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Libano-Israele, incontro a Washington
di Ivan Bodyan
Israele non intende interrompere gli attacchi contro il Libano, ma ne limiterà la portata in conformità con la richiesta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Lo ha riferito The Wall Street Journal citando una fonte.
Il quotidiano ha sottolineato che Trump finora non ha chiesto a Israele di ridurre la portata della campagna contro l'organizzazione sciita “Hezbollah”. Tuttavia, l'amministrazione americana teme che questi attacchi possano ostacolare i negoziati con l'Iran e gli sforzi per riaprire lo Stretto di Hormuz...
di Ivan Bodyan
Israele non intende interrompere gli attacchi contro il Libano, ma ne limiterà la portata in conformità con la richiesta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Lo ha riferito The Wall Street Journal citando una fonte.
Il quotidiano ha sottolineato che Trump finora non ha chiesto a Israele di ridurre la portata della campagna contro l'organizzazione sciita “Hezbollah”. Tuttavia, l'amministrazione americana teme che questi attacchi possano ostacolare i negoziati con l'Iran e gli sforzi per riaprire lo Stretto di Hormuz...
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Germania, segnale dalla Russia
di Ivan Bodyan
L'approvazione da parte di Vladimir Putin della legge che punisce la negazione del genocidio del popolo dell'Unione Sovietica è stata un segnale per la Germania, ha riferito il quotidiano tedesco Junge Welt.
«Questa decisione potrebbe avere conseguenze per studiosi, giornalisti e altre persone che negano il genocidio del popolo sovietico. <…> La legge sarà applicata sia in Russia che all’estero. Di conseguenza, potrebbe influire anche sullo smantellamento del cimitero dei prigionieri di guerra sovietici in Germania», si legge nell’articolo...
di Ivan Bodyan
L'approvazione da parte di Vladimir Putin della legge che punisce la negazione del genocidio del popolo dell'Unione Sovietica è stata un segnale per la Germania, ha riferito il quotidiano tedesco Junge Welt.
«Questa decisione potrebbe avere conseguenze per studiosi, giornalisti e altre persone che negano il genocidio del popolo sovietico. <…> La legge sarà applicata sia in Russia che all’estero. Di conseguenza, potrebbe influire anche sullo smantellamento del cimitero dei prigionieri di guerra sovietici in Germania», si legge nell’articolo...
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Melania, Donald e il bla bla bla dei criminali di guerra
Mentre il mondo tiene gli occhi puntati sull’Iran, dove la guerra israelo-statunitense è entrata nella sua sesta settimana con una dichiarata tregua iniziata con i pesanti bombardamenti israeliani sul Libano. Gaza è al collasso, mentre in Cisgiordania, il numero di insediamenti e avamposti ebraici supera ormai i 542, abitati da oltre 780.000 coloni, con…
https://casadelsole.tv/melania-donald-e-il-bla-bla-bla-dei-criminali-di-guerra/
Mentre il mondo tiene gli occhi puntati sull’Iran, dove la guerra israelo-statunitense è entrata nella sua sesta settimana con una dichiarata tregua iniziata con i pesanti bombardamenti israeliani sul Libano. Gaza è al collasso, mentre in Cisgiordania, il numero di insediamenti e avamposti ebraici supera ormai i 542, abitati da oltre 780.000 coloni, con…
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🇮🇹 L'Italia non è sovrana sul piano energetico, su quello militare e nemmeno a tavola.
⏰ Domani alle 12 la seconda puntata di CIBO VITALE in premiere affronta le domande che nessuno fa: sovranità alimentare, cibo vivente, giusto prezzo per chi lavora la terra, accessibilità reale del buon cibo.
🌾 Con Carlo Boni Brivio (Il Cerreto) e Fabio Brescacin (NaturaSì). Conduce Jeff Hoffman.
🎥 https://youtu.be/Gt5VGboqwJw
🔁 Condividi: queste conversazioni hanno bisogno di circolare.
⏰ Domani alle 12 la seconda puntata di CIBO VITALE in premiere affronta le domande che nessuno fa: sovranità alimentare, cibo vivente, giusto prezzo per chi lavora la terra, accessibilità reale del buon cibo.
