticamente a dimostrare una protezione clinica piena, stabile e generale. Significa solo che è stata osservata una certa risposta umorale sopra una soglia scelta dagli autori sulla base di un altro lavoro. Quindi il messaggio reale è più modesto di quello propagandato: non “protezione chiaramente dimostrata”, ma piuttosto “presenza di una risposta anticorpale misurabile in gran parte dei soggetti analizzati”.

Il quadro complessivo, quindi, non è quello di uno studio privo di dati, ma di uno studio piccolo, retrospettivo, con numeri limitati e con una costruzione interpretativa molto più assertiva dei suoi limiti reali. I residenti avevano un’età media molto alta, il campione era ristretto, gli intervalli di confidenza erano ampi e gli stessi autori ammettono vari limiti, compresa la mancanza di dati più completi su fragilità, comorbidità e risposta immunitaria cellulare. Però nel racconto pubblico tutto questo tende a sparire. Resta soltanto lo slogan: vaccino efficace, anticorpi robusti, caso chiuso. Ed è proprio lì che comincia la solita semplificazione venduta come certezza scientifica.

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Il GPL in Italia resta soprattutto un prodotto d’importazione e continua a essere un combustibile centrale per bombole, serbatoi, riscaldamento fuori rete e autotrazione. La produzione nazionale copre appena il 2,5% dei consumi; anche includendo il contributo della raffinazione, circa due terzi del fabbisogno restano legati all’estero. Il baricentro degli approvvigionamenti italiani non è il Golfo ma il Mediterraneo allargato, con l’Algeria in posizione dominante, seguita da Francia, Stati Uniti ed Egitto. Proprio per questo Hormuz pesa sull’Italia soprattutto in modo indiretto: non tanto perché da lì arrivino grandi volumi diretti, quanto perché quella rotta vale circa il 30% dell’export marittimo globale di GPL e, quando entra in crisi, rende più caro e più competitivo tutto il mercato dei carichi alternativi. Il risultato non è una sparizione immediata del GPL in Italia, ma un equilibrio molto più fragile, con prezzi sotto pressione, forniture più contese e una dipendenza estera che resta strutturale.

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Mentre Trump sospende per due settimane l’ultimatum, si prende la scena su Hormuz, detta le condizioni del cessate il fuoco e apre il tavolo negoziale, l’Unione europea entra in campo come al solito a cose fatte: si crogiola nella tregua, si autocompiace sulla libertà di navigazione e prova a sembrare decisiva in una crisi che, fino a un attimo prima, aveva guardato da bordo campo. Nel frattempo, presto una setta di psicopatici si incontrerà per far finta di discutere qualcosa che è stato deciso altrove.

Il prossimo incontro Bilderberg, a quanto pare, si terrà a Washington dal 10 al 12 aprile 2026. Il Bilderberg è un incontro annuale riservato tra figure di vertice della politica, della finanza, dell’industria, dei media e della sicurezza occidentale. Si svolge secondo la Chatham House Rule: chi partecipa può usare le informazioni emerse nella discussione, ma non può attribuirle pubblicamente a una persona precisa. Intanto circolano liste non ufficiali dei partecipanti, ma per ora non risultano confermate dal sito ufficiale del gruppo. La partecipazione di Mark Rutte al “Bilderberg Meeting” dal 10 al 12 aprile compare qui: fonte NATO ufficiale.

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Il cessate il fuoco è durato il tempo di uno sputo, a quanto pare: Netanyahu aveva chiarito che il Libano non rientra nell’intesa, i raid sono andati avanti, Beirut continua a contare morti, feriti e macerie, e ANSA ha rilanciato via Fars, agenzia iraniana vicina ai Pasdaran, che dopo quegli attacchi sarebbe stato interrotto il transito delle petroliere a Hormuz. Più che una tregua, l’ennesima messinscena da comunicato: due parole per i titoli, poi di nuovo guerra, escalation e strozzatura energetica.

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I cenotes messicani sono cavità carsiche verticali formatesi in seguito al crollo delle volte superiori di antiche grotte, creando veri e propri pozzi naturali riempiti da acque sotterranee.

Già utilizzati dalle civiltà precolombiane, in particolare dai Maya, questi ambienti rappresentavano non solo una risorsa idrica essenziale, ma anche luoghi sacri legati a rituali e credenze religiose.

Oggi i cenotes sono una delle caratteristiche più distintive del paesaggio della penisola dello Yucatán, unendo valore geologico, storico e turistico.
Buongiorno e buon giovedì a tutti.

