COMMENTO SULLE ELEZIONI
Per i grandi partiti, è andato tutto più o meno come previsto, con la variante di una Lega molto penalizzata all’interno del centro-destra, e dei 5 Stelle in vistosa rimonta nel campo opposto.
Ma la vera sorpresa – almeno per noi che facciamo parte di questa “area di pensiero” - è stato il completo flop dei cosiddetti partiti antitistema. Di tutte queste persone – Paragone, Montanari, Toscano, Cunial, Schilirò, Rizzo, Frajese, Grimaldi, Puzzer, Teodori, Bianchi, Messora, ecc. – nessuno di loro siederà in parlamento nella prossima legislatura. Nessuno.
I motivi di questa debacle sono molteplici, e ci sono certamente delle valide scusanti: la prima, è la fretta con cui sono state organizzate le elezioni (che gli hanno impedito di organizzare una campagna elettorale decente). La seconda è stata l’impossibilità per gli italiani all’estero di votare per uno di questi partiti. Bene o male, quasi sei milioni di elettori non hanno avuto la possibilità di scegliere Italexit, ISP o Vita, semplicemente perchè sulle schede il loro simbolo non compariva. (Già questo, in un paese normale, dovrebbe comportare l’anullamento delle elezioni).
Ma il vero problema, questo lo sappiamo tutti, è stata la frammentazione stessa con cui queste nuove forze si sono presentate al voto.
Per un pubblico fortemente scottato dall’esperienza con i 5 Stelle, è stato devastante vedere queste nuove forze che si presentavano non solo separate, ma spesso anche ostili fra di loro, e fortemente avvelenate l’una contro l’altra.
Ora naturalmente partirà una serie infinita di accuse e contro-accuse su chi sia il colpevole di questa frammentazione, ma in realtà noi sappiamo già come è andata. Mentre i candidati di Vita passavano il loro tempo ad insultare gli altri, come se fossero gli unici “puri” degni di essere votati, Toscano ha fatto di tutto per mettere insieme l’area del dissenso, e lo ha dimostrato con i fatti, rinunciando al proprio simbolo (Ancora Italia) e riuscendo ad unire ben 15 liste diverse sotto il simbolo comune di Italia Sovrana e Popolare. Paragone invece ha detto chiaramente che si riteneva l’unico in grado di superare la soglia del 3% da solo, per cui non era disposto a rinunciare nè al proprio simbolo, nè al proprio nome come leader.
Con il risultato che ciascuno di loro ha racimolato meno del 2%, e dal parlamento restano fuori tutti. (Solo i loro voti, sommati, avrebbero portato a superare comodamente il 3%, e non soltanto per un fattore numerico, ma anche per un fattore emotivo: vedendoli uniti, molti più elettori esitanti si sarebbero decisi ad andare a votarli).
Lo ripeto (e temo che dovrò ripeterlo molte volte, nelle prossime settimane): la frammentazione non è soltanto un problema algebrico, nel senso che si suddividono numericamente i voti, ma è anche – e soprattutto – un problema emotivo. Vederli così divisi, per un elettore già scottato dall’esperienza con i 5 Stelle, ti fa passare del tutto la voglia di andarli a votare.
Se a tutto questo aggiungiamo l’assoluta incapacità di queste forze di presentare un panorama politico credibile, una volta entrati in parlamento, la frittata è fatta. Nessuno, assolutamente nessuno di questi nuovi partiti è stato capace di presentare al potenziale elettore una immagine precisa di quello che avrebbero fatto in parlamento, se fossero riusciti ad entrarci. Erano tutti talmente preoccupati di varcare la fatidica soglia, che si sono dimenticati di dirci che vestito avrebbero indossato, una volta ammessi al sacro emiciclo.
Aspettarsi entusiasmo da parte degli elettori, in queste condizioni, è davvero da principianti della comunicazione.
Per i grandi partiti, è andato tutto più o meno come previsto, con la variante di una Lega molto penalizzata all’interno del centro-destra, e dei 5 Stelle in vistosa rimonta nel campo opposto.
Ma la vera sorpresa – almeno per noi che facciamo parte di questa “area di pensiero” - è stato il completo flop dei cosiddetti partiti antitistema. Di tutte queste persone – Paragone, Montanari, Toscano, Cunial, Schilirò, Rizzo, Frajese, Grimaldi, Puzzer, Teodori, Bianchi, Messora, ecc. – nessuno di loro siederà in parlamento nella prossima legislatura. Nessuno.
