Medici accusati di aver usato le diagnosi non come strumenti clinici, ma come leva per bloccare i rimpatri. Venivano certificate scabbia o sospette tubercolosi, spesso senza accertamenti approfonditi e senza avviare cure o percorsi sanitari. Il risultato è che persone dichiarate potenzialmente contagiose venivano lasciate libere di circolare sul territorio.
Secondo il giudice non si tratta di semplici errori o superficialità, ma di scelte consapevoli. In alcuni casi, nelle valutazioni avrebbe pesato più la “destinazione” del paziente che i dati clinici. Si parla di visite molto rapide, diagnosi formulate in pochi minuti e, in episodi specifici, persino di risposte suggerite durante i colloqui per orientare l’esito. Il certificato diventerebbe così uno strumento per impedire il trattenimento nei centri per il rimpatrio.
Il punto più critico resta il paradosso: si attesta formalmente un rischio sanitario ma poi non si procede né con cure né con isolamento. Una gestione che appare in netto contrasto con quanto visto durante il periodo Covid, quando anche solo un sospetto portava a misure restrittive immediate.
Sul piano economico, allo stato delle indagini non emergono prove di pagamenti ai medici né di un sistema organizzato di compensi. L’inchiesta non è centrata sulla corruzione, ma sull’uso ritenuto distorto delle certificazioni. Il nodo, per i magistrati, è l’intenzionalità: le diagnosi, in alcuni casi, sarebbero state formulate non sulla base di evidenze cliniche ma con l’obiettivo di evitare il rimpatrio.
In sintesi, non si parla di medici pagati per falsificare certificati, ma - secondo l’accusa - di professionisti che avrebbero utilizzato il proprio ruolo per incidere sul sistema dei rimpatri, spinti più da una posizione ideologica che da un interesse economico.
Carmen Tortora (http://t.me/carmen_tortora1)
Secondo il giudice non si tratta di semplici errori o superficialità, ma di scelte consapevoli. In alcuni casi, nelle valutazioni avrebbe pesato più la “destinazione” del paziente che i dati clinici. Si parla di visite molto rapide, diagnosi formulate in pochi minuti e, in episodi specifici, persino di risposte suggerite durante i colloqui per orientare l’esito. Il certificato diventerebbe così uno strumento per impedire il trattenimento nei centri per il rimpatrio.
Il punto più critico resta il paradosso: si attesta formalmente un rischio sanitario ma poi non si procede né con cure né con isolamento. Una gestione che appare in netto contrasto con quanto visto durante il periodo Covid, quando anche solo un sospetto portava a misure restrittive immediate.
Sul piano economico, allo stato delle indagini non emergono prove di pagamenti ai medici né di un sistema organizzato di compensi. L’inchiesta non è centrata sulla corruzione, ma sull’uso ritenuto distorto delle certificazioni. Il nodo, per i magistrati, è l’intenzionalità: le diagnosi, in alcuni casi, sarebbero state formulate non sulla base di evidenze cliniche ma con l’obiettivo di evitare il rimpatrio.
In sintesi, non si parla di medici pagati per falsificare certificati, ma - secondo l’accusa - di professionisti che avrebbero utilizzato il proprio ruolo per incidere sul sistema dei rimpatri, spinti più da una posizione ideologica che da un interesse economico.
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Palawan è un’isola ancora intatta, dove spiagge di sabbia chiarissima incontrano una foresta pluviale tropicale fitta e vibrante. Situata tra il Mar Cinese Meridionale e il Mare di Sulu, rappresenta uno degli ultimi paesaggi davvero incontaminati del Sud-Est asiatico, dove la natura domina e il tempo sembra rallentare.
Buongiorno e buon sabato a tutti!
Carmen Tortora
http://t.me/carmen_tortora1
❤8🙏2
Economia USA sotto pressione: la guerra entra nel portafoglio reale
L’economia americana non è crollata dopo il 28 febbraio, ma sta già mostrando segnali di peggioramento.
Il primo impatto è evidente nei carburanti. La benzina è arrivata a circa 3,88 dollari al gallone, con un aumento del 30%, mentre il petrolio è passato da 67 a oltre 96 dollari, con picchi tra 115 e 119. Questo si traduce in meno reddito disponibile per le famiglie, e infatti circa il 55% degli americani dichiara di essere già colpito, con oltre il 20% che subisce un impatto significativo.
Da qui lo shock si trasmette rapidamente al resto dell’economia. La Federal Reserve ha già rivisto l’inflazione al 2,7% e i mercati stanno ridimensionando i tagli dei tassi. In altre parole, energia più cara significa anche credito più caro.
Allo stesso tempo la fiducia dei consumatori inizia a scendere, arrivando a 55,5, mentre aumentano i costi per le imprese, soprattutto nella logistica e nei trasporti. Questo comprime i margini e, nel tempo, tende a spingere i prezzi verso l’alto.
I principali dati macroeconomici, con una crescita intorno al 2,3% e una disoccupazione al 4,4%, non riflettono ancora pienamente la situazione attuale, perché descrivono un’economia precedente allo shock.
Nel complesso, gli Stati Uniti non sono in recessione, ma stanno entrando in una fase più fragile, caratterizzata da crescita più debole, inflazione più persistente, tassi più alti e consumi sotto pressione.
Non è una crisi improvvisa, ma un processo graduale. Una compressione sistemica che si sta diffondendo nell’economia reale.
E soprattutto non è più un fattore esterno. È già parte integrante del funzionamento dell’economia.
Versione integrale su Substack | Carmen Tortora (http://t.me/carmen_tortora1)
L’economia americana non è crollata dopo il 28 febbraio, ma sta già mostrando segnali di peggioramento.
Il primo impatto è evidente nei carburanti. La benzina è arrivata a circa 3,88 dollari al gallone, con un aumento del 30%, mentre il petrolio è passato da 67 a oltre 96 dollari, con picchi tra 115 e 119. Questo si traduce in meno reddito disponibile per le famiglie, e infatti circa il 55% degli americani dichiara di essere già colpito, con oltre il 20% che subisce un impatto significativo.
