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Assistere alle scene di sfollamento e di pulizia etnica del popolo palestinese – di notte, sotto le bombe, con bambini in braccio e anziani al seguito – non è qualcosa di nuovo.
Non è iniziato ieri, né il 7 ottobre: sono cento anni che si ripetono queste immagini.
Un secolo in cui un popolo brillante, dignitoso e nobile viene massacrato, esiliato, discriminato, dimenticato dal mondo che si definisce “civile”.
E allora mi chiedo: cosa dobbiamo fare?
Io non voglio normalizzare questo dolore, non voglio assuefarmi a questo orrore.
Nel mio cuore io sono arrivata a una conclusione.
L’unica forma di resistenza concreta che oggi possiamo opporre a questa barbarie è andare lì.
Tutti.
In massa.
A fare da scudi umani.
A dire: "Non in nostro nome".
A metterci il corpo, perché le parole non bastano più.
...le parole non bastano più, le nostre voci , come quelle dei palestinesi, vengono ignorate alla grande:
abbiamo visto centinaia, migliaia, di manifestazioni in giro per il mondo e alla fine? Ignorati dai media e dai governi.
Dunque non bastano più nemmeno le manifestazioni,
non basta condividere notizie,
non bastano i boicottaggi della società civile
se i governi continuano a ignorare le nostre istanze
e a fiancheggiare il terrorismo sionista.
E' arrivato il tempo di mettere i nostri corpi dove le nostre voci non arrivano. Anche perchè, prima o poi, i nostri corpi verranno a prenderseli gli stessi che si prendono quelli dei palestinesi.
Ricordate: la Palestina è un laboratorio: quello che viene fatto nei confronti del popolo palestinese, e che il mondo tollera, prima o poi verrà fatto a noi... sarà troppo tardi allora. Ma forse è già troppo tardi anche oggi.
#FreePalestine 🇵🇸
#HumanShieldsForGaza
#NotInOurName
F. Quibla
Non è iniziato ieri, né il 7 ottobre: sono cento anni che si ripetono queste immagini.
Un secolo in cui un popolo brillante, dignitoso e nobile viene massacrato, esiliato, discriminato, dimenticato dal mondo che si definisce “civile”.
E allora mi chiedo: cosa dobbiamo fare?
Io non voglio normalizzare questo dolore, non voglio assuefarmi a questo orrore.
Nel mio cuore io sono arrivata a una conclusione.
L’unica forma di resistenza concreta che oggi possiamo opporre a questa barbarie è andare lì.
Tutti.
In massa.
A fare da scudi umani.
A dire: "Non in nostro nome".
A metterci il corpo, perché le parole non bastano più.
...le parole non bastano più, le nostre voci , come quelle dei palestinesi, vengono ignorate alla grande:
abbiamo visto centinaia, migliaia, di manifestazioni in giro per il mondo e alla fine? Ignorati dai media e dai governi.
Dunque non bastano più nemmeno le manifestazioni,
non basta condividere notizie,
non bastano i boicottaggi della società civile
se i governi continuano a ignorare le nostre istanze
e a fiancheggiare il terrorismo sionista.
E' arrivato il tempo di mettere i nostri corpi dove le nostre voci non arrivano. Anche perchè, prima o poi, i nostri corpi verranno a prenderseli gli stessi che si prendono quelli dei palestinesi.
Ricordate: la Palestina è un laboratorio: quello che viene fatto nei confronti del popolo palestinese, e che il mondo tollera, prima o poi verrà fatto a noi... sarà troppo tardi allora. Ma forse è già troppo tardi anche oggi.
#FreePalestine 🇵🇸
#HumanShieldsForGaza
#NotInOurName
F. Quibla
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