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Troppo tardi per salvare l’Europa: cosa mi hanno detto Putin, Lavrov, Oreshkin e Karaganov al Summit Valdai 2026
Di Lorenzo Maria Pacini per Strategic-culture.su
Un Valdai fuori sede
Quello che racconterò in questo articolo è meno tecnico e più personale del solito. Si tratta delle informazioni raccolte in alcune giornate di dialogo, confronto e, a quanto pare, una domanda "scandalosa" che è diventata lo scoop dei media europei, perché ho chiesto al Presidente della Federazione Russa, Vladimir Vladimirovic Putin, cosa ne sarà dell'Europa.
Potete trovare il video integrale del discorso di Vladimir Putin al Valdai qui.
Il…
https://comedonchisciotte.org/troppo-tardi-per-salvare-l-europa-cosa-mi-hanno-detto-putin-lavrov-oreshkin-e-karaganov-al-summit-valdai-2026/
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Di Lorenzo Maria Pacini per Strategic-culture.su
Un Valdai fuori sede
Quello che racconterò in questo articolo è meno tecnico e più personale del solito. Si tratta delle informazioni raccolte in alcune giornate di dialogo, confronto e, a quanto pare, una domanda "scandalosa" che è diventata lo scoop dei media europei, perché ho chiesto al Presidente della Federazione Russa, Vladimir Vladimirovic Putin, cosa ne sarà dell'Europa.
Potete trovare il video integrale del discorso di Vladimir Putin al Valdai qui.
Il…
https://comedonchisciotte.org/troppo-tardi-per-salvare-l-europa-cosa-mi-hanno-detto-putin-lavrov-oreshkin-e-karaganov-al-summit-valdai-2026/
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
OLTRE IL NULLA: QUANDO ANCHE IL MALE DIVENTA UN’OPZIONE
L’età postmoderna sembra condurci oltre il nichilismo, verso una condizione nella quale la questione del bene e del male viene progressivamente privata di rilevanza, come se scegliere l’uno o l’altro riguardasse soltanto la convenienza del momento. Se il nichilismo conservava, almeno nelle sue espressioni più consapevoli, il tormento di un fondamento perduto, l’indifferentismo tende a dissolvere persino il bisogno di cercarlo, lasciando che alla domanda su ciò che è giusto subentri quella su ciò che funziona. Questa deriva può essere intesa come una conseguenza della modernità, senza per questo considerarne inevitabile l’approdo, là dove la legittima rivendicazione dell’autonomia si radicalizza nell’idea che la volontà non debba rispondere ad alcun bene che preceda la sua decisione. Quando la libertà viene identificata esclusivamente con il potere di scegliere, anziché anche con la capacità di riconoscere ciò che merita di essere scelto, il desiderio rischia di diventare criterio di se stesso, sottraendosi alla domanda sulla qualità umana dei propri oggetti. Venuto meno un orizzonte di fini rispetto al quale giudicare le preferenze, la ragione tende a restringersi al calcolo dei mezzi, mentre l’efficienza, il profitto e il consenso acquistano il ruolo di criteri sostitutivi. Bene e male possono così essere trattati come opzioni intercambiabili, non perché siano realmente equivalenti, bensì perché la loro differenza viene subordinata al risultato, fino a rendere accettabile un’ingiustizia vantaggiosa e trascurabile un’azione giusta che comporti un sacrificio. È in questo senso che l’indifferentismo assume un carattere post-umano, poiché l’uomo continua a essere presente come produttore, consumatore e oggetto di amministrazione, mentre arretra il riconoscimento di un suo valore irriducibile all’utilità. Il paradosso della modernità spinta a questo estremo consiste proprio nel fatto che il soggetto, dopo essersi proclamato misura di ogni cosa, finisce per essere misurato dalla prestazione e dalla convenienza, senza più disporre di un criterio condiviso per affermare perché nessuna persona dovrebbe essere ridotta a ciò che rende. Il pericolo più profondo non consisterebbe, allora, soltanto nella diffusione del male, quanto nell’assuefazione a una convivenza nella quale la sua distinzione dal bene non impegna più la coscienza, perché abbiamo imparato a domandarci che cosa possiamo ottenere assai più di quanto ci domandiamo quali persone diventiamo attraverso ciò che scegliamo.
