L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
L’ECONOMIA DELL’ESSERE E IL DEBITO DELLA COLPA: IL CANTO VII DEL PARADISO COME TRATTATO DELLA REDENZIONE
Nel canto VII del Paradiso Dante (1265-1321) non si limita a chiarire un dubbio esegetico relativo alla morte di Cristo, né si arresta alla dimensione devota della contemplazione del sacrificio redentore, poiché ciò che qui viene progressivamente portato alla luce è la struttura intelligibile dell’intera economia della salvezza, cioè il nesso interno che unisce la creazione, la dignità originaria della natura umana, la dislocazione introdotta dal peccato, l’esigenza della soddisfazione e la necessità sapienziale dell’Incarnazione del Verbo. In questo senso il canto assume il profilo di un vero trattato, perché la poesia accoglie e trasfigura una sequenza di questioni che appartengono alla più alta metafisica teologica e lo fa secondo un ordine rigoroso nel quale ogni proposizione rinvia alla successiva come a un proprio svolgimento necessario. Il punto da cui Beatrice prende le mosse è la nobiltà ontologica della creatura razionale, la quale non deriva da una semplice preminenza funzionale all’interno del cosmo, bensì dalla sua immediata derivazione da Dio e dalla sua ordinazione diretta al Bene primo come fine. L’uomo, in quanto creato secondo una forma spirituale capace di verità e di libertà, non si colloca nel reale come un ente tra gli altri, ma come quel vivente nel quale l’ordine dell’essere si raccoglie in autocoscienza e tende consapevolmente al proprio principio. Per questa ragione il peccato delle origini non può essere inteso in termini puramente morali o giuridici, quasi si trattasse della violazione esterna di un comando positivo, poiché esso è, nel suo nucleo più profondo, un atto di avversione dell’intelletto e della volontà rispetto alla misura stessa del bene, cioè il tentativo della creatura di appropriarsi del fine fuori dall’ordine del fine e di affermarsi non secondo partecipazione, ma secondo una impossibile autonomia. La colpa, pertanto, assume subito una portata metafisica, dal momento che introduce nella natura umana non una distruzione dell’essere, che in quanto tale resta dono divino e perciò bene, ma una sua radicale disarticolazione secondo l’ordine della giustizia. Su questo fondamento si comprende la necessità del problema redentivo. Se il peccato ha ferito l’ordine in un soggetto che, proprio per la sua eccellenza ontologica, era chiamato a ricapitolare in sé il movimento ascensivo del creato verso Dio, ne segue che la restaurazione di tale ordine non può consistere in una semplice remissione estrinseca, quasi che il male potesse essere ignorato o revocato per pura decisione sovrana senza che l’essere leso venga reintegrato secondo verità. La giustizia divina, quale Dante la concepisce, non è affatto assimilabile a una logica compensativa o punitiva di carattere semplicemente forense, poiché essa coincide piuttosto con l’inviolabile rettitudine del bene in quanto voluto dalla sapienza eterna. Di conseguenza il disordine introdotto dalla colpa deve essere ricondotto all’ordine non mediante una sospensione della giustizia, ma attraverso il suo compimento, il che implica che la reintegrazione provenga precisamente da quella natura che ha peccato e tuttavia possieda una dignità capace di eccedere la misura finita della creatura decaduta. Qui il ragionamento di Dante raggiunge una densità straordinaria, perché mostra che la salvezza esige simultaneamente identità del soggetto debitore e trascendenza del principio soddisfattorio. Deve essere l’uomo a rispondere del peccato dell’uomo e, tuttavia, nessun puro uomo può offrire una soddisfazione proporzionata a un disordine che, in ragione dell’altezza del termine offeso, assume una gravità che oltrepassa ogni misura creata. Da tale aporia, che in realtà è il luogo speculativo in cui si dischiude il mistero cristiano, sorge la necessità del Verbo incarnato.
