L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
LA BIENNALE DELLA CONFUSIONE
La vicenda della Biennale di Venezia mostra, ancora una volta, la debolezza culturale e politica del Governo Meloni e del suo Ministro della Cultura, Alessandro Giuli. La giuria internazionale aveva scelto di non premiare artisti provenienti da Paesi i cui leader risultano destinatari di mandati della Corte penale internazionale, con un riferimento evidente a Russia e Israele, poi si è dimessa in blocco, mentre il Ministero ha inviato ispettori per chiarire il caso del Padiglione russo, rimasto chiuso al pubblico anche nel quadro delle sanzioni europee. Ne è uscita un’immagine confusa, imbarazzata, priva di guida, nella quale la cultura italiana è sembrata non più uno spazio libero di civiltà, ma un terreno di polemica politica mal governata. Il punto più grave è l’incapacità di distinguere. Russia e Israele non possono essere collocati nello stesso schema, perché si tratta di situazioni storiche e geopolitiche diverse. La Russia appartiene alla storia profonda dell’Europa, alla sua cultura, alla sua letteratura, alla sua musica, alla sua spiritualità e cancellarne la presenza dai luoghi della cultura significa colpire un’intera civiltà, non un Governo. Israele, invece, pone oggi una questione differente, legata alla sproporzione della forza, alla tragedia di Gaza, alla compressione del popolo palestinese e alla pretesa di sottrarre la propria condotta politica a ogni giudizio critico. Una Biennale seria avrebbe dovuto difendere la libertà dell’arte contro la censura antirussa e, nello stesso tempo, avere il coraggio di criticare la politica israeliana senza timori e senza ipocrisie. Invece, si è preferito il moralismo confuso, che mette tutto sullo stesso piano, punisce gli artisti per il loro passaporto e trasforma il giudizio culturale in una sanzione diplomatica. Qui si vede la nullità politica di questa classe dirigente. Il Ministro Giuli e il Governo Meloni parlano di identità, Nazione e sovranità, però davanti alla prova concreta non sanno ordinare, non sanno distinguere, non sanno decidere. Occupano le istituzioni, ma non le governano. E quando la cultura avrebbe bisogno di intelligenza, coraggio e libertà, essi offrono soltanto imbarazzo, prudenza servile e vuoto politico.
LA BIENNALE DELLA CONFUSIONE
La vicenda della Biennale di Venezia mostra, ancora una volta, la debolezza culturale e politica del Governo Meloni e del suo Ministro della Cultura, Alessandro Giuli. La giuria internazionale aveva scelto di non premiare artisti provenienti da Paesi i cui leader risultano destinatari di mandati della Corte penale internazionale, con un riferimento evidente a Russia e Israele, poi si è dimessa in blocco, mentre il Ministero ha inviato ispettori per chiarire il caso del Padiglione russo, rimasto chiuso al pubblico anche nel quadro delle sanzioni europee. Ne è uscita un’immagine confusa, imbarazzata, priva di guida, nella quale la cultura italiana è sembrata non più uno spazio libero di civiltà, ma un terreno di polemica politica mal governata. Il punto più grave è l’incapacità di distinguere. Russia e Israele non possono essere collocati nello stesso schema, perché si tratta di situazioni storiche e geopolitiche diverse. La Russia appartiene alla storia profonda dell’Europa, alla sua cultura, alla sua letteratura, alla sua musica, alla sua spiritualità e cancellarne la presenza dai luoghi della cultura significa colpire un’intera civiltà, non un Governo. Israele, invece, pone oggi una questione differente, legata alla sproporzione della forza, alla tragedia di Gaza, alla compressione del popolo palestinese e alla pretesa di sottrarre la propria condotta politica a ogni giudizio critico. Una Biennale seria avrebbe dovuto difendere la libertà dell’arte contro la censura antirussa e, nello stesso tempo, avere il coraggio di criticare la politica israeliana senza timori e senza ipocrisie. Invece, si è preferito il moralismo confuso, che mette tutto sullo stesso piano, punisce gli artisti per il loro passaporto e trasforma il giudizio culturale in una sanzione diplomatica. Qui si vede la nullità politica di questa classe dirigente. Il Ministro Giuli e il Governo Meloni parlano di identità, Nazione e sovranità, però davanti alla prova concreta non sanno ordinare, non sanno distinguere, non sanno decidere. Occupano le istituzioni, ma non le governano. E quando la cultura avrebbe bisogno di intelligenza, coraggio e libertà, essi offrono soltanto imbarazzo, prudenza servile e vuoto politico.