I motivi di questa debacle sono molteplici, e ci sono certamente delle valide scusanti: la prima, è la fretta con cui sono state organizzate le elezioni (che gli hanno impedito di organizzare una campagna elettorale decente). La seconda è stata l’impossibilità per gli italiani all’estero di votare per uno di questi partiti. Bene o male, quasi sei milioni di elettori non hanno avuto la possibilità di scegliere Italexit, ISP o Vita, semplicemente perchè sulle schede il loro simbolo non compariva. (Già questo, in un paese normale, dovrebbe comportare l’anullamento delle elezioni).
Ma il vero problema, questo lo sappiamo tutti, è stata la frammentazione stessa con cui queste nuove forze si sono presentate al voto.
Per un pubblico fortemente scottato dall’esperienza con i 5 Stelle, è stato devastante vedere queste nuove forze che si presentavano non solo separate, ma spesso anche ostili fra di loro, e fortemente avvelenate l’una contro l’altra.
Ora naturalmente partirà una serie infinita di accuse e contro-accuse su chi sia il colpevole di questa frammentazione, ma in realtà noi sappiamo già come è andata. Mentre i candidati di Vita passavano il loro tempo ad insultare gli altri, come se fossero gli unici “puri” degni di essere votati, Toscano ha fatto di tutto per mettere insieme l’area del dissenso, e lo ha dimostrato con i fatti, rinunciando al proprio simbolo (Ancora Italia) e riuscendo ad unire ben 15 liste diverse sotto il simbolo comune di Italia Sovrana e Popolare. Paragone invece ha detto chiaramente che si riteneva l’unico in grado di superare la soglia del 3% da solo, per cui non era disposto a rinunciare nè al proprio simbolo, nè al proprio nome come leader.
Con il risultato che ciascuno di loro ha racimolato meno del 2%, e dal parlamento restano fuori tutti. (Solo i loro voti, sommati, avrebbero portato a superare comodamente il 3%, e non soltanto per un fattore numerico, ma anche per un fattore emotivo: vedendoli uniti, molti più elettori esitanti si sarebbero decisi ad andare a votarli).
Lo ripeto (e temo che dovrò ripeterlo molte volte, nelle prossime settimane): la frammentazione non è soltanto un problema algebrico, nel senso che si suddividono numericamente i voti, ma è anche – e soprattutto – un problema emotivo. Vederli così divisi, per un elettore già scottato dall’esperienza con i 5 Stelle, ti fa passare del tutto la voglia di andarli a votare.
Se a tutto questo aggiungiamo l’assoluta incapacità di queste forze di presentare un panorama politico credibile, una volta entrati in parlamento, la frittata è fatta. Nessuno, assolutamente nessuno di questi nuovi partiti è stato capace di presentare al potenziale elettore una immagine precisa di quello che avrebbero fatto in parlamento, se fossero riusciti ad entrarci. Erano tutti talmente preoccupati di varcare la fatidica soglia, che si sono dimenticati di dirci che vestito avrebbero indossato, una volta ammessi al sacro emiciclo.
Aspettarsi entusiasmo da parte degli elettori, in queste condizioni, è davvero da principianti della comunicazione.
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Nei prossimi giorni avremo modo di tornare su questi argomenti più nel dettaglio, ma nel frattempo dobbiamo renderci conto di una cosa: il divide ed impera – sia che venga dall’esterno oppure dall’interno – ha funzionato alla perfezione. Anzi, quello che viene dall’interno, carico di veleni e di gelosie, è ancora più devastante di quello operato dall’alto. Orgoglio e presunzione mal si coniugano con una situazione che richiedeva una unità totale di sforzi e di intenti, e ora i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Unica nota positiva, anche se non consolatoria, è la bastonata che Di Maio ha preso nella propria regione: battuto da un candidato che lui stesso aveva portato ad essere ministro, ora il nostro Giggino nazionale potrà tornarsene a casa, a giocare da solo alla “Democrazia Cristiana”. L’uomo che voleva “volare” sulle ali dei suoi elettori, facendo il furbo con le sue mille giravolte, il volo lo ha fatto davvero. Dritto nel bidone della spazzatura.
Massimo Mazzucco
Unica nota positiva, anche se non consolatoria, è la bastonata che Di Maio ha preso nella propria regione: battuto da un candidato che lui stesso aveva portato ad essere ministro, ora il nostro Giggino nazionale potrà tornarsene a casa, a giocare da solo alla “Democrazia Cristiana”. L’uomo che voleva “volare” sulle ali dei suoi elettori, facendo il furbo con le sue mille giravolte, il volo lo ha fatto davvero. Dritto nel bidone della spazzatura.
Massimo Mazzucco
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CHI HA SABOTATO IL NORD STREAM?
