PROUD PROPHET: NON ESISTONO ARMI NUCLEARI “TATTICHE”
In questi giorni si sente spesso parlare della possibilità dell’uso di armi nucleari “tattiche”, nello scenario di guerra dell’Ucraina.
Secondo la definizione corrente, queste sarebbero “piccole” armi nucleari, con un potenziale distruttivo ridotto. Il loro uso provocherebbe quindi un danno relativo, che sarebbe limitato ad obiettivi strategici o comunque militari. In altre parole, viene fatta passare l’idea che esista uno stadio intermedio fra le armi convenzionali e quelle nucleari vere e proprie, e che l’utilizzo di queste armi nucleari “tattiche” non debba portare necessariamente alla escalation irreversibile di una totale guerra atomica.
Questa ipotesi, tanto cara ai guerrafondai che sperano di vedere i fuochi d’artificio in Ucraina, è stata totalmente smentita circa quarant’anni fa, da una simulazione di guerra voluta da Ronald Reagan, chiamata Proud Prophet.
Eletto nel 1980, Reagan si ritrovò alla presidenza degli Stati Uniti in uno dei momenti più delicati di tutta la Guerra Fredda. L’unica dottrina che imperava allora era la cosiddetta MAD, che sta per “mutually assured destruction”, ovvero distruzione reciproca assicurata. In base a questa dottrina, l’unico deterrente che potesse fermare una guerra nucleare era la certezza che ambedue le nazioni sarebbero state completamente distrutte.
Ma fu a quel punto che qualcuno nel Pentagono introdusse un altro concetto. Si chiamava: “escalation to de-escalation”, ovvero una escalation militare, eseguita con bombe nucleari di bassa potenza, intesa proprio a convincere l’avversario a demordere, prima di arrivare al famoso punto di non ritorno.
Naturalmente, per chi non sia malato di militarismo, questo era un ragionamento che non stava in piedi. Ma ci volle una vera propria esercitazione a tavolino per dimostrarlo. Fu così che nacque Proud Prophet.
Una simulazione complicatissima, che durò due settimane, nella quale una parte dei militari rappresentavano la logica del Pentagono, e l’altra rappresentava la logica del Cremlino. In altre parole, ogni decisione presa durante la simulazione andava fatta mettendosi nei panni o dell’una o dell’altra parte.
Ciascuna delle due parti, ovviamente, non era al corrente dei piani dell’avversario, e doveva prendere decisioni in tempi molto ristretti, basandosi solo su quello che accadeva sul campo di battaglia.
E così, fu presto chiaro che l’utilizzo delle cosiddette armi nucleari tattiche avrebbe solamente rimandato la conclusione irreversibile, quella appunto di una guerra atomica totale. Non c’era scampo: una volta lanciata la prima, la sequenza di eventi avrebbe portato la scala della distruzione completamente fuori controllo.
Che oggi ci siano militari, dall’una e dall’altra sponda che amano giocare con queste ipotesi, è qualcosa di comprensibile: in fondo la guerra è fatta anche di dichiarazioni e di bluff, più o meno fondati e credibili. Quello che invece non è accettabile e che da noi ci siano giornalisti e “opinionisti” di ogni sorta, che continuano a parlare allegramente dell’uso di armi nucleari “tattiche”, come se non dovessero portare necessariamente ad una escalation irreversibile.
Le guerre si combattono con le armi, ma le guerre si possono combattere soltanto con il supporto dell’opinione pubblica di ciascun paese coinvolto. E l’opinione pubblica del nostro paese – che è comunque coinvolto, anche se in modo indiretto - è purtroppo nelle mani di giornalisti prezzolati, che pur di fare contenti i loro padroni della Nato non esitano ad introdurre nel pubblico discorso argomenti che invece dovrebbero esserne categoricamente esclusi, per motivi che non dovremmo nemmeno stare qui ad invocare.
