Di qui l’inconsistenza teorica della formula con cui Trump invita Leone XIV a fare il Papa e non il politico, poiché in realtà ciò che si vorrebbe è una Chiesa ridotta a conforto privato, pronta a benedire, consolare e tacere, purché non osi pronunciare un giudizio sulle strutture della violenza e sulle idolatrie del potere. Eppure il Papa cessa di essere davvero Papa proprio quando rinuncia a dire al mondo che esiste un limite invalicabile, che il sangue innocente non può essere contabilizzato come costo collaterale e che nessuna ragion di Stato converte la devastazione in diritto. In tale quadro la difesa di Leone XIV assume una portata che va ben oltre la pur doverosa solidarietà ecclesiale, perché significa difendere l’idea stessa che la pace sia una categoria ontologicamente più alta della vittoria, moralmente più severa del compromesso e politicamente più esigente del semplice equilibrio. Il Catechismo della Chiesa cattolica, riprendendo la tradizione classica, afferma che la pace non è mera assenza di guerra né equilibrio di forze contrarie, ma tranquillità dell’ordine, opera della giustizia ed effetto della carità. Ciò implica che il compito della politica non consista nell’amministrare con abilità il conflitto permanente, bensì nel sottrarlo alla sua pretesa di necessità, ricollocando il rapporto tra gli uomini sotto il segno di ciò che è dovuto a ciascuno in quanto uomo e in quanto popolo. Quando Leone XIV parla di pace come giustizia e dignità, egli non secolarizza il messaggio cristiano, né lo scioglie in un umanitarismo disincarnato, bensì restituisce al linguaggio pubblico qualcosa della sua originaria serietà metafisica, mostrando che senza un bene comune oggettivo il diritto si fa procedura vuota, la sovranità si deforma in volontà di predominio e la libertà degenera in facoltà di imporre. Trump, in questa vicenda, appare allora come il volto politicamente rumoroso di una crisi più profonda, quella di una civiltà che ha voluto emanciparsi da ogni misura superiore e che, non trovando più nell’ordine del vero il principio della propria unità, cerca nella forza il surrogato della verità. Leone XIV, al contrario, ricorda che la pace non è l’opposto debole della forza, ma il nome più alto della forza redenta, della forza che rinuncia a farsi idolo e accetta di essere giudicata dalla giustizia. Per questo, contro il clamore dell’impero, la sua voce non appare affatto fragile. Appare, più radicalmente, libera, e vi è una libertà più alta di quella che sa dire al potere, con calma e senza timore, che esso non è Dio.
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Forwarded from Idee&Azione
LE FORME DEL POTERE - edizione 2026
Dopo il successo del primo ciclo seminariale, tornano i dibattiti suddivisi in incontri tematici, nei quali verranno approfondite le forme del potere tramite le parole di grandi pensatori e autori del pensiero mondiale, da Oriente a Occidente. Gli incontri uniranno la lettura commentata di brani scelti e la riflessione e discussione condivisa con tutti i partecipanti, in modo da sviluppare il pensiero critico e trarre, assieme, delle soluzioni.
Il seminario è aperto a tutti e si svolgere comodamente online.
Per info & iscrizioni
Francesca Ferrazza
+39 379 107 5715
universita@unidolomiti.it
Dopo il successo del primo ciclo seminariale, tornano i dibattiti suddivisi in incontri tematici, nei quali verranno approfondite le forme del potere tramite le parole di grandi pensatori e autori del pensiero mondiale, da Oriente a Occidente. Gli incontri uniranno la lettura commentata di brani scelti e la riflessione e discussione condivisa con tutti i partecipanti, in modo da sviluppare il pensiero critico e trarre, assieme, delle soluzioni.
Il seminario è aperto a tutti e si svolgere comodamente online.
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Francesca Ferrazza
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
https://lanuovabq.it/it/quello-fra-trump-e-il-papa-e-uno-scontro-tra-potere-e-verita
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lanuovabq.it
Quello fra Trump e il Papa è uno scontro tra potere e verità
Alle parole sprezzanti del presidente americano, Leone XIV ha risposto sul piano metafisico. Un episodio simbolico, segno di una politica che pretende di legittimarsi da sé e non accetta un limite superiore.