Sulle prime pagine di tutto il mondo campeggia l’immagine del Mar Baltico che ribolle, a causa di una fuga di gas dal gasdotto sottomarino Nord Stream. Come tutti sanno, questo gasdotto parte dalla Russia e raggiunge la Germania, portando il gas in tutta Europa.
Subito dopo la notizia della fuga di gas, si è diffusa anche la notizia che i punti danneggiati sono tre, e che i sismografi di Svezia e Danimarca hanno registrato forti esplosioni sottomarine, proprio nelle vicinanze dei punti danneggiati.
A questo punto nessuno più dubita che si sia trattato di sabotaggio. La domanda che ne consegue è: chi è stato?
Tutti i media occidentali sono stati pronti ad additare la stessa Russia come responsabile. La von der Leyen ha dichiarato: “E' fondamentale ora indagare sugli incidenti, ottenere piena chiarezza sugli eventi e sul perché. Qualsiasi interruzione deliberata delle infrastrutture energetiche europee attive è inaccettabile e porterà alla risposta più forte possibile". Parlando di una “forte risposta”, la von der Leyen ha sottinteso che i responsabili fossero i russi.
Più espliciti ancora gli ucraini, per bocca di Mykhailo Podolyak, consigliere di Zelensky: "La 'fuga di gas' dal Nord Stream 1 non è altro che un attacco terroristico pianificato dalla Russia e un atto di aggressione nei confronti dell'Ue. La Russia vuole destabilizzare la situazione economica in Europa e provocare il panico pre-inverno".
Ieri sera su LA7 Lilly Gruber ha intervistato il direttore di Die Zeit, Giovanni di Lorenzo. Non appena Di Lorenzo ha pronunciato la parola “sabotaggio”, immediatamente la Gruber ha aggiunto: “sabotaggio russo, ovviamente”.
Resterebbe da spiegare solo un piccolo particolare: perchè mai i russi, che hanno in mano il rubinetto del gas, dovrebbero mettere in atto una operazione così complessa e delicata, quando gli basterebbe dare una stretta definitiva a quel rubinetto per ottenere lo stesso identico risultato? Tanto, nessuno ormai dubita che la loro strategia primaria sia quella di ricattare l’Europa con il gas. Quindi, perchè farlo in modo così complicato e teatrale, quando gli basta chiudere il rubinetto alla fonte?
In tutto questo, nessuno ha solo minimamente osato suggerire che i colpevoli – o perlomeno i mandanti – siano invece gli americani, che hanno TUTTO l’interesse a vedere il doppio gasdotto Nord Stream morto e sepolto una volta per tutte..
E’ bello vivere in questa parte del mondo, abitato esclusivamente dai buoni “che non farebbero mai una cosa del genere”, mentre i cattivi stanno tutti dall’altra parte.
Massimo Mazzucco
Sulle prime pagine di tutto il mondo campeggia l’immagine del Mar Baltico che ribolle, a causa di una fuga di gas dal gasdotto sottomarino Nord Stream. Come tutti sanno, questo gasdotto parte dalla Russia e raggiunge la Germania, portando il gas in tutta Europa.
Subito dopo la notizia della fuga di gas, si è diffusa anche la notizia che i punti danneggiati sono tre, e che i sismografi di Svezia e Danimarca hanno registrato forti esplosioni sottomarine, proprio nelle vicinanze dei punti danneggiati.
A questo punto nessuno più dubita che si sia trattato di sabotaggio. La domanda che ne consegue è: chi è stato?
Tutti i media occidentali sono stati pronti ad additare la stessa Russia come responsabile. La von der Leyen ha dichiarato: “E' fondamentale ora indagare sugli incidenti, ottenere piena chiarezza sugli eventi e sul perché. Qualsiasi interruzione deliberata delle infrastrutture energetiche europee attive è inaccettabile e porterà alla risposta più forte possibile". Parlando di una “forte risposta”, la von der Leyen ha sottinteso che i responsabili fossero i russi.
Più espliciti ancora gli ucraini, per bocca di Mykhailo Podolyak, consigliere di Zelensky: "La 'fuga di gas' dal Nord Stream 1 non è altro che un attacco terroristico pianificato dalla Russia e un atto di aggressione nei confronti dell'Ue. La Russia vuole destabilizzare la situazione economica in Europa e provocare il panico pre-inverno".
Ieri sera su LA7 Lilly Gruber ha intervistato il direttore di Die Zeit, Giovanni di Lorenzo. Non appena Di Lorenzo ha pronunciato la parola “sabotaggio”, immediatamente la Gruber ha aggiunto: “sabotaggio russo, ovviamente”.
