IL GIUSNATURALISTA
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Canale pubblico ispirato al pensiero giusnaturalistico classico.
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:

QUANDO L’IMPERO INSULTA PIETRO: LEONE XIV E LA PACE COME FORMA DELLA GIUSTIZIA

Tra il 12 e il 13 aprile 2026 il Presidente degli Stati Uniti d'America, Donald J. Trump, ha colpito pubblicamente Papa Leone XIV con parole di sprezzante aggressività, accusandolo di debolezza in materia di sicurezza e di inconsistenza in politica estera, dopo che il Pontefice aveva condannato con crescente nettezza la guerra contro l’Iran, la minaccia ai civili e la degradazione di un linguaggio politico che pretende di coprirsi di motivi religiosi mentre prepara la distruzione. Nelle stesse ore Trump ha anche diffuso, salvo poi ritirarla, un’immagine di sé costruita in chiave cristologica, quasi che la sovraesposizione del proprio io potesse assorbire simbolicamente ciò che eccede per essenza ogni sovranità terrena. Leone XIV ha risposto senza abbassarsi alla polemica, dichiarando di non temere l’amministrazione americana e di voler continuare a levare la sua voce contro la guerra, in favore del dialogo e di soluzioni giuste tra gli Stati. In Algeria, quasi a conferire alla sua risposta una cornice spirituale e teoretica più ampia del mero incidente diplomatico, ha poi definito la pace come espressione di giustizia e di dignità, aggiungendo che il futuro appartiene agli uomini e alle donne di pace. Il significato dell’episodio eccede, dunque, la cronaca, perché non vi è in gioco soltanto una contesa tra un Presidente e un Papa, bensì la collisione fra due antropologie politiche e, più in profondità ancora, fra due diverse metafisiche dell’ordine. Nella postura di Trump si rende visibile una concezione del politico come autocertificazione della forza, come volontà che si assume da sé quale principio di legittimazione e che, proprio per questo, avverte come intollerabile ogni parola capace di ricordarle che il potere non coincide con il bene, che l’efficacia non si converte da sola in giustizia e che la storia non assolve l’arbitrio solo perché esso riesce a imporsi. Nell’intervento di Leone XIV, al contrario, riemerge l’idea che la politica sia intrinsecamente misurata da un criterio che non produce, che non manipola e che non può revocare, poiché l’ordine della convivenza, se vuole essere più di un equilibrio precario tra paure reciproche, deve lasciarsi giudicare da una verità sul bene umano che precede la decisione e la limita. Il nervo scoperto della reazione trumpiana sta precisamente qui, nell’irritazione dinanzi a un’autorità che non deriva dal consenso, non si piega alla grammatica della minaccia e continua a ricordare all’impero la sua costitutiva non assolutezza. Per comprendere fino in fondo la posizione del Papa occorre, però, dissipare un equivoco, perché la sua insistenza sul diritto internazionale, sul dialogo multilaterale e sulla ricerca di soluzioni giuste potrebbe indurre una lettura frettolosa, quasi che la pace da lui proposta fosse semplicemente la versione ecclesiale di un lessico moderno, procedurale e diplomatico, il quale mira soprattutto a congelare il conflitto mediante regole condivise fra soggetti sovrani formalmente eguali. Una simile interpretazione scambierebbe l’involucro linguistico per la sostanza teoretica. Il diritto internazionale moderno, infatti, nella sua struttura tipica, nasce entro l’orizzonte della sovranità autosufficiente e della volontà pattizia, sicché ciò che vale tende a valere in quanto positivamente riconosciuto, negoziato o imposto entro un sistema di rapporti di forza disciplinati, mentre la pace viene facilmente ridotta a stabilizzazione dell’urto, a contenimento tecnico della guerra, a coordinamento esterno di interessi concorrenti che non si lasciano giudicare da alcun bene oggettivo comune.
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Nella nozione classica e cattolica dell’ordine, invece, la pace non è l’effetto terminale di una composizione procedurale fra volontà equivalenti, né il semplice bilanciamento di potenze rivali, perché essa designa la rettitudine stessa del rapporto fra le parti, il loro disporsi secondo giustizia dentro un ordine che non viene creato dal patto, bensì riconosciuto come misura della vita personale e della convivenza storica. Leone XIV usa dunque talvolta un linguaggio segnato dalla modernità, ma lo piega a una intenzione ben diversa, poiché non assolutizza la procedura, non canonizza il multilateralismo come tale e non attribuisce alle istituzioni internazionali il rango di fondamento ultimo, richiamandole piuttosto alla loro possibile funzione di argine subordinato contro la barbarie della nuda forza. La radice autentica di questa impostazione è agostiniana in senso rigoroso e non ornamentale. Nel discorso al Corpo diplomatico del 9 gennaio 2026 Leone XIV ha esplicitamente denunciato la debolezza del multilateralismo, il ritorno di una diplomazia fondata sulla forza e il fatto che la pace venga ormai cercata attraverso le armi come condizione del dominio, contrapponendo a tale deriva la nozione di tranquillitas ordinis e collegandola alla necessità di un fondamento trascendente e oggettivo, senza il quale prevale