Da qui lo shock si trasmette rapidamente al resto dell’economia. La Federal Reserve ha già rivisto l’inflazione al 2,7% e i mercati stanno ridimensionando i tagli dei tassi. In altre parole, energia più cara significa anche credito più caro.
Allo stesso tempo la fiducia dei consumatori inizia a scendere, arrivando a 55,5, mentre aumentano i costi per le imprese, soprattutto nella logistica e nei trasporti. Questo comprime i margini e, nel tempo, tende a spingere i prezzi verso l’alto.
I principali dati macroeconomici, con una crescita intorno al 2,3% e una disoccupazione al 4,4%, non riflettono ancora pienamente la situazione attuale, perché descrivono un’economia precedente allo shock.
Nel complesso, gli Stati Uniti non sono in recessione, ma stanno entrando in una fase più fragile, caratterizzata da crescita più debole, inflazione più persistente, tassi più alti e consumi sotto pressione.
Non è una crisi improvvisa, ma un processo graduale. Una compressione sistemica che si sta diffondendo nell’economia reale.
E soprattutto non è più un fattore esterno. È già parte integrante del funzionamento dell’economia.
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Economia USA sotto pressione: la guerra entra nel portafoglio reale
Non è solo petrolio: è inflazione, consumi, tassi e margini
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Hormuz “riaperto”… ma solo quando non servirà più
Italia, Germania, Francia, Regno Unito, Paesi Bassi e Giappone si dichiarano “pronti” a garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz. Una disponibilità che però arriva accompagnata da due condizioni molto precise: mandato ONU e cessate il fuoco. Tradotto dal linguaggio diplomatico: presenza possibile, intervento reale rinviato.
Perché quelle condizioni, nella fase attuale, sono tutto tranne che realistiche. Un mandato ONU richiede un equilibrio tra grandi potenze che oggi non esiste, mentre il cessate il fuoco è lontano, con il conflitto che si sta invece intensificando. Di fatto, si costruisce una posizione che consente di mostrarsi disponibili senza esporsi davvero.
Nel frattempo la situazione sul campo evolve rapidamente. Gli attacchi al giacimento iraniano di South Pars e le risposte contro infrastrutture energetiche nella regione hanno trasformato Hormuz in un punto critico concreto, non più solo teorico. I mercati reagiscono immediatamente: petrolio sopra i 114 dollari, gas europeo in forte aumento con picchi oltre il 20-30%. La tensione non è più una previsione, è già incorporata nei prezzi.
In questo contesto, la richiesta di una “moratoria sugli attacchi alle infrastrutture energetiche” appare più come una dichiarazione di principio che come uno strumento operativo. Proprio quelle infrastrutture sono diventate il bersaglio principale del confronto, e immaginare che possano essere escluse con un appello formale sembra più una necessità comunicativa che una leva reale.
Sul piano operativo, si prova a contenere l’impatto: rilascio di riserve strategiche, promesse di stabilizzazione dei mercati, contatti con Paesi produttori. Misure che agiscono sugli effetti immediati, mentre la dinamica del conflitto resta fuori controllo europeo.
L’Italia mantiene una linea prudente e coerente con questo schema: disponibilità solo in ambito ONU e rifiuto di qualsiasi coinvolgimento diretto. Anche perché una presenza navale europea verrebbe facilmente percepita come estensione della NATO, e quindi come ingresso nel conflitto. Una distinzione formale che diventa sempre più sottile man mano che la tensione cresce.
Dall’altra parte, gli Stati Uniti spingono su un approccio opposto: pressione sugli alleati, rivendicazione di superiorità militare e richiesta di contributi concreti. La distanza tra le due posture - intervento immediato contro cautela condizionata - resta evidente.
Nel frattempo, l’Unione europea amplia il perimetro del problema: energia, sicurezza, stabilità regionale, possibili flussi migratori. Segno che la crisi è già percepita come sistemica, ma affrontata mantenendo una posizione che privilegia il contenimento del rischio rispetto all’assunzione di un ruolo diretto.
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Italia, Germania, Francia, Regno Unito, Paesi Bassi e Giappone si dichiarano “pronti” a garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz. Una disponibilità che però arriva accompagnata da due condizioni molto precise: mandato ONU e cessate il fuoco. Tradotto dal linguaggio diplomatico: presenza possibile, intervento reale rinviato.
Perché quelle condizioni, nella fase attuale, sono tutto tranne che realistiche. Un mandato ONU richiede un equilibrio tra grandi potenze che oggi non esiste, mentre il cessate il fuoco è lontano, con il conflitto che si sta invece intensificando. Di fatto, si costruisce una posizione che consente di mostrarsi disponibili senza esporsi davvero.
Nel frattempo la situazione sul campo evolve rapidamente. Gli attacchi al giacimento iraniano di South Pars e le risposte contro infrastrutture energetiche nella regione hanno trasformato Hormuz in un punto critico concreto, non più solo teorico. I mercati reagiscono immediatamente: petrolio sopra i 114 dollari, gas europeo in forte aumento con picchi oltre il 20-30%. La tensione non è più una previsione, è già incorporata nei prezzi.
In questo contesto, la richiesta di una “moratoria sugli attacchi alle infrastrutture energetiche” appare più come una dichiarazione di principio che come uno strumento operativo. Proprio quelle infrastrutture sono diventate il bersaglio principale del confronto, e immaginare che possano essere escluse con un appello formale sembra più una necessità comunicativa che una leva reale.
Sul piano operativo, si prova a contenere l’impatto: rilascio di riserve strategiche, promesse di stabilizzazione dei mercati, contatti con Paesi produttori. Misure che agiscono sugli effetti immediati, mentre la dinamica del conflitto resta fuori controllo europeo.
L’Italia mantiene una linea prudente e coerente con questo schema: disponibilità solo in ambito ONU e rifiuto di qualsiasi coinvolgimento diretto. Anche perché una presenza navale europea verrebbe facilmente percepita come estensione della NATO, e quindi come ingresso nel conflitto. Una distinzione formale che diventa sempre più sottile man mano che la tensione cresce.
Dall’altra parte, gli Stati Uniti spingono su un approccio opposto: pressione sugli alleati, rivendicazione di superiorità militare e richiesta di contributi concreti. La distanza tra le due posture - intervento immediato contro cautela condizionata - resta evidente.