L’ECONOMIA DELL’ESSERE E IL DEBITO DELLA COLPA: IL CANTO VII DEL PARADISO COME TRATTATO DELLA REDENZIONE
Nel canto VII del Paradiso Dante (1265-1321) non si limita a chiarire un dubbio esegetico relativo alla morte di Cristo, né si arresta alla dimensione devota della contemplazione del sacrificio redentore, poiché ciò che qui viene progressivamente portato alla luce è la struttura intelligibile dell’intera economia della salvezza, cioè il nesso interno che unisce la creazione, la dignità originaria della natura umana, la dislocazione introdotta dal peccato, l’esigenza della soddisfazione e la necessità sapienziale dell’Incarnazione del Verbo. In questo senso il canto assume il profilo di un vero trattato, perché la poesia accoglie e trasfigura una sequenza di questioni che appartengono alla più alta metafisica teologica e lo fa secondo un ordine rigoroso nel quale ogni proposizione rinvia alla successiva come a un proprio svolgimento necessario. Il punto da cui Beatrice prende le mosse è la nobiltà ontologica della creatura razionale, la quale non deriva da una semplice preminenza funzionale all’interno del cosmo, bensì dalla sua immediata derivazione da Dio e dalla sua ordinazione diretta al Bene primo come fine. L’uomo, in quanto creato secondo una forma spirituale capace di verità e di libertà, non si colloca nel reale come un ente tra gli altri, ma come quel vivente nel quale l’ordine dell’essere si raccoglie in autocoscienza e tende consapevolmente al proprio principio. Per questa ragione il peccato delle origini non può essere inteso in termini puramente morali o giuridici, quasi si trattasse della violazione esterna di un comando positivo, poiché esso è, nel suo nucleo più profondo, un atto di avversione dell’intelletto e della volontà rispetto alla misura stessa del bene, cioè il tentativo della creatura di appropriarsi del fine fuori dall’ordine del fine e di affermarsi non secondo partecipazione, ma secondo una impossibile autonomia. La colpa, pertanto, assume subito una portata metafisica, dal momento che introduce nella natura umana non una distruzione dell’essere, che in quanto tale resta dono divino e perciò bene, ma una sua radicale disarticolazione secondo l’ordine della giustizia. Su questo fondamento si comprende la necessità del problema redentivo. Se il peccato ha ferito l’ordine in un soggetto che, proprio per la sua eccellenza ontologica, era chiamato a ricapitolare in sé il movimento ascensivo del creato verso Dio, ne segue che la restaurazione di tale ordine non può consistere in una semplice remissione estrinseca, quasi che il male potesse essere ignorato o revocato per pura decisione sovrana senza che l’essere leso venga reintegrato secondo verità. La giustizia divina, quale Dante la concepisce, non è affatto assimilabile a una logica compensativa o punitiva di carattere semplicemente forense, poiché essa coincide piuttosto con l’inviolabile rettitudine del bene in quanto voluto dalla sapienza eterna. Di conseguenza il disordine introdotto dalla colpa deve essere ricondotto all’ordine non mediante una sospensione della giustizia, ma attraverso il suo compimento, il che implica che la reintegrazione provenga precisamente da quella natura che ha peccato e tuttavia possieda una dignità capace di eccedere la misura finita della creatura decaduta. Qui il ragionamento di Dante raggiunge una densità straordinaria, perché mostra che la salvezza esige simultaneamente identità del soggetto debitore e trascendenza del principio soddisfattorio. Deve essere l’uomo a rispondere del peccato dell’uomo e, tuttavia, nessun puro uomo può offrire una soddisfazione proporzionata a un disordine che, in ragione dell’altezza del termine offeso, assume una gravità che oltrepassa ogni misura creata. Da tale aporia, che in realtà è il luogo speculativo in cui si dischiude il mistero cristiano, sorge la necessità del Verbo incarnato.
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IL GIUSNATURALISTA
Canale pubblico ispirato al pensiero giusnaturalistico classico.