Carmen Tortora
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L’Iran energetico non è un labirinto indecifrabile. Non è un sistema sparso a caso nel deserto. È una struttura con pochi nodi vitali, noti da anni a governi, intelligence, comandi militari, mercati e grandi operatori energetici. La produzione di petrolio si concentra soprattutto nel sud-ovest, nella provincia del Khuzestan, dove si trova il cuore storico dell’estrazione iraniana. Il gas si concentra soprattutto nel sud sul Golfo Persico, attorno a South Pars e al polo di Assaluyeh, in provincia di Bushehr. L’export di greggio è ancora più concentrato: Kharg Island resta il terminale dominante, mentre Lavan e Sirri restano snodi secondari. Reuters ha ricostruito questo assetto in modo molto chiaro, ricordando che Khuzestan è il cuore del petrolio iraniano, Bushehr-South Pars quello del gas, e che circa il 90% dell’export di greggio passa da Kharg.

Le raffinerie sono più distribuite, ma anche qui i nomi che contano davvero non sono molti: Abadan nel sud-ovest; Isfahan, Tehran e Shazand-Arak nel blocco interno; Bandar Abbas e Persian Gulf Star sulla costa meridionale. In altre parole, l’Iran produce in modo concentrato, esporta in modo iperconcentrato e raffina in modo più diffuso. Il significato è elementare: chiunque voglia colpire davvero il sistema sa perfettamente dove mettere le mani. Non serve alcuna teoria sofisticata. Basta una cartina, due dossier seri e la volontà di leggere quello che c’è scritto. Colpire un sito periferico serve a riempire i titoli. Colpire Kharg, South Pars o il sistema del Khuzestan significa invece toccare i nervi veri dell’intera macchina energetica iraniana. (EIA)

Ed è qui che la narrazione ufficiale diventa ridicola. Perché se i nodi strategici sono così evidenti, e se chi opera militarmente in quell’area li conosce alla perfezione, allora la favola del caos incontrollato regge sempre meno. Secondo Reuters, gli Stati Uniti hanno colpito obiettivi militari a Kharg Island ma hanno deliberatamente evitato l’infrastruttura petrolifera vitale dell’isola, almeno in questa fase del conflitto. Questo dettaglio è il punto. Non mostra un limite operativo. Mostra una scelta. Mostra che sanno esattamente dove passa il nervo centrale del sistema e che, proprio per questo, decidono cosa far saltare, cosa lasciare esposto e cosa preservare.

Il punto reale, allora, non è quello dell’errore. È quello della gestione deliberata del danno. Non stanno fermando il caos: stanno lasciando che colpisca proprio i flussi energetici essenziali all’economia occidentale. Non perché non sappiano come impedirlo, ma perché il danno modulato, prolungato e politicamente utilizzabile sembra valere più di una stabilizzazione rapida. Un flusso essenziale sotto pressione non paralizza tutto subito, ma logora prezzi, logistica, aviazione, approvvigionamenti industriali, consenso politico e margini di manovra economici. È il tipo di ferita che non uccide in un giorno ma consuma nel tempo. Ed è proprio per questo che risulta così utile a chi vuole governare l’emergenza senza risolverla.

A quel punto il punto non è più se Stati Uniti e Israele siano in grado di spegnere certi nodi. Possono farlo. Il punto è perché non lo facciano mentre l’Occidente assorbe il contraccolpo sui prezzi, sui trasporti, sulle filiere e sulle infrastrutture energetiche decisive. Non è una guerra cieca. È una guerra che seleziona. E quando una guerra seleziona con questa precisione, il danno che continua a propagarsi smette di sembrare una conseguenza collaterale e comincia ad assomigliare terribilmente a una funzione.

Se conoscono perfettamente la mappa dei gangli vitali iraniani, se distinguono con precisione chirurgica tra ciò che va colpito e ciò che va lasciato in piedi, e se intanto vengono lasciati colpire proprio i flussi energetici essenziali all’economia occidentale, siamo davvero davanti a un’incapacità strategica… o davanti a una regia che considera il logoramento dell’Occidente non un effetto indesiderato, ma parte stessa dell’operazione?

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La Francia ha riportato a Parigi l’ultima quota significativa del proprio oro custodita a New York: 129 tonnellate sostituite con lingotti conformi agli standard internazionali, senza aumentare il totale delle riserve ma con una plusvalenza da 12,8 miliardi di euro. Non è un dettaglio tecnico qualunque: è il segnale che, in una fase di tensione geopolitica e di crescente attenzione alla sicurezza degli asset strategici, la collocazione fisica dell’oro torna a contare quasi quanto il suo valore.

Il caso francese non arriva dal nulla. Negli ultimi anni anche Germania, Paesi Bassi, Austria, Ungheria, Polonia e India hanno riportato in patria una parte rilevante delle proprie riserve auree o ne hanno rafforzato la custodia domestica. Non è una fuga totale dai caveau esteri, ma una linea sempre più visibile: tenere una quota più ampia dell’oro sotto controllo diretto nazionale, ridurre la concentrazione del rischio e rendere la riserva più immediatamente disponibile in caso di shock. L’oro, insomma, non è tornato solo un bene rifugio: è tornato un fatto di sovranità concreta.