👍9
L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
IL PIANO PANDEMICO DELLA MEMORIA CORTA
Il nuovo Piano pandemico nazionale 2025-2029 del Governo Meloni, approvato in Conferenza Stato-Regioni-Province autonome di Trento e Bolzano/Bozen in data 30 aprile 2026 e presentato dal Ministero della Salute pro tempore, Orazio Schillaci, come strumento di sicurezza, trasparenza e coordinamento, con oltre 1,1 miliardi di euro destinati a prevenzione, laboratori e scorte strategiche, conferma il punto essenziale: la stagione del Covid non viene superata, ma resa amministrativamente più ordinata. La novità, dunque, non è nella sostanza, quanto nella forma. I DPCM, le conferenze stampa notturne, i divieti improvvisi e la decretazione convulsa cedono il posto all'utilizzo delle fonti primarie (leggi, decreti-legge), a piani pluriennali, protocolli, livelli di allerta, coordinamenti tecnici, scorte, procedure e misure “modulabili”. Tuttavia, il paradigma resta identico: quando arriva l’emergenza, lo Stato non rafforza anzitutto la cura, bensì prepara la restrizione; non parte dalla libertà del cittadino, bensì dalla sua potenziale pericolosità biologica; non considera la persona come soggetto responsabile, ma come corpo da sorvegliare, orientare, isolare, mascherare, vaccinare. Qui sta la continuità più grave con i Governi Conte II e Draghi. Il primo inaugurò la compressione generalizzata delle libertà; il secondo la perfezionò con la certificazione verde Covid-19, trasformando il vaccino in condizione indiretta di lavoro, movimento e piena cittadinanza sociale. Meloni, che avrebbe dovuto rompere con quella stagione, ne conserva, invece, l’architettura mentale, limitandosi a cambiarne la fonte e la veste. Non più l’emergenza gridata, ma l’emergenza programmata; non più il comando episodico, ma il comando preventivamente organizzato. È vero che il nuovo Piano non si presenta come ritorno automatico ai lockdown generalizzati, sposando una logica di gradualità e progressività delle misure di contenimento; tuttavia restano nell’orizzonte operativo dispositivi di protezione, scorte, vaccini, smart working, ventilazione etc. Il punto politico-costituzionale è, allora, evidente: cambia la fonte delle imposizioni, ma non cambia la logica dell’imposizione. La libertà, infatti, continua a essere pensata come variabile subordinata alla sicurezza sanitaria; il Parlamento rischia di diventare luogo di ratifica; la tecnica continua a occupare lo spazio della decisione politica. Le vere soluzioni sarebbero altre: medicina territoriale, cure domiciliari tempestive, ospedali rafforzati, personale stabile, tutela mirata dei fragili, dati trasparenti, farmacovigilanza indipendente, libertà terapeutica e responsabilità personale. Ora, queste soluzioni esigono una visione della persona, non una gestione del corpo collettivo. Il fallimento filosofico del Piano sta nel fatto che esso non pensa l’uomo come essere libero e razionale, quanto come unità sanitaria da amministrare. E quando il potere politico dimentica che la salute è un bene della persona e non il titolo per assorbire l’intera persona nello Stato, la prevenzione smette di essere prudenza e diventa dominio. Giorgia Meloni, su questo terreno, non rompe con Conte e Draghi: li continua con meno rumore e più metodo.
