ANDREA STRAMEZZI RICOVERATO, IN COMA
Il dott. Stramezzi è ricoverato al Policlinico di Milano, in coma, dopo essere stato trovato in fin di vita nella sua abitazione la notte tra il 3 e il 4 marzo. Lo ha comunicato il figlio Pietro con un messaggio social.
Da alcune ore stanno circolando voci che sia morto. Per quanto ho potuto accertare (ho un amico che è in contatto diretto con suo figlio) al momento di scrivere (7PM-4marzo) Stramezzi è ancora in vita, in terapia intensiva, in stato di coma stabile.
Circolano anche sospetti su possibili cause come un avvelenamento, legate alle sue posizioni sui vaccini e ricerche sul cancro.
Molti hanno ripescato un vecchio post di Stramezzi, risalente a qualche anno fa, nel quale scriveva: “Dichiaro ufficialmente di non avere patologie, di stare bene, di non essere depresso e di non avere nessuna intenzione di suicidarmi. O pallottola d’argento o nulla. La morte naturale non può passare.”
Certamente, un dottore che sosteneva di aver salvato circa 10.000 pazienti durante il Covid con terapie non autorizzate non avrà sollevato molte simpatie nell’ambiente delle farmaceutiche. Stramezzi era anche un sostenitore di teorie alternative per combattere il cancro, basate sull’uso off-label di antiparassitari (Ivermectina+Fenbendazolo).
Per ora sappiamo che gli esami effettuati hanno escluso cause evidenti come ictus, infarto, intossicazione da alcol o droga. Nè sembrano esserci segni di effrazione in casa (nessun indicatore di una aggressione fisica). La causa del malore, quindi, resta al momento sconosciuta.
L’ombra di un altro caso De Donno si allunga minacciosa sulla figura di Andrea Stramezzi.
Massimo Mazzucco
Il dott. Stramezzi è ricoverato al Policlinico di Milano, in coma, dopo essere stato trovato in fin di vita nella sua abitazione la notte tra il 3 e il 4 marzo. Lo ha comunicato il figlio Pietro con un messaggio social.
Da alcune ore stanno circolando voci che sia morto. Per quanto ho potuto accertare (ho un amico che è in contatto diretto con suo figlio) al momento di scrivere (7PM-4marzo) Stramezzi è ancora in vita, in terapia intensiva, in stato di coma stabile.
Circolano anche sospetti su possibili cause come un avvelenamento, legate alle sue posizioni sui vaccini e ricerche sul cancro.
Molti hanno ripescato un vecchio post di Stramezzi, risalente a qualche anno fa, nel quale scriveva: “Dichiaro ufficialmente di non avere patologie, di stare bene, di non essere depresso e di non avere nessuna intenzione di suicidarmi. O pallottola d’argento o nulla. La morte naturale non può passare.”
Certamente, un dottore che sosteneva di aver salvato circa 10.000 pazienti durante il Covid con terapie non autorizzate non avrà sollevato molte simpatie nell’ambiente delle farmaceutiche. Stramezzi era anche un sostenitore di teorie alternative per combattere il cancro, basate sull’uso off-label di antiparassitari (Ivermectina+Fenbendazolo).
Per ora sappiamo che gli esami effettuati hanno escluso cause evidenti come ictus, infarto, intossicazione da alcol o droga. Nè sembrano esserci segni di effrazione in casa (nessun indicatore di una aggressione fisica). La causa del malore, quindi, resta al momento sconosciuta.
L’ombra di un altro caso De Donno si allunga minacciosa sulla figura di Andrea Stramezzi.
Massimo Mazzucco
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UN ALTRO FORTUNELLO DELL’11 SETTEMBRE
Oltre a Larry Silverstein, c’è un altro personaggio che si salvò “miracolosamente” la mattina dell’11 settembre. E’ il suo amico Howard Lutnick, il Ministro del Commercio USA attualmente implicato nel caso Epstein. La cosa è stata rivelata casualmente nella deposizione di Hillary Clinton. https://luogocomune.net/11-settembre/un-altro-fortunello-dell-11-settembre
Oltre a Larry Silverstein, c’è un altro personaggio che si salvò “miracolosamente” la mattina dell’11 settembre. E’ il suo amico Howard Lutnick, il Ministro del Commercio USA attualmente implicato nel caso Epstein. La cosa è stata rivelata casualmente nella deposizione di Hillary Clinton. https://luogocomune.net/11-settembre/un-altro-fortunello-dell-11-settembre
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DONALD TRUMP: 5 ERRORI FATALI
Donald Trump continua ad inanellare un errore dietro l’altro, e purtroppo la sua infinita presunzione gli impedisce di riconoscerli come tali. Questo non può che portarlo a commettere altri errori, concatenati ai precedenti.
Primo errore: fidarsi di Netanyahu
La grandezza di Netanyahu è stata quella di illudere Donald Trump di essere in qualche modo “soci alla pari” nelle operazioni in Medio Oriente. In realtà Netanyahu ha saputo sfruttare in pieno l’ego ipertrofico di Trump, convincendolo a fare una guerra da cui Israele è l’unica che può trarre un vantaggio reale.
