L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
LA BELLEZZA COME SPLENDORE DELL’ESSERE
Parlare della bellezza nel mondo classico significa anzitutto sottrarla alla riduzione sentimentale e psicologica che la modernità ha progressivamente imposto, fino a consegnarla, nell’età contemporanea, al regno dell’impressione privata, dell’emozione istantanea e della preferenza individuale. Per il pensiero antico la bellezza non è un effetto dell’occhio né una vibrazione effimera del gusto, bensì una qualità reale delle cose, una modalità della loro perfezione, il segno sensibile di un ordine che precede il soggetto e che il soggetto, se rettamente disposto, è chiamato a riconoscere. In questa prospettiva, il bello non nasce dal consenso, non viene prodotto dalla sensibilità, non si lascia misurare dall’intensità del desiderio, perché coincide con la manifestazione riuscita di una forma, con la giusta proporzione delle parti, con la consonanza interna di ciò che è compiuto secondo natura e secondo ragione (Platone, Fedro e Simposio). La bellezza, dunque, non è anzitutto ciò che piace, ma ciò che merita di piacere in quanto partecipa dell’ordine dell’essere. Il nucleo più profondo della concezione classica consiste precisamente in questo legame tra bellezza, verità e bene. L’antico non pensa il bello come un dominio separato, autonomo, autosufficiente, bensì come una dimensione dell’essere stesso. Ciò che è veramente bello appare tale perché in esso l’essenza si esprime senza fratture, la forma domina la materia senza violenza, la pluralità delle parti converge in un’unità intelligibile e la cosa realizzata mostra una pienezza che esclude l’arbitrio e l’eccesso. La bellezza è quindi splendore dell’ordine, visibilità del vero, epifania sensibile del bene, e proprio per questo possiede una forza educativa. Essa eleva, orienta, misura, forma l’anima, conducendola dal livello disperso del sensibile a quello più alto dell’intelligibile, dove l’attrattiva non è più semplice seduzione, ma richiamo della perfezione (Platone, Repubblica, libro X). Quando il bello è inteso in questo senso, esso non adula l’istinto, bensì disciplina lo sguardo e lo restituisce alla giusta gerarchia delle cose. L’orizzonte greco aveva colto con grande nitidezza che nulla può dirsi bello se è privo di misura. Il limite, lungi dall’essere una menomazione, costituisce la condizione della forma, e la forma è la ragione stessa per cui una realtà si offre come intelligibile e amabile. La dismisura deforma, perché rompe l’unità interna del reale e dissolve quella consonanza che rende una cosa adeguata a se stessa. Per questo la bellezza classica è sempre inseparabile dalla proporzione, dall’ordine, dalla simmetria, dalla convenienza delle parti rispetto al tutto, senza che tali caratteri debbano essere ridotti a un semplice formalismo geometrico. La proporzione di cui parla il mondo antico non è una formula meccanica, ma la traduzione visibile di una verità ontologica, cioè dell’accordo tra essenza, fine e manifestazione. Ciò vale per il corpo, per l’arte, per la parola, per la città e persino per l’agire morale, perché anche la vita buona possiede una sua bellezza, che i Romani chiamavano decorum, quale consonanza dell’atto con la dignità della persona e con l’ordine del giusto (Cicerone, De officiis). In questa luce appare comprensibile anche la grande intuizione metafisica secondo cui il bello non è soltanto una qualità dell’oggetto finito, ma il riverbero di un principio superiore. Quando l’antichità più alta e poi il neoplatonismo parlano della bellezza, non intendono semplicemente un insieme di caratteri piacevoli. Essi vedono nel bello la traccia visibile di una forma più originaria, di un’unità da cui deriva ogni armonia particolare. Una cosa è bella non perché suscita un’impressione gradevole, ma perché in qualche modo lascia trasparire una presenza di ordine che la supera e la fonda.