Massimo Mazzucco
In questi giorni si sente spesso parlare della possibilità dell’uso di armi nucleari “tattiche”, nello scenario di guerra dell’Ucraina.
Secondo la definizione corrente, queste sarebbero “piccole” armi nucleari, con un potenziale distruttivo ridotto. Il loro uso provocherebbe quindi un danno relativo, che sarebbe limitato ad obiettivi strategici o comunque militari. In altre parole, viene fatta passare l’idea che esista uno stadio intermedio fra le armi convenzionali e quelle nucleari vere e proprie, e che l’utilizzo di queste armi nucleari “tattiche” non debba portare necessariamente alla escalation irreversibile di una totale guerra atomica.
Questa ipotesi, tanto cara ai guerrafondai che sperano di vedere i fuochi d’artificio in Ucraina, è stata totalmente smentita circa quarant’anni fa, da una simulazione di guerra voluta da Ronald Reagan, chiamata Proud Prophet.
Eletto nel 1980, Reagan si ritrovò alla presidenza degli Stati Uniti in uno dei momenti più delicati di tutta la Guerra Fredda. L’unica dottrina che imperava allora era la cosiddetta MAD, che sta per “mutually assured destruction”, ovvero distruzione reciproca assicurata. In base a questa dottrina, l’unico deterrente che potesse fermare una guerra nucleare era la certezza che ambedue le nazioni sarebbero state completamente distrutte.
Ma fu a quel punto che qualcuno nel Pentagono introdusse un altro concetto. Si chiamava: “escalation to de-escalation”, ovvero una escalation militare, eseguita con bombe nucleari di bassa potenza, intesa proprio a convincere l’avversario a demordere, prima di arrivare al famoso punto di non ritorno.
Naturalmente, per chi non sia malato di militarismo, questo era un ragionamento che non stava in piedi. Ma ci volle una vera propria esercitazione a tavolino per dimostrarlo. Fu così che nacque Proud Prophet.
Una simulazione complicatissima, che durò due settimane, nella quale una parte dei militari rappresentavano la logica del Pentagono, e l’altra rappresentava la logica del Cremlino. In altre parole, ogni decisione presa durante la simulazione andava fatta mettendosi nei panni o dell’una o dell’altra parte.
Ciascuna delle due parti, ovviamente, non era al corrente dei piani dell’avversario, e doveva prendere decisioni in tempi molto ristretti, basandosi solo su quello che accadeva sul campo di battaglia.
E così, fu presto chiaro che l’utilizzo delle cosiddette armi nucleari tattiche avrebbe solamente rimandato la conclusione irreversibile, quella appunto di una guerra atomica totale. Non c’era scampo: una volta lanciata la prima, la sequenza di eventi avrebbe portato la scala della distruzione completamente fuori controllo.
Che oggi ci siano militari, dall’una e dall’altra sponda che amano giocare con queste ipotesi, è qualcosa di comprensibile: in fondo la guerra è fatta anche di dichiarazioni e di bluff, più o meno fondati e credibili. Quello che invece non è accettabile e che da noi ci siano giornalisti e “opinionisti” di ogni sorta, che continuano a parlare allegramente dell’uso di armi nucleari “tattiche”, come se non dovessero portare necessariamente ad una escalation irreversibile.
Le guerre si combattono con le armi, ma le guerre si possono combattere soltanto con il supporto dell’opinione pubblica di ciascun paese coinvolto. E l’opinione pubblica del nostro paese – che è comunque coinvolto, anche se in modo indiretto - è purtroppo nelle mani di giornalisti prezzolati, che pur di fare contenti i loro padroni della Nato non esitano ad introdurre nel pubblico discorso argomenti che invece dovrebbero esserne categoricamente esclusi, per motivi che non dovremmo nemmeno stare qui ad invocare.