🌾 Con Carlo Boni Brivio (Il Cerreto) e Fabio Brescacin (NaturaSì). Conduce Jeff Hoffman.
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IL COSTO DELLA SOVRANITÀ ALIMENTARE
L’Italia non è sovrana. Non lo è sul piano energetico, non lo è su quello militare e, soprattutto, non lo è a tavola. Il dato è impietoso e ci impone due verità:
1. Dobbiamo tornare a produrre ciò che mangiamo.
2. Dobbiamo reimparare a mangiare.
Non parliamo…
1. Dobbiamo tornare a produrre ciò che mangiamo.
2. Dobbiamo reimparare a mangiare.
Non parliamo…
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IL COSTO DELLA SOVRANITÀ ALIMENTARE
L’Italia non è sovrana. Non lo è sul piano energetico, non lo è su quello militare e, soprattutto, non lo è a tavola. Il dato è impietoso e ci impone due verità: 1. Dobbiamo tornare a produrre ciò che mangiamo. 2. Dobbiamo reimparare a mangiare. Non parliamo di calorie o tabelle nutrizionali. Parliamo di…
https://casadelsole.tv/il-costo-della-sovranita-alimentare/
L’Italia non è sovrana. Non lo è sul piano energetico, non lo è su quello militare e, soprattutto, non lo è a tavola. Il dato è impietoso e ci impone due verità: 1. Dobbiamo tornare a produrre ciò che mangiamo. 2. Dobbiamo reimparare a mangiare. Non parliamo di calorie o tabelle nutrizionali. Parliamo di…
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IL COSTO DELLA SOVRANITÀ ALIMENTARE
L’Italia non è sovrana. Non lo è sul piano energetico, non lo è su quello militare e, soprattutto, non lo è a tavola. Il dato è impietoso e ci impone due verità: 1. Dobbiamo tornare a produrre ciò che mangiamo. 2. Dobbiamo reimparare a mangiare. Non parliamo di calorie o tabelle nutrizionali. Parliamo di…
https://casadelsole.italix.eu/il-costo-della-sovranita-alimentare/
L’Italia non è sovrana. Non lo è sul piano energetico, non lo è su quello militare e, soprattutto, non lo è a tavola. Il dato è impietoso e ci impone due verità: 1. Dobbiamo tornare a produrre ciò che mangiamo. 2. Dobbiamo reimparare a mangiare. Non parliamo di calorie o tabelle nutrizionali. Parliamo di…
https://casadelsole.italix.eu/il-costo-della-sovranita-alimentare/
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🔴 34 km di acqua. Il futuro del dollaro si decide qui.
L’Iran offre all’Europa di pagare il petrolio in euro.
Se l’Europa accetta → crolla il petrodollaro di Kissinger (1974).
⚡ Cosa sta succedendo:
🇵🇰 Islamabad: primi colloqui USA-Iran dal 1979
🇨🇳 Cina: garante ombra della trattativa
🇮🇱 Smotrich annuncia il Grande Israele
💰 Reuters: sbloccati 6 mld$ di asset iraniani → Casa Bianca smentisce in un’ora
🇮🇹 Italia: navi ferme, corridoio umanitario bocciato
Senza il blocco BRICS non si sarebbe colpito l’Iran.
Avendo colpito l’Iran, si è confermato il bersaglio 🎯
👉 Che lingua parlerà il mondo tra 10 anni?
💾 Salva · 🔁 Condividi · 🔔 Segui @CasadelSoleTVChannel
#Hormuz #Petrodollaro #Iran #news #geopolitics
L’Iran offre all’Europa di pagare il petrolio in euro.
Se l’Europa accetta → crolla il petrodollaro di Kissinger (1974).
⚡ Cosa sta succedendo:
🇵🇰 Islamabad: primi colloqui USA-Iran dal 1979
🇨🇳 Cina: garante ombra della trattativa
🇮🇱 Smotrich annuncia il Grande Israele
💰 Reuters: sbloccati 6 mld$ di asset iraniani → Casa Bianca smentisce in un’ora
🇮🇹 Italia: navi ferme, corridoio umanitario bocciato
Senza il blocco BRICS non si sarebbe colpito l’Iran.