Vedere Netanyahu che usciva ogni volta dallo studio ovale con quel sorrisetto sornione sulle labbra, la dice lunga sulla sua capacità di manipolare Donald Trump. Per chi ne volesse una dimostrazione plastica, basta andare a rivedere le immagini del pranzo ufficiale nel quale Netanyahu presentava pomposamente la lettera di candidatura di Donald Trump a Nobel per la pace. Un modo plateale per soddisfare pubblicamente la vanagloria del Presidente, prendendolo contemporaneamente in giro con una “candidatura” che non aveva alcun valore reale.
Netanyahu gli ha detto “Sei tu il più bello del reame” e lui, come un bimbo di otto anni, ci ha creduto. E ora, mentre Bibi si sfrega le mani, Trump si trova impantanato in una guerra dalla quale non sa più come uscire.
Secondo errore: contare sulla ribellione del popolo iraniano
Qualcuno (il Mossad?) deve aver detto a Trump che “il popolo iraniano è pronto a ribellarsi e ad abbattere il regime degli Ayatollah”. Questo lo si deduceva chiaramente dai discorsi fatti dallo stesso Trump nei primi giorni di guerra.
Ma l’idea di una “soluzione popolare” è rapidamente sfumata, e Trump ha smesso subito di parlarne pubblicamente. Evidentemente, o la porzione di popolo contraria al regime è molto minore di quanto immaginato, oppure la stessa popolazione iraniana, pur essendo contraria agli Ayatollah, è rimasta talmente indignata ed offesa dall’attacco traditore degli USA, che questo ha ricompattato momentaneamente tutti gli iraniani a favore del regime. E colpire a sangue freddo una scuola con 160 bambine innocenti non può certo aver aiutato.
Terzo errore: non prevedere la chiusura prolungata di Hormuz
Il fatto stesso che la Cina riceva il 45% del suo petrolio tramite lo stretto di Hormuz deve aver fatto pensare a Donald Trump che gli iraniani non lo avrebbero mai bloccato per un tempo prolungato. Non aveva pensato che gli iraniani potessero chiuderlo selettivamente, lasciando passare le petroliere dei paesi amici, e fermando solo quelle dei paesi aggressori. E adesso è lì che piagnucola e chiede l'aiuto dei paesi "alleati" (noi europei) per sbloccare il canale. Grande ooooops.
Quarto errore: Non prevedere l’attacco ai paesi del golfo come Kuwait, Bahrein, Dubai, Emirati, e la stessa Arabia Saudita.
Trump si è cullato (è stato cullato?) per lungo tempo nell’idea che l’Iran fosse una potenza isolata, accerchiata da paesi arabi ostili. Nelle varie ipotesi, i “grandi strateghi” del Pentagono avranno quindi escluso un attacco dell’Iran ai paesi del Golfo, in quanto – pensavano loro – questo non avrebbe fatto che coalizzare contro lo stesso Iran i paesi del Golfo, che sono tutti (eccetto il Bahrain) a maggioranza sunnita. Nuovamente, questo si è dimostrato un monumentale errore di calcolo: i paesi arabi del Golfo sono prima di tutto arabi, e la loro “amicizia” con gli americani è limitata agli interessi di tipo commerciale che hanno costruito nel tempo. Ma gli arabi sono anche musulmani, e la differenza fra sciiti e sunniti sembra scomparire di fronte al rischio di vedersi bombardati per colpa degli americani. Nessun paese arabo oserebbe mai entrare in guerra accanto agli USA in questo momento, perchè questo significherebbe entrare in guerra a fianco di Israele. Il contraccolpo sociale sarebbe immenso, e nessun leader dei paesi arabi vuole rischiare di ritrovarsi la popolazione in rivolta nelle strade di casa propria. Hanno quindi scelto il profilo basso, smentendo – nuovamente – i calcoli del Pentagono.
Donald Trump continua ad inanellare un errore dietro l’altro, e purtroppo la sua infinita presunzione gli impedisce di riconoscerli come tali. Questo non può che portarlo a commettere altri errori, concatenati ai precedenti.
Primo errore: fidarsi di Netanyahu
La grandezza di Netanyahu è stata quella di illudere Donald Trump di essere in qualche modo “soci alla pari” nelle operazioni in Medio Oriente. In realtà Netanyahu ha saputo sfruttare in pieno l’ego ipertrofico di Trump, convincendolo a fare una guerra da cui Israele è l’unica che può trarre un vantaggio reale.
Vedere Netanyahu che usciva ogni volta dallo studio ovale con quel sorrisetto sornione sulle labbra, la dice lunga sulla sua capacità di manipolare Donald Trump. Per chi ne volesse una dimostrazione plastica, basta andare a rivedere le immagini del pranzo ufficiale nel quale Netanyahu presentava pomposamente la lettera di candidatura di Donald Trump a Nobel per la pace. Un modo plateale per soddisfare pubblicamente la vanagloria del Presidente, prendendolo contemporaneamente in giro con una “candidatura” che non aveva alcun valore reale.
Netanyahu gli ha detto “Sei tu il più bello del reame” e lui, come un bimbo di otto anni, ci ha creduto. E ora, mentre Bibi si sfrega le mani, Trump si trova impantanato in una guerra dalla quale non sa più come uscire.
Secondo errore: contare sulla ribellione del popolo iraniano
Qualcuno (il Mossad?) deve aver detto a Trump che “il popolo iraniano è pronto a ribellarsi e ad abbattere il regime degli Ayatollah”. Questo lo si deduceva chiaramente dai discorsi fatti dallo stesso Trump nei primi giorni di guerra.