Resterebbe da spiegare solo un piccolo particolare: perchè mai i russi, che hanno in mano il rubinetto del gas, dovrebbero mettere in atto una operazione così complessa e delicata, quando gli basterebbe dare una stretta definitiva a quel rubinetto per ottenere lo stesso identico risultato? Tanto, nessuno ormai dubita che la loro strategia primaria sia quella di ricattare l’Europa con il gas. Quindi, perchè farlo in modo così complicato e teatrale, quando gli basta chiudere il rubinetto alla fonte?
In tutto questo, nessuno ha solo minimamente osato suggerire che i colpevoli – o perlomeno i mandanti – siano invece gli americani, che hanno TUTTO l’interesse a vedere il doppio gasdotto Nord Stream morto e sepolto una volta per tutte..
E’ bello vivere in questa parte del mondo, abitato esclusivamente dai buoni “che non farebbero mai una cosa del genere”, mentre i cattivi stanno tutti dall’altra parte.
Massimo Mazzucco
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PROUD PROPHET: NON ESISTONO ARMI NUCLEARI “TATTICHE”
In questi giorni si sente spesso parlare della possibilità dell’uso di armi nucleari “tattiche”, nello scenario di guerra dell’Ucraina.
Secondo la definizione corrente, queste sarebbero “piccole” armi nucleari, con un potenziale distruttivo ridotto. Il loro uso provocherebbe quindi un danno relativo, che sarebbe limitato ad obiettivi strategici o comunque militari. In altre parole, viene fatta passare l’idea che esista uno stadio intermedio fra le armi convenzionali e quelle nucleari vere e proprie, e che l’utilizzo di queste armi nucleari “tattiche” non debba portare necessariamente alla escalation irreversibile di una totale guerra atomica.
Questa ipotesi, tanto cara ai guerrafondai che sperano di vedere i fuochi d’artificio in Ucraina, è stata totalmente smentita circa quarant’anni fa, da una simulazione di guerra voluta da Ronald Reagan, chiamata Proud Prophet.
Eletto nel 1980, Reagan si ritrovò alla presidenza degli Stati Uniti in uno dei momenti più delicati di tutta la Guerra Fredda. L’unica dottrina che imperava allora era la cosiddetta MAD, che sta per “mutually assured destruction”, ovvero distruzione reciproca assicurata. In base a questa dottrina, l’unico deterrente che potesse fermare una guerra nucleare era la certezza che ambedue le nazioni sarebbero state completamente distrutte.
Ma fu a quel punto che qualcuno nel Pentagono introdusse un altro concetto. Si chiamava: “escalation to de-escalation”, ovvero una escalation militare, eseguita con bombe nucleari di bassa potenza, intesa proprio a convincere l’avversario a demordere, prima di arrivare al famoso punto di non ritorno.
Naturalmente, per chi non sia malato di militarismo, questo era un ragionamento che non stava in piedi. Ma ci volle una vera propria esercitazione a tavolino per dimostrarlo. Fu così che nacque Proud Prophet.
Una simulazione complicatissima, che durò due settimane, nella quale una parte dei militari rappresentavano la logica del Pentagono, e l’altra rappresentava la logica del Cremlino. In altre parole, ogni decisione presa durante la simulazione andava fatta mettendosi nei panni o dell’una o dell’altra parte.
Ciascuna delle due parti, ovviamente, non era al corrente dei piani dell’avversario, e doveva prendere decisioni in tempi molto ristretti, basandosi solo su quello che accadeva sul campo di battaglia.
E così, fu presto chiaro che l’utilizzo delle cosiddette armi nucleari tattiche avrebbe solamente rimandato la conclusione irreversibile, quella appunto di una guerra atomica totale. Non c’era scampo: una volta lanciata la prima, la sequenza di eventi avrebbe portato la scala della distruzione completamente fuori controllo.
Che oggi ci siano militari, dall’una e dall’altra sponda che amano giocare con queste ipotesi, è qualcosa di comprensibile: in fondo la guerra è fatta anche di dichiarazioni e di bluff, più o meno fondati e credibili. Quello che invece non è accettabile e che da noi ci siano giornalisti e “opinionisti” di ogni sorta, che continuano a parlare allegramente dell’uso di armi nucleari “tattiche”, come se non dovessero portare necessariamente ad una escalation irreversibile.
Le guerre si combattono con le armi, ma le guerre si possono combattere soltanto con il supporto dell’opinione pubblica di ciascun paese coinvolto. E l’opinione pubblica del nostro paese – che è comunque coinvolto, anche se in modo indiretto - è purtroppo nelle mani di giornalisti prezzolati, che pur di fare contenti i loro padroni della Nato non esitano ad introdurre nel pubblico discorso argomenti che invece dovrebbero esserne categoricamente esclusi, per motivi che non dovremmo nemmeno stare qui ad invocare.