OLTRE IL NULLA: QUANDO ANCHE IL MALE DIVENTA UN’OPZIONE
L’età postmoderna sembra condurci oltre il nichilismo, verso una condizione nella quale la questione del bene e del male viene progressivamente privata di rilevanza, come se scegliere l’uno o l’altro riguardasse soltanto la convenienza del momento. Se il nichilismo conservava, almeno nelle sue espressioni più consapevoli, il tormento di un fondamento perduto, l’indifferentismo tende a dissolvere persino il bisogno di cercarlo, lasciando che alla domanda su ciò che è giusto subentri quella su ciò che funziona. Questa deriva può essere intesa come una conseguenza della modernità, senza per questo considerarne inevitabile l’approdo, là dove la legittima rivendicazione dell’autonomia si radicalizza nell’idea che la volontà non debba rispondere ad alcun bene che preceda la sua decisione. Quando la libertà viene identificata esclusivamente con il potere di scegliere, anziché anche con la capacità di riconoscere ciò che merita di essere scelto, il desiderio rischia di diventare criterio di se stesso, sottraendosi alla domanda sulla qualità umana dei propri oggetti. Venuto meno un orizzonte di fini rispetto al quale giudicare le preferenze, la ragione tende a restringersi al calcolo dei mezzi, mentre l’efficienza, il profitto e il consenso acquistano il ruolo di criteri sostitutivi. Bene e male possono così essere trattati come opzioni intercambiabili, non perché siano realmente equivalenti, bensì perché la loro differenza viene subordinata al risultato, fino a rendere accettabile un’ingiustizia vantaggiosa e trascurabile un’azione giusta che comporti un sacrificio. È in questo senso che l’indifferentismo assume un carattere post-umano, poiché l’uomo continua a essere presente come produttore, consumatore e oggetto di amministrazione, mentre arretra il riconoscimento di un suo valore irriducibile all’utilità. Il paradosso della modernità spinta a questo estremo consiste proprio nel fatto che il soggetto, dopo essersi proclamato misura di ogni cosa, finisce per essere misurato dalla prestazione e dalla convenienza, senza più disporre di un criterio condiviso per affermare perché nessuna persona dovrebbe essere ridotta a ciò che rende. Il pericolo più profondo non consisterebbe, allora, soltanto nella diffusione del male, quanto nell’assuefazione a una convivenza nella quale la sua distinzione dal bene non impegna più la coscienza, perché abbiamo imparato a domandarci che cosa possiamo ottenere assai più di quanto ci domandiamo quali persone diventiamo attraverso ciò che scegliamo.
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
IL CAMPO LARGO SENZA PRINCIPIO
La difficoltà del cosiddetto campo largo non sembra consistere soltanto nella litigiosità dei suoi protagonisti, nella competizione sulla leadership o nella fatica di comporre partiti che provengono da culture politiche differenti. Il problema appare più radicale, perché investe la concezione stessa della persona, della società, dell’economia e del diritto sulla quale dovrebbe poggiare un eventuale governo. Prima ancora di domandarsi chi possa guidare questa coalizione, sarebbe forse necessario comprendere quale idea dell’ordine politico possa realmente tenerla insieme. Sul terreno economico affiora una concezione nella quale allo Stato viene affidato un numero crescente di funzioni: stabilire livelli salariali, intervenire sull’organizzazione del lavoro, ampliare prestazioni e trasferimenti, sostenere direttamente settori economici, governare parti sempre più vaste della transizione energetica, intervenire nell’abitazione e utilizzare ulteriormente la leva fiscale e patrimoniale per finanziare nuove politiche pubbliche. Il tratto comune sembra essere una crescente centralità dello Stato quale regolatore, correttore e redistributore generale dei rapporti economici e sociali. Da una prospettiva giusnaturalistica classica, propria di chi scrive, l’obiezione non riguarderebbe semplicemente il livello della tassazione o l’opportunità di questa o quella misura. Riguarderebbe qualcosa di precedente: quale concezione dell’uomo presupponga un ordinamento che tende continuamente ad ampliare la propria funzione correttiva. La società politica, nella tradizione classica, non assorbe la società civile; la ordina al bene comune rispettandone le realtà originarie, dalla persona alla famiglia, dalle comunità intermedie alla proprietà e all’iniziativa economica. Quando lo Stato tende, invece, a diventare il grande