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🇺🇸 USA2024 - FOX NEWS E THE HILL DANNO GIÀ TRUMP PRESIDENTE
Associated Press, invece, non ha ancora assegnato gli ultimi stati in bilico.

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ARRIVATI IN USA I VOTI DALL' ESTERO.

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💶💵 L'EURO PERDE QUASI IL 2% SUL DOLLARO

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! PENNSYLVANIA ASSEGNATA A TRUMP

TRUMP È VIRTUALMENTE PRESIDENTE

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🇺🇸 CNN: ANCHE LA PENNSYLVANIA E' DI TRUMP
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🇺🇸 USA2024. IL COMMENTO DI ANSA

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REPUBBLICA: TRUMP SI È AUTOPROCLAMATO PRESIDENTE

Non ce la fanno a scrivere che è stato votato 😂

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NONOSTANTE SIA IN VANTAGGIO DI QUASI IL 4% DEI VOTI IN WISCONSIN CON SCRUTINIO AL 95% NESSUNO DEI MEDIA USA (AD ESCLUSIONE DI FOX) HA ANCORA PROCLAMATO TRUMP PRESIDENTE

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CON IL 97% DEI VOTI RIPORTATI E UN VANTAGGIO DI 3,4% IL WISCONSIN NON VIENE ANCORA ASSEGNATO A TRUMP NONOSTANTE SIA MATEMATICAMENTE GIÀ VINCITORE

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‌LE ELEZIONI AMERICANE E IL MONDO POST-WESTFALIANO
di Dmitry Moiseev, Pavel Skakum, Maxim Sigachev, Sergey Arteevby per Arktos Journal - Traduzione a cura di Old Hunter
Dmitry Moiseev, Pavel Skakun, Maxim Sigachev e Sergey Arteev sostengono che le elezioni presidenziali in corso negli Stati Uniti determineranno il futuro delle relazioni internazionali e diventeranno il prologo di un sistema post-vestfaliano di dialogo tra civiltà.
La trasformazione dell’attuale ordine mondiale, spesso discussa da numerosi esperti e studiosi come una “ristrutturazione globale”, è in gran parte guidata da una crisi negli stati nazionali e dal codice culturale sottostante della civiltà moderna. Per secoli, lo stato nazionale è stato l’attore principale in quello che è noto come modello westfaliano, dal nome dei due trattati di pace fondamentali, quelli di Münster e Osnabrück, che hanno concluso la Guerra dei trent’anni del 1618-1648. Inoltre, si potrebbe sostenere che lo stato nazionale ha svolto il ruolo di soggetto fondante dell’intero sistema mondiale moderno. Tuttavia, oggi, la sovranità nazionale affronta una crescente ondata di disfunzioni, portando alla ribalta alcune realtà che sono rimaste alla periferia o in uno stato “dormiente” durante l’era europea moderna, ma hanno svolto un ruolo significativo durante i periodi precedenti del Medioevo e del Rinascimento.

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🇺🇸 CNN ASSEGNA IL WISCONSIN E DICHIARA TRUMP 47° PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI

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Per la ricorrenza dei 700 anni dell’impresa di Marco Polo, il 16 novembre 2024 presso il Centro sociale Catomes Tot di Reggio Emilia verrà presentato il libro, recentemente edito da Anteo, “PERCORRENDO IL SENTIERO DI MARCO POLO” di Wang Miao e Shi Baoxiu, con la collaborazione di esperti dell'Università di Wuhan e dell'Università di Tianjin. Si tratta del racconto di un viaggio in jeep di 12.000 chilometri che inizia dall'altopiano del Pamir, attraversa Xinjiang, Qinghai, Gansu, Ningxia, Mongolia Interna ed Hebei per giungere a Pechino. Bussola del viaggio è il Milione di Marco Polo che, partito nel 1271 da Venezia, soggiornò alla corte di Kublai Khan a Pechino e ritornò in patria nel 1295.
Un racconto di viaggio che diventa evento significativo perché rende attuali storia e relazioni più lontane, ma apre anche - specie nel difficile quadro dei conflitti attuali – al multipolarismo, alla distensione dei rapporti, alla comprensione reciproca e alla continuità di cooperazione. In questo caso con la Cina che sta sviluppando le sue potenzialità senza ambizioni belliche o di predominio mondiale.
Parteciperanno all’incontro Stefano Vernole, Alberto Bradanini, Giambattista Cadoppi e Maria Morigi.