Massimo Mazzucco
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L’ITALIA DEI “SINISTRATI”
Nell’arco di poche settimane si è verificato il passaggio dei poteri nelle mani del centro destra. Quello che fino a poco tempo fa per la destra era un sogno apparentemente irraggiungibile – avere una solida maggioranza con cui controllare il parlamento – oggi è diventato realtà.
Ma c’è tutta una categoria di persone, in Italia, per le quali questo passaggio di poteri è inaccettabile.
Non sto dicendo che sono scontenti. No, per loro è proprio inaccettabile, nel senso che non riescono ad accettarlo.
Lo si è visto chiaramente nelle dozzine di dibattiti televisivi degli ultimi giorni. Lo “scandalo” è iniziato con le elezioni alla presidenza del senato e della camera di La Russa e Fontana: due persone legittimamente elette, da un parlamento a sua volta legittimamente eletto, che secondo Letta e i suoi seguaci “offendevano” l’immagine dell’Italia nel mondo. Poi è venuto il momento della formazione del governo, con altre scelte “irricevibili” a causa del passato poco simpatico di alcuni neo-ministri.
Il piagnisteo è continuato per diversi giorni, con gente come Massimo Giannini, Lilli Gruber, Tomaso Montanari, Lucia Annunziata e mille altri “intellettuali di sinistra”, che continuavano a citare gli eventi in corso come qualcosa di assolutamente inaccettabile.
Come se fossero loro quelli deputati a decidere cosa sia accettabile e cosa no.
Perchè qui sta il cuore del problema: nella cultura italica predominante, tutto ciò che è di sinistra è sempre stato “buono” per definizione, mentre tutto ciò che è di destra è sempre stato “male” per definizione.
E purtroppo, i padroni del discorso sono proprio i “piddini” con aderenze varie (una volta li avremmo definiti catto-comunisti) che lavorano nell’informazione. Sono la stragrande maggioranza, e cercano di influenzare con il loro enorme potere ciò che pensa la popolazione.
A nessuno di loro viene da pensare che, avendo la maggioranza degli aventi diritto votato il centro-destra, l’Italia in questo momento SIA un paese di centro-destra.
No, per loro non esiste correlazione fra il voto delle urne e la realtà che ci circonda. Per loro questo è stato solo un errore, un perfido sortilegio di qualche oscuro meccanismo elettorale, che sta mandando a destra un paese che secondo loro resta essenzialmente di sinistra.
Questa incapacità di accettare un pensiero diverso come assolutamente legittimo era la caratteristica fondamentale del fascismo storico, ma oggi, guarda caso, caratterizza fortemente la sinistra in Italia. I veri fascisti – per quanto vogliano rivestirsi di politically correct - oggi sono loro.
E ve lo dice, tanto per chiarezza, uno che non è mai stato di destra in vita sua.
Massimo Mazzucco
Nell’arco di poche settimane si è verificato il passaggio dei poteri nelle mani del centro destra. Quello che fino a poco tempo fa per la destra era un sogno apparentemente irraggiungibile – avere una solida maggioranza con cui controllare il parlamento – oggi è diventato realtà.
Ma c’è tutta una categoria di persone, in Italia, per le quali questo passaggio di poteri è inaccettabile.
Non sto dicendo che sono scontenti. No, per loro è proprio inaccettabile, nel senso che non riescono ad accettarlo.
Lo si è visto chiaramente nelle dozzine di dibattiti televisivi degli ultimi giorni. Lo “scandalo” è iniziato con le elezioni alla presidenza del senato e della camera di La Russa e Fontana: due persone legittimamente elette, da un parlamento a sua volta legittimamente eletto, che secondo Letta e i suoi seguaci “offendevano” l’immagine dell’Italia nel mondo. Poi è venuto il momento della formazione del governo, con altre scelte “irricevibili” a causa del passato poco simpatico di alcuni neo-ministri.
Il piagnisteo è continuato per diversi giorni, con gente come Massimo Giannini, Lilli Gruber, Tomaso Montanari, Lucia Annunziata e mille altri “intellettuali di sinistra”, che continuavano a citare gli eventi in corso come qualcosa di assolutamente inaccettabile.