Ma l’idea di una “soluzione popolare” è rapidamente sfumata, e Trump ha smesso subito di parlarne pubblicamente. Evidentemente, o la porzione di popolo contraria al regime è molto minore di quanto immaginato, oppure la stessa popolazione iraniana, pur essendo contraria agli Ayatollah, è rimasta talmente indignata ed offesa dall’attacco traditore degli USA, che questo ha ricompattato momentaneamente tutti gli iraniani a favore del regime. E colpire a sangue freddo una scuola con 160 bambine innocenti non può certo aver aiutato.
Terzo errore: non prevedere la chiusura prolungata di Hormuz
Il fatto stesso che la Cina riceva il 45% del suo petrolio tramite lo stretto di Hormuz deve aver fatto pensare a Donald Trump che gli iraniani non lo avrebbero mai bloccato per un tempo prolungato. Non aveva pensato che gli iraniani potessero chiuderlo selettivamente, lasciando passare le petroliere dei paesi amici, e fermando solo quelle dei paesi aggressori. E adesso è lì che piagnucola e chiede l'aiuto dei paesi "alleati" (noi europei) per sbloccare il canale. Grande ooooops.
Quarto errore: Non prevedere l’attacco ai paesi del golfo come Kuwait, Bahrein, Dubai, Emirati, e la stessa Arabia Saudita.
Trump si è cullato (è stato cullato?) per lungo tempo nell’idea che l’Iran fosse una potenza isolata, accerchiata da paesi arabi ostili. Nelle varie ipotesi, i “grandi strateghi” del Pentagono avranno quindi escluso un attacco dell’Iran ai paesi del Golfo, in quanto – pensavano loro – questo non avrebbe fatto che coalizzare contro lo stesso Iran i paesi del Golfo, che sono tutti (eccetto il Bahrain) a maggioranza sunnita. Nuovamente, questo si è dimostrato un monumentale errore di calcolo: i paesi arabi del Golfo sono prima di tutto arabi, e la loro “amicizia” con gli americani è limitata agli interessi di tipo commerciale che hanno costruito nel tempo. Ma gli arabi sono anche musulmani, e la differenza fra sciiti e sunniti sembra scomparire di fronte al rischio di vedersi bombardati per colpa degli americani. Nessun paese arabo oserebbe mai entrare in guerra accanto agli USA in questo momento, perchè questo significherebbe entrare in guerra a fianco di Israele. Il contraccolpo sociale sarebbe immenso, e nessun leader dei paesi arabi vuole rischiare di ritrovarsi la popolazione in rivolta nelle strade di casa propria. Hanno quindi scelto il profilo basso, smentendo – nuovamente – i calcoli del Pentagono.
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Quinto errore: pensare di avere una base elettorale solida ed inossidabile.
Come tutti i narcisisti patologici, è facile scambiare un voto politico per un voto personale. La sua “landslide victory”, che gli ha permesso di entrare alla Casa Bianca con oltre 300 voti elettorali, deve averlo convinto che quel voto sia stata la santificazione della sua persona da parte del popolo americano. E in quanto “unto del Signore”, Trump deve aver creduto che il suo popolo lo avrebbe seguito dovunque e comunque, senza mai mettere in discussione le sue scelte.
Ma il popolo americano guarda prima di tutto a sè stesso. Quando vede il prezzo della benzina aumentare del 30% in tre giorni, non si ricorda nemmeno più per chi ha votato: vuole vederlo scendere e basta. E le scelte in politica estera di Trump sono tutt’altro che condivisibili, anche da buona parte della sua stessa base elettorale, che lo aveva eletto con gli slogan “niente più guerre” e “America first”.
La cruda realtà di oggi è sotto gli occhi di tutti: criticato da molti personaggi di punta del suo stesso movimento (Marjorie Taylor Green, Thomas Massie, Tucker Carlson, Alex Jones, Candace Owens, ecc), Trump vede il suo consenso crollare ai minimi storici. E con le incombenti elezioni di novembre, rischia seriamente di perdere il controllo della camera e del senato. Il che lo renderebbe automaticamente impallinabile per impeachment.
L’unica cosa che rimane da sperare è che un personaggio del genere, una volta resosi conto del disastro a cui sta andando incontro, non tenti un disperato colpo di coda che possa seriamente mettere a rischio la sicurezza e gli equilibri mondiali. Se questo dovesse succedere, speriamo che negli Stati Uniti qualcuno si ricordi che esiste il 25° emendamento della Costituzione.
Massimo Mazzucco
Come tutti i narcisisti patologici, è facile scambiare un voto politico per un voto personale. La sua “landslide victory”, che gli ha permesso di entrare alla Casa Bianca con oltre 300 voti elettorali, deve averlo convinto che quel voto sia stata la santificazione della sua persona da parte del popolo americano. E in quanto “unto del Signore”, Trump deve aver creduto che il suo popolo lo avrebbe seguito dovunque e comunque, senza mai mettere in discussione le sue scelte.
Ma il popolo americano guarda prima di tutto a sè stesso. Quando vede il prezzo della benzina aumentare del 30% in tre giorni, non si ricorda nemmeno più per chi ha votato: vuole vederlo scendere e basta. E le scelte in politica estera di Trump sono tutt’altro che condivisibili, anche da buona parte della sua stessa base elettorale, che lo aveva eletto con gli slogan “niente più guerre” e “America first”.