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L’Incarnazione non interviene come rimedio secondario o come soluzione soltanto conveniente, bensì come unico evento nel quale la giustizia e la misericordia si mostrano perfettamente identiche nell’atto stesso in cui sembrano distinguersi secondo il nostro modo di concepire. In Cristo, infatti, la natura umana è assunta dalla persona del Figlio, onde ciò che viene operato umanamente nella sua obbedienza, nella sua passione e nella sua morte possiede un valore che, pur restando realmente umano, è insieme illimitatamente eccedente in ragione della soggettività divina che lo sostiene. Il punto decisivo consiste nel fatto che la redenzione non si produce per il semplice patire di Cristo, quasi che il dolore, in quanto tale, avesse una virtù salvifica automatica, ma per l’atto perfetto di obbedienza con cui la volontà umana del Verbo incarnato aderisce senza residuo all’ordine del Bene e lo ristabilisce proprio nel luogo in cui la volontà di Adamo se ne era separata. L’opposizione tra il primo e il secondo Adamo, che struttura silenziosamente il canto, deve essere, dunque, letta in termini rigorosamente ontologici oltre che morali, poiché in Adamo la libertà si flette su di sé e pretende il bene secondo usurpazione, mentre in Cristo la libertà si compie nel dono di sé e restituisce l’umano al suo principio secondo una misura di perfezione che non solo ripara la perdita, ma inaugura una forma più alta di comunione. Entro questa cornice diviene pienamente intelligibile anche il paradosso che aveva originato il dubbio di Dante, vale a dire il fatto che la medesima Croce possa essere considerata, sotto aspetti diversi, insieme come il più grande delitto e come il principio della salvezza del mondo. La soluzione offerta da Beatrice riposa su una distinzione essenziale tra l’intenzione malvagia degli agenti storici e l’ordine provvidenziale nel quale Dio dispone gli eventi senza mai essere autore del male morale. Coloro che condannarono e uccisero Cristo agirono secondo ingiustizia, poiché la loro volontà si mosse contro l’innocenza e contro la verità e, in questo senso, la loro responsabilità resta integra. Nondimeno la provvidenza divina, che non subisce la storia come una serie di contingenze eterogenee, bensì la regge dall’interno secondo la suprema causalità del bene, ha disposto che proprio quell’atto ingiusto divenisse, senza perdere la sua qualità di colpa, il luogo nel quale l’obbedienza del Figlio si manifestasse come soddisfazione perfetta. Non vi è, dunque, trasmutazione del male in bene, poiché il male resta privazione e disordine e, tuttavia, esso viene assunto in una economia superiore nella quale il bene si mostra tanto più potente quanto più radicalmente vince il negativo non eludendolo, ma attraversandolo e superandolo. La teologia della Croce che emerge dal canto VII è, da questo punto di vista, una teologia della sovranità assoluta del bene, che non elimina la libertà creata e non attenua l’imputabilità della colpa, ma rivela come nessuna negatività possa sottrarsi all’ordine della sapienza divina. L’orizzonte ultimo del canto è, dunque, quello di una metafisica della partecipazione. Tutto ciò che esiste è in quanto riceve l’essere, e tutto ciò che è, in quanto è, è bene in misura della propria derivazione dal Primo Bene. Il peccato non introduce un principio alternativo all’essere, né costituisce una sostanza antagonista, poiché esso è sempre e soltanto disordine del partecipato rispetto alla sua fonte. La redenzione, di conseguenza, non può essere pensata come un’aggiunta esteriore a una realtà ormai perduta, ma come il ristabilimento e insieme il compimento dell’ordine partecipativo della creatura mediante il ritorno di essa alla propria origine secondo una forma più alta e più intima. In Cristo l’umano non viene semplicemente ricondotto alla sua innocenza iniziale, poiché l’assunzione della natura da parte del Verbo apre alla creatura razionale una prossimità con Dio che oltrepassa la pura condizione edenica e introduce l’ordine della grazia come elevazione soprannaturale del creato.