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🇬🇧 REGNO UNITO. STARMER SI CONGRATULA CON TRUMP PER LA “STORICA VITTORIA”
Il primo ministro afferma che la special relationship tra Regno Unito e Stati Uniti “continuerà a prosperare per gli anni a venire”.
Keir Starmer si è congratulato con Donald Trump per la sua “storica vittoria elettorale” e ha affermato che “in quanto alleati più stretti, siamo fianco a fianco in difesa dei nostri valori condivisi di libertà, democrazia e impresa”. Il primo ministro britannico ha affermato che la special relationship tra Regno Unito e Stati Uniti “continuerà a prosperare” dopo la “storica vittoria elettorale” di Trump.
Starmer vorrà costruire buoni rapporti con Trump dopo che gli organizzatori della campagna elettore del candidato repubblicano hanno avviato un'azione legale contro il partito laburista in seguito alla partecipazione di alcuni attivisti laburisti alla campagna elettorale di Kamala Harris. Anche il ministro degli esteri britannico, David Lammy, ha offerto le sue congratulazioni a Trump, dicendo su X: “Il Regno Unito non ha un amico più grande degli Stati Uniti, con una relazione speciale coltivata su entrambe le sponde dell’Atlantico da oltre 80 anni. Non vediamo l’ora di collaborare con voi e JDVance negli anni a venire.” Nel 2017, lo stesso Lammy ha twittato che avrebbe protestato se “Trump, razzista e simpatizzante del KKK/neo-nazista” avesse visitato Londra.

Fonte: The Guardian

I commenti di Starmer, per una volta dettati da considerazioni di realpolitik, giungono in un contesto di evidente, seppur poco sorprendente, malcontento da parte della stampa di sinistra. The Guardian ha affermato che: “Oggi è un giorno di disperazione per l’America. Siamo immersi in un lutto anticipatorio”. The Independent, invece, si è spinto fino a dire che “Se le affermazioni più raccapriccianti dei suoi oppositori sono corrette, l’America sta per eleggere alla Casa Bianca un uomo bollato da Kamala Harris come “fascista”. Se la democrazia stessa è stata la questione messa al voto, un numero tristemente alto di americani ha scelto di respingerla”.

Aspettiamo con interesse di vedere se le abilità di Starmer nel doublespeak politico saranno all’altezza delle sfide che lo attendono con la vittoria di Trump.

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🇺🇸 USA2024. IL VERO SCONFITTO È JOE BIDEN. E CON LUI IL GOTHA DEI DEMOCRATICI
Mentre scriviamo, Associated Press ha proclamato ufficialmente Donald Trump 47° presidente degli Stati Uniti. La vittoria di Trump è stata più larga e più sonora di ogni previsione: non solo ha vinto con ampio margine in tutti gli stati considerati fino a ieri mattina in bilico. Mentre scriviamo, Trump ha anche cinque milioni di voti in più della sua avversaria nel voto popolare. Una vittoria schiacciante, che non ammette obiezioni.