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#Hormuz #Petrodollaro #Iran #news #geopolitics
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Hormuz, l’euro e il tramonto del petrodollaro
di Margherita Furlan
Dal 28 febbraio 2026, quando gli Stati Uniti e Israele hanno dato avvio all’Operazione «Ruggito del Leone» uccidendo la Guida Suprema Ali Khamenei, lo Stretto di Hormuz è diventato l’epicentro di una crisi energetica senza precedenti nella storia del mercato petrolifero mondiale. Ma la vera posta in gioco non è il barile di greggio: è la valuta in cui quel barile viene pagato. Teheran ha aperto a un passaggio in euro per i paesi dell’Unione Europea, una proposta rilanciata dalla Reuters il 10 aprile, che, se concretizzata, scuoterebbe dalle fondamenta il sistema del petrodollaro costruito nel 1974 da Henry Kissinger. Il paradosso è tutto qui: la guerra ha rafforzato il dollaro nel breve periodo, ma ne sta erodendo le basi strutturali. E non a caso il bersaglio è stato l’Iran: cuore dei nuovi corridoi commerciali eurasiatici e snodo della de-dollarizzazione BRICS.
Trentaquattro chilometri nel punto più stretto. Acque basse, coste iraniane a picco, isole presidiate dai Pasdaran. Lo Stretto di Hormuz non è semplicemente un corridoio geografico: è il collo di bottiglia attraverso il quale scorre, in condizioni normali, circa il 25% del commercio mondiale di petrolio via mare e il 20% delle forniture globali di gas naturale liquefatto. Il suo profilo fisico lo rende unico tra i grandi stretti internazionali: le acque poco profonde e i rilievi costieri iraniani favoriscono tattiche asimmetriche, missili, droni e mine, che nessuna portaerei può neutralizzare con certezza assoluta.
Da quando le Guardie della Rivoluzione islamica (IRGC) ne hanno dichiarato la chiusura alle navi collegate a Stati Uniti e Israele, il 5 marzo 2026, il prezzo del greggio Brent ha superato i 100 dollari al barile per la prima volta in quattro anni, toccando il picco di 126 dollari il 31 marzo. Il direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, Fatih Birol, ha definito la crisi «più grave di quelle del 1973, 1979 e 2002 messe insieme». La Banca Centrale Europea, nelle proiezioni macroeconomiche di marzo 2026, ha avvertito che il prolungarsi del blocco rischia di spingere le economie più dipendenti dall’energia, tra cui Germania e Italia, in recessione tecnica entro la fine dell’anno.
Le conseguenze per l’Europa sono state immediate e severe. Il prezzo del gas sul mercato europeo è raddoppiato e il livello medio degli stoccaggi di gas è crollato al 30%, ben al di sotto del 90% richiesto dalla normativa comunitaria entro il 1° novembre. Oltre 600 navi, secondo Lloyd’s List, giacciono bloccate nelle acque del Golfo Persico in attesa di un’autorizzazione che non arriva, o che arriva a prezzo di accordi bilaterali siglati nell’ombra.
Il 2 aprile 2026, Elias Hazrati, responsabile del Consiglio di informazione governativa dell’Iran, ha dichiarato in diretta televisiva di Stato che Teheran «controlla pienamente lo Stretto di Hormuz» e che la Repubblica islamica «può annunciare un accordo» con i paesi disposti a negoziare il transito. La proposta, rivolta esplicitamente a nazioni europee, asiatiche e arabe, include la possibilità di pagare le forniture energetiche in euro o in yuan, in alternativa al dollaro americano.
Il 10 aprile l’agenzia Reuters ha rilanciato la proposta nella sua forma più articolata: Hamid Hosseini, portavoce del sindacato delle esportazioni energetiche iraniane, ha confermato al Financial Times che, nell’ambito di un accordo di pace di lungo termine, Teheran intende imporre un pedaggio «di circa un dollaro per barile» per garantire il passaggio sicuro. La proposta è esplicitamente rivolta anche ai paesi dell’Unione Europea: il presidente francese Emmanuel Macron ha confermato che Parigi rientra fra «almeno quindici paesi di Asia, Europa e Medio Oriente» che stanno trattando con l’Iran per la riapertura, mentre la modalità di pagamento, in euro o in yuan, è il vero cavallo di Troia dell’offerta iraniana.
