L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
SUI (NON) "VALORI" DELLA REPUBBLICA
I valori della Repubblica sono non-valori e questo non perché ogni contenuto proclamato dalla Repubblica sia necessariamente falso o ingiusto, ma perché, quando essi vengono pensati come “valori” autonomi, storicamente prodotti, disponibili alla deliberazione politica e svincolati dall’ordine oggettivo del bene, cessano di essere veri beni morali e giuridici.
SUI (NON) "VALORI" DELLA REPUBBLICA
I valori della Repubblica sono non-valori e questo non perché ogni contenuto proclamato dalla Repubblica sia necessariamente falso o ingiusto, ma perché, quando essi vengono pensati come “valori” autonomi, storicamente prodotti, disponibili alla deliberazione politica e svincolati dall’ordine oggettivo del bene, cessano di essere veri beni morali e giuridici.
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FERRARA:
Oggi a Ferrara ospite dell'amico dott. Valerio Quadrini per parlare di bioetica e di alcune questioni filosofico-teologiche.
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
IL GIUSTO È PRIMA DELLA LEGGE, PERCHÉ È NELL’ESSERE
Se il giusto non esistesse in sé, come misura oggettiva del dovuto radicata nella verità dell’essere, nessuna ingiustizia potrebbe essere realmente detta tale, poiché ogni condanna del sopruso, della menzogna, della violenza e della legge iniqua si ridurrebbe a una reazione soggettiva, a una preferenza storica, a un moto emotivo privo di forza veritativa. L’uomo potrebbe dire che una norma gli appare crudele, che un comando gli risulta odioso, che una decisione gli sembra intollerabile, tuttavia non potrebbe affermare che quella norma, quel comando e quella decisione sono ingiusti in sé, indipendentemente dal consenso che li sostiene, dalla procedura che li approva e dalla forza che li rende efficaci. Qui si manifesta il punto decisivo. Ogni negazione del giusto oggettivo è costretta a presupporlo nel momento stesso in cui tenta di dissolverlo. Chi afferma che tutto è relativo non parla mai come se la propria affermazione fosse soltanto relativa. Chi riduce la giustizia alla storia pretende che questa riduzione sia vera e non semplicemente storica. Chi identifica il giusto con la legge positiva deve poi tacere dinanzi alla legge ingiusta, oppure deve riconoscere che vi è una misura superiore alla legalità vigente. Chi dissolve il bene nel sentimento continua nondimeno a domandare che la propria tesi sia accolta dalla ragione e non soltanto registrata come vibrazione interiore. La negazione del giusto in sé, dunque, non regge perché vive di ciò che nega, come l’errore vive della verità che presuppone e la privazione vive della forma di cui è mancanza. La tradizione classica offre qui non un ornamento dottrinale, bensì l’architettura metafisica necessaria per comprendere il problema. La giustizia non è anzitutto un prodotto della volontà, poiché la volontà senza misura diventa potenza di imposizione. Non è il risultato del consenso, poiché il consenso può approvare anche il disordine. Non è la semplice forma della legge, poiché la legge può essere formalmente perfetta e sostanzialmente iniqua. La giustizia è l’ordine razionale del dovuto, ossia la proporzione tra l’essere dell’uomo, il suo fine naturale, la sua vocazione alla vita comune e il bene che la convivenza politica deve custodire. In questa prospettiva, la ragione non inventa il giusto, lo riconosce. La legge non lo crea, lo determina. Il potere non lo fonda, lo serve oppure lo tradisce. La diversità storica delle legislazioni non smentisce questa verità, poiché la molteplicità delle forme umane non elimina l’unità della misura. Gli uomini hanno spesso errato intorno alla giustizia, come hanno errato intorno alla verità, alla salute, al bene e alla bellezza, eppure l’errore non dimostra l’inesistenza della misura, bensì la fatica dell’intelligenza nel raggiungerla e la fragilità della volontà nel custodirla. Se una civiltà chiama giusto ciò che offende l’ordine dell’uomo e della comunità, non per questo il giusto muta natura. È la civiltà, piuttosto, a mostrare la propria caduta rispetto a una misura che non dipende dal suo riconoscimento. L’impianto aristotelico-tomista consente di vedere con particolare chiarezza che il giusto non è una cosa sospesa sopra il mondo, né una formula astratta imposta dall’esterno alla vita concreta. Esso è la forma morale dell’essere umano in relazione, il modo in cui il bene si rende dovuto nei rapporti tra le persone e nella costituzione della comunità politica. Se l’uomo possiede una natura razionale, sociale e orientata al fine, allora non ogni atto umano è equivalente, non ogni comando è legittimo, non ogni legge è vera legge nel senso pieno del termine. Vi sono atti che perfezionano l’uomo secondo ciò che egli è, e vi sono atti che lo contraddicono nella sua struttura più profonda. Per questo una legge che tradisce il giusto non diventa giusta perché vigente, come una menzogna non diventa vera perché ripetuta e una violenza non diventa ordine perché disciplinata da una procedura.