Massimo Mazzucco
In questi giorni si sente spesso parlare della possibilità dell’uso di armi nucleari “tattiche”, nello scenario di guerra dell’Ucraina.
Secondo la definizione corrente, queste sarebbero “piccole” armi nucleari, con un potenziale distruttivo ridotto. Il loro uso provocherebbe quindi un danno relativo, che sarebbe limitato ad obiettivi strategici o comunque militari. In altre parole, viene fatta passare l’idea che esista uno stadio intermedio fra le armi convenzionali e quelle nucleari vere e proprie, e che l’utilizzo di queste armi nucleari “tattiche” non debba portare necessariamente alla escalation irreversibile di una totale guerra atomica.
Questa ipotesi, tanto cara ai guerrafondai che sperano di vedere i fuochi d’artificio in Ucraina, è stata totalmente smentita circa quarant’anni fa, da una simulazione di guerra voluta da Ronald Reagan, chiamata Proud Prophet.
Eletto nel 1980, Reagan si ritrovò alla presidenza degli Stati Uniti in uno dei momenti più delicati di tutta la Guerra Fredda. L’unica dottrina che imperava allora era la cosiddetta MAD, che sta per “mutually assured destruction”, ovvero distruzione reciproca assicurata. In base a questa dottrina, l’unico deterrente che potesse fermare una guerra nucleare era la certezza che ambedue le nazioni sarebbero state completamente distrutte.
Ma fu a quel punto che qualcuno nel Pentagono introdusse un altro concetto. Si chiamava: “escalation to de-escalation”, ovvero una escalation militare, eseguita con bombe nucleari di bassa potenza, intesa proprio a convincere l’avversario a demordere, prima di arrivare al famoso punto di non ritorno.
Naturalmente, per chi non sia malato di militarismo, questo era un ragionamento che non stava in piedi. Ma ci volle una vera propria esercitazione a tavolino per dimostrarlo. Fu così che nacque Proud Prophet.
Una simulazione complicatissima, che durò due settimane, nella quale una parte dei militari rappresentavano la logica del Pentagono, e l’altra rappresentava la logica del Cremlino. In altre parole, ogni decisione presa durante la simulazione andava fatta mettendosi nei panni o dell’una o dell’altra parte.
Ciascuna delle due parti, ovviamente, non era al corrente dei piani dell’avversario, e doveva prendere decisioni in tempi molto ristretti, basandosi solo su quello che accadeva sul campo di battaglia.
E così, fu presto chiaro che l’utilizzo delle cosiddette armi nucleari tattiche avrebbe solamente rimandato la conclusione irreversibile, quella appunto di una guerra atomica totale. Non c’era scampo: una volta lanciata la prima, la sequenza di eventi avrebbe portato la scala della distruzione completamente fuori controllo.
Che oggi ci siano militari, dall’una e dall’altra sponda che amano giocare con queste ipotesi, è qualcosa di comprensibile: in fondo la guerra è fatta anche di dichiarazioni e di bluff, più o meno fondati e credibili. Quello che invece non è accettabile e che da noi ci siano giornalisti e “opinionisti” di ogni sorta, che continuano a parlare allegramente dell’uso di armi nucleari “tattiche”, come se non dovessero portare necessariamente ad una escalation irreversibile.
Le guerre si combattono con le armi, ma le guerre si possono combattere soltanto con il supporto dell’opinione pubblica di ciascun paese coinvolto. E l’opinione pubblica del nostro paese – che è comunque coinvolto, anche se in modo indiretto - è purtroppo nelle mani di giornalisti prezzolati, che pur di fare contenti i loro padroni della Nato non esitano ad introdurre nel pubblico discorso argomenti che invece dovrebbero esserne categoricamente esclusi, per motivi che non dovremmo nemmeno stare qui ad invocare.
Massimo Mazzucco
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L’ITALIA DEI “SINISTRATI”
Nell’arco di poche settimane si è verificato il passaggio dei poteri nelle mani del centro destra. Quello che fino a poco tempo fa per la destra era un sogno apparentemente irraggiungibile – avere una solida maggioranza con cui controllare il parlamento – oggi è diventato realtà.
Ma c’è tutta una categoria di persone, in Italia, per le quali questo passaggio di poteri è inaccettabile.
Non sto dicendo che sono scontenti. No, per loro è proprio inaccettabile, nel senso che non riescono ad accettarlo.