LA BELLEZZA COME SPLENDORE DELL’ESSERE
Parlare della bellezza nel mondo classico significa anzitutto sottrarla alla riduzione sentimentale e psicologica che la modernità ha progressivamente imposto, fino a consegnarla, nell’età contemporanea, al regno dell’impressione privata, dell’emozione istantanea e della preferenza individuale. Per il pensiero antico la bellezza non è un effetto dell’occhio né una vibrazione effimera del gusto, bensì una qualità reale delle cose, una modalità della loro perfezione, il segno sensibile di un ordine che precede il soggetto e che il soggetto, se rettamente disposto, è chiamato a riconoscere. In questa prospettiva, il bello non nasce dal consenso, non viene prodotto dalla sensibilità, non si lascia misurare dall’intensità del desiderio, perché coincide con la manifestazione riuscita di una forma, con la giusta proporzione delle parti, con la consonanza interna di ciò che è compiuto secondo natura e secondo ragione (Platone, Fedro e Simposio). La bellezza, dunque, non è anzitutto ciò che piace, ma ciò che merita di piacere in quanto partecipa dell’ordine dell’essere. Il nucleo più profondo della concezione classica consiste precisamente in questo legame tra bellezza, verità e bene. L’antico non pensa il bello come un dominio separato, autonomo, autosufficiente, bensì come una dimensione dell’essere stesso. Ciò che è veramente bello appare tale perché in esso l’essenza si esprime senza fratture, la forma domina la materia senza violenza, la pluralità delle parti converge in un’unità intelligibile e la cosa realizzata mostra una pienezza che esclude l’arbitrio e l’eccesso. La bellezza è quindi splendore dell’ordine, visibilità del vero, epifania sensibile del bene, e proprio per questo possiede una forza educativa. Essa eleva, orienta, misura, forma l’anima, conducendola dal livello disperso del sensibile a quello più alto dell’intelligibile, dove l’attrattiva non è più semplice seduzione, ma richiamo della perfezione (Platone, Repubblica, libro X). Quando il bello è inteso in questo senso, esso non adula l’istinto, bensì disciplina lo sguardo e lo restituisce alla giusta gerarchia delle cose. L’orizzonte greco aveva colto con grande nitidezza che nulla può dirsi bello se è privo di misura. Il limite, lungi dall’essere una menomazione, costituisce la condizione della forma, e la forma è la ragione stessa per cui una realtà si offre come intelligibile e amabile. La dismisura deforma, perché rompe l’unità interna del reale e dissolve quella consonanza che rende una cosa adeguata a se stessa. Per questo la bellezza classica è sempre inseparabile dalla proporzione, dall’ordine, dalla simmetria, dalla convenienza delle parti rispetto al tutto, senza che tali caratteri debbano essere ridotti a un semplice formalismo geometrico. La proporzione di cui parla il mondo antico non è una formula meccanica, ma la traduzione visibile di una verità ontologica, cioè dell’accordo tra essenza, fine e manifestazione. Ciò vale per il corpo, per l’arte, per la parola, per la città e persino per l’agire morale, perché anche la vita buona possiede una sua bellezza, che i Romani chiamavano decorum, quale consonanza dell’atto con la dignità della persona e con l’ordine del giusto (Cicerone, De officiis). In questa luce appare comprensibile anche la grande intuizione metafisica secondo cui il bello non è soltanto una qualità dell’oggetto finito, ma il riverbero di un principio superiore. Quando l’antichità più alta e poi il neoplatonismo parlano della bellezza, non intendono semplicemente un insieme di caratteri piacevoli. Essi vedono nel bello la traccia visibile di una forma più originaria, di un’unità da cui deriva ogni armonia particolare. Una cosa è bella non perché suscita un’impressione gradevole, ma perché in qualche modo lascia trasparire una presenza di ordine che la supera e la fonda.