Nel frattempo, l’Unione europea amplia il perimetro del problema: energia, sicurezza, stabilità regionale, possibili flussi migratori. Segno che la crisi è già percepita come sistemica, ma affrontata mantenendo una posizione che privilegia il contenimento del rischio rispetto all’assunzione di un ruolo diretto.
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La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha fissato un limite chiaro in un ambito dove negli ultimi anni tutto sembrava diventare automatico: la raccolta dei dati biometrici. Impronte digitali e fotografie, chiariscono i giudici, non possono essere prese come prassi standard ogni volta che una persona viene fermata o sospettata, ma devono rispondere a un criterio preciso di stretta necessità.
Il caso nasce in Francia, dove un cittadino fermato durante una manifestazione si rifiuta di sottoporsi al rilievo segnaletico. Nonostante venga poi assolto dall’accusa principale, viene comunque sanzionato per il rifiuto. Da qui il ricorso e la domanda centrale: è legittimo imporre sempre e comunque la raccolta di dati biometrici senza una motivazione specifica?
La Corte risponde in modo netto. I dati biometrici sono dati sensibili e richiedono una protezione rafforzata. Non basta un sospetto generico per giustificarne la raccolta: ogni decisione deve essere motivata, anche in modo sintetico ma comprensibile. In sostanza, non può più essere una procedura automatica.
Un passaggio significativo riguarda le leggi nazionali: qualsiasi normativa che imponga controlli sistematici su chiunque sia sospettato di un reato è incompatibile con il diritto dell’Unione. Questo perché porterebbe a una raccolta indiscriminata e generalizzata di dati.
Qui emerge anche un elemento positivo: il cittadino deve poter capire perché i suoi dati vengono raccolti e deve poter contestare la misura. Non è solo un dettaglio giuridico, ma un principio concreto di tutela.
Resta comunque uno spazio per le autorità. Se la raccolta è davvero necessaria, il rifiuto può essere sanzionato, purché in modo proporzionato. Il punto centrale diventa quindi l’equilibrio tra esigenze investigative e diritti fondamentali.
Il nodo vero, però, resta l’applicazione pratica. Tra principi giuridici e operatività quotidiana spesso c’è distanza. Ma il segnale è chiaro: la raccolta dei dati biometrici non può più essere automatica e senza spiegazioni.
In un contesto in cui il controllo tende ad espandersi, il fatto che venga ribadito un limite non è scontato. E, almeno questa volta, qualcosa si muove nella direzione opposta.
Carmen Tortora (http://t.me/carmen_tortora1)
Il caso nasce in Francia, dove un cittadino fermato durante una manifestazione si rifiuta di sottoporsi al rilievo segnaletico. Nonostante venga poi assolto dall’accusa principale, viene comunque sanzionato per il rifiuto. Da qui il ricorso e la domanda centrale: è legittimo imporre sempre e comunque la raccolta di dati biometrici senza una motivazione specifica?
La Corte risponde in modo netto. I dati biometrici sono dati sensibili e richiedono una protezione rafforzata. Non basta un sospetto generico per giustificarne la raccolta: ogni decisione deve essere motivata, anche in modo sintetico ma comprensibile. In sostanza, non può più essere una procedura automatica.
Un passaggio significativo riguarda le leggi nazionali: qualsiasi normativa che imponga controlli sistematici su chiunque sia sospettato di un reato è incompatibile con il diritto dell’Unione. Questo perché porterebbe a una raccolta indiscriminata e generalizzata di dati.
Qui emerge anche un elemento positivo: il cittadino deve poter capire perché i suoi dati vengono raccolti e deve poter contestare la misura. Non è solo un dettaglio giuridico, ma un principio concreto di tutela.
Resta comunque uno spazio per le autorità. Se la raccolta è davvero necessaria, il rifiuto può essere sanzionato, purché in modo proporzionato. Il punto centrale diventa quindi l’equilibrio tra esigenze investigative e diritti fondamentali.
Il nodo vero, però, resta l’applicazione pratica. Tra principi giuridici e operatività quotidiana spesso c’è distanza. Ma il segnale è chiaro: la raccolta dei dati biometrici non può più essere automatica e senza spiegazioni.
In un contesto in cui il controllo tende ad espandersi, il fatto che venga ribadito un limite non è scontato. E, almeno questa volta, qualcosa si muove nella direzione opposta.
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Victoria Falls è la cascata più famosa dell’Africa e una delle più grandi al mondo. Un’imponente massa d’acqua che si getta con forza nel vuoto, creando una cortina di nebbia visibile a chilometri di distanza. Situata sul fiume Zambesi, al confine tra Zambia e Zimbabwe, rappresenta uno degli spettacoli naturali più potenti e suggestivi del pianeta.
Buongiorno e buona domenica a tutti!
Carmen Tortora
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A Berlino, al World Forum 2026, è stato finalmente detto senza troppi giri di parole ciò che da tempo si muove sotto traccia: il centro della trasformazione tecnologica non è più il dato, ma l’identità umana. Durante il panel sulla singolarità, Cathán Mayfair, CEO di WITHIN[U], ha sostenuto che esistono già tecnologie capaci di “computare la coscienza”, mentre Jared Genser ha collegato il tema ai neurodiritti, ricordando che senza una definizione chiara della coscienza diventa impossibile stabilire il confine tra diritti umani e diritti delle AI.
La comunità scientifica, nel frattempo, resta molto meno entusiasta: la coscienza non è stata affatto decifrata e il campo è ancora pieno di contraddizioni e teorie in conflitto. Ma questo non sembra rallentare nessuno. I fatti concreti, infatti, vanno in un’altra direzione. Le interfacce cervello-computer trasformano già l’attività neurale in parole per pazienti paralizzati, e la decodifica del linguaggio interno sta diventando una realtà sperimentale. Non è ancora lettura completa del pensiero, ma è già abbastanza per capire dove si sta andando.