Si comprende allora perché Dante faccia della redenzione non un episodio della storia religiosa, ma la chiave di volta dell’intero reale. La Croce non occupa soltanto il centro della vicenda umana, occupa il centro intelligibile dell’essere storico, perché in essa si manifesta il principio secondo cui il fondamento del mondo non è la necessità anonima, non è il destino, non è la pura potenza, bensì l’atto personale di un amore sapiente che restituisce ordine al reale senza violarne la libertà. La grandezza speculativa del canto VII consiste precisamente in questa perfetta coappartenenza di ontologia, cristologia e soteriologia. Dante pensa la colpa alla luce dell’essere, la giustizia alla luce del bene, la misericordia alla luce della sapienza, e l’Incarnazione alla luce della necessità intrinseca che governa il rapporto tra il finito decaduto e l’Infinito redentore. Perciò il mistero non appare come ciò che interrompe il lavoro dell’intelligenza, bensì come ciò che lo conduce al suo vertice proprio nel momento in cui lo oltrepassa. Lì dove la ragione lasciata a se stessa vedrebbe soltanto l’insanabile sproporzione tra la colpa dell’uomo e la santità di Dio, Dante mostra che la verità suprema consiste nel fatto che il Logos stesso entra nella storia, assume la natura ferita e, restituendola a sé mediante l’obbedienza della Croce, rivela che l’ultimo nome dell’essere non è la forza, ma la carità ordinatrice del Bene assoluto.
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Forwarded from Idee&Azione
LE FORME DEL POTERE - edizione 2026
Dopo il successo del primo ciclo seminariale, tornano i dibattiti suddivisi in incontri tematici, nei quali verranno approfondite le forme del potere tramite le parole di grandi pensatori e autori del pensiero mondiale, da Oriente a Occidente. Gli incontri uniranno la lettura commentata di brani scelti e la riflessione e discussione condivisa con tutti i partecipanti, in modo da sviluppare il pensiero critico e trarre, assieme, delle soluzioni.
Il seminario è aperto a tutti e si svolgere comodamente online.
Per info & iscrizioni
Francesca Ferrazza
+39 379 107 5715
universita@unidolomiti.it
Dopo il successo del primo ciclo seminariale, tornano i dibattiti suddivisi in incontri tematici, nei quali verranno approfondite le forme del potere tramite le parole di grandi pensatori e autori del pensiero mondiale, da Oriente a Occidente. Gli incontri uniranno la lettura commentata di brani scelti e la riflessione e discussione condivisa con tutti i partecipanti, in modo da sviluppare il pensiero critico e trarre, assieme, delle soluzioni.
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
LA BOLLETTA DELL’IDEOLOGIA
Per uscire davvero dalla crisi energetica europea bisogna smettere di fingere che il problema sia morale e tornare a trattarlo per quello che è, cioè un problema di costi, di approvvigionamenti e di interesse nazionale. La verità è semplice. Il gas russo era, e in larga misura resta, la fonte più conveniente e più funzionale per l’Europa, soprattutto per i Paesi industriali come l’Italia. L’Unione Europea, invece, ha scelto di fare della rinuncia al gas russo un principio quasi sacrale, trasformandolo persino in vincolo normativo con il regolamento (UE) 2026/261 che impone il phase out progressivo delle importazioni russe fino all’uscita completa entro il 2027. È stata una scelta politica presentata come prova di forza, quando in realtà ha mostrato tutta la debolezza strategica del continente. Il dato che smaschera questa impostazione è sotto gli occhi di tutti. Proprio mentre Bruxelles predica il distacco irreversibile, il mercato continua a richiamare gas russo non appena la tensione internazionale aumenta. A marzo 2026 le esportazioni russe verso l’Europa via TurkStream sono cresciute del 22% su base annua, mentre nel primo trimestre del 2026 le consegne di GNL russo all’Europa sono aumentate del 17%. In altre parole, la politica proclama il divorzio e l’economia reale continua a cercare lo stesso fornitore. L’errore dell’UE, seguito prima dal Governo Draghi e poi dal Governo Meloni, è stato quello di demolire una dipendenza relativamente stabile senza costruire un’alternativa davvero equivalente. Le alternative inseguite sono note. Algeria, Azerbaigian, Qatar e soprattutto GNL americano. Nessuna di esse offre la stessa combinazione di