L’esperienza estetica autentica, allora, non termina nella superficie del fenomeno, bensì apre a una dimensione contemplativa, nella quale l’anima viene richiamata verso ciò che è più alto di lei e insieme più intimo di lei, perché è la sorgente stessa dell’intelligibilità e della perfezione (Plotino, Enneadi, I, 6). La bellezza non chiude nel sensibile, ma lo attraversa, e proprio per questo non coincide con la mera gradevolezza. La modernità rompe questo assetto quando trasferisce il centro del discorso dal reale al soggetto. Il bello non viene più cercato primariamente nella struttura dell’essere, ma nell’effetto che l’oggetto produce sulla coscienza. Da questo passaggio nasce un mutamento decisivo. Se il bello dipende soprattutto dal modo in cui il soggetto percepisce, sente o giudica, allora la sua consistenza ontologica si indebolisce e la questione estetica tende a trasformarsi in un problema di esperienza interiore. In alcuni autori moderni tale svolta assume il volto dell’empirismo del gusto, in altri quello del giudizio riflettente, in altri ancora quello della genialità creatrice che si sottrae a regole precedenti, ma il movimento d’insieme resta chiaro, perché il fondamento oggettivo della bellezza viene progressivamente sostituito dalla centralità della soggettività, della sensibilità e dell’autonomia del giudizio (Hume, Of the Standard of Taste, Kant, Critica del giudizio). Il problema non consiste nel fatto che la soggettività partecipi all’esperienza del bello, cosa ovvia e inevitabile, bensì nel fatto che essa finisca per diventarne il criterio ultimo. La contemporaneità porta questo processo al suo esito più radicale. Una volta reciso il nesso tra bellezza e ordine dell’essere, il bello viene facilmente dissolto nel linguaggio del desiderio, della trasgressione, della provocazione o del consumo. Si considera bello ciò che colpisce, ciò che rompe, ciò che scandalizza, ciò che produce un’intensità, ciò che permette l’autoaffermazione dell’io o la costruzione performativa dell’identità. Il corpo non appare più come forma incarnata di una natura, ma come materiale disponibile alla manipolazione. L’arte non si misura più con la capacità di manifestare il vero in forma sensibile, ma con la potenza di destabilizzare, decontestualizzare, frammentare. L’estetico, separato dal bene e dal vero, diventa o intrattenimento o shock, o merce o ideologia. In tale contesto, parlare di bellezza oggettiva sembra quasi un atto scandaloso, perché il nostro tempo preferisce pensare che ogni giudizio sia equivalente, che ogni preferenza sia sovrana, che ogni canone sia oppressivo e che ogni limite sia una violenza simbolica. Eppure proprio questa dissoluzione mostra la fragilità del paradigma contemporaneo. Se la bellezza fosse soltanto gusto, non si capirebbe perché l’uomo avverta da sempre la differenza tra il capriccio e la grandezza, tra la seduzione e la nobiltà, tra l’eccesso e l’armonia, tra il piacevole e il degno di contemplazione. Neppure si spiegherebbe perché alcune forme, alcune proporzioni, alcune opere, alcuni volti, alcune architetture, alcuni paesaggi continuino a imporsi attraverso i secoli come espressioni eminenti di pienezza, mentre altre invecchiano con estrema rapidità, legate come sono all’eccitazione di un momento storico o al consumo di una stagione. L’esistenza di una bellezza oggettiva non elimina la varietà delle percezioni, né nega che il gusto abbia una parte. Significa piuttosto che il gusto è una facoltà ricettiva e non creativa del bello, una capacità di riconoscimento che può essere educata o corrotta, affinata o deformata. In altri termini, il gusto giudica, ma non fonda. La preferenza sceglie, ma non istituisce il valore. Il mondo classico resta allora superiore non per nostalgia archeologica, ma per profondità metafisica e antropologica. Esso sa che l’uomo non è la misura sovrana del reale, bensì un essere chiamato a conformarsi a un ordine che non inventa. Sa che la libertà non consiste nel creare arbitrariamente i criteri del bello, ma nel rendersi capaci di riconoscerlo.
Sa che il bello autentico non lusinga l’ego, perché converte l’anima a qualcosa di più alto dell’ego stesso. Sa infine che una civiltà si eleva quando custodisce forme belle, parole belle, istituzioni belle e gesti belli, perché in ciascuno di questi ambiti la bellezza non è un ornamento superfluo, ma il segno della presenza del vero nell’umano. Per questa ragione il concetto antico di bellezza rimane il più convincente. Esso è il solo che sottrae l’estetica all’anarchia del soggettivismo e la restituisce alla sua radice ontologica, mostrando che il bello è oggettivo proprio perché è il fulgore della forma riuscita, l’irradiazione dell’ordine e la trasparenza sensibile del bene (Aristotele, Metafisica, XIII, e Poetica). Là dove tutto viene consegnato al gusto, nulla è veramente bello. Là dove il bello torna a essere riconosciuto come proprietà dell’essere, il gusto stesso ritrova la sua dignità, perché smette di essere un idolo e torna a essere uno strumento di contemplazione.