Non si tratta di un gesto isolato.
di Margherita Furlan
Dal 28 febbraio 2026, quando gli Stati Uniti e Israele hanno dato avvio all’Operazione «Ruggito del Leone» uccidendo la Guida Suprema Ali Khamenei, lo Stretto di Hormuz è diventato l’epicentro di una crisi energetica senza precedenti nella storia del mercato petrolifero mondiale. Ma la vera posta in gioco non è il barile di greggio: è la valuta in cui quel barile viene pagato. Teheran ha aperto a un passaggio in euro per i paesi dell’Unione Europea, una proposta rilanciata dalla Reuters il 10 aprile, che, se concretizzata, scuoterebbe dalle fondamenta il sistema del petrodollaro costruito nel 1974 da Henry Kissinger. Il paradosso è tutto qui: la guerra ha rafforzato il dollaro nel breve periodo, ma ne sta erodendo le basi strutturali. E non a caso il bersaglio è stato l’Iran: cuore dei nuovi corridoi commerciali eurasiatici e snodo della de-dollarizzazione BRICS.
Trentaquattro chilometri nel punto più stretto. Acque basse, coste iraniane a picco, isole presidiate dai Pasdaran. Lo Stretto di Hormuz non è semplicemente un corridoio geografico: è il collo di bottiglia attraverso il quale scorre, in condizioni normali, circa il 25% del commercio mondiale di petrolio via mare e il 20% delle forniture globali di gas naturale liquefatto. Il suo profilo fisico lo rende unico tra i grandi stretti internazionali: le acque poco profonde e i rilievi costieri iraniani favoriscono tattiche asimmetriche, missili, droni e mine, che nessuna portaerei può neutralizzare con certezza assoluta.
Da quando le Guardie della Rivoluzione islamica (IRGC) ne hanno dichiarato la chiusura alle navi collegate a Stati Uniti e Israele, il 5 marzo 2026, il prezzo del greggio Brent ha superato i 100 dollari al barile per la prima volta in quattro anni, toccando il picco di 126 dollari il 31 marzo. Il direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, Fatih Birol, ha definito la crisi «più grave di quelle del 1973, 1979 e 2002 messe insieme». La Banca Centrale Europea, nelle proiezioni macroeconomiche di marzo 2026, ha avvertito che il prolungarsi del blocco rischia di spingere le economie più dipendenti dall’energia, tra cui Germania e Italia, in recessione tecnica entro la fine dell’anno.
Le conseguenze per l’Europa sono state immediate e severe. Il prezzo del gas sul mercato europeo è raddoppiato e il livello medio degli stoccaggi di gas è crollato al 30%, ben al di sotto del 90% richiesto dalla normativa comunitaria entro il 1° novembre. Oltre 600 navi, secondo Lloyd’s List, giacciono bloccate nelle acque del Golfo Persico in attesa di un’autorizzazione che non arriva, o che arriva a prezzo di accordi bilaterali siglati nell’ombra.
Il 2 aprile 2026, Elias Hazrati, responsabile del Consiglio di informazione governativa dell’Iran, ha dichiarato in diretta televisiva di Stato che Teheran «controlla pienamente lo Stretto di Hormuz» e che la Repubblica islamica «può annunciare un accordo» con i paesi disposti a negoziare il transito. La proposta, rivolta esplicitamente a nazioni europee, asiatiche e arabe, include la possibilità di pagare le forniture energetiche in euro o in yuan, in alternativa al dollaro americano.