Come se fossero loro quelli deputati a decidere cosa sia accettabile e cosa no.
Perchè qui sta il cuore del problema: nella cultura italica predominante, tutto ciò che è di sinistra è sempre stato “buono” per definizione, mentre tutto ciò che è di destra è sempre stato “male” per definizione.
E purtroppo, i padroni del discorso sono proprio i “piddini” con aderenze varie (una volta li avremmo definiti catto-comunisti) che lavorano nell’informazione. Sono la stragrande maggioranza, e cercano di influenzare con il loro enorme potere ciò che pensa la popolazione.
A nessuno di loro viene da pensare che, avendo la maggioranza degli aventi diritto votato il centro-destra, l’Italia in questo momento SIA un paese di centro-destra.
No, per loro non esiste correlazione fra il voto delle urne e la realtà che ci circonda. Per loro questo è stato solo un errore, un perfido sortilegio di qualche oscuro meccanismo elettorale, che sta mandando a destra un paese che secondo loro resta essenzialmente di sinistra.
Questa incapacità di accettare un pensiero diverso come assolutamente legittimo era la caratteristica fondamentale del fascismo storico, ma oggi, guarda caso, caratterizza fortemente la sinistra in Italia. I veri fascisti – per quanto vogliano rivestirsi di politically correct - oggi sono loro.
E ve lo dice, tanto per chiarezza, uno che non è mai stato di destra in vita sua.
Massimo Mazzucco
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L’IMPOSSIBILE RIMOZIONE DELLE FALSE NOZIONI
Non c’è niente da fare. Ormai l’idea che vaccinarsi sia servito “a proteggere l’intera popolazione” è entrata nel subconscio della maggioranza degli italiani, e di lì non uscirà più.
A nulla è servito rendersi conto che il virus ha tranquillamente continuato a girare, nonostante l’odioso green pass. A nulla è servito scoprire che gente quadrivaccinata – come Massimo Galli – si beccava comunque l’infezione da gente altrettanto vaccinata. A nulla è servito scoprire che la Pfizer non avesse mai nemmeno testato il vaccino contro la diffusione del virus, prima di metterlo in commercio.
Quella del “vaccino che salva la società” è ormai una verità acquisita, a livello popolare.
E adesso che si parla di reintegrare prima del previsto i medici non vaccinati, ecco che l’accademia insorge contro questo “favoritismo” che andrebbe a premiare gli alunni “disobbedienti”.
Nino Cartabellotta, dell’Istituto Gimbe, ha affermato: "Il reintegro dei sanitari non vaccinati contro Covid-19 e le 'sanatorie' per i no-vax rappresentano un'amnistia anti-scientifica e diseducativa".
E’ proprio nella parola “diseducativa” che Cartabellotta tradisce il vero intento della campagna vaccinale: non quello – appunto – di fermare l’infezione, ma quello ben più subdolo di “insegnare” a tutti che bisogna obbedire ai diktat delle farmaceutiche, whatever it takes.
E questo purtroppo è anche il sentire della maggioranza della popolazione, che si è vaccinata anche come forma di responsabilità verso gli altri. Chi si è vaccinato è convinto di “aver fatto il bravo”, e ora gli dà fastidio vedere che i “cattivi” vengano perdonati.
Purtroppo ciò che è stato acquisito come verità a livello emozionale (tramite la paura del virus), non potrà mai essere rimosso con un semplice ragionamento logico. L’unico per modo per rimuoverlo sarà un equivalente evento emozionale, uguale e contrario, che vada a toccare ciascun cittadino nel suo livello più intimo.
E’ triste doverselo augurare, ma forse solo quando le cosiddette “morti improvvise” saranno diventate abbastanza numerose da non poter più essere nascoste sotto il tappeto, la gente comincerà a smantellare quella sovrastruttura emotiva che fino ad oggi le ha impedito di vedere i fatti nella loro verità più lampante.