Nel frattempo, il mercato neurotech si muove come sempre: prima raccoglie, poi si preoccupa delle regole. Dispositivi e piattaforme acquisiscono dati neurali con livelli di trasparenza spesso discutibili e con ampie possibilità di condivisione verso terze parti. Il risultato è piuttosto evidente: il concetto di consenso informato diventa sempre più fragile, perché nessuno può sapere davvero cosa sarà possibile estrarre domani dai dati raccolti oggi.
Le istituzioni provano a rincorrere. UNESCO, ONU ed enti europei lavorano su privacy mentale, identità e libero arbitrio, mentre alcuni Stati hanno iniziato a introdurre tutele specifiche. Ma il copione è quello già visto: la tecnologia accelera, il mercato consolida, la regolazione arriva dopo.
Il punto vero emerso dal forum è uno solo, e difficilmente ignorabile: la mente è entrata nella catena del valore economico e politico. E quando il passaggio è dai dati all’identità, non cambia solo la tecnologia, cambia il livello del controllo. A quel punto la questione non è più cosa si può fare, ma chi decide cosa è lecito fare, e per conto di chi.
Versione integrale su Substack | Carmen Tortora (http://t.me/carmen_tortora1)
La comunità scientifica, nel frattempo, resta molto meno entusiasta: la coscienza non è stata affatto decifrata e il campo è ancora pieno di contraddizioni e teorie in conflitto. Ma questo non sembra rallentare nessuno. I fatti concreti, infatti, vanno in un’altra direzione. Le interfacce cervello-computer trasformano già l’attività neurale in parole per pazienti paralizzati, e la decodifica del linguaggio interno sta diventando una realtà sperimentale. Non è ancora lettura completa del pensiero, ma è già abbastanza per capire dove si sta andando.
Nel frattempo, il mercato neurotech si muove come sempre: prima raccoglie, poi si preoccupa delle regole. Dispositivi e piattaforme acquisiscono dati neurali con livelli di trasparenza spesso discutibili e con ampie possibilità di condivisione verso terze parti. Il risultato è piuttosto evidente: il concetto di consenso informato diventa sempre più fragile, perché nessuno può sapere davvero cosa sarà possibile estrarre domani dai dati raccolti oggi.
Le istituzioni provano a rincorrere. UNESCO, ONU ed enti europei lavorano su privacy mentale, identità e libero arbitrio, mentre alcuni Stati hanno iniziato a introdurre tutele specifiche. Ma il copione è quello già visto: la tecnologia accelera, il mercato consolida, la regolazione arriva dopo.
Il punto vero emerso dal forum è uno solo, e difficilmente ignorabile: la mente è entrata nella catena del valore economico e politico. E quando il passaggio è dai dati all’identità, non cambia solo la tecnologia, cambia il livello del controllo. A quel punto la questione non è più cosa si può fare, ma chi decide cosa è lecito fare, e per conto di chi.
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L’Agenzia Internazionale dell’Energia, davanti a quello che definisce “il più grande shock di approvvigionamento della storia moderna”, tira fuori una soluzione che più che tecnica è confessione: il sistema non regge, quindi dovete consumare meno. Lavoro da casa, meno voli, meno auto. Non si interviene sull’architettura che si è incrinata, si chiede alle persone di ridurre la propria vita operativa.
La chiusura dello Stretto di Hormuz - da cui passa circa il 20% del petrolio mondiale - e l’escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran non hanno creato il problema, lo hanno semplicemente reso impossibile da ignorare. Il petrolio sopra i 100 dollari e le proiezioni verso i 200 non sono deviazioni temporanee, ma il prezzo reale di un sistema che per anni ha funzionato solo finché tutto restava miracolosamente stabile.
Il meccanismo è semplice nella sua logica: non puoi aumentare rapidamente l’offerta, quindi tagli la domanda. Il trasporto su strada vale circa il 45% dei consumi globali, con le auto private che arrivano al 60% nelle economie avanzate. I voli d’affari possono essere ridotti fino al 40%, con un impatto tra il 7% e il 15% sul carburante aereo. Tutto perfettamente logico. E perfettamente rivelatore: si sta comprimendo direttamente l’attività economica.
Nel frattempo, il lato dell’offerta resta fermo. Le riserve strategiche - circa 400 milioni di barili - servono a prendere tempo, non a risolvere nulla. Se Hormuz resta bloccato, il problema diventa materiale: meno greggio disponibile, costi fuori scala, raffinerie sotto pressione e margini che evaporano.
E allora arriva la solita parola magica: “adattarsi”. L’economia rallenta? Ci si adatta. I costi salgono? Ci si adatta. Ci si muove meno, si produce meno, si consuma meno. Il tutto presentato come responsabilità collettiva, quando in realtà è l’ammissione che il sistema non è più in grado di sostenere il livello di attività che ha imposto per decenni.
Il paradosso è evidente: prima si costruisce un modello basato sulla mobilità continua, sulle catene globali e sull’espansione permanente. Poi, quando l’energia che lo alimenta diventa instabile, si chiede di ridurre tutto - senza cambiare davvero nulla alla radice.
In altre parole, quando manca il petrolio, non si cambia il sistema. Si riduce la vita delle persone.
Carmen Tortora (http://t.me/carmen_tortora1)
La chiusura dello Stretto di Hormuz - da cui passa circa il 20% del petrolio mondiale - e l’escalation tra Stati Uniti, Israele e Iran non hanno creato il problema, lo hanno semplicemente reso impossibile da ignorare. Il petrolio sopra i 100 dollari e le proiezioni verso i 200 non sono deviazioni temporanee, ma il prezzo reale di un sistema che per anni ha funzionato solo finché tutto restava miracolosamente stabile.
Il meccanismo è semplice nella sua logica: non puoi aumentare rapidamente l’offerta, quindi tagli la domanda. Il trasporto su strada vale circa il 45% dei consumi globali, con le auto private che arrivano al 60% nelle economie avanzate. I voli d’affari possono essere ridotti fino al 40%, con un impatto tra il 7% e il 15% sul carburante aereo. Tutto perfettamente logico. E perfettamente rivelatore: si sta comprimendo direttamente l’attività economica.