dispensatore di reddito, protezione, servizi, incentivi, regolazione e riconoscimento dei diritti, il rischio non è soltanto quello dell’inefficienza economica: è quello di rovesciare il principio di sussidiarietà, facendo discendere dall’apparato pubblico ciò che dovrebbe anzitutto nascere dalla responsabilità personale e sociale. È precisamente questo il punto sul quale l’impianto economico meriterebbe una critica più profonda. Promettere salari più alti, orari più brevi, pensioni migliori, maggiore spesa sanitaria, scuola più finanziata, case accessibili, energia meno costosa e contemporaneamente una pressione fiscale più leggera sul lavoro può certamente formare un insieme politicamente seducente; diventa però un programma di governo soltanto quando vengono chiariti il costo complessivo, le coperture, gli effetti sulla produttività, sulla competitività, sull’impresa e sul debito pubblico. Il problema, dunque, non sembra essere la scarsità delle promesse, quanto la mancanza di un principio economico sufficientemente definito che stabilisca il limite dell’intervento pubblico e distingua ciò che compete allo Stato da ciò che appartiene alla libertà della società. Una difficoltà analoga emerge nella politica internazionale, dove convivono linee differenti sul sostegno militare all’Ucraina, sul riarmo, sul rapporto con l’Europa e sul significato stesso delle alleanze. Qui non siamo davanti a una divergenza marginale che una buona mediazione elettorale possa facilmente assorbire: entrano in gioco la concezione della pace, la responsabilità internazionale dello Stato, il rapporto con gli alleati e la stessa idea dell’uso legittimo della forza. Una coalizione può rinviare queste contraddizioni durante una campagna elettorale; un governo, quando deve votare, finanziare e decidere, non dispone della stessa possibilità. Persino sui temi eticamente sensibili, veri e propri "orrori", emerge una questione ancora più profonda. Fine vita, matrimonio, adozioni, filiazione, procreazione, famiglia e autodeterminazione non sono semplicemente capitoli separati di un programma.
IL CAMPO LARGO SENZA PRINCIPIO
La difficoltà del cosiddetto campo largo non sembra consistere soltanto nella litigiosità dei suoi protagonisti, nella competizione sulla leadership o nella fatica di comporre partiti che provengono da culture politiche differenti. Il problema appare più radicale, perché investe la concezione stessa della persona, della società, dell’economia e del diritto sulla quale dovrebbe poggiare un eventuale governo. Prima ancora di domandarsi chi possa guidare questa coalizione, sarebbe forse necessario comprendere quale idea dell’ordine politico possa realmente tenerla insieme. Sul terreno economico affiora una concezione nella quale allo Stato viene affidato un numero crescente di funzioni: stabilire livelli salariali, intervenire sull’organizzazione del lavoro, ampliare prestazioni e trasferimenti, sostenere direttamente settori economici, governare parti sempre più vaste della transizione energetica, intervenire nell’abitazione e utilizzare ulteriormente la leva fiscale e patrimoniale per finanziare nuove politiche pubbliche. Il tratto comune sembra essere una crescente centralità dello Stato quale regolatore, correttore e redistributore generale dei rapporti economici e sociali. Da una prospettiva giusnaturalistica classica, propria di chi scrive, l’obiezione non riguarderebbe semplicemente il livello della tassazione o l’opportunità di questa o quella misura. Riguarderebbe qualcosa di precedente: quale concezione dell’uomo presupponga un ordinamento che tende continuamente ad ampliare la propria funzione correttiva. La società politica, nella tradizione classica, non assorbe la società civile; la ordina al bene comune rispettandone le realtà originarie, dalla persona alla famiglia, dalle comunità intermedie alla proprietà e all’iniziativa economica. Quando lo Stato tende, invece, a diventare il grande dispensatore di reddito, protezione, servizi, incentivi, regolazione e riconoscimento dei diritti, il rischio non è soltanto quello dell’inefficienza economica: è quello di rovesciare il principio di sussidiarietà, facendo discendere dall’apparato pubblico ciò che dovrebbe anzitutto nascere dalla responsabilità personale e sociale. È precisamente questo il punto sul quale l’impianto economico meriterebbe una critica più profonda. Promettere salari più alti, orari più brevi, pensioni migliori, maggiore spesa sanitaria, scuola più