❤4
Forwarded from Idee&Azione
LE FORME DEL POTERE - edizione 2026
Dopo il successo del primo ciclo seminariale, tornano i dibattiti suddivisi in incontri tematici, nei quali verranno approfondite le forme del potere tramite le parole di grandi pensatori e autori del pensiero mondiale, da Oriente a Occidente. Gli incontri uniranno la lettura commentata di brani scelti e la riflessione e discussione condivisa con tutti i partecipanti, in modo da sviluppare il pensiero critico e trarre, assieme, delle soluzioni.
Il seminario è aperto a tutti e si svolgere comodamente online.
Per info & iscrizioni
Francesca Ferrazza
+39 379 107 5715
universita@unidolomiti.it
Dopo il successo del primo ciclo seminariale, tornano i dibattiti suddivisi in incontri tematici, nei quali verranno approfondite le forme del potere tramite le parole di grandi pensatori e autori del pensiero mondiale, da Oriente a Occidente. Gli incontri uniranno la lettura commentata di brani scelti e la riflessione e discussione condivisa con tutti i partecipanti, in modo da sviluppare il pensiero critico e trarre, assieme, delle soluzioni.
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TRIESTE. PORTO FRANCO INTERNAZIONALE. Storia, geopolitica, economia, testimonianze
di AA.VV.
Quale sarà il futuro del Porto Franco internazionale di Trieste? Quale il suo ruolo al vertice di un sistema che unisce l’Alto Adriatico all’Europa centrorientale, punto d’incontro strategico tra mondi economici e culturali lontani? Porti d’Italia S.p.A., la nuova società pubblica partecipata dal Ministero dell’Economia e vigilata dal MIT, sarà in grado di dare soluzioni?
In un quadro storico su città, territorio, trattati di pace ed evoluzione del porto, questo saggio a più contributi mette a fuoco nodi geopolitici e di finanziarizzazione infrastrutturale, inoltre lascia spazio a testimonianze di vita vissuta e di impegno militante. Intende in tal modo contrapporsi ai numerosi summit – organizzati senza alcun coinvolgimento della cittadinanza – i quali propagandano vantaggi economici (IMEC – Via del Cotone), ma in realtà mascherano prospettive sia di grave declino industriale che di scarsa autonomia del porto, che verrebbe consegnato a grandi investitori e, nella peggiore delle ipotesi, costretto a diventare hub militare.
Curatela di Maria Morigi
Contributi di:
Maria Morigi
Lorenzo Maria Pacini
Filippo Bovo
Paolo Deganutti
Adriana Janežič
Adam Bark
Ordinalo su Anteo Edizioni 👇🏻
https://www.anteoedizioni.eu/negozio/continenti/trieste-porto-franco-internazionale/
di AA.VV.
Quale sarà il futuro del Porto Franco internazionale di Trieste? Quale il suo ruolo al vertice di un sistema che unisce l’Alto Adriatico all’Europa centrorientale, punto d’incontro strategico tra mondi economici e culturali lontani? Porti d’Italia S.p.A., la nuova società pubblica partecipata dal Ministero dell’Economia e vigilata dal MIT, sarà in grado di dare soluzioni?
In un quadro storico su città, territorio, trattati di pace ed evoluzione del porto, questo saggio a più contributi mette a fuoco nodi geopolitici e di finanziarizzazione infrastrutturale, inoltre lascia spazio a testimonianze di vita vissuta e di impegno militante. Intende in tal modo contrapporsi ai numerosi summit – organizzati senza alcun coinvolgimento della cittadinanza – i quali propagandano vantaggi economici (IMEC – Via del Cotone), ma in realtà mascherano prospettive sia di grave declino industriale che di scarsa autonomia del porto, che verrebbe consegnato a grandi investitori e, nella peggiore delle ipotesi, costretto a diventare hub militare.
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TRIESTE. PORTO FRANCO INTERNAZIONALE - Anteo Edizioni
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
https://www.gazzettadellemilia.it/politica/item/53289-del-noce-e-la-guerra-civile-1943-1945-contro-la-mitologia-dell%E2%80%99antifascismo-permanente
https://www.gazzettadellemilia.it/politica/item/53289-del-noce-e-la-guerra-civile-1943-1945-contro-la-mitologia-dell%E2%80%99antifascismo-permanente
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Del Noce e la guerra civile 1943-1945: contro la mitologia dell’antifascismo permanente
Di Daniele Trabucco Belluno, 25 aprile 2026 - Nel giudizio di Augusto Del Noce sugli anni 1943-1945 vi è un punto decisivo: la Resistenza non può essere compresa adeguatamente se viene ridotta a una n...