IL PIANO PANDEMICO DELLA MEMORIA CORTA
Il nuovo Piano pandemico nazionale 2025-2029 del Governo Meloni, approvato in Conferenza Stato-Regioni-Province autonome di Trento e Bolzano/Bozen in data 30 aprile 2026 e presentato dal Ministero della Salute pro tempore, Orazio Schillaci, come strumento di sicurezza, trasparenza e coordinamento, con oltre 1,1 miliardi di euro destinati a prevenzione, laboratori e scorte strategiche, conferma il punto essenziale: la stagione del Covid non viene superata, ma resa amministrativamente più ordinata. La novità, dunque, non è nella sostanza, quanto nella forma. I DPCM, le conferenze stampa notturne, i divieti improvvisi e la decretazione convulsa cedono il posto all'utilizzo delle fonti primarie (leggi, decreti-legge), a piani pluriennali, protocolli, livelli di allerta, coordinamenti tecnici, scorte, procedure e misure “modulabili”. Tuttavia, il paradigma resta identico: quando arriva l’emergenza, lo Stato non rafforza anzitutto la cura, bensì prepara la restrizione; non parte dalla libertà del cittadino, bensì dalla sua potenziale pericolosità biologica; non considera la persona come soggetto responsabile, ma come corpo da sorvegliare, orientare, isolare, mascherare, vaccinare. Qui sta la continuità più grave con i Governi Conte II e Draghi. Il primo inaugurò la compressione generalizzata delle libertà; il secondo la perfezionò con la certificazione verde Covid-19, trasformando il vaccino in condizione indiretta di lavoro, movimento e piena cittadinanza sociale. Meloni, che avrebbe dovuto rompere con quella stagione, ne conserva, invece, l’architettura mentale, limitandosi a cambiarne la fonte e la veste. Non più l’emergenza gridata, ma l’emergenza programmata; non più il comando episodico, ma il comando preventivamente organizzato. È vero che il nuovo Piano non si presenta come ritorno automatico ai lockdown generalizzati, sposando una logica di gradualità e progressività delle misure di contenimento; tuttavia restano nell’orizzonte operativo dispositivi di protezione, scorte, vaccini, smart working, ventilazione etc. Il punto politico-costituzionale è, allora, evidente: cambia la fonte delle imposizioni, ma non cambia la logica dell’imposizione. La libertà, infatti, continua a essere pensata come variabile subordinata alla sicurezza sanitaria; il Parlamento rischia di diventare luogo di ratifica; la tecnica continua a occupare lo spazio della decisione politica. Le vere soluzioni sarebbero altre: medicina territoriale, cure domiciliari tempestive, ospedali rafforzati, personale stabile, tutela mirata dei fragili, dati trasparenti, farmacovigilanza indipendente, libertà terapeutica e responsabilità personale. Ora, queste soluzioni esigono una visione della persona, non una gestione del corpo collettivo. Il fallimento filosofico del Piano sta nel fatto che esso non pensa l’uomo come essere libero e razionale, quanto come unità sanitaria da amministrare. E quando il potere politico dimentica che la salute è un bene della persona e non il titolo per assorbire l’intera persona nello Stato, la prevenzione smette di essere prudenza e diventa dominio. Giorgia Meloni, su questo terreno, non rompe con Conte e Draghi: li continua con meno rumore e più metodo.
👍7👏3💯2
Forwarded from Strategic Culture Foundation Italiano
Il carnevale di Venezi
Finché l’attenzione collettiva continuerà a essere catturata da episodi idiotizzanti, per quanto simbolicamente potenti, il rischio è quello di assistere passivamente a trasformazioni profonde, senza avere gli strumenti – né forse la volontà – di comprenderle e influenzarle.
L'autore: Lorenzo Maria Pacini
L'articolo completo: https://telegra.ph/Il-carnevale-di-Venezi-05-03
Finché l’attenzione collettiva continuerà a essere catturata da episodi idiotizzanti, per quanto simbolicamente potenti, il rischio è quello di assistere passivamente a trasformazioni profonde, senza avere gli strumenti – né forse la volontà – di comprenderle e influenzarle.