finanziata, case accessibili, energia meno costosa e contemporaneamente una pressione fiscale più leggera sul lavoro può certamente formare un insieme politicamente seducente; diventa però un programma di governo soltanto quando vengono chiariti il costo complessivo, le coperture, gli effetti sulla produttività, sulla competitività, sull’impresa e sul debito pubblico. Il problema, dunque, non sembra essere la scarsità delle promesse, quanto la mancanza di un principio economico sufficientemente definito che stabilisca il limite dell’intervento pubblico e distingua ciò che compete allo Stato da ciò che appartiene alla libertà della società. Una difficoltà analoga emerge nella politica internazionale, dove convivono linee differenti sul sostegno militare all’Ucraina, sul riarmo, sul rapporto con l’Europa e sul significato stesso delle alleanze. Qui non siamo davanti a una divergenza marginale che una buona mediazione elettorale possa facilmente assorbire: entrano in gioco la concezione della pace, la responsabilità internazionale dello Stato, il rapporto con gli alleati e la stessa idea dell’uso legittimo della forza. Una coalizione può rinviare queste contraddizioni durante una campagna elettorale; un governo, quando deve votare, finanziare e decidere, non dispone della stessa possibilità. Persino sui temi eticamente sensibili, veri e propri "orrori", emerge una questione ancora più profonda. Fine vita, matrimonio, adozioni, filiazione, procreazione, famiglia e autodeterminazione non sono semplicemente capitoli separati di un programma.
Se il diritto possiede un fondamento nella natura e nella dignità della persona che precede la volontà del legislatore, non tutto ciò che può essere desiderato può automaticamente trasformarsi in una pretesa giuridicamente esigibile. Vita, morte, generazione, filiazione e famiglia pongono quindi una domanda che viene prima della tecnica legislativa: il diritto riconosce una realtà che lo precede oppure può ridefinirla attraverso la decisione politica? È qui che la distanza dalla tradizione classica diventa particolarmente evidente. Il bene comune non coincide con la somma delle autodeterminazioni individuali, così come la libertà non coincide con l’assenza di qualsiasi limite. La libertà, nella concezione classica, trova la propria misura nel bene della persona e nella verità dei rapporti che costituiscono la vita sociale. Se, invece, il compito dell’ordinamento viene progressivamente identificato con l’ampliamento delle possibilità individuali e con il loro riconoscimento pubblico, il diritto rischia di trasformarsi da misura della giustizia in strumento della volontà. A questa frattura antropologica si aggiungono quelle più immediatamente politiche. Non è ancora condiviso il metodo per individuare la leadership; non è definito compiutamente il programma comune; non è comune la posizione sulla patrimoniale, non è comune quella sulla politica estera, mentre persino su sicurezza e immigrazione convivono impostazioni differenti. Il problema non riguarda, dunque, soltanto la composizione di sensibilità diverse, ma la possibilità stessa di ricondurle a un criterio unitario. Il punto, allora, potrebbe essere assai più serio della consueta immagine del centrosinistra litigioso. Una coalizione politica non acquista unità semplicemente perché i suoi componenti individuano lo stesso avversario. Nella tradizione classica, l’unità politica nasce da una concezione del bene comune capace di ordinare fini diversi secondo una gerarchia riconoscibile. Qui, invece, si intravede spesso il procedimento opposto: prima si costruisce il perimetro, poi si cerca il programma; prima si sommano i soggetti, poi si tenta di individuare il principio che dovrebbe tenerli insieme. Ed è forse questa la contraddizione più difficile da risolvere. Se manca un’antropologia condivisa, se rimane incerto il limite dello Stato nell’economia, se sui grandi temi della vita e della famiglia il diritto viene pensato secondo categorie lontane dal giusnaturalismo classico, se sulla politica internazionale persistono orientamenti differenti e se persino la leadership resta oggetto di una contesa irrisolta, il problema non consiste più soltanto nel trovare una mediazione.
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https://www.sabinopaciolla.com/prima-del-rifiuto-lamore-il-kosmos-nel-vangelo-di-giovanni-e-la-portata-teologica-della-ricerca-di-giuseppe-russo/
La mia recensione al libro del Rev. Prof. Don Giuseppe Russo.