Il vero sconfitto di queste elezioni non è, però, Kamala Harris, ma il suo principale, l'ormai ex presidente Joe Biden. Un sondaggio pubblicato ieri mattina da una testata tradizionalmente vicina al partito democratico come la CNN, ha rivelato che l'approvazione di Biden è oggi di appena il 41% a fronte di una disapprovazione del 58%. Numeri impietosi, che non lasciano margini di dubbio circa il fatto che la popolarità del presidente in carica è estremamente bassa anche tra le file dei suoi elettori. Kamala Harris ha pagato, prima ancora della sua inesperienza e del suo scarso appeal, proprio il fatto di essere la vice di Joe Biden, un presidente che gli americani associano alla perdita di potere d’acquisto, all’aumento dell’inflazione e del costo della vita, all’esplosione del debito federale (arrivato alla mostruosa cifra di 35 trilioni di dollari) e, non ultimo, a due guerre in cui gli Stati Uniti si trovano oggi pericolosamente implicati. Mentre i grandi network occidentali tacevano di fronte alle gaffe e ai sempre più imbarazzanti segni di declino cognitivo del presidente, la sua disapprovazione non faceva che salire. I segnali c’erano, per chiunque voleva leggerli. Il re era nudo, eppure, incredibilmente, nessuno aveva il coraggio di dirlo. Tanto che fino a inizio luglio lo stato maggiore democratico pensava seriamente che Joe Biden fosse il migliore candidato da opporre a un rivale che, nel frattempo, continuava a crescere nei consensi nonostante l’abituale linciaggio mediatico e i tentativi, sempre più scoperti, di metterlo fuori gioco per via giudiziaria. Ci è voluta la disastrosa performance di Biden nel dibattito televisivo alla CNN del 27 giugno scorso per suonare il campanello di allarme e convincere il gotha del partito democratico che non era il caso di puntare ancora una volta su Joe Biden. Ma, a quel punto, era troppo tardi per cercare un candidato vero. Serviva, piuttosto, una vittima sacrificale da mandare allo sbaraglio.

Ci sarà tempo per analizzare in quale misura abbiano pesato a favore di Trump l’appoggio di Elon Musk, oltre che di due democratici storici come Robert Francis Kennedy e Tulsi Gabbard. C’è da scommettere che i mainstream si accaniranno ora contro Kamala Harris evidenziandone limiti che, apparentemente, fino a ieri non vedevano o fingevano di non vedere. E che non esiteranno a spiegare il risultato con l’ignoranza dell’americano medio, il cui quoziente intellettivo aumenta e decresce magicamente di quattro in quattro anni a seconda dell’esito del voto. Eppure, basterebbe analizzare il comportamento di voto di latinos e neri per trarre indicazioni illuminanti sui veri responsabili della disfatta di stanotte: Joe Biden e la direzione del suo partito. Un partito che gli americani identificano oggi come espressione dell'élite finanziaria, sempre più lontano dai valori e dagli interessi dei lavoratori e delle fasce meno abbienti della società, che un tempo costituivano la sua base elettorale.

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🇷🇺🇺🇸 PESKOV: "AL MOMENTO NON È PREVISTA UNA TELEFONATA DI CONGRATULAZIONIDI PUTIN"
Fonte: Anadolu

Il portavoce del Cremlino ha detto stamani di essere "all'oscuro" di qualsiasi piano del presidente russo Vladimir Putin di congratularsi con Donald Trump, che si avvicina alla vittoria nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti dopo aver vinto gli stati chiave.
In una conferenza stampa a Mosca, Dmitry Peskov ha sottolineato che Trump, in quanto rappresentante di un "paese ostile", fa parte di un governo impegnato, direttamente e indirettamente, in conflitto con la Russia.
Alla domanda se Putin sarebbe stato pronto a una conversazione telefonica post-elettorale con Trump, Peskov ha risposto: "Faccio riferimento alla costante apertura di Putin al dialogo e all'impegno. Questa posizione è ben nota in tutto il mondo. Per quanto riguarda gli altri dettagli, attendiamo sviluppi specifici".

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Dearborn (Michigan), una delle città con la percentuale più alta di mussulmani di tutto il paese, Trump in vantaggio col 42%. Boom dei verdi, al 18%. (Fonte Ultimora)

Eppure l'avvertimento era stato chiaro con il 55% di "uncommitted" alle primarie democratiche in segno di protesta per il cieco sostegno a Israele, ma evidentemente qui Deus vult perdere prius dementat
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NELLO SPECIALE TG1 L'ANALISTA POLITICA ATTRIBUISCE LA COLPA DELLA SCONFITTA ELETTORALE DELLA HARRIS ALLE DONNE BIANCHE CHE NON HANNO VOLUTO VOTARLA

Mica perché era una pessima candidata, eh!