Lo si è visto chiaramente nelle dozzine di dibattiti televisivi degli ultimi giorni. Lo “scandalo” è iniziato con le elezioni alla presidenza del senato e della camera di La Russa e Fontana: due persone legittimamente elette, da un parlamento a sua volta legittimamente eletto, che secondo Letta e i suoi seguaci “offendevano” l’immagine dell’Italia nel mondo. Poi è venuto il momento della formazione del governo, con altre scelte “irricevibili” a causa del passato poco simpatico di alcuni neo-ministri.
Il piagnisteo è continuato per diversi giorni, con gente come Massimo Giannini, Lilli Gruber, Tomaso Montanari, Lucia Annunziata e mille altri “intellettuali di sinistra”, che continuavano a citare gli eventi in corso come qualcosa di assolutamente inaccettabile.
Come se fossero loro quelli deputati a decidere cosa sia accettabile e cosa no.
Perchè qui sta il cuore del problema: nella cultura italica predominante, tutto ciò che è di sinistra è sempre stato “buono” per definizione, mentre tutto ciò che è di destra è sempre stato “male” per definizione.
E purtroppo, i padroni del discorso sono proprio i “piddini” con aderenze varie (una volta li avremmo definiti catto-comunisti) che lavorano nell’informazione. Sono la stragrande maggioranza, e cercano di influenzare con il loro enorme potere ciò che pensa la popolazione.
A nessuno di loro viene da pensare che, avendo la maggioranza degli aventi diritto votato il centro-destra, l’Italia in questo momento SIA un paese di centro-destra.
No, per loro non esiste correlazione fra il voto delle urne e la realtà che ci circonda. Per loro questo è stato solo un errore, un perfido sortilegio di qualche oscuro meccanismo elettorale, che sta mandando a destra un paese che secondo loro resta essenzialmente di sinistra.
Questa incapacità di accettare un pensiero diverso come assolutamente legittimo era la caratteristica fondamentale del fascismo storico, ma oggi, guarda caso, caratterizza fortemente la sinistra in Italia. I veri fascisti – per quanto vogliano rivestirsi di politically correct - oggi sono loro.
E ve lo dice, tanto per chiarezza, uno che non è mai stato di destra in vita sua.
Massimo Mazzucco
Nell’arco di poche settimane si è verificato il passaggio dei poteri nelle mani del centro destra. Quello che fino a poco tempo fa per la destra era un sogno apparentemente irraggiungibile – avere una solida maggioranza con cui controllare il parlamento – oggi è diventato realtà.
Ma c’è tutta una categoria di persone, in Italia, per le quali questo passaggio di poteri è inaccettabile.
Non sto dicendo che sono scontenti. No, per loro è proprio inaccettabile, nel senso che non riescono ad accettarlo.
Lo si è visto chiaramente nelle dozzine di dibattiti televisivi degli ultimi giorni. Lo “scandalo” è iniziato con le elezioni alla presidenza del senato e della camera di La Russa e Fontana: due persone legittimamente elette, da un parlamento a sua volta legittimamente eletto, che secondo Letta e i suoi seguaci “offendevano” l’immagine dell’Italia nel mondo. Poi è venuto il momento della formazione del governo, con altre scelte “irricevibili” a causa del passato poco simpatico di alcuni neo-ministri.
Il piagnisteo è continuato per diversi giorni, con gente come Massimo Giannini, Lilli Gruber, Tomaso Montanari, Lucia Annunziata e mille altri “intellettuali di sinistra”, che continuavano a citare gli eventi in corso come qualcosa di assolutamente inaccettabile.
Come se fossero loro quelli deputati a decidere cosa sia accettabile e cosa no.
Perchè qui sta il cuore del problema: nella cultura italica predominante, tutto ciò che è di sinistra è sempre stato “buono” per definizione, mentre tutto ciò che è di destra è sempre stato “male” per definizione.
E purtroppo, i padroni del discorso sono proprio i “piddini” con aderenze varie (una volta li avremmo definiti catto-comunisti) che lavorano nell’informazione. Sono la stragrande maggioranza, e cercano di influenzare con il loro enorme potere ciò che pensa la popolazione.
A nessuno di loro viene da pensare che, avendo la maggioranza degli aventi diritto votato il centro-destra, l’Italia in questo momento SIA un paese di centro-destra.
No, per loro non esiste correlazione fra il voto delle urne e la realtà che ci circonda. Per loro questo è stato solo un errore, un perfido sortilegio di qualche oscuro meccanismo elettorale, che sta mandando a destra un paese che secondo loro resta essenzialmente di sinistra.
Questa incapacità di accettare un pensiero diverso come assolutamente legittimo era la caratteristica fondamentale del fascismo storico, ma oggi, guarda caso, caratterizza fortemente la sinistra in Italia. I veri fascisti – per quanto vogliano rivestirsi di politically correct - oggi sono loro.