La cruda realtà di oggi è sotto gli occhi di tutti: criticato da molti personaggi di punta del suo stesso movimento (Marjorie Taylor Green, Thomas Massie, Tucker Carlson, Alex Jones, Candace Owens, ecc), Trump vede il suo consenso crollare ai minimi storici. E con le incombenti elezioni di novembre, rischia seriamente di perdere il controllo della camera e del senato. Il che lo renderebbe automaticamente impallinabile per impeachment.
L’unica cosa che rimane da sperare è che un personaggio del genere, una volta resosi conto del disastro a cui sta andando incontro, non tenti un disperato colpo di coda che possa seriamente mettere a rischio la sicurezza e gli equilibri mondiali. Se questo dovesse succedere, speriamo che negli Stati Uniti qualcuno si ricordi che esiste il 25° emendamento della Costituzione.
Massimo Mazzucco
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REFERENDUM: PERCHE’ HA VINTO IL NO
La cosa più paradossale di questo referendum è che quasi nessuno ha votato sulla giustizia. Si è votato per decidere se le intenzioni del governo di riformare la giustizia fossero sincere oppure no.
Non sfugge infatti a nessuno che il nostro sistema giuridico sia profondamente malato. Ma quasi nessuno degli italiani era in grado di capire se le riforme proposte lo avrebbero effettivamente migliorato.
Una cosa però gli italiani l’hanno capita: i partiti di governo avevano una voglia matta, quasi sfrenata, di vincere a tutti i costi.
E questo ha fatto aumentare i sospetti.
A questi sospetti si aggiungano le uscite maldestre di Nordio (“Prima o poi anche la sinistra trarrà vantaggio dalla riforma”), della sua vice Bartolozzi ("Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura”), di Tajani (“L'ordinamento giudiziario è quello voluto dal fascismo dove l'imputato è colpevole”), per non parlare della ciliegina finale della Meloni (“Se passa il no avremo per le strade spacciatori e pedofili”).
Di fronte a uscite del genere, l’italiano medio non ha più bisogno di capire i tecnicismi della riforma. Capisce che da parte del governo c’è, nella migliore delle ipotesi, una crassa ignoranza, e nella peggiore, vera e propria malafede.
E’ quindi vota no.
Il voto del referendum non è stato sulla giustizia, è stato sulla sincerità di chi lo proponeva.
Massimo Mazzucco
La cosa più paradossale di questo referendum è che quasi nessuno ha votato sulla giustizia. Si è votato per decidere se le intenzioni del governo di riformare la giustizia fossero sincere oppure no.
Non sfugge infatti a nessuno che il nostro sistema giuridico sia profondamente malato. Ma quasi nessuno degli italiani era in grado di capire se le riforme proposte lo avrebbero effettivamente migliorato.
Una cosa però gli italiani l’hanno capita: i partiti di governo avevano una voglia matta, quasi sfrenata, di vincere a tutti i costi.
E questo ha fatto aumentare i sospetti.
A questi sospetti si aggiungano le uscite maldestre di Nordio (“Prima o poi anche la sinistra trarrà vantaggio dalla riforma”), della sua vice Bartolozzi ("Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura”), di Tajani (“L'ordinamento giudiziario è quello voluto dal fascismo dove l'imputato è colpevole”), per non parlare della ciliegina finale della Meloni (“Se passa il no avremo per le strade spacciatori e pedofili”).
Di fronte a uscite del genere, l’italiano medio non ha più bisogno di capire i tecnicismi della riforma. Capisce che da parte del governo c’è, nella migliore delle ipotesi, una crassa ignoranza, e nella peggiore, vera e propria malafede.
E’ quindi vota no.
Il voto del referendum non è stato sulla giustizia, è stato sulla sincerità di chi lo proponeva.
Massimo Mazzucco
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INIZIATO IL PROCESSO A MADURO
Sono iniziate a New York le fasi preliminari del processo a Nicholas Maduro.
Le accuse sono:
- Cospirazione di narcoterrorismo
- Cospirazione per importare cocaina negli Stati Uniti
- Reati legati al possesso e cospirazione per possesso di armi (mitragliatrici e dispositivi distruttivi).
La procedura si è subito impantanata, perchè Maduro ha dichiarato di non disporre di fondi personali per pagarsi gli avvocati della difesa, e ha chiesto che sia il governo venezuelano a farlo. Ma il giudice distrettuale, Hellerstein, ha negato a Maduro questa possibilità.
L'accusa infatti ha sostenuto ciò “significherebbe saccheggiare la ricchezza del Venezuela, e questo indebolirebbe l’effetto delle sanzioni”.
Vi metto la frase originale in inglese, perchè è difficile da credere: “The defendants are plundering the wealth of Venezuela,” Assistant US Attorney Kyle Wirshba said. “It would undermine the sanctions to allow them to access those funds now.” https://edition.cnn.com/.../nicolas-maduro-new-york-court
Quindi, un presidente in carica di una nazione straniera viene rapito nel mezzo nella notte dagli americani, portato di forza a New York e processato con accuse pretestuose, senza avere nemmeno il diritto di pagarsi le spese della difesa con i soldi del proprio governo.
E per fortuna che gli Stati Uniti sono il faro delle democrazie occidentali. Chissà se fossero uno stato terrorista, cosa non si sarebbero riusciti ad inventare.
