IL GIUSNATURALISTA
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Canale pubblico ispirato al pensiero giusnaturalistico classico.
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Auguroni di Buona Pasqua a ciascuno di voi. Un grande abbraccio.
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:

LA BOLLETTA DELL’IDEOLOGIA

Per uscire davvero dalla crisi energetica europea bisogna smettere di fingere che il problema sia morale e tornare a trattarlo per quello che è, cioè un problema di costi, di approvvigionamenti e di interesse nazionale. La verità è semplice. Il gas russo era, e in larga misura resta, la fonte più conveniente e più funzionale per l’Europa, soprattutto per i Paesi industriali come l’Italia. L’Unione Europea, invece, ha scelto di fare della rinuncia al gas russo un principio quasi sacrale, trasformandolo persino in vincolo normativo con il regolamento (UE) 2026/261 che impone il phase out progressivo delle importazioni russe fino all’uscita completa entro il 2027. È stata una scelta politica presentata come prova di forza, quando in realtà ha mostrato tutta la debolezza strategica del continente. Il dato che smaschera questa impostazione è sotto gli occhi di tutti. Proprio mentre Bruxelles predica il distacco irreversibile, il mercato continua a richiamare gas russo non appena la tensione internazionale aumenta. A marzo 2026 le esportazioni russe verso l’Europa via TurkStream sono cresciute del 22% su base annua, mentre nel primo trimestre del 2026 le consegne di GNL russo all’Europa sono aumentate del 17%. In altre parole, la politica proclama il divorzio e l’economia reale continua a cercare lo stesso fornitore. L’errore dell’UE, seguito prima dal Governo Draghi e poi dal Governo Meloni, è stato quello di demolire una dipendenza relativamente stabile senza costruire un’alternativa davvero equivalente. Le alternative inseguite sono note. Algeria, Azerbaigian, Qatar e soprattutto GNL americano. Nessuna di esse offre la stessa combinazione di prezzo, continuità e prossimità del gas russo via tubo. L’Algeria può aumentare la cooperazione, però al 25 marzo 2026 non ha indicato nuovi volumi certi, né tempi definiti. L’Azerbaigian è utile, però non può da solo colmare il vuoto europeo. Il Qatar, che prima della guerra copriva circa il 10% del consumo italiano di gas, è stato colpito dalla crisi regionale e ha già interrotto una parte rilevante delle consegne. Gli Stati Uniti d'America possono inviare più GNL, però il GNL costa strutturalmente di più del gas in condotta, perché bisogna liquefarlo, trasportarlo via nave e poi rigassificarlo. Dunque, la famosa “diversificazione” non ha significato più libertà energetica. Ha significato, molto più banalmente, sostituire una fonte meno costosa con fonti più care o meno disponibili. L’Italia sta pagando questa scelta più di altri, perché il suo sistema produttivo dipende da prezzi dell’energia che restano troppo elevati per sostenere la concorrenza internazionale. Confindustria ha rilevato che, nel primo semestre del 2025, le imprese italiane hanno pagato in media 278 euro per MWh, contro 242 in Germania, 183 in Francia e 171 in Spagna. Non si tratta di una sfumatura statistica. È un differenziale che pesa direttamente sulla manifattura, sugli investimenti e sull’occupazione. Nello stesso tempo l’Italia è stata spinta sempre più verso il GNL, cioè verso il segmento più esposto alla volatilità del mercato globale e ai costi logistici. È il contrario di una strategia di sicurezza. È una rincorsa permanente all’emergenza. Per questo tornare ad acquistare gas russo non sarebbe una scelta scandalosa, né una resa politica. Sarebbe, al contrario, l’unica decisione razionale per alleggerire il costo dell’energia, stabilizzare il sistema e dare respiro a famiglie e imprese. Continuare a rifiutarlo significa chiedere all’economia reale di pagare il prezzo di una linea ideologica che non ha prodotto né autonomia né convenienza. Dentro questo quadro si capisce anche perché il viaggio di Giorgia Meloni in Medio Oriente non porterà a risultati veri. Può portare dichiarazioni, immagini, contatti politici, forse qualche promessa generica. Non può portare nel breve periodo gas abbondante e a basso costo.
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Infatti, la missione dei giorni 03-04 aprile 2026 in Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti nasce dal timore per la sicurezza energetica italiana, dopo che gli attacchi iraniani hanno ridotto del 17% la capacità export di GNL del Qatar e dopo che dieci carichi destinati all’Italia sono stati cancellati tra aprile e metà giugno. In parallelo, l’Italia sta già cercando di coprire il buco rivolgendosi all’Algeria, all’Azerbaigian e al GNL statunitense di Golden Pass, con prime forniture previste da giugno. Questo basta a comprendere il punto politico essenziale. Il Medio Oriente, oggi, non è la soluzione della crisi italiana. È il luogo in cui la crisi si sta aggravando. Di conseguenza, il viaggio di Meloni appare più come un gesto di presenza diplomatica che come una missione capace di cambiare i fondamentali energetici del Paese. Finché Roma e Bruxelles continueranno a escludere per principio il gas russo, continueranno anche a rincorrere fornitori più cari, più lontani e più incerti. La vera follia, a questo punto, non è dirlo con chiarezza. La vera follia è continuare a negarlo. Questa conclusione è un’inferenza politica fondata sul fatto che, ad oggi, non risultano accordi immediatamente esecutivi tali da sostituire in tempi rapidi e a costi inferiori le forniture perdute.
Per Pasqua Hormuz è bloccato, ma tanto gli italiani non sanno nemmeno cosa sia

In che modo la crisi energetica, che sta gradualmente emergendo a causa dell’aggressione degli Stati Uniti e di Israele nei confronti dell’Iran, si ripercuoterà sull’Italia?