prezzo, continuità e prossimità del gas russo via tubo. L’Algeria può aumentare la cooperazione, però al 25 marzo 2026 non ha indicato nuovi volumi certi, né tempi definiti. L’Azerbaigian è utile, però non può da solo colmare il vuoto europeo. Il Qatar, che prima della guerra copriva circa il 10% del consumo italiano di gas, è stato colpito dalla crisi regionale e ha già interrotto una parte rilevante delle consegne. Gli Stati Uniti d'America possono inviare più GNL, però il GNL costa strutturalmente di più del gas in condotta, perché bisogna liquefarlo, trasportarlo via nave e poi rigassificarlo. Dunque, la famosa “diversificazione” non ha significato più libertà energetica. Ha significato, molto più banalmente, sostituire una fonte meno costosa con fonti più care o meno disponibili. L’Italia sta pagando questa scelta più di altri, perché il suo sistema produttivo dipende da prezzi dell’energia che restano troppo elevati per sostenere la concorrenza internazionale. Confindustria ha rilevato che, nel primo semestre del 2025, le imprese italiane hanno pagato in media 278 euro per MWh, contro 242 in Germania, 183 in Francia e 171 in Spagna. Non si tratta di una sfumatura statistica. È un differenziale che pesa direttamente sulla manifattura, sugli investimenti e sull’occupazione. Nello stesso tempo l’Italia è stata spinta sempre più verso il GNL, cioè verso il segmento più esposto alla volatilità del mercato globale e ai costi logistici. È il contrario di una strategia di sicurezza. È una rincorsa permanente all’emergenza. Per questo tornare ad acquistare gas russo non sarebbe una scelta scandalosa, né una resa politica. Sarebbe, al contrario, l’unica decisione razionale per alleggerire il costo dell’energia, stabilizzare il sistema e dare respiro a famiglie e imprese. Continuare a rifiutarlo significa chiedere all’economia reale di pagare il prezzo di una linea ideologica che non ha prodotto né autonomia né convenienza. Dentro questo quadro si capisce anche perché il viaggio di Giorgia Meloni in Medio Oriente non porterà a risultati veri. Può portare dichiarazioni, immagini, contatti politici, forse qualche promessa generica. Non può portare nel breve periodo gas abbondante e a basso costo.
LA BOLLETTA DELL’IDEOLOGIA
Per uscire davvero dalla crisi energetica europea bisogna smettere di fingere che il problema sia morale e tornare a trattarlo per quello che è, cioè un problema di costi, di approvvigionamenti e di interesse nazionale. La verità è semplice. Il gas russo era, e in larga misura resta, la fonte più conveniente e più funzionale per l’Europa, soprattutto per i Paesi industriali come l’Italia. L’Unione Europea, invece, ha scelto di fare della rinuncia al gas russo un principio quasi sacrale, trasformandolo persino in vincolo normativo con il regolamento (UE) 2026/261 che impone il phase out progressivo delle importazioni russe fino all’uscita completa entro il 2027. È stata una scelta politica presentata come prova di forza, quando in realtà ha mostrato tutta la debolezza strategica del continente. Il dato che smaschera questa impostazione è sotto gli occhi di tutti. Proprio mentre Bruxelles predica il distacco irreversibile, il mercato continua a richiamare gas russo non appena la tensione internazionale aumenta. A marzo 2026 le esportazioni russe verso l’Europa via TurkStream sono cresciute del 22% su base annua, mentre nel primo trimestre del 2026 le consegne di GNL russo all’Europa sono aumentate del 17%. In altre parole, la politica proclama il divorzio e l’economia reale continua a cercare lo stesso fornitore. L’errore dell’UE, seguito prima dal Governo Draghi e poi dal Governo Meloni, è stato quello di demolire una dipendenza relativamente stabile senza costruire un’alternativa davvero equivalente. Le alternative inseguite sono note. Algeria, Azerbaigian, Qatar e soprattutto GNL americano. Nessuna di esse offre la stessa combinazione di prezzo, continuità e prossimità del gas russo via tubo. L’Algeria può aumentare la cooperazione, però al 25 marzo 2026 non ha indicato nuovi volumi certi, né tempi definiti. L’Azerbaigian è utile, però non può da solo colmare il vuoto europeo. Il Qatar, che prima della guerra copriva circa il 10% del consumo italiano di gas, è stato colpito dalla crisi regionale e ha già interrotto una parte rilevante delle consegne. Gli Stati