CONVEGNO SU AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI E SOVRANITÀ:
Ieri a Pescantina (Provincia di Verona), in occasione di San Marco e del ricordo delle Pasque Veronesi, ho partecipato ad un importante convegno sul rapporto tra sovranità ed autodeterminazione dei popoli. Ho tenuto una relazione dal titolo: "Dalla sovranità moderna alla regalità: per un autentico fondamento teoretico del concetto di autodeterminazione dei popoli".
Grazie agli amici dell'Associazione "Popolo Veneto" per il graditissimo invito. Tantissima partecipazione di pubblico.
Seguimi sul canale Telegram Il Giusnaturalista https://t.me/Giusnaturalista
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#CriticaDellaModernità
#Inprimopiano
#corrieredellasera
#ilfattoquotidiano
#veneto
#sanmarco
Ieri a Pescantina (Provincia di Verona), in occasione di San Marco e del ricordo delle Pasque Veronesi, ho partecipato ad un importante convegno sul rapporto tra sovranità ed autodeterminazione dei popoli. Ho tenuto una relazione dal titolo: "Dalla sovranità moderna alla regalità: per un autentico fondamento teoretico del concetto di autodeterminazione dei popoli".
Grazie agli amici dell'Associazione "Popolo Veneto" per il graditissimo invito. Tantissima partecipazione di pubblico.
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
LA CORTE E LA COSTITUZIONE ANFIBIA: SETTANT’ANNI DI GARANZIA IMPOSSIBILE
Settant’anni di attività della Corte costituzionale non consentono soltanto una commemorazione istituzionale, né autorizzano il consueto bilancio apologetico sul ruolo della giustizia costituzionale nella storia repubblicana. Impongono, se si vuole oltrepassare la superficie della dogmatica, una critica radicale della forma costituzionale contemporanea e del dispositivo che essa ha generato per assicurare la propria durata. Il punto non è stabilire se la Corte abbia garantito bene o male la Costituzione, se abbia contenuto il legislatore o se lo abbia supplito, se abbia rispettato il testo oppure lo abbia dilatato oltre la sua configurazione originaria. Il punto è più profondo e riguarda la possibilità stessa della garanzia, poiché un organo può dirsi garante solo quando custodisce un ordine che lo precede, lo eccede e lo misura, mentre la Corte opera dentro una Costituzione che non possiede altro fondamento effettivo se non il potere che la rende vigente e che, a sua volta, si lascia fondare da essa. La Corte costituzionale, dunque, non è mai stata garante della Costituzione in senso filosofico-giuridico forte. Lo è stata nella retorica dello Stato costituzionale di diritto, nella rappresentazione ufficiale dell’ordinamento, nel lessico della pubblicistica e nella liturgia civile della Repubblica. Non lo è stata sul piano teoretico, perché la garanzia presuppone una distanza tra il custode e il custodito, tra l’atto del giudicare e la misura del giudizio, tra l’organo che decide e il fondamento che lo vincola. Quando questa distanza manca, la garanzia si trasforma in funzione interna di autoconservazione del sistema, ossia in una tecnica mediante la quale l’ordinamento continua a produrre la propria validità presentandola come fedeltà a un fondamento già dato. La Costituzione moderna, nella sua forma positiva, è anfibia perché vive simultaneamente nell’elemento della norma e nell’elemento del fatto. Da un lato essa si presenta come fondamento dell’ordinamento, come norma superiore, come criterio di validità degli atti, come limite della volontà politica e come fonte della legittimazione dei poteri costituiti. Dall’altro lato essa non riesce a fondare se stessa, poiché la sua vigenza non deriva da una verità giuridica anteriore alla decisione, né da un ordine ontologico del giusto riconosciuto come superiore alla volontà umana, bensì dalla forza storica e istituzionale che la pone, la conserva, la interpreta e la fa valere. La Costituzione fonda il potere perché lo qualifica come costituzionale, tuttavia il potere fonda la Costituzione perché la rende effettiva, la sottrae alla mera enunciazione e la impone come forma reale della convivenza politica. Questa circolarità è il nucleo rimosso dello Stato costituzionale contemporaneo. Il potere riceve dalla Costituzione la propria forma legittima, mentre la Costituzione riceve dal potere la propria consistenza storica. Il fondamento fonda ciò che lo rende fondamento e ciò che è fondato produce la realtà del fondamento da cui pretende di dipendere. La Costituzione dice al potere da dove provenga la sua validità, eppure quella validità non esiste senza il potere che la riconosce come vincolante, che organizza gli apparati per renderla operativa, che istituisce giudici per applicarla e che accetta di essere giudicato secondo le categorie da essa stabilite. Si crea così un cerchio nel quale la validità rimanda all’effettività e l’effettività si riveste di validità, senza che vi sia un principio ulteriore capace di sottrarre il diritto alla sua fondazione immanente. Da questa struttura discende la natura reale della Corte. Essa non custodisce una Costituzione fondata al di sopra del potere, poiché la Costituzione che essa dovrebbe custodire è già inscritta nel circolo tra norma ed effettività.