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
IL BLUFF DELLA SOSPENSIONE
L’accordo tra Italia e Israele sulla cooperazione militare e della difesa è stato firmato a Parigi il 16 giugno 2003 ed è entrato nell’ordinamento italiano con la legge ordinaria dello Stato 17 maggio 2005, n. 94. Quel testo non è un singolo contratto operativo, ma un accordo generale quadro. In parole semplici, è la cornice giuridica che regola una serie di possibili rapporti nel settore della difesa, come addestramento, approvvigionamenti, scambio di materiali, ricerca e contatti tra apparati militari. Gli stessi atti parlamentari spiegano che, per le attività specifiche derivanti dalla sua attuazione, possono essere conclusi accordi tecnici specifici. Qui sta il punto essenziale. Se il Governo della Repubblica blocca il rinnovo automatico della cornice generale, non fa cadere per ciò solo tutto ciò che quella cornice ha già consentito di costruire. Colpisce il titolo generale, non necessariamente ogni singolo rapporto concreto che da esso dipende. Per questo la misura è politicamente rumorosa, ma giuridicamente molto meno radicale di come viene presentata. Il Memorandum prevede, infatti, una durata, una disciplina del recesso e la possibilità di intese tecniche di attuazione. Ciò significa che fermare il rinnovo automatico non equivale, da solo, a spegnere immediatamente la cooperazione reale. Per ottenere questo risultato servirebbero atti ulteriori, chiari e specifici, capaci di incidere sui rapporti attuativi, sulle attività già avviate e sulle questioni ancora pendenti. Se quegli atti non ci sono, resta in piedi una continuità sostanziale della cooperazione, almeno in tutte le parti che non vengono espressamente travolte. Ed è proprio qui che si vede il bluff. Il Presidente del Consiglio dei Ministri pro tempore, On. Giorgia Meloni, ha colpito l’automatismo della proroga, non ha dimostrato di avere chiuso davvero la macchina della cooperazione. Ha prodotto l’immagine della rottura, ma ha lasciato aperto lo spazio della prosecuzione concreta.
IL BLUFF DELLA SOSPENSIONE
L’accordo tra Italia e Israele sulla cooperazione militare e della difesa è stato firmato a Parigi il 16 giugno 2003 ed è entrato nell’ordinamento italiano con la legge ordinaria dello Stato 17 maggio 2005, n. 94. Quel testo non è un singolo contratto operativo, ma un accordo generale quadro. In parole semplici, è la cornice giuridica che regola una serie di possibili rapporti nel settore della difesa, come addestramento, approvvigionamenti, scambio di materiali, ricerca e contatti tra apparati militari. Gli stessi atti parlamentari spiegano che, per le attività specifiche derivanti dalla sua attuazione, possono essere conclusi accordi tecnici specifici. Qui sta il punto essenziale. Se il Governo della Repubblica blocca il rinnovo automatico della cornice generale, non fa cadere per ciò solo tutto ciò che quella cornice ha già consentito di costruire. Colpisce il titolo generale, non necessariamente ogni singolo rapporto concreto che da esso dipende. Per questo la misura è politicamente rumorosa, ma giuridicamente molto meno radicale di come viene presentata. Il Memorandum prevede, infatti, una durata, una disciplina del recesso e la possibilità di intese tecniche di attuazione. Ciò significa che fermare il rinnovo automatico non equivale, da solo, a spegnere immediatamente la cooperazione reale. Per ottenere questo risultato servirebbero atti ulteriori, chiari e specifici, capaci di incidere sui rapporti attuativi, sulle attività già avviate e sulle questioni ancora pendenti. Se quegli atti non ci sono, resta in piedi una continuità sostanziale della cooperazione, almeno in tutte le parti che non vengono espressamente travolte. Ed è proprio qui che si vede il bluff. Il Presidente del Consiglio dei Ministri pro tempore, On. Giorgia Meloni, ha colpito l’automatismo della proroga, non ha dimostrato di avere chiuso davvero la macchina della cooperazione. Ha prodotto l’immagine della rottura, ma ha lasciato aperto lo spazio della prosecuzione concreta.
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