IL GIUSNATURALISTA
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Canale pubblico ispirato al pensiero giusnaturalistico classico.
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA: Fonte: La Verità.
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Link per chi volesse partecipare: ore 15:30.
CONVEGNO SULLA LEGGE BASAGLIA

Un grande seminario, presso il Polo "Unidolomiti" di Belluno dell'Ateneo "San Domenico" di Roma, dal titolo "48 anni dalla legge Basaglia. Una analisi critica".

Grazie all'avv. Filippo Teglia (Avvocato del Foro di Spoleto), alla dott. ssa Silvia Ferrari (Presidente del Tribunale Ordinario di Belluno), al dott. Giuseppe Salce (Direttore dell'Unità operativa complessa di Psichiatria dell'Ospedale civile di Montebelluna (Treviso), all'avv. Anna Polifroni (Avvocato del Foro di Belluno) e all'avv. Alessio Morosin (Consigliere regionale veneto ed Avvocato del Foro di Venezia).

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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA: Fonte: Il Fatto Quotidiano del 18/04/2026 a pagina 15.
L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:

QUANDO LA LEGGE SI FA INGIUSTIZIA: ANTIGONE E IL RITORNO NECESSARIO DEL GIUSNATURALISMO CLASSICO

L’Antigone di Sofocle resta una pietra miliare non perché opponga in modo schematico la coscienza individuale allo Stato, ma perché porta alla luce, con lucidità tragica, una questione che nessuna civiltà può eludere. Il potere politico è davvero giusto solo quando riconosce di non essere l’origine ultima del giusto. Nella tragedia, Creonte comanda da re e vieta la sepoltura di Polinice. Antigone disobbedisce perché riconosce che esiste un dovere anteriore al decreto del sovrano, un dovere che non nasce dalla volontà del governante, ma dalla verità della condizione umana, dalla pietà verso i morti, dal vincolo familiare, dalla misura stessa dell’umano: "...né credevo che i tuoi decreti avessero tanta forza da consentire a un mortale di oltrepassare le leggi non scritte e incrollabili degli dèi. Esse, infatti, non sono di oggi né di ieri, ma vivono da sempre e nessuno sa da quando apparvero". È per questo che il dramma, rappresentato nel V secolo a.C., continua a parlare alla coscienza filosofica e politica dell’Occidente. In esso non si gioca soltanto una ribellione. Si gioca il problema del fondamento del limite. Proprio per questo la rilettura della prof. ssa Eva Cantarella ha suscitato discussione. L’opera in cui la studiosa muove la sua critica è Contro Antigone, o dell’egoismo sociale, uscita per Einaudi nel 2024. Cantarella sostiene che l’eroina sofoclea sia stata mitizzata oltre il testo e che, in realtà, nella tragedia essa appaia come una figura segnata da un radicale egoismo, indifferente a Ismene, incapace di vero rapporto con Emone e concentrata ossessivamente solo sulla sepoltura del fratello. In questa lettura, Antigone non incarnerebbe una legge superiore, ma la pretesa del singolo di fare eccezione alla legge comune in nome di un impulso privato. Per Cantarella, insomma, il suo gesto non sarebbe l’atto di una custode della giustizia, ma il sintomo di una soggettività assolutizzata che ferisce la polis. La critica è intelligente, provocatoria e filologicamente utile, ma non regge nel punto decisivo. Non regge perché confonde il primato del bene oggettivo con la fissazione soggettiva. Antigone non dice che la sua volontà vale più della legge. Dice qualcosa di molto più grave e molto più alto. Dice che esistono obblighi che il potere non crea e che dunque non può abolire. Se la sepoltura dei morti, la fedeltà ai legami elementari e il riconoscimento di una giustizia non disponibile dipendessero interamente dal comando del principe, allora il bene e il male muterebbero ogni volta che muta il detentore della forza. In quel caso Creonte avrebbe ragione non perché giusto, ma semplicemente perché più forte. Eppure è proprio questo l’esito che la tragedia denuncia. Il vero eccesso non è Antigone. Il vero eccesso è Creonte, che trasforma il governo della città in appropriazione della misura del giusto. Antigone non dissolve la polis. Cerca di salvarla dal suo degrado idolatrico. Qui si comprende perché il giusnaturalismo classico sia l’unica strada seria per limitare davvero il potere. Se il diritto è soltanto ciò che viene posto da chi comanda, allora il limite del potere sarà sempre, in ultima istanza, un limite posto dal potere a se stesso. Sarà dunque un limite revocabile, fragile, esposto all’eccezione, alla paura, all’emergenza, all’arbitrio. Se, invece, il diritto positivo trova la sua misura in un ordine anteriore, razionale e morale, allora il governante non è più signore del giusto, ma suo debitore. La tradizione classica del diritto naturale, da Aristotele a Tommaso d’Aquino, vive precisamente di questa intuizione. La legge è autentica quando è ordinamento della ragione per il bene comune. Quando se ne distacca gravemente, perde la sua piena forza obbligante e si degrada a comando iniquo. La teoria del diritto naturale non nega, allora, la necessità della legge positiva: la salva dal diventare violenza organizzata. Per questo essa è il contrario dell’anarchia.
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