LA CORTE E LA COSTITUZIONE ANFIBIA: SETTANT’ANNI DI GARANZIA IMPOSSIBILE
Settant’anni di attività della Corte costituzionale non consentono soltanto una commemorazione istituzionale, né autorizzano il consueto bilancio apologetico sul ruolo della giustizia costituzionale nella storia repubblicana. Impongono, se si vuole oltrepassare la superficie della dogmatica, una critica radicale della forma costituzionale contemporanea e del dispositivo che essa ha generato per assicurare la propria durata. Il punto non è stabilire se la Corte abbia garantito bene o male la Costituzione, se abbia contenuto il legislatore o se lo abbia supplito, se abbia rispettato il testo oppure lo abbia dilatato oltre la sua configurazione originaria. Il punto è più profondo e riguarda la possibilità stessa della garanzia, poiché un organo può dirsi garante solo quando custodisce un ordine che lo precede, lo eccede e lo misura, mentre la Corte opera dentro una Costituzione che non possiede altro fondamento effettivo se non il potere che la rende vigente e che, a sua volta, si lascia fondare da essa. La Corte costituzionale, dunque, non è mai stata garante della Costituzione in senso filosofico-giuridico forte. Lo è stata nella retorica dello Stato costituzionale di diritto, nella rappresentazione ufficiale dell’ordinamento, nel lessico della pubblicistica e nella liturgia civile della Repubblica. Non lo è stata sul piano teoretico, perché la garanzia presuppone una distanza tra il custode e il custodito, tra l’atto del giudicare e la misura del giudizio, tra l’organo che decide e il fondamento che lo vincola. Quando questa distanza manca, la garanzia si trasforma in funzione interna di autoconservazione del sistema, ossia in una tecnica mediante la quale l’ordinamento continua a produrre la propria validità presentandola come fedeltà a un fondamento già dato. La Costituzione moderna, nella sua forma positiva, è anfibia perché vive simultaneamente nell’elemento della norma e nell’elemento del fatto. Da un lato essa si presenta come fondamento dell’ordinamento, come norma superiore, come criterio di validità degli atti, come limite della volontà politica e come fonte della legittimazione dei poteri costituiti. Dall’altro lato essa non riesce a fondare se stessa, poiché la sua vigenza non deriva da una verità giuridica anteriore alla decisione, né da un ordine ontologico del giusto riconosciuto come superiore alla volontà umana, bensì dalla forza storica e istituzionale che la pone, la conserva, la interpreta e la fa valere. La Costituzione fonda il potere perché lo qualifica come costituzionale, tuttavia il potere fonda la Costituzione perché la rende effettiva, la sottrae alla mera enunciazione e la impone come forma reale della convivenza politica. Questa circolarità è il nucleo rimosso dello Stato costituzionale contemporaneo. Il potere riceve dalla Costituzione la propria forma legittima, mentre la Costituzione riceve dal potere la propria consistenza storica. Il fondamento fonda ciò che lo rende fondamento e ciò che è fondato produce la realtà del fondamento da cui pretende di dipendere. La Costituzione dice al potere da dove provenga la sua validità, eppure quella validità non esiste senza il potere che la riconosce come vincolante, che organizza gli apparati per renderla operativa, che istituisce giudici per applicarla e che accetta di essere giudicato secondo le categorie da essa stabilite. Si crea così un cerchio nel quale la validità rimanda all’effettività e l’effettività si riveste di validità, senza che vi sia un principio ulteriore capace di sottrarre il diritto alla sua fondazione immanente. Da questa struttura discende la natura reale della Corte. Essa non custodisce una Costituzione fondata al di sopra del potere, poiché la Costituzione che essa dovrebbe custodire è già inscritta nel circolo tra norma ed effettività.