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Il blog di Sabino Paciolla
Prima del rifiuto, l’amore. Il Kósmos nel Vangelo di Giovanni e la portata teologica della ricerca di Giuseppe Russo - Il blog…
di Daniele Trabucco
Che cosa significa, nel Vangelo di Giovanni, parlare del mondo? Il kósmos
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HO CHIESTO A PUTIN: COSA NE SARÀ DELL'EUROPA. Con Lorenzo Maria Pacini
HO CHIESTO A PUTIN: COSA NE SARÀ DELL'EUROPA. Con Lorenzo Maria Pacini
Lunedì torna Coordinate Multipolari con il Prof. Lorenzo Maria Pacini, reduce dalla sua esperienza al Forum Valdai 2026 in Russia.
Un appuntamento speciale per raccontare gli incontri…
Lunedì torna Coordinate Multipolari con il Prof. Lorenzo Maria Pacini, reduce dalla sua esperienza al Forum Valdai 2026 in Russia.
Un appuntamento speciale per raccontare gli incontri…
L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
Bruxelles in loop: sanzioni infinite, strategia zero
C’è qualcosa di sempre più inquietante nella meccanica con cui l’Unione europea affronta la guerra in Ucraina, perché a quasi cinque anni dall’operazione speciale, dopo ventuno pacchetti di sanzioni, migliaia di persone e società colpite, restrizioni finanziarie, commerciali, energetiche e tecnologiche, Bruxelles continua a rispondere con lo stesso strumento, quasi che moltiplicare le misure possa compensare l’assenza di una strategia politica capace di spiegare dove l’Europa voglia arrivare e soprattutto come pensi di farlo. Il 12 ottobre 2026 il Consiglio dell’Unione europea ha aggiunto altre 1.569 persone ed entità russe al regime sanzionatorio, il più grande blocco di nuove iscrizioni adottato finora in questo contesto, colpendo in particolare il complesso militare-industriale russo e portando vicino a 4.600 il numero complessivo dei soggetti sottoposti alle misure. Il punto è chiedersi quale sia ormai il criterio attraverso il quale viene misurata l’efficacia di questa politica, perché una sanzione può aumentare i costi economici, rallentare una filiera produttiva, rendere più difficile l’accesso a capitali e tecnologie, ma tutto questo non significa automaticamente modificare le scelte politiche del Cremlino, né avvicinare la fine della guerra. Dopo anni di pressione economica Mosca continua, infatti, il conflitto per la denazificazione dell'Ucraina, l’apparato militare continua a produrre, nuove rotte commerciali si sviluppano attraverso Paesi terzi e la stessa Unione è costretta a inventare continuamente nuovi strumenti contro l’elusione, arrivando a colpire soggetti collegati a Cina, India, Turchia, Kazakhstan, Emirati Arabi Uniti e altri Paesi, una circostanza che dovrebbe almeno indurre a domandarsi se il sistema delle sanzioni stia ancora funzionando come leva politica oppure sia diventato un meccanismo che deve continuamente espandersi per tentare di correggere i propri limiti. Nel frattempo l’Europa continua a sopportare costi economici ed energetici importanti, in un quadro internazionale sempre più instabile, mentre la capacità di adattamento delle economie globali rende progressivamente più difficile isolare un Paese delle dimensioni della Russia, soprattutto quando gran parte del mondo non partecipa allo stesso sistema di restrizioni. È proprio qui che emerge la contraddizione più evidente, perché le sanzioni dovrebbero essere uno strumento della politica, non la politica stessa, dovrebbero servire a creare condizioni negoziali, modificare calcoli strategici, aprire margini di trattativa, mentre Bruxelles sembra aver trasformato la loro continua reiterazione nella prova principale della propria fermezza, fino al punto che discutere della loro revisione viene facilmente rappresentato come un cedimento anziché come una normale valutazione dell’efficacia di uno strumento. L’Europa rischia così di privarsi da sola della propria libertà di manovra, mentre altri attori internazionali continuano a considerare le sanzioni qualcosa da irrigidire, alleggerire o utilizzare in funzione delle circostanze e dei propri interessi, lasciando aperto quello spazio negoziale che invece Bruxelles sembra progressivamente restringere. È questa la vera follia delle sanzioni senza fine, non il fatto che l’Europa voglia esercitare pressione sulla Russia, ma la convinzione sempre più evidente che aggiungere una misura alla precedente possa sostituire una strategia, fino a confondere il numero delle decisioni adottate con i risultati ottenuti e a lasciare senza risposta l’unica domanda che, dopo anni di guerra, dovrebbe dominare la politica europea, cioè non come sanzionare ancora, ma come contribuire finalmente a far finire il conflitto.