l’amor sui, cioè quella curvatura dell’uomo su se stesso che dissolve il legame sociale e prepara il conflitto. Qui il riferimento ad Agostino non ha nulla di archeologico, perché restituisce alla pace il suo statuto proprio. Pace, in senso classico, non significa semplicemente che le ostilità tacciono, né che l’avversario è stato contenuto con successo, bensì che l’anima, la città e infine il consorzio dei popoli sono ricondotti, per quanto la condizione storica lo consenta, a un ordine giusto. Laddove l’orizzonte moderno tende a concepire la convivenza come coesistenza di libertà che negoziano i propri limiti, Agostino riconduce l’intera questione alla qualità dell’ordine che regge quelle libertà e al fine per cui esse esistono, sicché una pace ottenuta mediante la superiorità bellica o la costrizione dell’altro non è ancora vera pace, ma solo una sua contraffazione utilitaria, una quiete apparente che maschera la persistenza della libido dominandi. È esattamente in questa luce che le parole del Papa acquistano la loro densità, perché egli non difende l’astrazione di una non belligeranza qualsiasi, bensì l’esigenza che la forza stessa sia decentrata, giudicata e ricondotta entro la misura del bene comune e della dignità personale. La critica a Trump, allora, non riguarda solo l’inurbanità dei toni o l’improprietà istituzionale dell’attacco, entrambe evidenti, ma investe una forma mentis nella quale il politico, avendo smarrito ogni tensione verso il vero, si ripiega in una fenomenologia della potenza che cerca nel gesto, nello slogan e nell’esibizione del sé un surrogato della legittimità perduta. L’immagine pseudo cristologica diffusa da Trump vale, sotto questo profilo, come sintomo più eloquente di molte dichiarazioni, perché manifesta la tentazione di incorporare il simbolo religioso non per sottomettersi a ciò che esso significa, ma per piegarlo alla liturgia narcisistica del comando, come se il potere, incapace di fondarsi nella giustizia, tentasse almeno di consacrarsi nell’immagine. È il tratto tipico delle epoche spiritualmente esauste, nelle quali l’ordine del sacro non viene negato frontalmente, ma teatralizzato, ridotto a repertorio iconografico da consumare al servizio dell’io sovrano. In una simile prospettiva il Papa diventa insopportabile proprio perché spezza il meccanismo della fascinazione, rifiuta di riconoscere alla forza il diritto di autocelebrarsi come destino e ricorda che la signoria sull’uomo non appartiene né all’impero né al consenso, ma alla verità del bene.
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Di qui l’inconsistenza teorica della formula con cui Trump invita Leone XIV a fare il Papa e non il politico, poiché in realtà ciò che si vorrebbe è una Chiesa ridotta a conforto privato, pronta a benedire, consolare e tacere, purché non osi pronunciare un giudizio sulle strutture della violenza e sulle idolatrie del potere. Eppure il Papa cessa di essere davvero Papa proprio quando rinuncia a dire al mondo che esiste un limite invalicabile, che il sangue innocente non può essere contabilizzato come costo collaterale e che nessuna ragion di Stato converte la devastazione in diritto. In tale quadro la difesa di Leone XIV assume una portata che va ben oltre la pur doverosa solidarietà ecclesiale, perché significa difendere l’idea stessa che la pace sia una categoria ontologicamente più alta della vittoria, moralmente più severa del compromesso e politicamente più esigente del semplice equilibrio. Il Catechismo della Chiesa cattolica, riprendendo la tradizione classica, afferma che la pace non è mera assenza di guerra né equilibrio di forze contrarie, ma tranquillità dell’ordine, opera della giustizia ed effetto della carità. Ciò implica che il compito della politica non consista nell’amministrare con abilità il conflitto permanente, bensì nel sottrarlo alla sua pretesa di necessità, ricollocando il rapporto tra gli uomini sotto il segno di ciò che è dovuto a ciascuno in quanto uomo e in quanto popolo. Quando Leone XIV parla di pace come giustizia e dignità, egli non secolarizza il messaggio cristiano, né lo scioglie in un umanitarismo disincarnato, bensì restituisce al linguaggio pubblico qualcosa della sua originaria serietà metafisica, mostrando che senza un bene comune oggettivo il diritto si fa procedura vuota, la sovranità si deforma in volontà di predominio e la libertà degenera in facoltà di imporre. Trump, in questa vicenda, appare allora come il volto politicamente rumoroso di una crisi più profonda, quella di una civiltà che ha voluto emanciparsi da ogni misura superiore e che, non trovando più nell’ordine del vero il principio della propria unità, cerca nella forza il surrogato della verità. Leone XIV, al contrario, ricorda che la pace non è l’opposto debole della forza, ma il nome più alto della forza redenta, della forza che rinuncia a farsi idolo e accetta di essere giudicata dalla giustizia. Per questo, contro il clamore dell’impero, la sua voce non appare affatto fragile. Appare, più radicalmente, libera, e vi è una libertà più alta di quella che sa dire al potere, con calma e senza timore, che esso non è Dio.
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Forwarded from Idee&Azione
LE FORME DEL POTERE - edizione 2026