Nel frattempo, il lato dell’offerta resta fermo. Le riserve strategiche - circa 400 milioni di barili - servono a prendere tempo, non a risolvere nulla. Se Hormuz resta bloccato, il problema diventa materiale: meno greggio disponibile, costi fuori scala, raffinerie sotto pressione e margini che evaporano.
E allora arriva la solita parola magica: “adattarsi”. L’economia rallenta? Ci si adatta. I costi salgono? Ci si adatta. Ci si muove meno, si produce meno, si consuma meno. Il tutto presentato come responsabilità collettiva, quando in realtà è l’ammissione che il sistema non è più in grado di sostenere il livello di attività che ha imposto per decenni.
Il paradosso è evidente: prima si costruisce un modello basato sulla mobilità continua, sulle catene globali e sull’espansione permanente. Poi, quando l’energia che lo alimenta diventa instabile, si chiede di ridurre tutto - senza cambiare davvero nulla alla radice.
In altre parole, quando manca il petrolio, non si cambia il sistema. Si riduce la vita delle persone.
Carmen Tortora (http://t.me/carmen_tortora1)
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Forwarded from Martino Kamoto
FIX THE MONEY
🔥 Puntata #39 – IL GRANDE INGANNO CONTINUA
Debito ovunque, inflazione costante, sistema finanziario sempre più fragile.
E intanto tutto questo ci viene raccontato come normale.
Ma è davvero così?
Parleremo di denaro, oro, finanza e del racconto che negli anni abbiamo imparato ad accettare senza metterlo in discussione.
E di perché Bitcoin entra in contrasto con tutto questo.
Con noi Carmen Tortora, autrice e divulgatrice che analizza debito, finanza e il racconto che ci viene fatto sul sistema.
🗓 Martedì ore 21:00
📺 https://www.youtube.com/watch?v=aaMAF-lkn8Y
🔥 Puntata #39 – IL GRANDE INGANNO CONTINUA
Debito ovunque, inflazione costante, sistema finanziario sempre più fragile.
E intanto tutto questo ci viene raccontato come normale.
Ma è davvero così?
Parleremo di denaro, oro, finanza e del racconto che negli anni abbiamo imparato ad accettare senza metterlo in discussione.
E di perché Bitcoin entra in contrasto con tutto questo.
Con noi Carmen Tortora, autrice e divulgatrice che analizza debito, finanza e il racconto che ci viene fatto sul sistema.
🗓 Martedì ore 21:00
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IL GRANDE INGANNO CONTINUA - FIX THE MONEY con Villaggio Bitcoin - puntata #39
Valerio Dalla Costa, Stefano Inversini e Martino di Villaggio Bitcoin ti aspettano per approfondire e commentare insieme i temi più caldi del mondo Bitcoin!
Dalla storia della moneta alle tecnologie sottostanti, dalle implicazioni economiche e sociali agli…
Dalla storia della moneta alle tecnologie sottostanti, dalle implicazioni economiche e sociali agli…
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Villa Cipressi è un luogo storico costruito tra il XV e il XIX secolo, situato nel pittoresco borgo di Varenna, sul Lago di Como. Affacciata su uno degli scenari più suggestivi d’Italia, la villa è circondata da giardini terrazzati ricchi di piante rare e scorci panoramici, dove storia, architettura e natura si intrecciano in un equilibrio raffinato e senza tempo.
Buongiorno e buon lunedì a tutti!
Carmen Tortora
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Il World Economic Forum non sta vivendo una semplice successione, ma una fase di instabilità più profonda.
Nel giro di pochi mesi si sono accumulati segnali difficili da ignorare: l’uscita di Klaus Schwab dopo decenni di guida, un’indagine interna chiusa senza accuse formali ma con diverse zone d’ombra, e soprattutto le dimissioni di Børge Brende dopo l’emersione dei suoi contatti con Jeffrey Epstein.
Nel frattempo, la guida è passata ad interim a Larry Fink (BlackRock) e André Hoffmann (Roche), due figure che rappresentano interessi economici globali molto rilevanti, mentre il Forum continua a presentarsi come piattaforma neutrale e indipendente.
A questo si aggiunge il nodo della successione: il nome di Christine Lagarde circola da tempo come possibile futura guida, mentre resta alla BCE con il progetto dell’euro digitale. Anche qui emerge una continuità evidente tra le stesse élite che si muovono tra istituzioni diverse.
Sul fondo, Schwab non si è del tutto defilato: si è mosso per chiarire quale ruolo possa ancora avere nella definizione del futuro del Forum, segno che il passaggio di consegne non è affatto chiuso.
Il risultato è una struttura che, mentre continua a parlare di cooperazione globale, sta riorganizzando i propri equilibri interni, gestendo una crisi reputazionale e ridefinendo chi ne controllerà la direzione nei prossimi anni.
Davos resta centrale, ma oggi appare molto meno lineare e molto più esposto di quanto non sembri.
Versione integrale su Substack | Carmen Tortora (http://t.me/carmen_tortora1)
Nel giro di pochi mesi si sono accumulati segnali difficili da ignorare: l’uscita di Klaus Schwab dopo decenni di guida, un’indagine interna chiusa senza accuse formali ma con diverse zone d’ombra, e soprattutto le dimissioni di Børge Brende dopo l’emersione dei suoi contatti con Jeffrey Epstein.
Nel frattempo, la guida è passata ad interim a Larry Fink (BlackRock) e André Hoffmann (Roche), due figure che rappresentano interessi economici globali molto rilevanti, mentre il Forum continua a presentarsi come piattaforma neutrale e indipendente.
A questo si aggiunge il nodo della successione: il nome di Christine Lagarde circola da tempo come possibile futura guida, mentre resta alla BCE con il progetto dell’euro digitale. Anche qui emerge una continuità evidente tra le stesse élite che si muovono tra istituzioni diverse.
Sul fondo, Schwab non si è del tutto defilato: si è mosso per chiarire quale ruolo possa ancora avere nella definizione del futuro del Forum, segno che il passaggio di consegne non è affatto chiuso.
Il risultato è una struttura che, mentre continua a parlare di cooperazione globale, sta riorganizzando i propri equilibri interni, gestendo una crisi reputazionale e ridefinendo chi ne controllerà la direzione nei prossimi anni.