Il 10 aprile l’agenzia Reuters ha rilanciato la proposta nella sua forma più articolata: Hamid Hosseini, portavoce del sindacato delle esportazioni energetiche iraniane, ha confermato al Financial Times che, nell’ambito di un accordo di pace di lungo termine, Teheran intende imporre un pedaggio «di circa un dollaro per barile» per garantire il passaggio sicuro. La proposta è esplicitamente rivolta anche ai paesi dell’Unione Europea: il presidente francese Emmanuel Macron ha confermato che Parigi rientra fra «almeno quindici paesi di Asia, Europa e Medio Oriente» che stanno trattando con l’Iran per la riapertura, mentre la modalità di pagamento, in euro o in yuan, è il vero cavallo di Troia dell’offerta iraniana.
Non si tratta di un gesto isolato.
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Nelle settimane precedenti, l’Iran aveva già concesso il transito a navi pakistane nell’ambito di un accordo per 20 unità; alcune navi cisterna avevano pagato pedaggi in yuan e persino in criptovalute per ottenere la scorta della marina iraniana. Il pedaggio da 1 dollaro per barile equivale a circa 2 milioni di dollari per una grande petroliera. Fonti iraniane parlano di un affare da 100 miliardi di dollari l’anno; la banca d’investimento JP Morgan stima il giro d’affari tra i 70 e i 90 miliardi.
Il nodo giuridico è di rilievo. L’Iran ha firmato ma non ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS, Montego Bay 1982) e sostiene che allo Stretto si applichi il più restrittivo regime del «passaggio inoffensivo», che consente allo Stato costiero di sospendere il transito per motivi di sicurezza. Questa interpretazione è contestata dalla quasi totalità della comunità internazionale. Philippe Delebecque, professore di diritto marittimo alla Sorbona di Parigi, ha ricordato che la libertà di navigazione «è sempre stata riconosciuta, anche specificamente negli stretti»: consentire pedaggi significherebbe riportare il diritto internazionale del mare allo stato anteriore all’elaborazione del principio della libertà dei mari da parte di Hugo Grozio, all’inizio del Seicento.
Il 4 aprile 2026 la portacontainer CMA CGM Kribi, che batte bandiera maltese ma è di proprietà della compagnia francese CMA CGM, è diventata la prima nave di un’azienda navale occidentale a transitare per lo Stretto dopo 36 giorni di blocco. Ha percorso la rotta lungo le coste iraniane, a nord dell’isola di Larak, secondo la traiettoria imposta da Teheran. L’operazione ha allargato le fratture già esistenti all’interno del G7, con l’amministrazione Trump esplicitamente contraria a qualsiasi accordo bilaterale con l’Iran. Francia e Spagna hanno scelto la via pragmatica: trattare. Italia e Regno Unito restano invece in attesa, strette tra le esigenze energetiche immediate e i vincoli della relazione con Washington.
Per comprendere la portata di ciò che si sta giocando attorno a quello stretto, bisogna tornare al 1974. Nel luglio di quell’anno, Henry Kissinger siglò con l’Arabia Saudita quello che gli storici hanno definito «uno degli accordi finanziari più consequenziali della storia moderna». Riad avrebbe prezzato il suo petrolio esclusivamente in dollari americani e reinvestito i surplus petroliferi in titoli del Tesoro statunitense. In cambio, Washington forniva garanzie di sicurezza al regno, stazionava truppe nella regione e garantiva la libertà di navigazione nel Golfo Persico. Gli altri Stati del Golfo seguirono rapidamente.
Questo sistema, il «petrodollaro», ha garantito per cinquant’anni la domanda globale strutturale di dollari: poiché il petrolio è un input fondamentale di ogni catena produttiva e di ogni sistema di trasporto, l’intera economia mondiale aveva un incentivo naturale a dollarizzarsi. Come ha scritto Deutsche Bank in una nota ai propri clienti nel marzo 2026, «il primato del dollaro negli scambi transfrontalieri è costruito, per definizione, sul petrodollaro: il petrolio commerciato a livello globale è prezzato e fatturato in dollari».
Il circolo virtuoso era elegante: i paesi del Golfo esportavano petrolio, incassavano dollari, reinvestivano in titoli del Tesoro americano, contribuendo a mantenere bassi i tassi di interesse per i consumatori e il governo degli Stati Uniti. Washington, in cambio, garantiva la stabilità della regione e la sicurezza delle rotte marittime. La prova di tenuta di questo patto fu il 1990, quando gli Stati Uniti assemblarono una coalizione internazionale contro l’Iraq e sostenere, contestualmente, l’Arabia Saudita e il prezzo basso del greggio.