Massimo Mazzucco
Sono iniziate a New York le fasi preliminari del processo a Nicholas Maduro.
Le accuse sono:
- Cospirazione di narcoterrorismo
- Cospirazione per importare cocaina negli Stati Uniti
- Reati legati al possesso e cospirazione per possesso di armi (mitragliatrici e dispositivi distruttivi).
La procedura si è subito impantanata, perchè Maduro ha dichiarato di non disporre di fondi personali per pagarsi gli avvocati della difesa, e ha chiesto che sia il governo venezuelano a farlo. Ma il giudice distrettuale, Hellerstein, ha negato a Maduro questa possibilità.
L'accusa infatti ha sostenuto ciò “significherebbe saccheggiare la ricchezza del Venezuela, e questo indebolirebbe l’effetto delle sanzioni”.
Vi metto la frase originale in inglese, perchè è difficile da credere: “The defendants are plundering the wealth of Venezuela,” Assistant US Attorney Kyle Wirshba said. “It would undermine the sanctions to allow them to access those funds now.” https://edition.cnn.com/.../nicolas-maduro-new-york-court
Quindi, un presidente in carica di una nazione straniera viene rapito nel mezzo nella notte dagli americani, portato di forza a New York e processato con accuse pretestuose, senza avere nemmeno il diritto di pagarsi le spese della difesa con i soldi del proprio governo.
E per fortuna che gli Stati Uniti sono il faro delle democrazie occidentali. Chissà se fossero uno stato terrorista, cosa non si sarebbero riusciti ad inventare.
Massimo Mazzucco
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IRAN: TUTTO RIMANDATO
La distruzione dell’Iran nell’arco di una notte non c’è stata. Il ritorno all’età della pietra di una delle civiltà più antiche del mondo è rimandato a data da definire.
Pressato da un’opinione pubblica che non vuole la guerra e protesta per il prezzo della benzina, e preoccupato per le voci crescenti che chiedono l’applicazione del 25° emendamento, Trump è tornato a più miti consigli.
E’ stato così raggiunto un accordo di massima, mediato dal Pakistan, che prevede inizialmente un cessate il fuoco di due settimane e la riapertura del canale, sotto il controllo iraniano.
Ma tutte le questioni più importanti – impegno formale di non aggressione da parte degli USA, pedaggi all’Iran per il passaggio nello stretto (a ricompensa dei danni subiti), arricchimento civile dell’uranio da parte dell’Iran, revoca delle sanzioni USA e Onu contro l’Iran, e soprattutto il ritiro americano dalle basi in Medio Oriente – rimangono ancora da definire.
Prepariamoci quindi ad altre due settimane di fibrillazione, nelle quali ciascuna delle parti canterà vittoria a casa propria, mentre Netanyahu farà di tutto per far saltare in qualche modo gli accordi in discussione.
E’ chiaro che finchè i due criminali – Trump e Netanyahu - non verranno rimossi dalle posizioni di potere, nulla di sostanziale cambierà in Medio Oriente. L’unica variante interessante sarà di vedere quali nuovi superlativi riuscirà a scovare Trump per tornare a minacciare l’Iran, quando si accorgerà che le richieste iraniane non sono accettabili per Israele, e che quindi lui sarà nuovamente obbligato a minacciarli di distruzione totale.
Massimo Mazzucco
La distruzione dell’Iran nell’arco di una notte non c’è stata. Il ritorno all’età della pietra di una delle civiltà più antiche del mondo è rimandato a data da definire.
Pressato da un’opinione pubblica che non vuole la guerra e protesta per il prezzo della benzina, e preoccupato per le voci crescenti che chiedono l’applicazione del 25° emendamento, Trump è tornato a più miti consigli.
E’ stato così raggiunto un accordo di massima, mediato dal Pakistan, che prevede inizialmente un cessate il fuoco di due settimane e la riapertura del canale, sotto il controllo iraniano.
Ma tutte le questioni più importanti – impegno formale di non aggressione da parte degli USA, pedaggi all’Iran per il passaggio nello stretto (a ricompensa dei danni subiti), arricchimento civile dell’uranio da parte dell’Iran, revoca delle sanzioni USA e Onu contro l’Iran, e soprattutto il ritiro americano dalle basi in Medio Oriente – rimangono ancora da definire.
Prepariamoci quindi ad altre due settimane di fibrillazione, nelle quali ciascuna delle parti canterà vittoria a casa propria, mentre Netanyahu farà di tutto per far saltare in qualche modo gli accordi in discussione.
E’ chiaro che finchè i due criminali – Trump e Netanyahu - non verranno rimossi dalle posizioni di potere, nulla di sostanziale cambierà in Medio Oriente. L’unica variante interessante sarà di vedere quali nuovi superlativi riuscirà a scovare Trump per tornare a minacciare l’Iran, quando si accorgerà che le richieste iraniane non sono accettabili per Israele, e che quindi lui sarà nuovamente obbligato a minacciarli di distruzione totale.