Davos resta centrale, ma oggi appare molto meno lineare e molto più esposto di quanto non sembri.
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Il WEF dopo Schwab: non una successione, ma una resa dei conti travestita da governance
La crisi del potere a Davos
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A Bruxelles si conferma una linea ormai chiara: il sistema ETS non si tocca, anche mentre i prezzi dell’energia continuano a salire. I leader europei difendono il mercato del carbonio come pilastro della transizione, sostenendo che proprio la crisi energetica dimostra la necessità di accelerare. Nel frattempo però ammettono implicitamente il problema, aprendo a misure temporanee per contenere i costi. Il risultato è una contraddizione evidente: si protegge il meccanismo, mentre si interviene sugli effetti per evitare il collasso industriale. L’Italia esce politicamente indebolita dal confronto, mentre imprese e sistema produttivo restano esposti a prezzi sempre più elevati. L’Europa sceglie di non cambiare rotta, limitandosi a guadagnare tempo. Il sistema resta intatto, il conto viene solo rinviato.
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Telegram
Carmen Tortora
Qui non si rincorre il fatto del giorno: si analizzano le dinamiche strutturali tra geopolitica, energia, UE e finanza per capire dove si sposta davvero l’equilibrio globale.
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Riarmo europeo: una corsa iniziata prima del 2022
La narrativa dominante racconta che l’Europa abbia scoperto improvvisamente la difesa dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. In realtà i dati mostrano un processo molto più lungo. Il riarmo europeo inizia almeno nel 2014, dopo l’annessione della Crimea, quando i paesi NATO si impegnano ad aumentare la spesa militare fino al 2% del PIL.
Da allora la crescita è stata lenta ma costante. Tra 2014 e 2024 la spesa militare dei membri europei della NATO è passata da circa l’1,43% del PIL a oltre il 2%. La guerra in Ucraina non ha creato il riarmo: lo ha accelerato e reso visibile.
Nel periodo 2021-2025 l’Europa è diventata il primo importatore mondiale di armi, assorbendo il 33% delle importazioni globali. Rispetto al quinquennio precedente, gli acquisti europei sono cresciuti di oltre il 210%.
Allo stesso tempo l’Europa non è solo un compratore ma anche uno dei principali produttori militari del mondo. L’Unione Europea rappresenta circa il 28% dell’export globale di armamenti, con Francia, Germania e Italia tra i principali esportatori. Il problema quindi non è l’assenza di industria militare europea, ma la frammentazione del sistema: solo una piccola parte delle armi prodotte in Europa viene acquistata da altri paesi europei.
La guerra in Ucraina ha inciso molto sulle statistiche, ma non spiega tutto. Kiev è diventata il primo importatore mondiale di armi, arrivando a circa il 9,7% delle importazioni globali. Tuttavia, anche escludendo l’Ucraina, i paesi europei della NATO hanno aumentato le proprie importazioni militari di circa il 143% rispetto al quinquennio precedente.
Un altro dato rivela una contraddizione importante. Nonostante il crescente discorso politico sull’autonomia strategica europea, circa il 58% delle armi acquistate dai paesi europei della NATO proviene dagli Stati Uniti. Le esportazioni militari americane verso l’Europa sono aumentate di oltre il 217% in cinque anni. Il caso più evidente è quello degli F-35, ordinati da numerosi paesi europei perché offrono capacità tecnologiche che l’industria europea non ha ancora sviluppato pienamente.
Nel frattempo anche le istituzioni europee stanno costruendo nuovi strumenti finanziari per sostenere la difesa. Il piano ReArm Europe / Readiness 2030 punta a mobilitare fino a 800 miliardi di euro, mentre il programma SAFE mette a disposizione 150 miliardi di prestiti europei per acquisti militari e cooperazione industriale.
La spesa complessiva per la difesa nell’Unione Europea è così passata da circa 218 miliardi nel 2021 a oltre 380 miliardi nel 2025. Ma la crescita è molto diversa tra i paesi: gli stati più vicini alla Russia, come Polonia e paesi baltici, stanno spendendo oltre il 3-4% del PIL, mentre altri paesi dell’Europa occidentale aumentano più lentamente a causa dei vincoli di bilancio.
In sintesi, il riarmo europeo è un processo reale e già in corso da oltre un decennio. La guerra in Ucraina lo ha accelerato, ma non lo ha iniziato. La vera questione oggi non è se l’Europa stia aumentando le proprie capacità militari, ma se riuscirà a trasformare questa spesa in una reale autonomia strategica oppure continuerà a finanziare soprattutto l’industria militare di altri paesi.
Versione integrale e approfondimenti su Substack | Carmen Tortora (http://t.me/carmen_tortora1)
La narrativa dominante racconta che l’Europa abbia scoperto improvvisamente la difesa dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. In realtà i dati mostrano un processo molto più lungo. Il riarmo europeo inizia almeno nel 2014, dopo l’annessione della Crimea, quando i paesi NATO si impegnano ad aumentare la spesa militare fino al 2% del PIL.
Da allora la crescita è stata lenta ma costante. Tra 2014 e 2024 la spesa militare dei membri europei della NATO è passata da circa l’1,43% del PIL a oltre il 2%. La guerra in Ucraina non ha creato il riarmo: lo ha accelerato e reso visibile.
Nel periodo 2021-2025 l’Europa è diventata il primo importatore mondiale di armi, assorbendo il 33% delle importazioni globali. Rispetto al quinquennio precedente, gli acquisti europei sono cresciuti di oltre il 210%.
Allo stesso tempo l’Europa non è solo un compratore ma anche uno dei principali produttori militari del mondo. L’Unione Europea rappresenta circa il 28% dell’export globale di armamenti, con Francia, Germania e Italia tra i principali esportatori. Il problema quindi non è l’assenza di industria militare europea, ma la frammentazione del sistema: solo una piccola parte delle armi prodotte in Europa viene acquistata da altri paesi europei.
La guerra in Ucraina ha inciso molto sulle statistiche, ma non spiega tutto. Kiev è diventata il primo importatore mondiale di armi, arrivando a circa il 9,7% delle importazioni globali. Tuttavia, anche escludendo l’Ucraina, i paesi europei della NATO hanno aumentato le proprie importazioni militari di circa il 143% rispetto al quinquennio precedente.