L'autore: Lorenzo Maria Pacini
L'articolo completo: https://telegra.ph/Il-carnevale-di-Venezi-05-03
😁2❤1👌1💯1
L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
LA LINGUA CHE SVUOTA IL DIRITTO
La neolingua non è soltanto una lingua menzognera, ma una lingua amputata, costruita per restringere il pensiero prima ancora che per deformare il giudizio: in Orwell essa mira a rendere impossibile ogni pensiero non conforme, mentre in Gorgia, nell’Encomio di Elena, il lógos è già indicato come «potente signore», capace di dominare l’anima, generare timore, produrre consenso e piegare la percezione del reale; ciò che nel sofista era intuizione della forza ambigua della parola, oggi diventa tecnica di governo, perché il linguaggio non si limita più a descrivere, ma classifica, include, espelle, consacra e condanna. È in questo punto che lo Stato di diritto rischia di trasformarsi (lo è già di fatto) in un involucro: le procedure restano, le garanzie sopravvivono nella loro apparenza, il pluralismo viene celebrato come valore assoluto, ma, privo di una base teoretica nell’ordine naturale e nella verità dell’uomo, degenera in indifferentismo organizzato, ossia in un sistema che tollera tutto ciò che non mette in discussione il paradigma dominante e, nello stesso tempo, emargina ciò che lo contraddice. Le parole diventano allora strumenti di interdizione: “fascismo”, quando non designa più una precisa categoria storica ma un marchio morale, serve a sottrarre l’avversario alla discussione; “No-vax”, quando non indica una posizione sanitaria ma una minorazione civile, costruisce un soggetto sospetto; analogamente, nelle recenti vicende culturali e istituzionali, come nel caso della Biennale di Venezia, l’etichetta politica tende a precedere l’opera, il giudizio ideologico a sostituire il giudizio sulla realtà, la scomunica linguistica a prendere il posto dell’argomentazione. Contro questa deriva non basta difendere astrattamente la libertà di parola: occorre recuperare il realismo, cioè il primato delle cose sui nomi, della natura sull’artificio, della verità sul consenso, perché quando il linguaggio si separa dall’essere anche il diritto si separa dalla giustizia, e quando il diritto perde la giustizia lo Stato di diritto non viene abolito, ma sopravvive come maschera procedurale di un potere sempre più selettivo. La decadenza dell’Occidente passa dunque anche da qui: dalla corruzione delle parole, dalla loro trasformazione in armi morali e amministrative, dalla perdita del nesso tra linguaggio e realtà; per questo la battaglia decisiva è linguistica perché è metafisica, e restituire alle parole il loro rapporto con l’essere significa restituire all’uomo la possibilità stessa di pensare, giudicare e resistere.
LA LINGUA CHE SVUOTA IL DIRITTO
La neolingua non è soltanto una lingua menzognera, ma una lingua amputata, costruita per restringere il pensiero prima ancora che per deformare il giudizio: in Orwell essa mira a rendere impossibile ogni pensiero non conforme, mentre in Gorgia, nell’Encomio di Elena, il lógos è già indicato come «potente signore», capace di dominare l’anima, generare timore, produrre consenso e piegare la percezione del reale; ciò che nel sofista era intuizione della forza ambigua della parola, oggi diventa tecnica di governo, perché il linguaggio non si limita più a descrivere, ma classifica, include, espelle, consacra e condanna. È in questo punto che lo Stato di diritto rischia di trasformarsi (lo è già di fatto) in un involucro: le procedure restano, le garanzie sopravvivono nella loro apparenza, il pluralismo viene celebrato come valore assoluto, ma, privo di una base teoretica nell’ordine naturale e nella verità dell’uomo, degenera in indifferentismo organizzato, ossia in un sistema che tollera tutto ciò che non mette in discussione il paradigma dominante e, nello stesso tempo, emargina ciò che lo contraddice. Le parole diventano allora strumenti di interdizione: “fascismo”, quando non designa più una precisa categoria storica ma un marchio morale, serve a sottrarre l’avversario alla discussione; “No-vax”, quando non indica una posizione sanitaria ma una minorazione civile, costruisce un soggetto sospetto; analogamente, nelle recenti vicende culturali e istituzionali, come nel caso della Biennale di Venezia, l’etichetta politica tende a precedere l’opera, il giudizio ideologico a sostituire il giudizio sulla realtà, la scomunica linguistica a prendere il posto dell’argomentazione. Contro questa deriva non basta difendere astrattamente la libertà di parola: occorre recuperare il realismo, cioè il primato delle cose sui nomi, della natura sull’artificio, della verità sul consenso, perché quando il linguaggio si separa dall’essere anche il diritto si separa dalla giustizia, e quando il diritto perde la giustizia lo Stato di diritto non viene abolito, ma sopravvive come maschera procedurale di un potere sempre più selettivo. La decadenza dell’Occidente passa dunque anche da qui: dalla corruzione delle parole, dalla loro trasformazione in armi morali e amministrative, dalla perdita del nesso tra linguaggio e realtà; per questo la battaglia decisiva è linguistica perché è metafisica, e restituire alle parole il loro rapporto con l’essere significa restituire all’uomo la possibilità stessa di pensare, giudicare e resistere.