Massimo Mazzucco
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I MEDIA OCCIDENTALI E L’ARCHITETTURA DEL CONSENSO
La «vittoria» moderna si prepara molto prima di sparare il primo colpo. È preparata con una sofisticata architettura di consenso prefabbricato, in cui l’inganno politico e la complicità dei media trasformano aggressioni illegali in «necessità morali». https://luogocomune.net/news-media/i-media-occidentali-e-l%E2%80%99architettura-del-consenso
La «vittoria» moderna si prepara molto prima di sparare il primo colpo. È preparata con una sofisticata architettura di consenso prefabbricato, in cui l’inganno politico e la complicità dei media trasformano aggressioni illegali in «necessità morali». https://luogocomune.net/news-media/i-media-occidentali-e-l%E2%80%99architettura-del-consenso
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LA CADUTA DEI VALORI
Ci sono eventi che scorrono turbinosi sulla superficie: questi sono gli eventi che vediamo tutti i giorni sui giornali: la guerra in Ucraina, le notizie dal Golfo, le ultime sparate di Trump, i bombardamenti nel Libano, eccetera.
E poi ci sono eventi che scorrono più lenti, sotto la superficie, e che non riusciamo a vedere, a meno di porvi una attenzione particolare. Questi eventi sono i cambiamenti che stanno avvenendo, molto lentamente, nella nostra “tabella dei principi morali” a cui ci rifacciamo ogni giorno.
Questi cambiamenti avvengono talmente lentamente, che la maggioranza di noi non se ne accorge nemmeno.
12 anni fa, Edward Snowden rivelava al mondo l'esistenza di programmi di sorveglianza di massa gestiti dagli USA. Questa notizia ci sconvolse tutti profondamente. Oggi invece, ci siamo talmente abituati all’idea di essere sorvegliati, che nemmeno ci ricordiamo chi fosse Edward Snowden. E accogliamo i dirigenti di Palantir come se fossero degli eroi dell’era moderna.
20 anni fa alzavamo gli occhi al cielo stupiti, nel vedere le prime scie chimiche che lasciavano dei segni indelebili nei nostri cieli. Indignati e sconcertati, chiedevamo a gran voce spiegazioni da parte dei nostri politici e dei nostri militari. Oggi, dopo 20 anni di silenzio e di diniego, ci siamo lentamente abituati alla loro presenza nel cielo, e le accettiamo come un dato di fatto.
Due anni fa ci siamo spaventati, quando abbiamo visto il realismo con cui l’intelligenza artificiale era riuscita a ricreare le immagini di un “Trump arrestato dalla polizia”. Oggi consumiamo - e noi stessi produciamo - tonnellate di immagini generate con intelligenza artificiale, contribuendo con ciascuna a cancellare ancor di più quella già sottile linea di demarcazione che separa il vero dal falso. Parimenti, attribuiamo all’intelligenza artificiale un’autorevolezza, nel presentare “opinioni” di qualunque tipo, che sta rendendo sempre più inutile la capacità umana di ragionare con il proprio cervello.
Solo pochi anni fa ci siamo scandalizzati quando il primo ministro canadese, Trudeau, decideva di ricattare i camionisti in sciopero chiudendo loro i conti correnti. Oggi leggiamo regolarmente - e accettiamo tranquillamente - che personaggi scomodi in ogni parte del mondo subiscano le cosiddette operazioni di debanking, senza più minimamente protestare.
Nel 2008, John McCain canticchiava allegro davanti alle telecamere “"Bomb bomb bomb, bomb bomb Iran", rifacendosi al famoso motivo “Barbara Ann” dei Beach Boys. In quell’epoca lo consideravano tutti un esaltato fuori registro, e nessuno lo prendeva seriamente. Oggi abbiamo un presidente degli Stati Uniti che decide tranquillamente di bombardare l’Iran, senza essere stato provocato, e noi lo accettiamo come se fosse una cosa normale.
Se questo aggiungiamo un primo ministro della nostra nazione che, di fronte ad un fatto del genere, se ne lava le mani dicendo “non condivido e non condanno”, capiamo tutti benissimo dove sia l’origine del problema. “Affinchè il male trionfi – disse qualcuno – è sufficiente che gli uomini di buona volontà non facciano nulla.” Per non parlare di un ministro degli esteri – non di un fattorino del ministero, ma del ministro degli esteri in persona – che dice serenamente davanti alle telecamere che “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”.
L’origine del problema sta nella mancanza di una leadership morale. Politici e giornalisti sempre più disinteressati alle questioni di principio, e sempre più interessati a restare in equilibrio sul proprio sgabello, stanno provocando, a cascata, una perdita del senso dei valori comuni in tutta la popolazione.
Come disse Andrei Tarkovskij, “Abbiamo costruito una civiltà che minaccia di distruggere l’umanità. Di fronte ad una simile catastrofe globale sorge in me un unico bisogno essenziale, che è quello di far emergere la responsabilità personale dell’uomo e la sua disponibilità ad un’offerta spirituale”.
Ci sono eventi che scorrono turbinosi sulla superficie: questi sono gli eventi che vediamo tutti i giorni sui giornali: la guerra in Ucraina, le notizie dal Golfo, le ultime sparate di Trump, i bombardamenti nel Libano, eccetera.
E poi ci sono eventi che scorrono più lenti, sotto la superficie, e che non riusciamo a vedere, a meno di porvi una attenzione particolare. Questi eventi sono i cambiamenti che stanno avvenendo, molto lentamente, nella nostra “tabella dei principi morali” a cui ci rifacciamo ogni giorno.
Questi cambiamenti avvengono talmente lentamente, che la maggioranza di noi non se ne accorge nemmeno.