E ve lo dice, tanto per chiarezza, uno che non è mai stato di destra in vita sua.
Massimo Mazzucco
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L’IMPOSSIBILE RIMOZIONE DELLE FALSE NOZIONI
Non c’è niente da fare. Ormai l’idea che vaccinarsi sia servito “a proteggere l’intera popolazione” è entrata nel subconscio della maggioranza degli italiani, e di lì non uscirà più.
A nulla è servito rendersi conto che il virus ha tranquillamente continuato a girare, nonostante l’odioso green pass. A nulla è servito scoprire che gente quadrivaccinata – come Massimo Galli – si beccava comunque l’infezione da gente altrettanto vaccinata. A nulla è servito scoprire che la Pfizer non avesse mai nemmeno testato il vaccino contro la diffusione del virus, prima di metterlo in commercio.
Quella del “vaccino che salva la società” è ormai una verità acquisita, a livello popolare.
E adesso che si parla di reintegrare prima del previsto i medici non vaccinati, ecco che l’accademia insorge contro questo “favoritismo” che andrebbe a premiare gli alunni “disobbedienti”.
Nino Cartabellotta, dell’Istituto Gimbe, ha affermato: "Il reintegro dei sanitari non vaccinati contro Covid-19 e le 'sanatorie' per i no-vax rappresentano un'amnistia anti-scientifica e diseducativa".
E’ proprio nella parola “diseducativa” che Cartabellotta tradisce il vero intento della campagna vaccinale: non quello – appunto – di fermare l’infezione, ma quello ben più subdolo di “insegnare” a tutti che bisogna obbedire ai diktat delle farmaceutiche, whatever it takes.
E questo purtroppo è anche il sentire della maggioranza della popolazione, che si è vaccinata anche come forma di responsabilità verso gli altri. Chi si è vaccinato è convinto di “aver fatto il bravo”, e ora gli dà fastidio vedere che i “cattivi” vengano perdonati.
Purtroppo ciò che è stato acquisito come verità a livello emozionale (tramite la paura del virus), non potrà mai essere rimosso con un semplice ragionamento logico. L’unico per modo per rimuoverlo sarà un equivalente evento emozionale, uguale e contrario, che vada a toccare ciascun cittadino nel suo livello più intimo.
E’ triste doverselo augurare, ma forse solo quando le cosiddette “morti improvvise” saranno diventate abbastanza numerose da non poter più essere nascoste sotto il tappeto, la gente comincerà a smantellare quella sovrastruttura emotiva che fino ad oggi le ha impedito di vedere i fatti nella loro verità più lampante.
Massimo Mazzucco
Non c’è niente da fare. Ormai l’idea che vaccinarsi sia servito “a proteggere l’intera popolazione” è entrata nel subconscio della maggioranza degli italiani, e di lì non uscirà più.
A nulla è servito rendersi conto che il virus ha tranquillamente continuato a girare, nonostante l’odioso green pass. A nulla è servito scoprire che gente quadrivaccinata – come Massimo Galli – si beccava comunque l’infezione da gente altrettanto vaccinata. A nulla è servito scoprire che la Pfizer non avesse mai nemmeno testato il vaccino contro la diffusione del virus, prima di metterlo in commercio.
Quella del “vaccino che salva la società” è ormai una verità acquisita, a livello popolare.
E adesso che si parla di reintegrare prima del previsto i medici non vaccinati, ecco che l’accademia insorge contro questo “favoritismo” che andrebbe a premiare gli alunni “disobbedienti”.
Nino Cartabellotta, dell’Istituto Gimbe, ha affermato: "Il reintegro dei sanitari non vaccinati contro Covid-19 e le 'sanatorie' per i no-vax rappresentano un'amnistia anti-scientifica e diseducativa".
E’ proprio nella parola “diseducativa” che Cartabellotta tradisce il vero intento della campagna vaccinale: non quello – appunto – di fermare l’infezione, ma quello ben più subdolo di “insegnare” a tutti che bisogna obbedire ai diktat delle farmaceutiche, whatever it takes.
E questo purtroppo è anche il sentire della maggioranza della popolazione, che si è vaccinata anche come forma di responsabilità verso gli altri. Chi si è vaccinato è convinto di “aver fatto il bravo”, e ora gli dà fastidio vedere che i “cattivi” vengano perdonati.
Purtroppo ciò che è stato acquisito come verità a livello emozionale (tramite la paura del virus), non potrà mai essere rimosso con un semplice ragionamento logico. L’unico per modo per rimuoverlo sarà un equivalente evento emozionale, uguale e contrario, che vada a toccare ciascun cittadino nel suo livello più intimo.