Un altro dato rivela una contraddizione importante. Nonostante il crescente discorso politico sull’autonomia strategica europea, circa il 58% delle armi acquistate dai paesi europei della NATO proviene dagli Stati Uniti. Le esportazioni militari americane verso l’Europa sono aumentate di oltre il 217% in cinque anni. Il caso più evidente è quello degli F-35, ordinati da numerosi paesi europei perché offrono capacità tecnologiche che l’industria europea non ha ancora sviluppato pienamente.
Nel frattempo anche le istituzioni europee stanno costruendo nuovi strumenti finanziari per sostenere la difesa. Il piano ReArm Europe / Readiness 2030 punta a mobilitare fino a 800 miliardi di euro, mentre il programma SAFE mette a disposizione 150 miliardi di prestiti europei per acquisti militari e cooperazione industriale.
La spesa complessiva per la difesa nell’Unione Europea è così passata da circa 218 miliardi nel 2021 a oltre 380 miliardi nel 2025. Ma la crescita è molto diversa tra i paesi: gli stati più vicini alla Russia, come Polonia e paesi baltici, stanno spendendo oltre il 3-4% del PIL, mentre altri paesi dell’Europa occidentale aumentano più lentamente a causa dei vincoli di bilancio.
In sintesi, il riarmo europeo è un processo reale e già in corso da oltre un decennio. La guerra in Ucraina lo ha accelerato, ma non lo ha iniziato. La vera questione oggi non è se l’Europa stia aumentando le proprie capacità militari, ma se riuscirà a trasformare questa spesa in una reale autonomia strategica oppure continuerà a finanziare soprattutto l’industria militare di altri paesi.
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Europa armata: un processo già avviato che la retorica della svolta continua a raccontare male
La guerra del 2022 ha accelerato una corsa agli armamenti che l’Europa aveva già iniziato anni prima.
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Referendum Giustizia, seggi aperti: si vota fino alle 15. Affluenza al 46%.
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Referendum giustizia 2026. Affluenza al 58,9%.%. Il No ha vinto con il 53%. Schlein: «I giovani hanno fatto la differenza». Meloni: «Andiamo avanti». Conte: «Sì alle primarie».
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Chichén Itzá è un’antica città maya situata nella penisola dello Yucatán, nel nord del Messico, ed è riconosciuta come Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. Un sito archeologico straordinario dove piramidi monumentali, osservatori astronomici e complessi cerimoniali raccontano la sofisticata conoscenza scientifica e religiosa della civiltà maya.
Buongiorno e buon martedì a tutti!
Carmen Tortora http://t.me/carmen_tortora1
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Il caro infettivologo Matteo Bassetti ci informa che tornano pertosse, epatite e meningite: colpa dei no‑vax. Una lettura rozza e comoda. O è ignoranza, o è mala fede. Più probabilmente, entrambe le cose.
Pertosse La protezione individuale dopo il vaccino contro la pertosse è la più breve tra quelle considerate. Dopo la serie pediatrica DTaP, la protezione è circa del 98% entro un anno dall’ultima dose e scende a circa il 71% dopo 5 anni [1]. Negli adolescenti e negli adulti vaccinati con Tdap, l’immunità cala dopo pochi anni; nelle sintesi ufficiali più citate si parla di circa 73% nel primo anno e circa 34% dopo 4 anni [1]. In termini pratici, la durata utile della protezione è di circa 4-5 anni, con un calo già evidente prima [1].
Epatite A Con una sola dose, la protezione è soprattutto di breve-medio periodo e viene considerata fino a circa 12 mesi [3]. Con il ciclo completo di 2 dosi, la protezione dura almeno 20 anni secondo il CDC [2] e almeno 25 anni secondo il Green Book britannico [3]. Alcune linee guida britanniche aggiungono che la protezione dopo ciclo completo può verosimilmente andare anche oltre i 25 anni [3]. In forma sintetica: 1 dose circa 12 mesi; 2 dosi almeno 20-25 anni, probabilmente di più [2][3].
Meningite MenB del ceppo inglese Nel cluster inglese del 2026 il ceppo segnalato è un meningococco di sierogruppo B e l’ECDC riporta che il vaccino Bexsero dovrebbe fornire protezione contro quel ceppo [4]. La durata della protezione, però, non è un numero unico e fisso: nelle stime usate nel Regno Unito per il programma infantile si parla di circa 18 mesi dopo la serie primaria e circa 36 mesi dopo il richiamo [5]. In adolescenza sono state usate anche stime di circa 10 anni, ma con maggiore incertezza [5]. Nei soggetti a rischio continuativo, la logica dei richiami periodici conferma che la protezione non viene considerata permanente [5].
Sintesi finale Pertosse: circa 4-5 anni, con calo già prima [1].Epatite A: circa 12 mesi con 1 dose; almeno 20-25 anni con 2 dosi [2][3].Meningite MenB del ceppo inglese: circa 18-36 mesi nei piccoli secondo le stime UK; più lunga negli adolescenti, ma meno certa [4][5].
Fonti
[1] CDC - Diphtheria, Tetanus, and Pertussis Vaccine Recommendations by Agehttps://www.cdc.gov/vaccines/hcp/by-disease/dtap-tdap-td.html
[2] CDC - Hepatitis A Vaccine Administrationhttps://www.cdc.gov/hepatitis-a/hcp/vaccine-administration/index.html
[3] UK Health Security Agency / Green Book — Hepatitis Ahttps://assets.publishing.service.gov.uk/media/65a1743269fbd3000d25c075/Greenbook-chapter-17-hepatitis-A-12January24.pdf
[4] ECDC - Communicable disease threats report, week 12, 2026https://www.ecdc.europa.eu/sites/default/files/documents/Communicable-disease-threats-report-week-12-2026.pdf
[5] JCVI - Statement on MenB vaccinationhttps://assets.publishing.service.gov.uk/media/5a7c6e3ae5274a5255bce97d/JCVI_Statement_on_MenB.pdf
Pertosse La protezione individuale dopo il vaccino contro la pertosse è la più breve tra quelle considerate. Dopo la serie pediatrica DTaP, la protezione è circa del 98% entro un anno dall’ultima dose e scende a circa il 71% dopo 5 anni [1]. Negli adolescenti e negli adulti vaccinati con Tdap, l’immunità cala dopo pochi anni; nelle sintesi ufficiali più citate si parla di circa 73% nel primo anno e circa 34% dopo 4 anni [1]. In termini pratici, la durata utile della protezione è di circa 4-5 anni, con un calo già evidente prima [1].
