IL GIUSNATURALISTA
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Canale pubblico ispirato al pensiero giusnaturalistico classico.
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:

L’IDOLATRIA DEL LAVORO E L’ERRORE DEL FONDAMENTO

Affermare che la Repubblica è fondata sul lavoro, come recita il comma 1 dell'art. 1 della Costituzione vigente, significa porre a principio dell’ordine politico una realtà che non è originaria, bensì derivata. Il lavoro, infatti, appartiene all’agire dell’uomo, non al suo essere. In altri termini, non fonda la dignità della persona, la presuppone. L’uomo non vale perché lavora, lavora perché possiede già un valore anteriore a ogni funzione sociale, economica o produttiva. Qui emerge l’aporia logica della formula. Ciò che è strumentale non può essere fondativo. Il lavoro è mezzo di perfezionamento, partecipazione e servizio, non criterio ultimo della convivenza. Esso stesso deve essere giudicato secondo una misura superiore, poiché vi sono lavori che elevano l’uomo e lavori che lo degradano. Dunque, non può essere il lavoro a fondare la Repubblica, perché il lavoro ha bisogno di essere ordinato al bene. Una comunità politica giusta non si radica nella prestazione, bensì nella persona. Se il fondamento è il lavoro, chi non lavora rischia di apparire marginale rispetto alla pienezza della cittadinanza: il bambino, l’anziano, il malato, il povero, il disabile, il contemplativo. Proprio costoro mostrano che la dignità non dipende dalla produttività. Il lavoro è nobile quando serve l’uomo, diventa equivoco quando pretende di definirlo. Non è la sorgente dell’ordine politico, ma una sua espressione. Prima del lavoratore vi è la persona, prima dell’utile vi è il giusto, prima della produzione vi è il bene. Una Repubblica autenticamente umana non può essere fondata su ciò che l’uomo fa, ma su ciò che l’uomo è.
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA: Fonte La Verità del 04/05/2026 a pagina 05.
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Tranquilli, il Governo dei Patrioti ha fatto un ottimo lavoro 🤡
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Forwarded from Idee&Azione
GEOPOLITICA DELLA GRANDE AFRICA

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Il corso intende fornire una preparazione in materia di geopolitica della macro-regione del continente africano, secondo l’approccio e lo sviluppo in chiave multipolare. Tramite l’integrazione multidisciplinare di più conoscenze, gli studenti verranno forniti di uno strumento per comprendere la geopolitica dell’area individuata e svolgere un ragionamento critico degli eventi, nonché proiezioni e analisi.

Chiunque può partecipare, non è necessario possedere già una laurea, viene rilasciato il titolo accademico di Alta Formazione al termine. Si svolgerà comodamente online, con ospiti internazionali.

Per info & iscrizioni
Francesca Ferrazza
Tel: 0437 851 355
Mail:
universita@unidolomiti.it

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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:

LA BIENNALE DELLA CONFUSIONE

La vicenda della Biennale di Venezia mostra, ancora una volta, la debolezza culturale e politica del Governo Meloni e del suo Ministro della Cultura, Alessandro Giuli. La giuria internazionale aveva scelto di non premiare artisti provenienti da Paesi i cui leader risultano destinatari di mandati della Corte penale internazionale, con un riferimento evidente a Russia e Israele, poi si è dimessa in blocco, mentre il Ministero ha inviato ispettori per chiarire il caso del Padiglione russo, rimasto chiuso al pubblico anche nel quadro delle sanzioni europee. Ne è uscita un’immagine confusa, imbarazzata, priva di guida, nella quale la cultura italiana è sembrata non più uno spazio libero di civiltà, ma un terreno di polemica politica mal governata. Il punto più grave è l’incapacità di distinguere. Russia e Israele non possono essere collocati nello stesso schema, perché si tratta di situazioni storiche e geopolitiche diverse. La Russia appartiene alla storia profonda dell’Europa, alla sua cultura, alla sua letteratura, alla sua musica, alla sua spiritualità e cancellarne la presenza dai luoghi della cultura significa colpire un’intera civiltà, non un Governo. Israele, invece, pone oggi una questione differente, legata alla sproporzione della forza, alla tragedia di Gaza, alla compressione del popolo palestinese e alla pretesa di sottrarre la propria condotta politica a ogni giudizio critico. Una Biennale seria avrebbe dovuto difendere la libertà dell’arte contro la censura antirussa e, nello stesso tempo, avere il coraggio di criticare la politica israeliana senza timori e senza ipocrisie. Invece, si è preferito il moralismo confuso, che mette tutto sullo stesso piano, punisce gli artisti per il loro passaporto e trasforma il giudizio culturale in una sanzione diplomatica. Qui si vede la nullità politica di questa classe dirigente. Il Ministro Giuli e il Governo Meloni parlano di identità, Nazione e sovranità, però davanti alla prova concreta non sanno ordinare, non sanno distinguere, non sanno decidere. Occupano le istituzioni, ma non le governano. E quando la cultura avrebbe bisogno di intelligenza, coraggio e libertà, essi offrono soltanto imbarazzo, prudenza servile e vuoto politico.
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:

IL PIANO PANDEMICO DELLA MEMORIA CORTA

Il nuovo Piano pandemico nazionale 2025-2029 del Governo Meloni, approvato in Conferenza Stato-Regioni-Province autonome di Trento e Bolzano/Bozen in data 30 aprile 2026 e presentato dal Ministero della Salute pro tempore, Orazio Schillaci, come strumento di sicurezza, trasparenza e coordinamento, con oltre 1,1 miliardi di euro destinati a prevenzione, laboratori e scorte strategiche, conferma il punto essenziale: la stagione del Covid non viene superata, ma resa amministrativamente più ordinata. La novità, dunque, non è nella sostanza, quanto nella forma. I DPCM, le conferenze stampa notturne, i divieti improvvisi e la decretazione convulsa cedono il posto all'utilizzo delle fonti primarie (leggi, decreti-legge), a piani pluriennali, protocolli, livelli di allerta, coordinamenti tecnici, scorte, procedure e misure “modulabili”. Tuttavia, il paradigma resta identico: quando arriva l’emergenza, lo Stato non rafforza anzitutto la cura, bensì prepara la restrizione; non parte dalla libertà del cittadino, bensì dalla sua potenziale pericolosità biologica; non considera la persona come soggetto responsabile, ma come corpo da sorvegliare, orientare, isolare, mascherare, vaccinare. Qui sta la continuità più grave con i Governi Conte II e Draghi. Il primo inaugurò la compressione generalizzata delle libertà; il secondo la perfezionò con la certificazione verde Covid-19, trasformando il vaccino in condizione indiretta di lavoro, movimento e piena cittadinanza sociale. Meloni, che avrebbe dovuto rompere con quella stagione, ne conserva, invece, l’architettura mentale, limitandosi a cambiarne la fonte e la veste. Non più l’emergenza gridata, ma l’emergenza programmata; non più il comando episodico, ma il comando preventivamente organizzato. È vero che il nuovo Piano non si presenta come ritorno automatico ai lockdown generalizzati, sposando una logica di gradualità e progressività delle misure di contenimento; tuttavia restano nell’orizzonte operativo dispositivi di protezione, scorte, vaccini, smart working, ventilazione etc. Il punto politico-costituzionale è, allora, evidente: cambia la fonte delle imposizioni, ma non cambia la logica dell’imposizione. La libertà, infatti, continua a essere pensata come variabile subordinata alla sicurezza sanitaria; il Parlamento rischia di diventare luogo di ratifica; la tecnica continua a occupare lo spazio della decisione politica. Le vere soluzioni sarebbero altre: medicina territoriale, cure domiciliari tempestive, ospedali rafforzati, personale stabile, tutela mirata dei fragili, dati trasparenti, farmacovigilanza indipendente, libertà terapeutica e responsabilità personale. Ora, queste soluzioni esigono una visione della persona, non una gestione del corpo collettivo. Il fallimento filosofico del Piano sta nel fatto che esso non pensa l’uomo come essere libero e razionale, quanto come unità sanitaria da amministrare. E quando il potere politico dimentica che la salute è un bene della persona e non il titolo per assorbire l’intera persona nello Stato, la prevenzione smette di essere prudenza e diventa dominio. Giorgia Meloni, su questo terreno, non rompe con Conte e Draghi: li continua con meno rumore e più metodo.
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Il carnevale di Venezi

Finché l’attenzione collettiva continuerà a essere catturata da episodi idiotizzanti, per quanto simbolicamente potenti, il rischio è quello di assistere passivamente a trasformazioni profonde, senza avere gli strumenti – né forse la volontà – di comprenderle e influenzarle.

L'autore: Lorenzo Maria Pacini

L'articolo completo: https://telegra.ph/Il-carnevale-di-Venezi-05-03
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