12 anni fa, Edward Snowden rivelava al mondo l'esistenza di programmi di sorveglianza di massa gestiti dagli USA. Questa notizia ci sconvolse tutti profondamente. Oggi invece, ci siamo talmente abituati all’idea di essere sorvegliati, che nemmeno ci ricordiamo chi fosse Edward Snowden. E accogliamo i dirigenti di Palantir come se fossero degli eroi dell’era moderna.
20 anni fa alzavamo gli occhi al cielo stupiti, nel vedere le prime scie chimiche che lasciavano dei segni indelebili nei nostri cieli. Indignati e sconcertati, chiedevamo a gran voce spiegazioni da parte dei nostri politici e dei nostri militari. Oggi, dopo 20 anni di silenzio e di diniego, ci siamo lentamente abituati alla loro presenza nel cielo, e le accettiamo come un dato di fatto.
Due anni fa ci siamo spaventati, quando abbiamo visto il realismo con cui l’intelligenza artificiale era riuscita a ricreare le immagini di un “Trump arrestato dalla polizia”. Oggi consumiamo - e noi stessi produciamo - tonnellate di immagini generate con intelligenza artificiale, contribuendo con ciascuna a cancellare ancor di più quella già sottile linea di demarcazione che separa il vero dal falso. Parimenti, attribuiamo all’intelligenza artificiale un’autorevolezza, nel presentare “opinioni” di qualunque tipo, che sta rendendo sempre più inutile la capacità umana di ragionare con il proprio cervello.
Solo pochi anni fa ci siamo scandalizzati quando il primo ministro canadese, Trudeau, decideva di ricattare i camionisti in sciopero chiudendo loro i conti correnti. Oggi leggiamo regolarmente - e accettiamo tranquillamente - che personaggi scomodi in ogni parte del mondo subiscano le cosiddette operazioni di debanking, senza più minimamente protestare.
Nel 2008, John McCain canticchiava allegro davanti alle telecamere “"Bomb bomb bomb, bomb bomb Iran", rifacendosi al famoso motivo “Barbara Ann” dei Beach Boys. In quell’epoca lo consideravano tutti un esaltato fuori registro, e nessuno lo prendeva seriamente. Oggi abbiamo un presidente degli Stati Uniti che decide tranquillamente di bombardare l’Iran, senza essere stato provocato, e noi lo accettiamo come se fosse una cosa normale.
Se questo aggiungiamo un primo ministro della nostra nazione che, di fronte ad un fatto del genere, se ne lava le mani dicendo “non condivido e non condanno”, capiamo tutti benissimo dove sia l’origine del problema. “Affinchè il male trionfi – disse qualcuno – è sufficiente che gli uomini di buona volontà non facciano nulla.” Per non parlare di un ministro degli esteri – non di un fattorino del ministero, ma del ministro degli esteri in persona – che dice serenamente davanti alle telecamere che “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”.
L’origine del problema sta nella mancanza di una leadership morale. Politici e giornalisti sempre più disinteressati alle questioni di principio, e sempre più interessati a restare in equilibrio sul proprio sgabello, stanno provocando, a cascata, una perdita del senso dei valori comuni in tutta la popolazione.
Come disse Andrei Tarkovskij, “Abbiamo costruito una civiltà che minaccia di distruggere l’umanità. Di fronte ad una simile catastrofe globale sorge in me un unico bisogno essenziale, che è quello di far emergere la responsabilità personale dell’uomo e la sua disponibilità ad un’offerta spirituale”.
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Semmai si volesse cercare in futuro un leader ancora all’altezza di quel nome, il mio consiglio non è certo di cercare qualcuno che penda più a destra piuttosto che a sinistra, ma qualcuno che sappia mettere in primo piano una reale scala di valori, rispettata e condivisa da tutti, e solo in secondo piano, a discendere, eventuali scelte politiche che siano in grado di rispettare pienamente quei valori.
Altrimenti conviene fare da soli, ciascuno seguendo la propria bussola morale, ignorando platealmente il cosiddetto “sentire comune” e tutte le storture che oggi porta con sè questa continua erosione dei valori più fondamentali. Prima di tutto, abbiamo il dovere di salvare noi stessi.
Massimo Mazzucco
Altrimenti conviene fare da soli, ciascuno seguendo la propria bussola morale, ignorando platealmente il cosiddetto “sentire comune” e tutte le storture che oggi porta con sè questa continua erosione dei valori più fondamentali. Prima di tutto, abbiamo il dovere di salvare noi stessi.
Massimo Mazzucco
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TRUMP COME PERÒN?
Nei primi anni 50, Juan Domingo Peròn era all’apice del suo potere. Aveva il pieno supporto della classe politica e militare, ed era letteralmente osannato dalla popolazione argentina, per le significative riforme sociali che erano andate a beneficio dei più poveri. Edilizia popolare, voto alle donne e sicurezza sociale erano dei pilastri, apparentemente indistruttibili, del suo grande successo.
Nonostante il suo “socialismo” evidente, Peròn era anche riuscito ad ottenere il supporto degli industriali, grazie ad un sistema corporativo in cui sindacati, imprenditori e stato collaboravano sotto la guida del governo. Peròn aveva inoltre il pieno appoggio della Chiesa cattolica, alla quale aveva concesso il controllo dell’educazione religiosa nelle scuole.
Insomma, Peròn aveva tutto suo favore. E proprio sull’onda di questo successo inarrestabile, cominciò a perdere il senso della realtà e a considerarsi una specie di semidio, intoccabile, inarrivabile e insostituibile.