IL GIUSTO È PRIMA DELLA LEGGE, PERCHÉ È NELL’ESSERE
Se il giusto non esistesse in sé, come misura oggettiva del dovuto radicata nella verità dell’essere, nessuna ingiustizia potrebbe essere realmente detta tale, poiché ogni condanna del sopruso, della menzogna, della violenza e della legge iniqua si ridurrebbe a una reazione soggettiva, a una preferenza storica, a un moto emotivo privo di forza veritativa. L’uomo potrebbe dire che una norma gli appare crudele, che un comando gli risulta odioso, che una decisione gli sembra intollerabile, tuttavia non potrebbe affermare che quella norma, quel comando e quella decisione sono ingiusti in sé, indipendentemente dal consenso che li sostiene, dalla procedura che li approva e dalla forza che li rende efficaci. Qui si manifesta il punto decisivo. Ogni negazione del giusto oggettivo è costretta a presupporlo nel momento stesso in cui tenta di dissolverlo. Chi afferma che tutto è relativo non parla mai come se la propria affermazione fosse soltanto relativa. Chi riduce la giustizia alla storia pretende che questa riduzione sia vera e non semplicemente storica. Chi identifica il giusto con la legge positiva deve poi tacere dinanzi alla legge ingiusta, oppure deve riconoscere che vi è una misura superiore alla legalità vigente. Chi dissolve il bene nel sentimento continua nondimeno a domandare che la propria tesi sia accolta dalla ragione e non soltanto registrata come vibrazione interiore. La negazione del giusto in sé, dunque, non regge perché vive di ciò che nega, come l’errore vive della verità che presuppone e la privazione vive della forma di cui è mancanza. La tradizione classica offre qui non un ornamento dottrinale, bensì l’architettura metafisica necessaria per comprendere il problema. La giustizia non è anzitutto un prodotto della volontà, poiché la volontà senza misura diventa potenza di imposizione. Non è il risultato del consenso, poiché il consenso può approvare anche il disordine. Non è la semplice forma della legge, poiché la legge può essere formalmente perfetta e sostanzialmente iniqua. La giustizia è l’ordine razionale del dovuto, ossia la proporzione tra l’essere dell’uomo, il suo fine naturale, la sua vocazione alla vita comune e il bene che la convivenza politica deve custodire. In questa prospettiva, la ragione non inventa il giusto, lo riconosce. La legge non lo crea, lo determina. Il potere non lo fonda, lo serve oppure lo tradisce. La diversità storica delle legislazioni non smentisce questa verità, poiché la molteplicità delle forme umane non elimina l’unità della misura. Gli uomini hanno spesso errato intorno alla giustizia, come hanno errato intorno alla verità, alla salute, al bene e alla bellezza, eppure l’errore non dimostra l’inesistenza della misura, bensì la fatica dell’intelligenza nel raggiungerla e la fragilità della volontà nel custodirla. Se una civiltà chiama giusto ciò che offende l’ordine dell’uomo e della comunità, non per questo il giusto muta natura. È la civiltà, piuttosto, a mostrare la propria caduta rispetto a una misura che non dipende dal suo riconoscimento. L’impianto aristotelico-tomista consente di vedere con particolare chiarezza che il giusto non è una cosa sospesa sopra il mondo, né una formula astratta imposta dall’esterno alla vita concreta. Esso è la forma morale dell’essere umano in relazione, il modo in cui il bene si rende dovuto nei rapporti tra le persone e nella costituzione della comunità politica. Se l’uomo possiede una natura razionale, sociale e orientata al fine, allora non ogni atto umano è equivalente, non ogni comando è legittimo, non ogni legge è vera legge nel senso pieno del termine. Vi sono atti che perfezionano l’uomo secondo ciò che egli è, e vi sono atti che lo contraddicono nella sua struttura più profonda. Per questo una legge che tradisce il giusto non diventa giusta perché vigente, come una menzogna non diventa vera perché ripetuta e una violenza non diventa ordine perché disciplinata da una procedura.