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Donald Trump non sta comunicando da irrazionale. Sta usando una serie di tecniche di propaganda e coercizione comunicativa ben riconoscibili: appello alla paura, falsi dilemmi, ambiguità strategica, personalizzazione carismatica della crisi, saturazione emotiva del ciclo informativo, normalizzazione dell’estremo, costruzione del nemico assoluto e continuo reframing del racconto. Tra il 31 marzo e l’8 aprile 2026 la sua linea pubblica passa dalla promessa di una guerra breve e controllata all’ultimatum apocalittico, fino alla tregua provvisoria e alla successiva rivendicazione di “vittoria totale”. Il punto non è l’incoerenza, ma la funzione: comprimere il dibattito, restringere il campo delle alternative, tenere pubblico e media in uno stato di tensione continua e rafforzare l’idea che solo lui possa governare il caos che lui stesso contribuisce a drammatizzare. Non è caos comunicativo. È una strategia per orientare percezioni, reazioni e consenso.

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L’Eastern Oregon è una vasta regione degli Stati Uniti caratterizzata da una sorprendente varietà di paesaggi, molto diversi rispetto all’immaginario più noto dell’Oregon occidentale.

Qui si alternano deserti aridi, altopiani vulcanici, canyon profondi e catene montuose, testimonianza di una storia geologica complessa legata a eruzioni, erosione e trasformazioni climatiche nel corso dei millenni.

Meno popolata e meno turistica rispetto alla costa pacifica, questa area rappresenta un volto più autentico e selvaggio dell’Ovest americano.

Buongiorno e buon venerdì a tutti.

Carmen Tortora
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Il Tony Blair Institute non sta semplicemente misurando l’opinione pubblica sul digital ID: sta ragionando su come recuperare il consenso perduto e rendere il sistema di identità digitale nuovamente accettabile. Il governo britannico, intanto, lo colloca già al centro dei futuri servizi pubblici digitali e gli assegna un ruolo importante anche nel right to work. Il problema non è solo il documento in sé, ma l’infrastruttura che gli cresce attorno: più dati, più interoperabilità, più verifiche, più centralizzazione. Le organizzazioni per i diritti civili avvertono che un sistema del genere apre la strada a sorveglianza, profilazione e mission creep. E se si osservano insieme il peso dei grandi interessi tecnologici, la spinta verso database unificati, l’agenda globale della digital public infrastructure e il sostegno parallelo del Blair Institute a riconoscimento facciale e capacità forensi nazionali, il quadro diventa difficile da liquidare come una semplice innocua modernizzazione. Il digital ID non viene imposto con un colpo secco: viene reso normale, conveniente e infine sempre più difficile da rifiutare.

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L’IMEC, il corridoio India-Medio Oriente-Europa lanciato al G20 del 2023, nel 2026 non è affatto sparito. È ancora sostenuto da India, UE e principali attori europei, ma non è diventato un sistema compiuto. La parte che avanza davvero è soprattutto quella digitale ed energetica, come mostrano il Blue Raman cable, la cooperazione con la Giordania e i report strategici più recenti. La parte più debole resta invece la continuità logistico-terrestre nel Levante.

Qui entra il Libano. Beirut ha cercato formalmente di inserirsi nel progetto nel febbraio 2026, con il sostegno attivo della Francia, proponendo Beirut e Tripoli come possibili nodi mediterranei. Ma questa apertura ha fatto emergere tutti i limiti reali del corridoio: rischio di normalizzazione indiretta con Israele, guerra sul fronte israelo-libanese, fragilità istituzionale e assenza di condizioni minime di sicurezza per fare del Libano un nodo operativo stabile.

La conclusione è semplice: l’IMEC resta vivo come necessità strategica, ma è ancora incompiuto come architettura concreta. Il Libano non è oggi il centro operativo del corridoio, ma è il punto che rende evidente la verità di fondo: senza una minima governabilità del Levante, il progetto può avanzare per moduli, ma non ancora trasformarsi in una dorsale pienamente funzionante.

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Vi posto un ulteriore chiarimento sull’articolo relativo all’IMEC, a Israele e all’Iran.
Riguardo alle osservazioni di Stefano e Alessandro sul perché abbiano scelto di colpire una scolaresca di bambine, domani mattina posto un audio. Ne ho approfittato anche per fare un riepilogo generale.
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L’Uzbekistan è un Paese dalla storia antica e profonda, segnato per secoli dal passaggio di popoli, commerci e civiltà lungo la Via della Seta. Le sue città storiche, i suoi monumenti e la sua cultura raccontano un’eredità ricca e stratificata, che ancora oggi conserva un fascino particolare. Accanto a questo patrimonio storico e culturale, l’Uzbekistan è noto anche per la sua bellezza naturale, tra deserti, montagne, vallate e paesaggi che ne rendono unico il volto.

Buongiorno e buon sabato a tutti!

Carmen Tortora

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