Bruxelles in loop: sanzioni infinite, strategia zero
C’è qualcosa di sempre più inquietante nella meccanica con cui l’Unione europea affronta la guerra in Ucraina, perché a quasi cinque anni dall’operazione speciale, dopo ventuno pacchetti di sanzioni, migliaia di persone e società colpite, restrizioni finanziarie, commerciali, energetiche e tecnologiche, Bruxelles continua a rispondere con lo stesso strumento, quasi che moltiplicare le misure possa compensare l’assenza di una strategia politica capace di spiegare dove l’Europa voglia arrivare e soprattutto come pensi di farlo. Il 12 ottobre 2026 il Consiglio dell’Unione europea ha aggiunto altre 1.569 persone ed entità russe al regime sanzionatorio, il più grande blocco di nuove iscrizioni adottato finora in questo contesto, colpendo in particolare il complesso militare-industriale russo e portando vicino a 4.600 il numero complessivo dei soggetti sottoposti alle misure. Il punto è chiedersi quale sia ormai il criterio attraverso il quale viene misurata l’efficacia di questa politica, perché una sanzione può aumentare i costi economici, rallentare una filiera produttiva, rendere più difficile l’accesso a capitali e tecnologie, ma tutto questo non significa automaticamente modificare le scelte politiche del Cremlino, né avvicinare la fine della guerra. Dopo anni di pressione economica Mosca continua, infatti, il conflitto per la denazificazione dell'Ucraina, l’apparato militare continua a produrre, nuove rotte commerciali si sviluppano attraverso Paesi terzi e la stessa Unione è costretta a inventare continuamente nuovi strumenti contro l’elusione, arrivando a colpire soggetti collegati a Cina, India, Turchia, Kazakhstan, Emirati Arabi Uniti e altri Paesi, una circostanza che dovrebbe almeno indurre a domandarsi se il sistema delle sanzioni stia ancora funzionando come leva politica oppure sia diventato un meccanismo che deve continuamente espandersi per tentare di correggere i propri limiti. Nel frattempo l’Europa continua a sopportare costi economici ed energetici importanti, in un quadro internazionale sempre più instabile, mentre la capacità di adattamento delle economie globali rende progressivamente più difficile isolare un Paese delle dimensioni della Russia, soprattutto quando gran parte del mondo non partecipa allo stesso sistema di restrizioni. È proprio qui che emerge la contraddizione più evidente, perché le sanzioni dovrebbero essere uno strumento della politica, non la politica stessa, dovrebbero servire a creare condizioni negoziali, modificare calcoli strategici, aprire margini di trattativa, mentre Bruxelles sembra aver trasformato la loro continua reiterazione nella prova principale della propria fermezza, fino al punto che discutere della loro revisione viene facilmente rappresentato come un cedimento anziché come una normale valutazione dell’efficacia di uno strumento. L’Europa rischia così di privarsi da sola della propria libertà di manovra, mentre altri attori internazionali continuano a considerare le sanzioni qualcosa da irrigidire, alleggerire o utilizzare in funzione delle circostanze e dei propri interessi, lasciando aperto quello spazio negoziale che invece Bruxelles sembra progressivamente restringere. È questa la vera follia delle sanzioni senza fine, non il fatto che l’Europa voglia esercitare pressione sulla Russia, ma la convinzione sempre più evidente che aggiungere una misura alla precedente possa sostituire una strategia, fino a confondere il numero delle decisioni adottate con i risultati ottenuti e a lasciare senza risposta l’unica domanda che, dopo anni di guerra, dovrebbe dominare la politica europea, cioè non come sanzionare ancora, ma come contribuire finalmente a far finire il conflitto.