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La legge positiva riceve la propria dignità dal suo rapporto con la giustizia, non dalla pura efficacia del comando. Quando essa riconosce il giusto, lo rende operante nella storia. Quando lo nega, conserva l’apparenza della legalità e perde l’anima del diritto. Il giusto in sé è, dunque, la condizione stessa della civiltà giuridica, perché solo se esiste una misura anteriore alla volontà il potere può essere giudicato, la legge può essere valutata, l’obbedienza può essere distinta dalla servitù e l’autorità può essere separata dalla mera forza. Dove il giusto precede la legge, la politica resta ordinata al bene comune. Dove il giusto viene assorbito dalla decisione, la legge non custodisce più l’ordine, lo produce arbitrariamente, lo muta secondo convenienza e lo revoca secondo potenza. In tal caso l’uomo crede di essersi liberato da ogni metafisica, mentre in realtà cade sotto la più povera e tirannica delle metafisiche: quella della volontà che, non riconoscendo sopra di sé alcuna verità, pretende di chiamare giusto tutto ciò che riesce a comandare.
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Istruzioni per non portarsi in tavola uova e carni di volatili inclusi nel “progetto pilota” del «vaccino ricombinante con vettore HVT».
Su ogni uovo compare un codice, come da immagine qui sotto, di cui vi invito a considerare la parte evidenziata.
Se al posto delle cifre evidenziate troverete 053MN726 o 053MN728, si tratterà degli allevamenti di galline ovaiole inclusi nel “progetto pilota”.
I codici degli allevamenti di tacchini da carne interessati sono invece 060VR701, 096VR206 e 096VR606.
A questo punto spetta a voi, come consumatori, la decisione informata su cosa fare:
1 – Preparare un bel pranzo e mangiarvelo;
2 – Preparare un bel pranzo e offrirlo al vostro politico di riferimento per un consumo “sicuro ed efficace”.
🖌SEGUIMI SUL CANALE
https://t.me/RaffaellaRegoli
Su ogni uovo compare un codice, come da immagine qui sotto, di cui vi invito a considerare la parte evidenziata.
Se al posto delle cifre evidenziate troverete 053MN726 o 053MN728, si tratterà degli allevamenti di galline ovaiole inclusi nel “progetto pilota”.
I codici degli allevamenti di tacchini da carne interessati sono invece 060VR701, 096VR206 e 096VR606.
A questo punto spetta a voi, come consumatori, la decisione informata su cosa fare:
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Raffaella Regoli canale ufficiale
Giornalista d'inchiesta
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Sopra il link per chi volesse seguire il seminario. Inizio ore 15:30.
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Media is too big
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Alcune immagini del convegno di oggi pomeriggio all'Università dal titolo: "San Pio X: tra diritto positivo e diritto naturale". Grazie alle tante persone presenti sia in aula magna, sia in modalità on line.
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