Massimo Mazzucco
Non c’è niente da fare. Ormai l’idea che vaccinarsi sia servito “a proteggere l’intera popolazione” è entrata nel subconscio della maggioranza degli italiani, e di lì non uscirà più.
A nulla è servito rendersi conto che il virus ha tranquillamente continuato a girare, nonostante l’odioso green pass. A nulla è servito scoprire che gente quadrivaccinata – come Massimo Galli – si beccava comunque l’infezione da gente altrettanto vaccinata. A nulla è servito scoprire che la Pfizer non avesse mai nemmeno testato il vaccino contro la diffusione del virus, prima di metterlo in commercio.
Quella del “vaccino che salva la società” è ormai una verità acquisita, a livello popolare.
E adesso che si parla di reintegrare prima del previsto i medici non vaccinati, ecco che l’accademia insorge contro questo “favoritismo” che andrebbe a premiare gli alunni “disobbedienti”.
Nino Cartabellotta, dell’Istituto Gimbe, ha affermato: "Il reintegro dei sanitari non vaccinati contro Covid-19 e le 'sanatorie' per i no-vax rappresentano un'amnistia anti-scientifica e diseducativa".
E’ proprio nella parola “diseducativa” che Cartabellotta tradisce il vero intento della campagna vaccinale: non quello – appunto – di fermare l’infezione, ma quello ben più subdolo di “insegnare” a tutti che bisogna obbedire ai diktat delle farmaceutiche, whatever it takes.
E questo purtroppo è anche il sentire della maggioranza della popolazione, che si è vaccinata anche come forma di responsabilità verso gli altri. Chi si è vaccinato è convinto di “aver fatto il bravo”, e ora gli dà fastidio vedere che i “cattivi” vengano perdonati.
Purtroppo ciò che è stato acquisito come verità a livello emozionale (tramite la paura del virus), non potrà mai essere rimosso con un semplice ragionamento logico. L’unico per modo per rimuoverlo sarà un equivalente evento emozionale, uguale e contrario, che vada a toccare ciascun cittadino nel suo livello più intimo.
E’ triste doverselo augurare, ma forse solo quando le cosiddette “morti improvvise” saranno diventate abbastanza numerose da non poter più essere nascoste sotto il tappeto, la gente comincerà a smantellare quella sovrastruttura emotiva che fino ad oggi le ha impedito di vedere i fatti nella loro verità più lampante.
Massimo Mazzucco
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IL GIORNO DELLA MARMOTTA
C’è nell’aria uno strano senso di deja-vu. Come nel “Giorno della marmotta”, sul fronte dell’immigrazione tornano a ripetersi le stesse identiche dinamiche di quattro anni fa: le navi di Soros che si presentano davanti alle nostre coste cariche di migranti, il nostro governo che cerca di respingerle, e l’infinito braccio di ferro che ricomincia daccapo.
Ormai le dinamiche sono chiare, e sono state riassunte in modo plastico in un confronto che c’è stato qualche sera sul talk-show della Palombelli: una giornalista, contraria agli sbarchi, che diceva che “le persone che salgono su una nave battente la bandiera di una certa nazione sono legalmente sul territorio di quella nazione” (e quindi in quella nazione dovrebbero sbarcare), e Andrea Romano (ex-deputato PD, favorevole agli sbarchi) che fingeva di non sentire, e ripeteva a macchinetta “studiatevi il trattato di Lisbona: dice chiaramente che il primo porto di approdo è quello che deve accogliere i migranti”.
Tecnicamente hanno ragione tutti e due: non appena saliti sulla SOS Humanity, i migranti sono in territorio tedesco. Ma nel momento in cui il capitano piazza la nave davanti alle coste italiane (invece di rientrare in Germania), dichiara emergenza e chiede “un porto sicuro” per sbarcare i passeggeri, il governo italiano si trova di fronte al vile ricatto, e prima o poi deve cedere.
