L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
POVERA ITALIA:
"Heu miseram Italiam, quae non a prudentibus viris, sed a rudibus litterarum regitur;
quorum verba inanes sonitus sunt, consilia vero caeca, nec leges intellegunt quas ferunt.
Ita res publica fluctuat atque in tenebris ducta labitur" (cit. Trabucco).
Traduzione: "Ahimè, misera Italia, che è governata non da uomini saggi, ma da persone rozze nelle lettere; le cui parole sono suoni vuoti, i cui consigli sono ciechi, e che non comprendono neppure le leggi che promulgano. Così la cosa pubblica ondeggia e, trascinata nelle tenebre, scivola".
POVERA ITALIA:
"Heu miseram Italiam, quae non a prudentibus viris, sed a rudibus litterarum regitur;
quorum verba inanes sonitus sunt, consilia vero caeca, nec leges intellegunt quas ferunt.
Ita res publica fluctuat atque in tenebris ducta labitur" (cit. Trabucco).
Traduzione: "Ahimè, misera Italia, che è governata non da uomini saggi, ma da persone rozze nelle lettere; le cui parole sono suoni vuoti, i cui consigli sono ciechi, e che non comprendono neppure le leggi che promulgano. Così la cosa pubblica ondeggia e, trascinata nelle tenebre, scivola".
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
https://www.radioroma.tv/2026/03/12/camelot-referendum-costituzionale-il-dibattito/
https://www.radioroma.tv/2026/03/12/camelot-referendum-costituzionale-il-dibattito/
Radio Roma
Camelot - Referendum costituzionale: il dibattito / Rigenerazione urbana a Roma? Le proteste dei comitati / Questione case Enasarco…
Torniamo con un nuovo dibattito sul prossimo referendum costituzionale del 22 e 23 marzo relativo all'assetto della magistratura. Insieme alle ragioni del sì
LE FALSITÀ SUL REFERENDUM:
Il Presidente del Consiglio dei Ministri pro tempore, On. Giorgia Meloni, ha dichiarato, in occasione di un incontro sul referendum dei giorni 22-23 marzo 2026, che la legge di revisione costituzionale 30 ottobre 2025, in caso di vittoria dei SÌ, impedirebbe ai giudici di separare le famiglie (si veda il noto caso della "famiglia nel bosco"). È una enorme falsità, smentita dalla natura stessa della legge di modifica, dal momento che questa (la legge) delinea una riforma "ordinamentale", ovvero che interessa l'organizzazione dei CSM e l'Alta Corte disciplinare, ma non coinvolge in alcun modo l'esercizio della funzione giurisdizionale. Affermare questo, allora, non solo significa sostenere (per mere ragioni di consenso elettorale) una cosa non corretta, ma significa, soprattutto, mentire agli elettori.
#REFERENDUMGIUSTIZIA
#Byoblu
#Meloni
#separazionedellecarriere
#instagram
#Inprimopiano
#giustodireno
#ANM
#csm
Il Presidente del Consiglio dei Ministri pro tempore, On. Giorgia Meloni, ha dichiarato, in occasione di un incontro sul referendum dei giorni 22-23 marzo 2026, che la legge di revisione costituzionale 30 ottobre 2025, in caso di vittoria dei SÌ, impedirebbe ai giudici di separare le famiglie (si veda il noto caso della "famiglia nel bosco"). È una enorme falsità, smentita dalla natura stessa della legge di modifica, dal momento che questa (la legge) delinea una riforma "ordinamentale", ovvero che interessa l'organizzazione dei CSM e l'Alta Corte disciplinare, ma non coinvolge in alcun modo l'esercizio della funzione giurisdizionale. Affermare questo, allora, non solo significa sostenere (per mere ragioni di consenso elettorale) una cosa non corretta, ma significa, soprattutto, mentire agli elettori.
#REFERENDUMGIUSTIZIA
#Byoblu
#Meloni
#separazionedellecarriere
#Inprimopiano
#giustodireno
#ANM
#csm
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Forwarded from LA BOCCA DELLA VERITÀ
Tra pochi giorni siamo invitati a votare per il Referendum sulla giustizia.
SI o NO?
Siamo dubbiosi e perplessi, perché non abbiamo la conoscenza profonda della materia .... così abbiamo chiesto dei pareri a coloro che la legge e la costituzione la conoscono molto bene.
Il primo a qui abbiamo chiesto è stato Daniele Trabucco che ringraziamo.😉
Appena avremo altre opinioni e riflessioni le pubblicheremo.
Non vogliamo influenzare nessuno, che ognuno valuti con il proprio ragionamento cosa è meglio votare, sempre se vi interessa ad andare a votare!
Buon ascolto 🔺
https://t.me/laveritavaascoltata
SI o NO?
