L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
Fonte: La Veritá del 22/09/2026 pagina 07.
Fonte: La Veritá del 22/09/2026 pagina 07.
L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
IL POTERE AUTORITARIO COMINCIA QUANDO LE PAROLE SMETTONO DI SIGNIFICARE
La forma più sottile del dominio non consiste nel vietare le parole, ma nel sequestrarne il significato, trasformandole da strumenti del giudizio in dispositivi di obbedienza. Aggressore e vittima, vax e no vax, scienza e antiscienza, negazionista e responsabile, democratico e fascista, inclusivo e discriminatorio, progresso e reazione, tolleranza e odio finiscono così per non descrivere più una realtà da comprendere, ma per imporre in anticipo la sentenza con cui quella realtà dovrà essere giudicata. È precisamente qui che il linguaggio diventa ideologico. Non quando nomina le cose, ma quando pretende di sostituirsi ad esse. Non quando distingue, ma quando impedisce di distinguere ulteriormente. La parola, invece di essere il termine di un giudizio razionale, ne diventa il surrogato, così che non occorre più dimostrare che qualcuno abbia torto, basta chiamarlo negazionista, non occorre confutarne l’argomento, basta dichiararlo antiscientifico, non occorre accertare la natura di un fatto, basta assegnargli il nome moralmente autorizzato. L’inversione è radicale, perché nell’ordine della ragione viene prima la realtà, poi il giudizio, infine il nome. Nell’ordine ideologico accade il contrario. Prima viene il nome, poi l’obbligo di vedere la realtà secondo quel nome. È una violenza intellettuale tanto più efficace quanto meno appare come violenza, perché non chiude la bocca, ma decide preventivamente quale lingua sia lecito parlare. Una civiltà comincia a corrompersi quando le parole non ricevono più il proprio significato dalle cose, ma da chi possiede il potere di autorizzarle. Da quel momento il linguaggio non serve più la verità, la amministra. E quando la verità viene amministrata, il pensiero è già diventato suddito.
IL POTERE AUTORITARIO COMINCIA QUANDO LE PAROLE SMETTONO DI SIGNIFICARE
La forma più sottile del dominio non consiste nel vietare le parole, ma nel sequestrarne il significato, trasformandole da strumenti del giudizio in dispositivi di obbedienza. Aggressore e vittima, vax e no vax, scienza e antiscienza, negazionista e responsabile, democratico e fascista, inclusivo e discriminatorio, progresso e reazione, tolleranza e odio finiscono così per non descrivere più una realtà da comprendere, ma per imporre in anticipo la sentenza con cui quella realtà dovrà essere giudicata. È precisamente qui che il linguaggio diventa ideologico. Non quando nomina le cose, ma quando pretende di sostituirsi ad esse. Non quando distingue, ma quando impedisce di distinguere ulteriormente. La parola, invece di essere il termine di un giudizio razionale, ne diventa il surrogato, così che non occorre più dimostrare che qualcuno abbia torto, basta chiamarlo negazionista, non occorre confutarne l’argomento, basta dichiararlo antiscientifico, non occorre accertare la natura di un fatto, basta assegnargli il nome moralmente autorizzato. L’inversione è radicale, perché nell’ordine della ragione viene prima la realtà, poi il giudizio, infine il nome. Nell’ordine ideologico accade il contrario. Prima viene il nome, poi l’obbligo di vedere la realtà secondo quel nome. È una violenza intellettuale tanto più efficace quanto meno appare come violenza, perché non chiude la bocca, ma decide preventivamente quale lingua sia lecito parlare. Una civiltà comincia a corrompersi quando le parole non ricevono più il proprio significato dalle cose, ma da chi possiede il potere di autorizzarle. Da quel momento il linguaggio non serve più la verità, la amministra. E quando la verità viene amministrata, il pensiero è già diventato suddito.