Sono troppo acute le strilla dei piddini - “ci sono dei bambini a bordo!” “è una vergogna non farli scendere!” “bisogna aiutare chi rischia la vita!” - per poter fare finta di niente. E quindi si ricomincia.
Nel frattempo abbiamo capito tutti che il vero problema non sta sulle coste della Sicilia, ma all’Unione Europea: finchè le altre nazioni del continente non accetteranno di condividere con noi questo problema, la soluzione continuerà a sfuggirci. E a questo punto viene da porsi chiaramente una domanda: visto che i governi dei nostri “amici” europei continuano a fottersene allegramente del nostro problema, noi in Europa che ci stiamo a fare?
Massimo Mazzucco
C’è nell’aria uno strano senso di deja-vu. Come nel “Giorno della marmotta”, sul fronte dell’immigrazione tornano a ripetersi le stesse identiche dinamiche di quattro anni fa: le navi di Soros che si presentano davanti alle nostre coste cariche di migranti, il nostro governo che cerca di respingerle, e l’infinito braccio di ferro che ricomincia daccapo.
Ormai le dinamiche sono chiare, e sono state riassunte in modo plastico in un confronto che c’è stato qualche sera sul talk-show della Palombelli: una giornalista, contraria agli sbarchi, che diceva che “le persone che salgono su una nave battente la bandiera di una certa nazione sono legalmente sul territorio di quella nazione” (e quindi in quella nazione dovrebbero sbarcare), e Andrea Romano (ex-deputato PD, favorevole agli sbarchi) che fingeva di non sentire, e ripeteva a macchinetta “studiatevi il trattato di Lisbona: dice chiaramente che il primo porto di approdo è quello che deve accogliere i migranti”.
Tecnicamente hanno ragione tutti e due: non appena saliti sulla SOS Humanity, i migranti sono in territorio tedesco. Ma nel momento in cui il capitano piazza la nave davanti alle coste italiane (invece di rientrare in Germania), dichiara emergenza e chiede “un porto sicuro” per sbarcare i passeggeri, il governo italiano si trova di fronte al vile ricatto, e prima o poi deve cedere.
Sono troppo acute le strilla dei piddini - “ci sono dei bambini a bordo!” “è una vergogna non farli scendere!” “bisogna aiutare chi rischia la vita!” - per poter fare finta di niente. E quindi si ricomincia.
Nel frattempo abbiamo capito tutti che il vero problema non sta sulle coste della Sicilia, ma all’Unione Europea: finchè le altre nazioni del continente non accetteranno di condividere con noi questo problema, la soluzione continuerà a sfuggirci. E a questo punto viene da porsi chiaramente una domanda: visto che i governi dei nostri “amici” europei continuano a fottersene allegramente del nostro problema, noi in Europa che ci stiamo a fare?
Massimo Mazzucco
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ELEZIONI USA: UNA PRIMA ANALISI
I repubblicani non hanno ottenuto la vittoria schiacciante prevista da molti sondaggisti, e improvvisamente Trump si ritrova in casa un problema che non si aspettava: questo problema si chiama Ron De Santis.
Andiamo con ordine. Innanzitutto, si sta ripetendo la stessa situazione incomprensibile del 2020, quando alcuni stati ci misero diversi giorni prima di completare il conteggio dei voti. Questo fa sì che a 24 ore dalla chiusura dei seggi ancora non si possa sapere con certezza chi abbia vinto che cosa. A giudicare dagli exit polls, la camera andrà ai repubblicani, ma con un margine molto minore del previsto, mentre il senato è ancora decisamente in bilico, e potrebbe tranquillamente restare nelle mani dei democratici.