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SI RIMESCOLANO LE CARTE, MA IL MAZZO È LO STESSO
di Enrico Tomaselli, dal canale Target

L'ho detto in tempi non sospetti, l'elezione di Trump in sé e per sé non può rappresentare automaticamente un punto di svolta radicale nella politica internazionale degli Stati Uniti, poiché ci sono interessi (concretizzati in strategie di lungo periodo) che non possono essere rimessi in discussione ad ogni cambio di amministrazione. Bisognerà quindi vedere, soprattutto su tempi medio-lunghi, come agirà concretamente. Tenendo presente che, proprio in quanto si tratta di una amministrazione tendenzialmente isolazionista, la sua attenzione sarà concentrata su questioni interne agli states, a cominciare da quella dell'immigrazione, uno dei suoi cavalli di battaglia. E questo potrebbe significare anche che, ad esempio, se le resistenze del deep state rispetto a certi suoi orientamenti fossero troppo forti, potrebbe spendere la sua immagine di presidente soprattutto su queste battaglie interne, lasciando ad altri i ruoli più scomodi legati alla politica estera. Fondamentale, sotto questo punto di vista, sarà vedere chi andrà a ricoprire due incarichi fondamentali, segretario di stato e segretario alla difesa. È abbastanza evidente che, almeno in parte, la visone trumpiana del Make America Great Again non è poi così lontana dagli orientamenti strategici degli ultimi due decenni, o almeno da come questi si stanno riorientando. Ad esempio, l'intenzione di porre fine alla guerra in Ucraina (per quanto poi sia abbastanza evidente che le idee in merito al come farlo siano a dir poco superficiali) non si discosta molto dal processo di sganciamento, già sostanzialmente avviato sotto la presidenza Biden. Anche rispetto alla questione mediorientale, non vedo differenze sostanziali, ed anche in questo caso si tratta poi di vedere come si articoleranno nel concreto le parole d'ordine elettorali. La stessa dichiarazione "niente più guerre durante il mio mandato" può tranquillamente tradursi (ed è ciò che probabilmente accadrà) in una riduzione dell'intervento statunitense a sostegno delle guerre in atto (e, ovviamente, nella non partecipazione diretta delle forze armate USA), fermo restando l'incoraggiamento ai vari proxy a proseguirle in modo più autonomo.
E, per quanto riguarda la Cina, è chiaro che la presidenza Trump sarà segnata da una conflittualità economica, ma quella militare - quand'anche dovesse mai concretizzarsi - di sicuro non è all'ordine del giorno nei tempi della nuova amministrazione.
Chi avrà più da temere, da questa nuova amministrazione, non è nessuno dei paesi che gli USA definiscono come ostili. Per loro cambia relativamente poco, anche perché sono - ciascuno a suo modo - abbastanza forti per non temere nulla di nuovo, che non abbiano già sperimentato negli ultimi anni. Al contrario, saranno probabilmente gli europei a pagare maggiormente le pur minime variazioni nella politica estera statunitense. Lo schieramento largamente anti-trumpiano di quasi tutte le leadership europee, almeno sino a ieri, non potrà non pesare ulteriormente sugli orientamenti della politica USA verso l'Europa, che già di per sé non saranno particolarmente favorevoli; al contrario, possiamo aspettarci di essere trattati quasi come la Cina, ma senza averne neanche lontanamente la forza commerciale e politica.
I prossimi quattro anni, insomma, difficilmente vedranno una veloce risoluzione dei conflitti in essere, quantomeno non per l'azione diretta americana. Ciononostante, ogni mutamento del quadro generale, seppure non effettivamente radicale, porta con sé sempre nuove opportunità, resta quindi da vedere chi, dove e quando saprà coglierle. E, naturalmente, soprattutto se.

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