Uniti d'America possono inviare più GNL, però il GNL costa strutturalmente di più del gas in condotta, perché bisogna liquefarlo, trasportarlo via nave e poi rigassificarlo. Dunque, la famosa “diversificazione” non ha significato più libertà energetica. Ha significato, molto più banalmente, sostituire una fonte meno costosa con fonti più care o meno disponibili. L’Italia sta pagando questa scelta più di altri, perché il suo sistema produttivo dipende da prezzi dell’energia che restano troppo elevati per sostenere la concorrenza internazionale. Confindustria ha rilevato che, nel primo semestre del 2025, le imprese italiane hanno pagato in media 278 euro per MWh, contro 242 in Germania, 183 in Francia e 171 in Spagna. Non si tratta di una sfumatura statistica. È un differenziale che pesa direttamente sulla manifattura, sugli investimenti e sull’occupazione. Nello stesso tempo l’Italia è stata spinta sempre più verso il GNL, cioè verso il segmento più esposto alla volatilità del mercato globale e ai costi logistici. È il contrario di una strategia di sicurezza. È una rincorsa permanente all’emergenza. Per questo tornare ad acquistare gas russo non sarebbe una scelta scandalosa, né una resa politica. Sarebbe, al contrario, l’unica decisione razionale per alleggerire il costo dell’energia, stabilizzare il sistema e dare respiro a famiglie e imprese. Continuare a rifiutarlo significa chiedere all’economia reale di pagare il prezzo di una linea ideologica che non ha prodotto né autonomia né convenienza. Dentro questo quadro si capisce anche perché il viaggio di Giorgia Meloni in Medio Oriente non porterà a risultati veri. Può portare dichiarazioni, immagini, contatti politici, forse qualche promessa generica. Non può portare nel breve periodo gas abbondante e a basso costo.
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Infatti, la missione dei giorni 03-04 aprile 2026 in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti nasce dal timore per la sicurezza energetica italiana, dopo che gli attacchi iraniani hanno ridotto del 17% la capacità export di GNL del Qatar e dopo che dieci carichi destinati all’Italia sono stati cancellati tra aprile e metà giugno. In parallelo, l’Italia sta già cercando di coprire il buco rivolgendosi all’Algeria, all’Azerbaigian e al GNL statunitense di Golden Pass, con prime forniture previste da giugno. Questo basta a comprendere il punto politico essenziale. Il Medio Oriente, oggi, non è la soluzione della crisi italiana. È il luogo in cui la crisi si sta aggravando. Di conseguenza, il viaggio di Meloni appare più come un gesto di presenza diplomatica che come una missione capace di cambiare i fondamentali energetici del Paese. Finché Roma e Bruxelles continueranno a escludere per principio il gas russo, continueranno anche a rincorrere fornitori più cari, più lontani e più incerti. La vera follia, a questo punto, non è dirlo con chiarezza. La vera follia è continuare a negarlo. Questa conclusione è un’inferenza politica fondata sul fatto che, ad oggi, non risultano accordi immediatamente esecutivi tali da sostituire in tempi rapidi e a costi inferiori le forniture perdute.
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Per Pasqua Hormuz è bloccato, ma tanto gli italiani non sanno nemmeno cosa sia
In che modo la crisi energetica, che sta gradualmente emergendo a causa dell’aggressione degli Stati Uniti e di Israele nei confronti dell’Iran, si ripercuoterà sull’Italia?
L'autore: Lorenzo Maria Pacini
L'articolo completo: https://telegra.ph/Per-Pasqua-Hormuz-%C3%A8-bloccato-ma-tanto-gli-italiani-non-sanno-nemmeno-cosa-sia-04-05
In che modo la crisi energetica, che sta gradualmente emergendo a causa dell’aggressione degli Stati Uniti e di Israele nei confronti dell’Iran, si ripercuoterà sull’Italia?
L'autore: Lorenzo Maria Pacini
L'articolo completo: https://telegra.ph/Per-Pasqua-Hormuz-%C3%A8-bloccato-ma-tanto-gli-italiani-non-sanno-nemmeno-cosa-sia-04-05
Telegraph
Per Pasqua Hormuz è bloccato, ma tanto gli italiani non sanno nemmeno cosa sia
In che modo la crisi energetica, che sta gradualmente emergendo a causa dell’aggressione degli Stati Uniti e di Israele nei confronti dell’Iran, si ripercuoterà sull’Italia? Segue nostro Telegram. Italiani, popolo di brava gente. Così si diceva un tempo.…
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