Il sistema aveva però già cominciato a scricchiolare ben prima dei missili del 28 febbraio 2026. Nel giugno 2024, l’Arabia Saudita ha posto fine all’impegno esclusivo al prezzo del petrolio in dollari, senza siglare un nuovo accordo formale con Washington.
Il nodo giuridico è di rilievo. L’Iran ha firmato ma non ratificato la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS, Montego Bay 1982) e sostiene che allo Stretto si applichi il più restrittivo regime del «passaggio inoffensivo», che consente allo Stato costiero di sospendere il transito per motivi di sicurezza. Questa interpretazione è contestata dalla quasi totalità della comunità internazionale. Philippe Delebecque, professore di diritto marittimo alla Sorbona di Parigi, ha ricordato che la libertà di navigazione «è sempre stata riconosciuta, anche specificamente negli stretti»: consentire pedaggi significherebbe riportare il diritto internazionale del mare allo stato anteriore all’elaborazione del principio della libertà dei mari da parte di Hugo Grozio, all’inizio del Seicento.
Il 4 aprile 2026 la portacontainer CMA CGM Kribi, che batte bandiera maltese ma è di proprietà della compagnia francese CMA CGM, è diventata la prima nave di un’azienda navale occidentale a transitare per lo Stretto dopo 36 giorni di blocco. Ha percorso la rotta lungo le coste iraniane, a nord dell’isola di Larak, secondo la traiettoria imposta da Teheran. L’operazione ha allargato le fratture già esistenti all’interno del G7, con l’amministrazione Trump esplicitamente contraria a qualsiasi accordo bilaterale con l’Iran. Francia e Spagna hanno scelto la via pragmatica: trattare. Italia e Regno Unito restano invece in attesa, strette tra le esigenze energetiche immediate e i vincoli della relazione con Washington.
Per comprendere la portata di ciò che si sta giocando attorno a quello stretto, bisogna tornare al 1974. Nel luglio di quell’anno, Henry Kissinger siglò con l’Arabia Saudita quello che gli storici hanno definito «uno degli accordi finanziari più consequenziali della storia moderna». Riad avrebbe prezzato il suo petrolio esclusivamente in dollari americani e reinvestito i surplus petroliferi in titoli del Tesoro statunitense. In cambio, Washington forniva garanzie di sicurezza al regno, stazionava truppe nella regione e garantiva la libertà di navigazione nel Golfo Persico. Gli altri Stati del Golfo seguirono rapidamente.
Questo sistema, il «petrodollaro», ha garantito per cinquant’anni la domanda globale strutturale di dollari: poiché il petrolio è un input fondamentale di ogni catena produttiva e di ogni sistema di trasporto, l’intera economia mondiale aveva un incentivo naturale a dollarizzarsi. Come ha scritto Deutsche Bank in una nota ai propri clienti nel marzo 2026, «il primato del dollaro negli scambi transfrontalieri è costruito, per definizione, sul petrodollaro: il petrolio commerciato a livello globale è prezzato e fatturato in dollari».
Il circolo virtuoso era elegante: i paesi del Golfo esportavano petrolio, incassavano dollari, reinvestivano in titoli del Tesoro americano, contribuendo a mantenere bassi i tassi di interesse per i consumatori e il governo degli Stati Uniti. Washington, in cambio, garantiva la stabilità della regione e la sicurezza delle rotte marittime. La prova di tenuta di questo patto fu il 1990, quando gli Stati Uniti assemblarono una coalizione internazionale contro l’Iraq e sostenere, contestualmente, l’Arabia Saudita e il prezzo basso del greggio.
Il sistema aveva però già cominciato a scricchiolare ben prima dei missili del 28 febbraio 2026. Nel giugno 2024, l’Arabia Saudita ha posto fine all’impegno esclusivo al prezzo del petrolio in dollari, senza siglare un nuovo accordo formale con Washington.
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