👍6💯3
Hantavirus, X files. Guerra biologica. A voi il giudizio.
🤬3
L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
LA METAFISICA DELL’EMERGENZA E L’APORIA DELLO STATO MODERNO
L’epoca delle pandemie e delle emergenze non è una semplice deviazione dello Stato di diritto, ma il momento in cui affiora la sua contraddizione originaria: lo Stato moderno proclama il limite del potere e, tuttavia, conserva la pretesa sovrana di decidere quando quel limite possa essere ridotto, sospeso o riassorbito nella necessità. Qui emerge il nodo metafisico: se il diritto non partecipa di un ordine oggettivo del giusto, anteriore alla volontà positiva e radicato nella natura della persona, esso diventa inevitabilmente tecnica della decisione, forma dell’urgenza, linguaggio alto dell’autolegittimazione del potere. Le Costituzioni contemporanee proclamano dignità, diritti e libertà, eppure ne affidano l’effettività al bilanciamento mutevole, alla contingenza storica e alla decisione pubblica dominante, sicché ciò che dovrebbe misurare il potere finisce per essere misurato dal potere stesso. L’emergenza, allora, non distrugge dall’esterno l’ordine costituzionale moderno, bensì ne rivela la fragilità ontologica: dove manca una misura superiore alla sovranità, anche la libertà può diventare spazio amministrato e la Costituzione la forma elegante di una protezione che, promettendo sicurezza, confessa l’impossibilità di fondare davvero la libertà.
LA METAFISICA DELL’EMERGENZA E L’APORIA DELLO STATO MODERNO
L’epoca delle pandemie e delle emergenze non è una semplice deviazione dello Stato di diritto, ma il momento in cui affiora la sua contraddizione originaria: lo Stato moderno proclama il limite del potere e, tuttavia, conserva la pretesa sovrana di decidere quando quel limite possa essere ridotto, sospeso o riassorbito nella necessità. Qui emerge il nodo metafisico: se il diritto non partecipa di un ordine oggettivo del giusto, anteriore alla volontà positiva e radicato nella natura della persona, esso diventa inevitabilmente tecnica della decisione, forma dell’urgenza, linguaggio alto dell’autolegittimazione del potere. Le Costituzioni contemporanee proclamano dignità, diritti e libertà, eppure ne affidano l’effettività al bilanciamento mutevole, alla contingenza storica e alla decisione pubblica dominante, sicché ciò che dovrebbe misurare il potere finisce per essere misurato dal potere stesso. L’emergenza, allora, non distrugge dall’esterno l’ordine costituzionale moderno, bensì ne rivela la fragilità ontologica: dove manca una misura superiore alla sovranità, anche la libertà può diventare spazio amministrato e la Costituzione la forma elegante di una protezione che, promettendo sicurezza, confessa l’impossibilità di fondare davvero la libertà.
👏5💯2❤1