Epatite A Con una sola dose, la protezione è soprattutto di breve-medio periodo e viene considerata fino a circa 12 mesi [3]. Con il ciclo completo di 2 dosi, la protezione dura almeno 20 anni secondo il CDC [2] e almeno 25 anni secondo il Green Book britannico [3]. Alcune linee guida britanniche aggiungono che la protezione dopo ciclo completo può verosimilmente andare anche oltre i 25 anni [3]. In forma sintetica: 1 dose circa 12 mesi; 2 dosi almeno 20-25 anni, probabilmente di più [2][3].
Meningite MenB del ceppo inglese Nel cluster inglese del 2026 il ceppo segnalato è un meningococco di sierogruppo B e l’ECDC riporta che il vaccino Bexsero dovrebbe fornire protezione contro quel ceppo [4]. La durata della protezione, però, non è un numero unico e fisso: nelle stime usate nel Regno Unito per il programma infantile si parla di circa 18 mesi dopo la serie primaria e circa 36 mesi dopo il richiamo [5]. In adolescenza sono state usate anche stime di circa 10 anni, ma con maggiore incertezza [5]. Nei soggetti a rischio continuativo, la logica dei richiami periodici conferma che la protezione non viene considerata permanente [5].
Sintesi finale Pertosse: circa 4-5 anni, con calo già prima [1].Epatite A: circa 12 mesi con 1 dose; almeno 20-25 anni con 2 dosi [2][3].Meningite MenB del ceppo inglese: circa 18-36 mesi nei piccoli secondo le stime UK; più lunga negli adolescenti, ma meno certa [4][5].
Fonti
[1] CDC - Diphtheria, Tetanus, and Pertussis Vaccine Recommendations by Agehttps://www.cdc.gov/vaccines/hcp/by-disease/dtap-tdap-td.html
[2] CDC - Hepatitis A Vaccine Administrationhttps://www.cdc.gov/hepatitis-a/hcp/vaccine-administration/index.html
[3] UK Health Security Agency / Green Book — Hepatitis Ahttps://assets.publishing.service.gov.uk/media/65a1743269fbd3000d25c075/Greenbook-chapter-17-hepatitis-A-12January24.pdf
[4] ECDC - Communicable disease threats report, week 12, 2026https://www.ecdc.europa.eu/sites/default/files/documents/Communicable-disease-threats-report-week-12-2026.pdf
[5] JCVI - Statement on MenB vaccinationhttps://assets.publishing.service.gov.uk/media/5a7c6e3ae5274a5255bce97d/JCVI_Statement_on_MenB.pdf
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Gli Stati Uniti hanno concesso una deroga di un mese alle sanzioni sul petrolio iraniano, permettendo la vendita e lo scarico di carichi già in mare. Una decisione presa per contenere l’impennata dei prezzi energetici in un momento di forte tensione sul mercato globale. Tuttavia, non si tratta di una vera riapertura del commercio con Teheran: la misura è limitata, temporanea e riguarda solo barili già caricati. Il contesto resta dominato dalla crisi nello Stretto di Hormuz, che continua a comprimere l’offerta mondiale. Anche le reazioni di Cina e India mostrano cautela, tra rischi legali, problemi di pagamento e incertezza operativa. In sostanza, più che un cambio di rotta, è un intervento d’emergenza per guadagnare tempo, mentre il mercato continua a muoversi soprattutto in base al rischio geopolitico.
Versione integrale e approfondimenti su Substack | Carmen Tortora (http://t.me/carmen_tortora1)
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La deroga americana sul petrolio iraniano non riscrive il mercato: compra solo qualche settimana di ossigeno
Una licenza temporanea sblocca barili già in mare, ma il vero equilibrio del mercato resta appeso allo Stretto di Hormuz e al rischio geopolitico.
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L’UE invita a rallentare il riempimento degli stoccaggi e si accontenta dell’80% invece del 90%: non perché il problema sia sparito, ma perché se comprasse davvero il gas che serve farebbe esplodere i prezzi. In altre parole, il sistema non regge più senza farsi male da solo. Nel frattempo resta agganciato a un mercato del GNL sempre più competitivo, instabile e fuori controllo.
La “flessibilità” è il nome elegante dato a una realtà molto meno elegante: non si può comprare tutto subito, quindi si spalma il problema nel tempo sperando che faccia meno rumore. Le regole che dovevano garantire sicurezza rischiano di diventare esse stesse un fattore di tensione.
E mentre si evita accuratamente di riaprire il capitolo del gas russo, l’Europa resta intrappolata in un equilibrio più costoso e fragile. Il punto non è che serve meno gas: è che comprarlo davvero, alle condizioni attuali, è semplicemente troppo caro per essere sostenuto senza scaricare il conto su economia, industria e cittadini.
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La “flessibilità” è il nome elegante dato a una realtà molto meno elegante: non si può comprare tutto subito, quindi si spalma il problema nel tempo sperando che faccia meno rumore. Le regole che dovevano garantire sicurezza rischiano di diventare esse stesse un fattore di tensione.
E mentre si evita accuratamente di riaprire il capitolo del gas russo, l’Europa resta intrappolata in un equilibrio più costoso e fragile. Il punto non è che serve meno gas: è che comprarlo davvero, alle condizioni attuali, è semplicemente troppo caro per essere sostenuto senza scaricare il conto su economia, industria e cittadini.
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L’Europa non abbassa gli stoccaggi perché il problema è finito, ma perché teme di far saltare il mercato
Ridurre il target non è prudenza: è il tentativo di contenere prezzi fuori controllo in un sistema energetico ancora fragile.
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