IL GIUSNATURALISTA
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Canale pubblico ispirato al pensiero giusnaturalistico classico.
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Grande successo del nostro Polo universitario "Unidolomiti" di Belluno dell'Ateneo "San Domenico" di Roma.
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Forwarded from Unidolomiti
Che cosa accade quando possiedi contenuto, esperienza, visione ✨ e non riesci a trasformarli in una scrittura capace di generare risonanza?

Ci si ritrova immersi in un ecosistema saturo di parole, di “valori” dichiarati, di riflessioni seriali, di narrazioni levigate fino all’irrilevanza 📉, mentre ciò che dovrebbe distinguerti — il tuo sguardo, la tua sostanza, la tua specifica intensità — resta imprigionato in una lingua corretta, ma inerte.

Scrivere in modo da incidere, da produrre riconoscimento, da attivare quella sottile ma potentissima reazione interiore per cui chi legge non si limita a consumare un contenuto, ma avverte di esserne, in qualche misura, attraversato ⚡️

È precisamente in questa faglia tra espressione e presenza che nasce Scrivere per connettere, un corso pensato come laboratorio di consapevolezza narrativa, di postura comunicativa, di costruzione di una voce che non sia intercambiabile 🎯

Nel percorso con Marianna Porcaro lavoreremo su ciò che rende una scrittura emotivamente memorabile e strategicamente riconoscibile:
✍️ lo storytelling, come architettura di senso, capace di trasformare l’esperienza in risonanza
🎙 la voce e lo stile, ovvero quella firma invisibile che sottrae il testo all’anonimato e lo restituisce a un’identità precisa
🤝 il tono di voce come dispositivo di credibilità, prossimità, autorevolezza
💡 la creatività come cura, come gesto di precisione, ascolto e responsabilità verso chi legge
📅 il piano editoriale, come struttura che ordina, orienta e dà continuità
📩 la newsletter su LinkedIn, concepita come spazio editoriale ad alta densità relazionale

A rendere questo percorso ancora più significativo c’è un elemento ulteriore 🎓
si tratta di un corso con CFU riconosciuti, un’esperienza che unisce profondità formativa, rigore metodologico e valore accademico.

📌 Il 16 aprile alle ore 18:30 si terrà un webinar di presentazione, pensato per raccontarne struttura, visione, obiettivi e possibilità applicative.

Maggiori info e iscrizioni: https://unidolomiti.it/corso-scrittura-creativa-storytelling-marianna-porcaro/

unidolomiti.it
Sul Corriere della Sera
L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:

LA BELLEZZA COME SPLENDORE DELL’ESSERE

Parlare della bellezza nel mondo classico significa anzitutto sottrarla alla riduzione sentimentale e psicologica che la modernità ha progressivamente imposto, fino a consegnarla, nell’età contemporanea, al regno dell’impressione privata, dell’emozione istantanea e della preferenza individuale. Per il pensiero antico la bellezza non è un effetto dell’occhio né una vibrazione effimera del gusto, bensì una qualità reale delle cose, una modalità della loro perfezione, il segno sensibile di un ordine che precede il soggetto e che il soggetto, se rettamente disposto, è chiamato a riconoscere. In questa prospettiva, il bello non nasce dal consenso, non viene prodotto dalla sensibilità, non si lascia misurare dall’intensità del desiderio, perché coincide con la manifestazione riuscita di una forma, con la giusta proporzione delle parti, con la consonanza interna di ciò che è compiuto secondo natura e secondo ragione (Platone, Fedro e Simposio). La bellezza, dunque, non è anzitutto ciò che piace, ma ciò che merita di piacere in quanto partecipa dell’ordine dell’essere. Il nucleo più profondo della concezione classica consiste precisamente in questo legame tra bellezza, verità e bene. L’antico non pensa il bello come un dominio separato, autonomo, autosufficiente, bensì come una dimensione dell’essere stesso. Ciò che è veramente bello appare tale perché in esso l’essenza si esprime senza fratture, la forma domina la materia senza violenza, la pluralità delle parti converge in un’unità intelligibile e la cosa realizzata mostra una pienezza che esclude l’arbitrio e l’eccesso. La bellezza è quindi splendore dell’ordine, visibilità del vero, epifania sensibile del bene, e proprio per questo possiede una forza educativa. Essa eleva, orienta, misura, forma l’anima, conducendola dal livello disperso del sensibile a quello più alto dell’intelligibile, dove l’attrattiva non è più semplice seduzione, ma richiamo della perfezione (Platone, Repubblica, libro X). Quando il bello è inteso in questo senso, esso non adula l’istinto, bensì disciplina lo sguardo e lo restituisce alla giusta gerarchia delle cose. L’orizzonte greco aveva colto con grande nitidezza che nulla può dirsi bello se è privo di misura. Il limite, lungi dall’essere una menomazione, costituisce la condizione della forma, e la forma è la ragione stessa per cui una realtà si offre come intelligibile e amabile. La dismisura deforma, perché rompe l’unità interna del reale e dissolve quella consonanza che rende una cosa adeguata a se stessa. Per questo la bellezza classica è sempre inseparabile dalla proporzione, dall’ordine, dalla simmetria, dalla convenienza delle parti rispetto al tutto, senza che tali caratteri debbano essere ridotti a un semplice formalismo geometrico. La proporzione di cui parla il mondo antico non è una formula meccanica, ma la traduzione visibile di una verità ontologica, cioè dell’accordo tra essenza, fine e manifestazione. Ciò vale per il corpo, per l’arte, per la parola, per la città e persino per l’agire morale, perché anche la vita buona possiede una sua bellezza, che i Romani chiamavano decorum, quale consonanza dell’atto con la dignità della persona e con l’ordine del giusto (Cicerone, De officiis). In questa luce appare comprensibile anche la grande intuizione metafisica secondo cui il bello non è soltanto una qualità dell’oggetto finito, ma il riverbero di un principio superiore. Quando l’antichità più alta e poi il neoplatonismo parlano della bellezza, non intendono semplicemente un insieme di caratteri piacevoli. Essi vedono nel bello la traccia visibile di una forma più originaria, di un’unità da cui deriva ogni armonia particolare. Una cosa è bella non perché suscita un’impressione gradevole, ma perché in qualche modo lascia trasparire una presenza di ordine che la supera e la fonda.
L’esperienza estetica autentica, allora, non termina nella superficie del fenomeno, bensì apre a una dimensione contemplativa, nella quale l’anima viene richiamata verso ciò che è più alto di lei e insieme più intimo di lei, perché è la sorgente stessa dell’intelligibilità e della perfezione (Plotino, Enneadi, I, 6). La bellezza non chiude nel sensibile, ma lo attraversa, e proprio per questo non coincide con la mera gradevolezza. La modernità rompe questo assetto quando trasferisce il centro del discorso dal reale al soggetto. Il bello non viene più cercato primariamente nella struttura dell’essere, ma nell’effetto che l’oggetto produce sulla coscienza. Da questo passaggio nasce un mutamento decisivo. Se il bello dipende soprattutto dal modo in cui il soggetto percepisce, sente o giudica, allora la sua consistenza ontologica si indebolisce e la questione estetica tende a trasformarsi in un problema di esperienza interiore. In alcuni autori moderni tale svolta assume il volto dell’empirismo del gusto, in altri quello del giudizio riflettente, in altri ancora quello della genialità creatrice che si sottrae a regole precedenti, ma il movimento d’insieme resta chiaro, perché il fondamento oggettivo della bellezza viene progressivamente sostituito dalla centralità della soggettività, della sensibilità e dell’autonomia del giudizio (Hume, Of the Standard of Taste, Kant, Critica del giudizio). Il problema non consiste nel fatto che la soggettività partecipi all’esperienza del bello, cosa ovvia e inevitabile, bensì nel fatto che essa finisca per diventarne il criterio ultimo. La contemporaneità porta questo processo al suo esito più radicale. Una volta reciso il nesso tra bellezza e ordine dell’essere, il bello viene facilmente dissolto nel linguaggio del desiderio, della trasgressione, della provocazione o del consumo. Si considera bello ciò che colpisce, ciò che rompe, ciò che scandalizza, ciò che produce un’intensità, ciò che permette l’autoaffermazione dell’io o la costruzione performativa dell’identità. Il corpo non appare più come forma incarnata di una natura, ma come materiale disponibile alla manipolazione. L’arte non si misura più con la capacità di manifestare il vero in forma sensibile, ma con la potenza di destabilizzare, decontestualizzare, frammentare. L’estetico, separato dal bene e dal vero, diventa o intrattenimento o shock, o merce o ideologia. In tale contesto, parlare di bellezza oggettiva sembra quasi un atto scandaloso, perché il nostro tempo preferisce pensare che ogni giudizio sia equivalente, che ogni preferenza sia sovrana, che ogni canone sia oppressivo e che ogni limite sia una violenza simbolica. Eppure proprio questa dissoluzione mostra la fragilità del paradigma contemporaneo. Se la bellezza fosse soltanto gusto, non si capirebbe perché l’uomo avverta da sempre la differenza tra il capriccio e la grandezza, tra la seduzione e la nobiltà, tra l’eccesso e l’armonia, tra il piacevole e il degno di contemplazione. Neppure si spiegherebbe perché alcune forme, alcune proporzioni, alcune opere, alcuni volti, alcune architetture, alcuni paesaggi continuino a imporsi attraverso i secoli come espressioni eminenti di pienezza, mentre altre invecchiano con estrema rapidità, legate come sono all’eccitazione di un momento storico o al consumo di una stagione. L’esistenza di una bellezza oggettiva non elimina la varietà delle percezioni, né nega che il gusto abbia una parte. Significa piuttosto che il gusto è una facoltà ricettiva e non creativa del bello, una capacità di riconoscimento che può essere educata o corrotta, affinata o deformata. In altri termini, il gusto giudica, ma non fonda. La preferenza sceglie, ma non istituisce il valore. Il mondo classico resta allora superiore non per nostalgia archeologica, ma per profondità metafisica e antropologica. Esso sa che l’uomo non è la misura sovrana del reale, bensì un essere chiamato a conformarsi a un ordine che non inventa. Sa che la libertà non consiste nel creare arbitrariamente i criteri del bello, ma nel rendersi capaci di riconoscerlo.
Sa che il bello autentico non lusinga l’ego, perché converte l’anima a qualcosa di più alto dell’ego stesso. Sa infine che una civiltà si eleva quando custodisce forme belle, parole belle, istituzioni belle e gesti belli, perché in ciascuno di questi ambiti la bellezza non è un ornamento superfluo, ma il segno della presenza del vero nell’umano. Per questa ragione il concetto antico di bellezza rimane il più convincente. Esso è il solo che sottrae l’estetica all’anarchia del soggettivismo e la restituisce alla sua radice ontologica, mostrando che il bello è oggettivo proprio perché è il fulgore della forma riuscita, l’irradiazione dell’ordine e la trasparenza sensibile del bene (Aristotele, Metafisica, XIII, e Poetica). Là dove tutto viene consegnato al gusto, nulla è veramente bello. Là dove il bello torna a essere riconosciuto come proprietà dell’essere, il gusto stesso ritrova la sua dignità, perché smette di essere un idolo e torna a essere uno strumento di contemplazione.
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Forwarded from Idee&Azione
LE FORME DEL POTERE - edizione 2026