Questo significherebbe comunque un Joe Biden parzialmente “azzoppato” per i prossimi due anni, ma non certo morto e sepolto, come invece lo sarebbe stato con una vittoria schiacciante dei repubblicani. Se infatti il margine alla camera fosse di pochissimi voti, potrebbe anche succedere che il nuovo speaker (ruolo che ora è della Pelosi) sia molto più moderato di quello che i repubblicani più sanguigni vorrebbero, portando ad una agenda parlamentare molto più “morbida” nei confronti di Biden.
Insomma, una specie di “pareggio fuori casa” da parte di Biden, ottenuto all’ultimo minuto, che gli permetterebbe di non affondare nell’oblio nei prossimi due anni.
In tutto questo, spicca la clamorosa vittoria di Ron De Santis, che è stato rieletto a governatore della Florida con un risultato schiacciante: 60-40 contro il suo avversario democratico.
Questo plebiscito per De Santis in Florida diventa ora un problema per Donald Trump, che a) non potrà certamente intestarsi una vittoria clamorosa a livello nazionale, come quella che sperava, e b) si trova ora in casa un serio candidato alla nomination repubblicana del 2024, sostenuto già a voce alta da molti degli stessi repubblicani.
Il dilemma quindi è tutto interno al partito dell’elefante: nelle prossime settimane assisteremo ad un attacco veemente di Trump contro De Santis, per mantenere – o per cedere – la leadership del partito fino al 2024.
Nel frattempo – a meno di una vittoria al senato per i repubblicani – diventerà più difficile mettere un freno alla politica estera di Biden, e quindi il sostegno militare all’Ucraina è destinato a continuare ancora per un pò.
Ma è una situazione completamente fluida per ora, e ci vorrà qualche giorno prima che si possano analizzare le cose a bocce ferme.
Massimo Mazzucco
I repubblicani non hanno ottenuto la vittoria schiacciante prevista da molti sondaggisti, e improvvisamente Trump si ritrova in casa un problema che non si aspettava: questo problema si chiama Ron De Santis.
Andiamo con ordine. Innanzitutto, si sta ripetendo la stessa situazione incomprensibile del 2020, quando alcuni stati ci misero diversi giorni prima di completare il conteggio dei voti. Questo fa sì che a 24 ore dalla chiusura dei seggi ancora non si possa sapere con certezza chi abbia vinto che cosa. A giudicare dagli exit polls, la camera andrà ai repubblicani, ma con un margine molto minore del previsto, mentre il senato è ancora decisamente in bilico, e potrebbe tranquillamente restare nelle mani dei democratici.
Questo significherebbe comunque un Joe Biden parzialmente “azzoppato” per i prossimi due anni, ma non certo morto e sepolto, come invece lo sarebbe stato con una vittoria schiacciante dei repubblicani. Se infatti il margine alla camera fosse di pochissimi voti, potrebbe anche succedere che il nuovo speaker (ruolo che ora è della Pelosi) sia molto più moderato di quello che i repubblicani più sanguigni vorrebbero, portando ad una agenda parlamentare molto più “morbida” nei confronti di Biden.
Insomma, una specie di “pareggio fuori casa” da parte di Biden, ottenuto all’ultimo minuto, che gli permetterebbe di non affondare nell’oblio nei prossimi due anni.
In tutto questo, spicca la clamorosa vittoria di Ron De Santis, che è stato rieletto a governatore della Florida con un risultato schiacciante: 60-40 contro il suo avversario democratico.
Questo plebiscito per De Santis in Florida diventa ora un problema per Donald Trump, che a) non potrà certamente intestarsi una vittoria clamorosa a livello nazionale, come quella che sperava, e b) si trova ora in casa un serio candidato alla nomination repubblicana del 2024, sostenuto già a voce alta da molti degli stessi repubblicani.
Il dilemma quindi è tutto interno al partito dell’elefante: nelle prossime settimane assisteremo ad un attacco veemente di Trump contro De Santis, per mantenere – o per cedere – la leadership del partito fino al 2024.