Dopo il successo del primo ciclo seminariale, tornano i dibattiti suddivisi in incontri tematici, nei quali verranno approfondite le forme del potere tramite le parole di grandi pensatori e autori del pensiero mondiale, da Oriente a Occidente. Gli incontri uniranno la lettura commentata di brani scelti e la riflessione e discussione condivisa con tutti i partecipanti, in modo da sviluppare il pensiero critico e trarre, assieme, delle soluzioni.

Il seminario è aperto a tutti e si svolgere comodamente online.

Per info & iscrizioni
Francesca Ferrazza
+39 379 107 5715
universita@unidolomiti.it
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:

IL BLUFF DELLA SOSPENSIONE

L’accordo tra Italia e Israele sulla cooperazione militare e della difesa è stato firmato a Parigi il 16 giugno 2003 ed è entrato nell’ordinamento italiano con la legge ordinaria dello Stato 17 maggio 2005, n. 94. Quel testo non è un singolo contratto operativo, ma un accordo generale quadro. In parole semplici, è la cornice giuridica che regola una serie di possibili rapporti nel settore della difesa, come addestramento, approvvigionamenti, scambio di materiali, ricerca e contatti tra apparati militari. Gli stessi atti parlamentari spiegano che, per le attività specifiche derivanti dalla sua attuazione, possono essere conclusi accordi tecnici specifici. Qui sta il punto essenziale. Se il Governo della Repubblica blocca il rinnovo automatico della cornice generale, non fa cadere per ciò solo tutto ciò che quella cornice ha già consentito di costruire. Colpisce il titolo generale, non necessariamente ogni singolo rapporto concreto che da esso dipende. Per questo la misura è politicamente rumorosa, ma giuridicamente molto meno radicale di come viene presentata. Il Memorandum prevede, infatti, una durata, una disciplina del recesso e la possibilità di intese tecniche di attuazione. Ciò significa che fermare il rinnovo automatico non equivale, da solo, a spegnere immediatamente la cooperazione reale. Per ottenere questo risultato servirebbero atti ulteriori, chiari e specifici, capaci di incidere sui rapporti attuativi, sulle attività già avviate e sulle questioni ancora pendenti. Se quegli atti non ci sono, resta in piedi una continuità sostanziale della cooperazione, almeno in tutte le parti che non vengono espressamente travolte. Ed è proprio qui che si vede il bluff. Il Presidente del Consiglio dei Ministri pro tempore, On. Giorgia Meloni, ha colpito l’automatismo della proroga, non ha dimostrato di avere chiuso davvero la macchina della cooperazione. Ha prodotto l’immagine della rottura, ma ha lasciato aperto lo spazio della prosecuzione concreta.
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Foto muta.
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Costo Energia: +100% rispetto al 2022.
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Che vergogna!!!!
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