L'autore: Lorenzo Maria Pacini

L'articolo completo: https://telegra.ph/Per-Pasqua-Hormuz-%C3%A8-bloccato-ma-tanto-gli-italiani-non-sanno-nemmeno-cosa-sia-04-05
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:

LA "SUPERPOTENZA" CHE HA DOVUTO FARE UN PASSO INDIETRO

Le ultime mosse della crisi iraniana consegnano un’immagine degli Stati Uniti d'America molto meno solida di quella che Washington ha cercato di proiettare nelle settimane precedenti. Il punto non è che si sia aperta una finestra negoziale, che ha visto in Islamabad un mediatore credibile (altro che l'Italietta di casa nostra), perché la trattativa resta sempre preferibile all’allargamento della guerra. Il punto è che quella trattativa si è aperta dopo che la Casa Bianca aveva spinto il confronto fino alla soglia dell’ultimatum, per poi sospendere gli attacchi per due settimane a ridosso della propria stessa scadenza e accettare un passaggio diplomatico che conduce a colloqui in Pakistan. In una vicenda simile, il dato politicamente decisivo non è la pausa in sé. È il fatto che la pausa arrivi dopo una prova di durezza presentata come definitiva e poi corretta in fretta, quasi a confessare che la minaccia non era più in grado di reggere il peso delle sue stesse conseguenze. Qui si coglie il vero ridimensionamento americano. Una grande potenza mantiene il proprio rango finché appare capace di unire fermezza e lucidità, pressione e previsione, iniziativa e controllo degli sviluppi. Quando, invece, passa in poche ore dal linguaggio della devastazione alla necessità del negoziato, il problema cessa di essere soltanto tattico e diventa un problema di credibilità storica. Gli USA hanno mostrato di poter alzare il livello dello scontro, però non di poterlo chiudere alle proprie condizioni. Hanno mostrato di saper incendiare il quadro, non di possederne fino in fondo l’esito. E questo, per una potenza che pretende ancora di essere il centro dell’ordine mondiale, è già un arretramento molto serio. Il segno forse più eloquente sta nel modo in cui si è formata la tregua. Il passaggio decisivo non è nato dentro una cornice imposta unilateralmente da Washington. È maturato attraverso la mediazione pakistana, mentre l’Iran ha aderito alla pausa senza assumere la postura di una parte vinta e ha continuato a presentarsi come interlocutore capace di porre condizioni, di difendere i propri margini e di tenere aperta la questione politica di fondo. Ne deriva un fatto molto semplice. Gli Stati Uniti sono apparsi la parte più potente del conflitto, però non sono riusciti a trasformare quella superiorità in una disciplina politica dell’avversario. Non hanno ottenuto una resa, non hanno imposto una formula conclusiva, non hanno nemmeno potuto evitare che il negoziato prendesse forma dentro una cornice costruita anche da altri. Per questo la loro statura esce ridotta. Non perché l’America sia diventata debole, bensì perché è risultata meno decisiva di quanto la sua retorica imperiale continui a proclamare. Anche la reazione dei mercati ha espresso, con la durezza impersonale dei numeri, un giudizio che la politica tenta spesso di mascherare. Il crollo del petrolio e il sollievo immediato delle borse non hanno accompagnato la tregua come si accompagna il compimento di una vittoria americana. L’hanno accolta come la sospensione di un pericolo divenuto eccessivo. Il mondo, in altre parole, non ha visto negli Stati Uniti d'Anerica il soggetto che riportava equilibrio dopo avere dominato la crisi. Ha visto piuttosto una potenza costretta a frenare dopo avere contribuito ad alzare troppo il prezzo del disordine. È questo il punto più severo. Washington conserva mezzi immensi, conserva centralità, conserva una capacità di pressione che nessuno può negare. Appare, però, meno capace di convincere, meno capace di guidare, meno capace di dare ai propri atti una misura che li faccia riconoscere come politicamente ragionevoli. E una superpotenza, che si è autopresentata come tale e non ha mai smesso di "essere in guerra" fin dalla sua nascita, comincia davvero a ridursi quando resta temuta (ma per quanto ancora?) e smette, poco a poco, di apparire credibile.
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Forwarded from Idee&Azione
LE FORME DEL POTERE - edizione 2026

Dopo il successo del primo ciclo seminariale, tornano i dibattiti suddivisi in incontri tematici, nei quali verranno approfondite le forme del potere tramite le parole di grandi pensatori e autori del pensiero mondiale, da Oriente a Occidente. Gli incontri uniranno la lettura commentata di brani scelti e la riflessione e discussione condivisa con tutti i partecipanti, in modo da sviluppare il pensiero critico e trarre, assieme, delle soluzioni.

Il seminario è aperto a tutti e si svolgere comodamente online.

Per info & iscrizioni
Francesca Ferrazza
+39 379 107 5715
universita@unidolomiti.it
L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA: Fonte: La Verità.
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GRANDE CONVEGNO IL 17 APRILE 2026

Vi aspetto in presenza. Per info: cell. +39 379 1075715 oppure mail: universita@unidolomiti.it
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