E’ triste doverselo augurare, ma forse solo quando le cosiddette “morti improvvise” saranno diventate abbastanza numerose da non poter più essere nascoste sotto il tappeto, la gente comincerà a smantellare quella sovrastruttura emotiva che fino ad oggi le ha impedito di vedere i fatti nella loro verità più lampante.
Massimo Mazzucco
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IL GIORNO DELLA MARMOTTA
C’è nell’aria uno strano senso di deja-vu. Come nel “Giorno della marmotta”, sul fronte dell’immigrazione tornano a ripetersi le stesse identiche dinamiche di quattro anni fa: le navi di Soros che si presentano davanti alle nostre coste cariche di migranti, il nostro governo che cerca di respingerle, e l’infinito braccio di ferro che ricomincia daccapo.
Ormai le dinamiche sono chiare, e sono state riassunte in modo plastico in un confronto che c’è stato qualche sera sul talk-show della Palombelli: una giornalista, contraria agli sbarchi, che diceva che “le persone che salgono su una nave battente la bandiera di una certa nazione sono legalmente sul territorio di quella nazione” (e quindi in quella nazione dovrebbero sbarcare), e Andrea Romano (ex-deputato PD, favorevole agli sbarchi) che fingeva di non sentire, e ripeteva a macchinetta “studiatevi il trattato di Lisbona: dice chiaramente che il primo porto di approdo è quello che deve accogliere i migranti”.
Tecnicamente hanno ragione tutti e due: non appena saliti sulla SOS Humanity, i migranti sono in territorio tedesco. Ma nel momento in cui il capitano piazza la nave davanti alle coste italiane (invece di rientrare in Germania), dichiara emergenza e chiede “un porto sicuro” per sbarcare i passeggeri, il governo italiano si trova di fronte al vile ricatto, e prima o poi deve cedere.
Sono troppo acute le strilla dei piddini - “ci sono dei bambini a bordo!” “è una vergogna non farli scendere!” “bisogna aiutare chi rischia la vita!” - per poter fare finta di niente. E quindi si ricomincia.
Nel frattempo abbiamo capito tutti che il vero problema non sta sulle coste della Sicilia, ma all’Unione Europea: finchè le altre nazioni del continente non accetteranno di condividere con noi questo problema, la soluzione continuerà a sfuggirci. E a questo punto viene da porsi chiaramente una domanda: visto che i governi dei nostri “amici” europei continuano a fottersene allegramente del nostro problema, noi in Europa che ci stiamo a fare?
Massimo Mazzucco
C’è nell’aria uno strano senso di deja-vu. Come nel “Giorno della marmotta”, sul fronte dell’immigrazione tornano a ripetersi le stesse identiche dinamiche di quattro anni fa: le navi di Soros che si presentano davanti alle nostre coste cariche di migranti, il nostro governo che cerca di respingerle, e l’infinito braccio di ferro che ricomincia daccapo.
Ormai le dinamiche sono chiare, e sono state riassunte in modo plastico in un confronto che c’è stato qualche sera sul talk-show della Palombelli: una giornalista, contraria agli sbarchi, che diceva che “le persone che salgono su una nave battente la bandiera di una certa nazione sono legalmente sul territorio di quella nazione” (e quindi in quella nazione dovrebbero sbarcare), e Andrea Romano (ex-deputato PD, favorevole agli sbarchi) che fingeva di non sentire, e ripeteva a macchinetta “studiatevi il trattato di Lisbona: dice chiaramente che il primo porto di approdo è quello che deve accogliere i migranti”.
Tecnicamente hanno ragione tutti e due: non appena saliti sulla SOS Humanity, i migranti sono in territorio tedesco. Ma nel momento in cui il capitano piazza la nave davanti alle coste italiane (invece di rientrare in Germania), dichiara emergenza e chiede “un porto sicuro” per sbarcare i passeggeri, il governo italiano si trova di fronte al vile ricatto, e prima o poi deve cedere.
Sono troppo acute le strilla dei piddini - “ci sono dei bambini a bordo!” “è una vergogna non farli scendere!” “bisogna aiutare chi rischia la vita!” - per poter fare finta di niente. E quindi si ricomincia.
Nel frattempo abbiamo capito tutti che il vero problema non sta sulle coste della Sicilia, ma all’Unione Europea: finchè le altre nazioni del continente non accetteranno di condividere con noi questo problema, la soluzione continuerà a sfuggirci. E a questo punto viene da porsi chiaramente una domanda: visto che i governi dei nostri “amici” europei continuano a fottersene allegramente del nostro problema, noi in Europa che ci stiamo a fare?
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