Nel frattempo – a meno di una vittoria al senato per i repubblicani – diventerà più difficile mettere un freno alla politica estera di Biden, e quindi il sostegno militare all’Ucraina è destinato a continuare ancora per un pò.
Ma è una situazione completamente fluida per ora, e ci vorrà qualche giorno prima che si possano analizzare le cose a bocce ferme.
Massimo Mazzucco
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GLI UFO SONO ATTERRATI SU RAI 1
Questa sera su RAI 1 è andato in onda un programma sugli UFO. Per la prima volta l’argomento è stato trattato dal nostro mainstream senza la minima sfumatura d’ironia, e senza cercare di mescolare le carte con la classica formula che dice e non dice, che prima afferma e poi smentisce, che prima sembra confermare ma poi solleva dei dubbi.
No, questa volta il filtro narrativo era a senso unico, senza ambiguità: un’ottima raccolta di fatti storici documentati e di interviste che confermavano gli avvistamenti - oltre ai lucidi interventi di Mauro Biglino - con una struttura narrativa che lasciava ben poco spazio a chi volesse dubitare di questa realtà ormai innegabile.
Naturalmente, non si può immaginare che si tratti di una scelta editoriale decisa fra le sole mura della RAI: questo è un ordine che arriva da lontano, e che deve per forza essere partito dal Pentagono. Sono loro, da 70 anni, che hanno istruito tutti i media più importanti del mondo a deridere e minimizzare ogni segnalazione UFO del passato (v. Robertson Panel), e non possono essere che loro quelli che ora li istruiscono invece a trattare seriamente questo argomento.
Che la popolazione mondiale stia venendo preparata alla cosiddetta “disclosure” ormai è evidente. L’unico dubbio che rimane è se arriverà prima la disclosure sui reali mezzi extraterrestri, o se qualcuno – sempre dalla parti del Pentagono – vorrà approfittare di questa situazione per inscenare una finta “invasione” (V. Project Blue Beam), con scopi di controllo della popolazione non dissimili a quelli che hanno usato di recente con il covid.
Ma noi – si spera – sapremo cogliere la differenza.
Massimo Mazzucco
Questa sera su RAI 1 è andato in onda un programma sugli UFO. Per la prima volta l’argomento è stato trattato dal nostro mainstream senza la minima sfumatura d’ironia, e senza cercare di mescolare le carte con la classica formula che dice e non dice, che prima afferma e poi smentisce, che prima sembra confermare ma poi solleva dei dubbi.
No, questa volta il filtro narrativo era a senso unico, senza ambiguità: un’ottima raccolta di fatti storici documentati e di interviste che confermavano gli avvistamenti - oltre ai lucidi interventi di Mauro Biglino - con una struttura narrativa che lasciava ben poco spazio a chi volesse dubitare di questa realtà ormai innegabile.
Naturalmente, non si può immaginare che si tratti di una scelta editoriale decisa fra le sole mura della RAI: questo è un ordine che arriva da lontano, e che deve per forza essere partito dal Pentagono. Sono loro, da 70 anni, che hanno istruito tutti i media più importanti del mondo a deridere e minimizzare ogni segnalazione UFO del passato (v. Robertson Panel), e non possono essere che loro quelli che ora li istruiscono invece a trattare seriamente questo argomento.
Che la popolazione mondiale stia venendo preparata alla cosiddetta “disclosure” ormai è evidente. L’unico dubbio che rimane è se arriverà prima la disclosure sui reali mezzi extraterrestri, o se qualcuno – sempre dalla parti del Pentagono – vorrà approfittare di questa situazione per inscenare una finta “invasione” (V. Project Blue Beam), con scopi di controllo della popolazione non dissimili a quelli che hanno usato di recente con il covid.
Ma noi – si spera – sapremo cogliere la differenza.
Massimo Mazzucco
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Questa sera alle 21 su www.contro.tv "Mauro Biglino: UFO, RAI e Disclosure"
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