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La Corte non è il soggetto esterno che salva la Costituzione dalla contingenza del politico, bensì l’organo interno mediante il quale quella contingenza viene tradotta in forma giuridica, ordinata secondo categorie di validità e restituita alla coscienza pubblica come necessità costituzionale. La sua funzione, pertanto, non è garantire un fondamento, bensì amministrare l’assenza di un fondamento ulteriore attraverso la produzione continua di compatibilità, coerenza, ragionevolezza e bilanciamento. Ciò che viene chiamato giudizio di costituzionalità non è, in senso rigoroso, il confronto tra una legge inferiore e una Costituzione superiore già interamente determinata. È piuttosto la verifica della validità di una interpretazione delle disposizioni normative all’interno di un sistema geometrico-legale che finge di possedere la purezza della forma e nasconde, sotto tale forma, il carattere decisionistico della produzione del senso. La disposizione legislativa non entra mai nel giudizio come dato neutro, perché deve essere interpretata, selezionata nella sua portata, ricondotta a una ratio e collocata dentro una trama sistematica. Anche il parametro costituzionale non si offre come misura immobile, poiché deve essere costruito come parametro, trasformato da enunciato in criterio operativo, isolato o combinato con altri principi, talora gerarchizzato, talora bilanciato, talora espanso sino a diventare matrice di soluzioni non ricavabili in modo lineare dal testo. Il sistema appare geometrico-legale perché dispone le fonti secondo una verticalità ordinata. La Costituzione al vertice, la legge in posizione subordinata, il giudice costituzionale nel punto di controllo della validità. Questa immagine suggerisce una razionalità quasi euclidea, nella quale l’atto inferiore deve rientrare nella figura superiore e la decisione giudiziale sembra consistere nella constatazione di una conformità o di una difformità. Tuttavia la geometria della legalità positiva non elimina la decisione, la dissimula. Il significato della norma non è un luogo già tracciato nello spazio dell’ordinamento, bensì l’esito di un atto interpretativo che decide quali elementi siano rilevanti, quali principi debbano prevalere, quali conseguenze siano tollerabili e quale equilibrio possa essere presentato come costituzionalmente necessario. In questa apparente geometria opera uno schmittismo sociale, più sottile dello schmittismo politico classico e per questo più penetrante. Non vi è il sovrano che proclama l’eccezione e sospende l’ordine in nome della decisione originaria, poiché il costituzionalismo contemporaneo non ama mostrarsi come decisione. Vi è invece una società frammentata, attraversata da conflitti morali, antropologici, economici e simbolici, che continuamente spinge tali conflitti dentro la forma del giudizio costituzionale. L’eccezione non viene più dichiarata come sospensione del diritto, bensì normalizzata come problema di ragionevolezza, proporzionalità e bilanciamento. Il conflitto non viene risolto dal sovrano politico in modo manifesto, viene assorbito dal giudice costituzionale e restituito come esito tecnico di una razionalità superiore. La Corte, in questo senso, non supera il decisionismo. Lo giuridicizza. Non lo nega, lo rende presentabile. Non lo elimina, lo converte in motivazione. La decisione non appare più come volontà, poiché si dispone nel linguaggio dei principi, dei parametri, delle compatibilità e della coerenza sistemica. La forza della Corte sta proprio in questa trasfigurazione. Essa decide senza apparire sovrana, produce diritto senza apparire legislatrice, orienta il sistema senza assumere formalmente la responsabilità politica dell’indirizzo, trasforma il significato della Costituzione presentando tale trasformazione come fedeltà alla Costituzione medesima.