Dopo il successo del primo ciclo seminariale, tornano i dibattiti suddivisi in incontri tematici, nei quali verranno approfondite le forme del potere tramite le parole di grandi pensatori e autori del pensiero mondiale, da Oriente a Occidente. Gli incontri uniranno la lettura commentata di brani scelti e la riflessione e discussione condivisa con tutti i partecipanti, in modo da sviluppare il pensiero critico e trarre, assieme, delle soluzioni.

Il seminario è aperto a tutti e si svolgere comodamente online.

Per info & iscrizioni
Francesca Ferrazza
+39 379 107 5715
universita@unidolomiti.it
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Forwarded from Idee&Azione
TRIESTE. PORTO FRANCO INTERNAZIONALE. Storia, geopolitica, economia, testimonianze
di AA.VV.


Quale sarà il futuro del Porto Franco internazionale di Trieste? Quale il suo ruolo al vertice di un sistema che unisce l’Alto Adriatico all’Europa centrorientale, punto d’incontro strategico tra mondi economici e culturali lontani? Porti d’Italia S.p.A., la nuova società pubblica partecipata dal Ministero dell’Economia e vigilata dal MIT, sarà in grado di dare soluzioni?
In un quadro storico su città, territorio, trattati di pace ed evoluzione del porto, questo saggio a più contributi mette a fuoco nodi geopolitici e di finanziarizzazione infrastrutturale, inoltre lascia spazio a testimonianze di vita vissuta e di impegno militante. Intende in tal modo contrapporsi ai numerosi summit – organizzati senza alcun coinvolgimento della cittadinanza – i quali propagandano vantaggi economici (IMEC – Via del Cotone), ma in realtà mascherano prospettive sia di grave declino industriale che di scarsa autonomia del porto, che verrebbe consegnato a grandi investitori e, nella peggiore delle ipotesi, costretto a diventare hub militare.

Curatela di Maria Morigi

Contributi di:
Maria Morigi
Lorenzo Maria Pacini
Filippo Bovo
Paolo Deganutti
Adriana Janežič
Adam Bark


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https://www.anteoedizioni.eu/negozio/continenti/trieste-porto-franco-internazionale/
L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA: Fonte: L'Arborense-settimanale dell'Arcidiocesi di Oristano.
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CONVEGNO SU AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI E SOVRANITÀ:

Ieri a Pescantina (Provincia di Verona), in occasione di San Marco e del ricordo delle Pasque Veronesi, ho partecipato ad un importante convegno sul rapporto tra sovranità ed autodeterminazione dei popoli. Ho tenuto una relazione dal titolo: "Dalla sovranità moderna alla regalità: per un autentico fondamento teoretico del concetto di autodeterminazione dei popoli".

Grazie agli amici dell'Associazione "Popolo Veneto" per il graditissimo invito. Tantissima partecipazione di pubblico.

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