A partire dal 1954 il suo egocentrismo lo portò ad invadere progressivamente le sfere tradizionali della Chiesa (educazione, morale pubblica, carità) mentre promuoveva un culto della personalità che i vescovi percepivano sempre più come rivale della religione.
Ebbro del suo potere, Peròn soppresse l’insegnamento religioso nelle scuole pubbliche e lo sostituì con la “dottrina nazionale”, basata sulle “20 verità peroniste”. Subito dopo fece approvare una legge sul divorzio, nonostante il parere contrario della Chiesa. Infine portò a termine una effettiva separazione tra stato e Chiesa, mettendo fine al cattolicesimo come religione ufficiale, mentre attribuiva uguaglianza di diritti a tutte le altre confessioni.
Nei suoi discorsi pubblici divenne sempre più acido ed arrogante contro la Chiesa, accusando apertamente i vescovi di sabotare il governo e di interferire nella politica nazionale.
A quel punto la Chiesa si schierò contro di lui, e strinse una alleanza segreta con una frangia dei militari e con i partiti più conservatori. Ma il potere della Chiesa si fece sentire soprattutto dall’altare: da ogni pulpito, ogni domenica, in ogni chiesa del paese, i preti cattolici lanciavano anatemi contro Peròn, che nel frattempo era stato anche scomunicato dal papa.
Ma Peròn si riteneva indistruttibile: ebbro di potere, si era autoattribuito il titolo di “Libertador de la República” e aveva nominato la moglie Eva come”Leader spirituale della Nazione Argentina”.
Nel 1955 ci fu un colpo di stato guidato dai militari, con l’appoggio della Chiesa. Peròn dovette fare le valigie in fretta e furia, e si rifugiò in Paraguay. Nell’arco di poco più di un anno l’Intoccabile aveva perso tutto quello che aveva: potere apparentemente infinito, supporto popolare apparentemente incrollabile, popolarità personale con elementi di autocelebrazione divina. Tutto finito, tutto dissolto nel nulla, tutto archiviato nelle pagine della storia nell’arco di poche settimane.
Chissà come andrà a finire Donald Trump?
Massimo Mazzucco
Nei primi anni 50, Juan Domingo Peròn era all’apice del suo potere. Aveva il pieno supporto della classe politica e militare, ed era letteralmente osannato dalla popolazione argentina, per le significative riforme sociali che erano andate a beneficio dei più poveri. Edilizia popolare, voto alle donne e sicurezza sociale erano dei pilastri, apparentemente indistruttibili, del suo grande successo.
Nonostante il suo “socialismo” evidente, Peròn era anche riuscito ad ottenere il supporto degli industriali, grazie ad un sistema corporativo in cui sindacati, imprenditori e stato collaboravano sotto la guida del governo. Peròn aveva inoltre il pieno appoggio della Chiesa cattolica, alla quale aveva concesso il controllo dell’educazione religiosa nelle scuole.
Insomma, Peròn aveva tutto suo favore. E proprio sull’onda di questo successo inarrestabile, cominciò a perdere il senso della realtà e a considerarsi una specie di semidio, intoccabile, inarrivabile e insostituibile.
A partire dal 1954 il suo egocentrismo lo portò ad invadere progressivamente le sfere tradizionali della Chiesa (educazione, morale pubblica, carità) mentre promuoveva un culto della personalità che i vescovi percepivano sempre più come rivale della religione.
Ebbro del suo potere, Peròn soppresse l’insegnamento religioso nelle scuole pubbliche e lo sostituì con la “dottrina nazionale”, basata sulle “20 verità peroniste”. Subito dopo fece approvare una legge sul divorzio, nonostante il parere contrario della Chiesa. Infine portò a termine una effettiva separazione tra stato e Chiesa, mettendo fine al cattolicesimo come religione ufficiale, mentre attribuiva uguaglianza di diritti a tutte le altre confessioni.
Nei suoi discorsi pubblici divenne sempre più acido ed arrogante contro la Chiesa, accusando apertamente i vescovi di sabotare il governo e di interferire nella politica nazionale.
A quel punto la Chiesa si schierò contro di lui, e strinse una alleanza segreta con una frangia dei militari e con i partiti più conservatori. Ma il potere della Chiesa si fece sentire soprattutto dall’altare: da ogni pulpito, ogni domenica, in ogni chiesa del paese, i preti cattolici lanciavano anatemi contro Peròn, che nel frattempo era stato anche scomunicato dal papa.
Ma Peròn si riteneva indistruttibile: ebbro di potere, si era autoattribuito il titolo di “Libertador de la República” e aveva nominato la moglie Eva come”Leader spirituale della Nazione Argentina”.
Nel 1955 ci fu un colpo di stato guidato dai militari, con l’appoggio della Chiesa. Peròn dovette fare le valigie in fretta e furia, e si rifugiò in Paraguay. Nell’arco di poco più di un anno l’Intoccabile aveva perso tutto quello che aveva: potere apparentemente infinito, supporto popolare apparentemente incrollabile, popolarità personale con elementi di autocelebrazione divina. Tutto finito, tutto dissolto nel nulla, tutto archiviato nelle pagine della storia nell’arco di poche settimane.
Chissà come andrà a finire Donald Trump?
Massimo Mazzucco
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