Siamo dubbiosi e perplessi, perché non abbiamo la conoscenza profonda della materia .... così abbiamo chiesto dei pareri a coloro che la legge e la costituzione la conoscono molto bene.
Il primo a qui abbiamo chiesto è stato Daniele Trabucco che ringraziamo.😉
Appena avremo altre opinioni e riflessioni le pubblicheremo.
Non vogliamo influenzare nessuno, che ognuno valuti con il proprio ragionamento cosa è meglio votare, sempre se vi interessa ad andare a votare!
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LA BOCCA DELLA VERITÀ
La Verità va ascoltata su wideline.it
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
https://www.gazzettadellemilia.it/politica/item/52791-un-cerotto-sulla-pompa
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www.gazzettadellemilia.it
Un cerotto sulla pompa
Di Daniele Trabucco Belluno, 12 marzo 2026 - Le cosiddette accise mobili, proposte dal Governo della Repubblica per fronteggiare l'aumento del costo del carburante, funzionano in questo modo: se i...
MUSICA E SPIRITUALITÀ
Questa sera, a Limana (Provincia di Belluno), per moderare l'incontro con il Maestro Gregory Goureschidze dal titolo "Musica e spiritualità".
L'evento rientra nella rassegna "Grandiosamente 2026" organizzata dal Comune di Limana (Belluno).
#instagram
#Byoblu
#Inprimopiano
#corrierealpi
#limana
#montagna
#dolomiti
Questa sera, a Limana (Provincia di Belluno), per moderare l'incontro con il Maestro Gregory Goureschidze dal titolo "Musica e spiritualità".
L'evento rientra nella rassegna "Grandiosamente 2026" organizzata dal Comune di Limana (Belluno).
#Byoblu
#Inprimopiano
#corrierealpi
#limana
#montagna
#dolomiti
L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
"Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire"(cit. Italo Calvino, "Perchè leggere i classici").
QUANDO LA TECNICA SORPASSA L’UOMO: PERCHÉ I CLASSICI RESTANO L’ULTIMA DIFESA DELLA MISURA
In ogni epoca di accelerazione si affaccia una tentazione ricorrente, quella di credere che il nuovo renda superfluo l’antico. Accade anche oggi, nel tempo in cui la scienza moltiplica possibilità un tempo impensabili e la tecnica promette di correggere i limiti della condizione umana fino a farli apparire difetti da eliminare. In questo orizzonte la parola “classico” rischia di essere equivocata. La si riduce a reliquia, a ornamento culturale, a esercizio di elegante nostalgia. Eppure è proprio quando il presente si fa febbrile che i classici tornano ad avere una forza singolare. Non perché offrano rifugi sentimentali, bensì perché custodiscono la domanda che il nostro tempo tende a smarrire, quella sul significato dell’umano. La loro attualità non consiste nel fornire risposte tecniche a problemi tecnici. Nessuno legge Sofocle, Platone, Aristotele, Agostino, Tommaso, Dante o Leopardi per apprendere il funzionamento di un algoritmo o la struttura di una rete neurale. Li si legge per una ragione più decisiva, ovvero perché essi riportano il pensiero al punto da cui tutto dipende, cioè al rapporto fra potenza e fine, fra possibilità e bene, fra capacità di fare e dovere di giudicare. La civiltà tecnico-scientifica possiede una straordinaria competenza nel rispondere alla domanda “come”. I classici impediscono che si atrofizzi la domanda “perché” e soprattutto la domanda “per chi”. Quando queste domande scompaiono, il progresso continua a crescere in estensione e nello stesso tempo si impoverisce in altezza. L’epoca post-umana prende forma precisamente in questa sproporzione. Essa, infatti, designa soltanto un insieme di innovazioni, bensì una mutazione dello sguardo. L’uomo non è più pensato come soggetto che abita il limite e lo interpreta, viene sempre più percepito come materiale disponibile, come cantiere aperto, come struttura da ottimizzare. In questa prospettiva, la vulnerabilità diventa un guasto, la dipendenza una vergogna, la finitezza uno scandalo da correggere. In un simile clima, allora, i classici tornano attuali perché ricordano che il limite non è soltanto una barriera esterna, è anche la forma grazie a cui una cosa è ciò che è. Se si spezza ogni misura in nome della prestazione, non si ottiene un uomo più compiuto. Si prepara piuttosto un essere più funzionale e meno umano. Qui appare con evidenza la sapienza antica della misura. La tradizione classica, da quella greca fino ai grandi autori della modernità europea, non esalta la rinuncia sterile né la paura del nuovo. Essa insegna che la grandezza umana nasce dall’ordine interiore, dalla capacità di distinguere ciò che accresce la vita da ciò che la invade. L’idea aristotelica del fine conserva, in questo contesto, una sorprendente energia critica. Non basta sapere che qualcosa è possibile, occorre domandarsi quale forma di bene realizzi. Non basta aumentare l’efficienza, occorre capire se quell’aumento perfezioni la persona oppure la riduca a ingranaggio di un sistema più rapido. La tecnica, quando perde di vista il fine umano, tende a capovolgersi nel suo contrario. Da strumento diventa ambiente, da mezzo diventa criterio, da aiuto si trasforma lentamente in potere normativo. Un esempio concreto illumina bene il punto. Si pensi alle interfacce cervello-macchina, nate e sviluppate anzitutto per finalità terapeutiche di alto valore, come restituire comunicazione o movimento a persone gravemente colpite da malattie neurologiche. In questa concezione la tecnica appare nella sua nobiltà, poiché si mette al servizio della fragilità. Il rischio si profila quando la medesima logica slitta dal curare al potenziare, dal riparare al superare l’umano, dal soccorrere il limite al dichiararlo indegno.
"Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire"(cit. Italo Calvino, "Perchè leggere i classici").
QUANDO LA TECNICA SORPASSA L’UOMO: PERCHÉ I CLASSICI RESTANO L’ULTIMA DIFESA DELLA MISURA
In ogni epoca di accelerazione si affaccia una tentazione ricorrente, quella di credere che il nuovo renda superfluo l’antico. Accade anche oggi, nel tempo in cui la scienza moltiplica possibilità un tempo impensabili e la tecnica promette di correggere i limiti della condizione umana fino a farli apparire difetti da eliminare. In questo orizzonte la parola “classico” rischia di essere equivocata. La si riduce a reliquia, a ornamento culturale, a esercizio di elegante nostalgia. Eppure è proprio quando il presente si fa febbrile che i classici tornano ad avere una forza singolare. Non perché offrano rifugi sentimentali, bensì perché custodiscono la domanda che il nostro tempo tende a smarrire, quella sul significato dell’umano. La loro attualità non consiste nel fornire risposte tecniche a problemi tecnici. Nessuno legge Sofocle, Platone, Aristotele, Agostino, Tommaso, Dante o Leopardi per apprendere il funzionamento di un algoritmo o la struttura di una rete neurale. Li si legge per una ragione più decisiva, ovvero perché essi riportano il pensiero al punto da cui tutto dipende, cioè al rapporto fra potenza e fine, fra possibilità e bene, fra capacità di fare e dovere di giudicare. La civiltà tecnico-scientifica possiede una straordinaria competenza nel rispondere alla domanda “come”. I classici impediscono che si atrofizzi la domanda “perché” e soprattutto la domanda “per chi”. Quando queste domande scompaiono, il progresso continua a crescere in estensione e nello stesso tempo si impoverisce in altezza. L’epoca post-umana prende forma precisamente in questa sproporzione. Essa, infatti, designa soltanto un insieme di innovazioni, bensì una mutazione dello sguardo. L’uomo non è più pensato come soggetto che abita il limite e lo interpreta, viene sempre più percepito come materiale disponibile, come cantiere aperto, come struttura da ottimizzare. In questa prospettiva, la vulnerabilità diventa un guasto, la dipendenza una vergogna, la finitezza uno scandalo da correggere. In un simile clima, allora, i classici tornano attuali perché ricordano che il limite non è soltanto una barriera esterna, è anche la forma grazie a cui una cosa è ciò che è. Se si spezza ogni misura in nome della prestazione, non si ottiene un uomo più compiuto. Si prepara piuttosto un essere più funzionale e meno umano. Qui appare con evidenza la sapienza antica della misura. La tradizione classica, da quella greca fino ai grandi autori della modernità europea, non esalta la rinuncia sterile né la paura del nuovo. Essa insegna che la grandezza umana nasce dall’ordine interiore, dalla capacità di distinguere ciò che accresce la vita da ciò che la invade. L’idea aristotelica del fine conserva, in questo contesto, una sorprendente energia critica. Non basta sapere che qualcosa è possibile, occorre domandarsi quale forma di bene realizzi. Non basta aumentare l’efficienza, occorre capire se quell’aumento perfezioni la persona oppure la riduca a ingranaggio di un sistema più rapido. La tecnica, quando perde di vista il fine umano, tende a capovolgersi nel suo contrario. Da strumento diventa ambiente, da mezzo diventa criterio, da aiuto si trasforma lentamente in potere normativo. Un esempio concreto illumina bene il punto. Si pensi alle interfacce cervello-macchina, nate e sviluppate anzitutto per finalità terapeutiche di alto valore, come restituire comunicazione o movimento a persone gravemente colpite da malattie neurologiche. In questa concezione la tecnica appare nella sua nobiltà, poiché si mette al servizio della fragilità. Il rischio si profila quando la medesima logica slitta dal curare al potenziare, dal riparare al superare l’umano, dal soccorrere il limite al dichiararlo indegno.
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