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
LA SCUOLA È APERTA A TUTTI, MA NON SIGNIFICA CHE LE CLASSI NON POSSANO ESSERE ORGANIZZATE
L’articolo 34, comma 1, della Costituzione vigente afferma che «la scuola è aperta a tutti», ma quella formula garantisce il diritto di accedere all’istruzione, non il diritto a una determinata composizione della propria classe. Organizzare le classi secondo criteri ragionevoli, quindi, non equivale di per sé a limitare il diritto allo studio. La misura annunciata dal Governo della Repubblica, sul quale, come si sa, sono sempre molto critico ma che questa volta ha proposto una cosa di buon senso, prevede un limite del 30% riferito agli studenti che non possiedono un’adeguata conoscenza dell’italiano. Il criterio annunciato è, dunque, linguistico e non semplicemente quello della cittadinanza. La finalità dichiarata è evitare concentrazioni che possano rendere più difficile l’apprendimento della lingua e l’integrazione scolastica. Per questo parlare automaticamente di discriminazione o di ghettizzazione non risolve la questione costituzionale. Se tutti continuano ad avere accesso alla scuola e la distribuzione degli alunni serve proprio a evitare classi nelle quali si concentrino ragazzi con le medesime difficoltà linguistiche, il criterio può perseguire l’integrazione (concetto abusato che andrebbe chiarito sul piano filosofico) anziché la separazione. La sua legittimità dipenderà naturalmente da come sarà scritto e applicato il provvedimento. Anche il richiamo alle circolari (1989-1990) emanate quando Sergio Mattarella era Ministro va utilizzato con precisione. Quei provvedimenti appartenevano a un contesto diverso, in cui il fenomeno immigratorio era molto piú contenuto, e non costituiscono il precedente giuridico della misura odierna, dal momento che Mattarella non stabiliva una quota percentuale generale riferita a tutti gli stranieri, indicando prevalentemente un criterio di distribuzione relativo agli alunni dello stesso gruppo linguistico o della stessa provenienza, con una notevole elasticità applicativa. Mostrano, però, che già allora si riteneva opportuno evitare un’eccessiva concentrazione di studenti stranieri nelle medesime classi proprio per favorire l’integrazione. Il punto, dunque, è più semplice di quanto suggerisca la polemica. «Aperta a tutti» significa che nessuno può essere escluso dalla scuola. Non significa che lo Stato debba rinunciare a organizzare le classi secondo criteri finalizzati a rendere effettiva l’integrazione.
LA SCUOLA È APERTA A TUTTI, MA NON SIGNIFICA CHE LE CLASSI NON POSSANO ESSERE ORGANIZZATE
L’articolo 34, comma 1, della Costituzione vigente afferma che «la scuola è aperta a tutti», ma quella formula garantisce il diritto di accedere all’istruzione, non il diritto a una determinata composizione della propria classe. Organizzare le classi secondo criteri ragionevoli, quindi, non equivale di per sé a limitare il diritto allo studio. La misura annunciata dal Governo della Repubblica, sul quale, come si sa, sono sempre molto critico ma che questa volta ha proposto una cosa di buon senso, prevede un limite del 30% riferito agli studenti che non possiedono un’adeguata conoscenza dell’italiano. Il criterio annunciato è, dunque, linguistico e non semplicemente quello della cittadinanza. La finalità dichiarata è evitare concentrazioni che possano rendere più difficile l’apprendimento della lingua e l’integrazione scolastica. Per questo parlare automaticamente di discriminazione o di ghettizzazione non risolve la questione costituzionale. Se tutti continuano ad avere accesso alla scuola e la distribuzione degli alunni serve proprio a evitare classi nelle quali si concentrino ragazzi con le medesime difficoltà linguistiche, il criterio può perseguire l’integrazione (concetto abusato che andrebbe chiarito sul piano filosofico) anziché la separazione. La sua legittimità dipenderà naturalmente da come sarà scritto e applicato il provvedimento. Anche il richiamo alle circolari (1989-1990) emanate quando Sergio Mattarella era Ministro va utilizzato con precisione. Quei provvedimenti appartenevano a un contesto diverso, in cui il fenomeno immigratorio era molto piú contenuto, e non costituiscono il precedente giuridico della misura odierna, dal momento che Mattarella non stabiliva una quota percentuale generale riferita a tutti gli stranieri, indicando prevalentemente un criterio di distribuzione relativo agli alunni dello stesso gruppo linguistico o della stessa provenienza, con una notevole elasticità applicativa. Mostrano, però, che già allora si riteneva opportuno evitare un’eccessiva concentrazione di studenti stranieri nelle medesime classi proprio per favorire l’integrazione. Il punto, dunque, è più semplice di quanto suggerisca la polemica. «Aperta a tutti» significa che nessuno può essere escluso dalla scuola. Non significa che lo Stato debba rinunciare a organizzare le classi secondo criteri finalizzati a rendere effettiva l’integrazione.
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
Fonte La Veritá del 24/09/2026.
Fonte La Veritá del 24/09/2026.