Lagarde il 20 aprile ha detto la parte essenziale: “la rottura dell’offerta è enorme” e “non esiste una strada facile per tornare” al prima. Poi ha detto anche la parte decisiva: per la BCE i prezzi dell’energia non sono ancora saliti abbastanza da portare pienamente l’eurozona nello scenario avverso. Quindi non c’è fretta di spegnere il rincaro. Gli aiuti devono restare “temporanei, mirati” e tali da “preservare il segnale di prezzo”, perché se il sostegno è troppo ampio “il pubblico non ha alcun incentivo a ridurre l’uso di energia”. Il prezzo non va neutralizzato troppo presto.
In Italia il quadro è già concreto. A marzo 2026 l’inflazione sale al +1,7%, con energetici regolamentati a +8,5% sul mese, non regolamentati a +5,0%, alimentari non lavorati a +4,7% annuo e prodotti ad alta frequenza d’acquisto a +3,1%. La spesa media mensile delle famiglie è 2.755,09 euro, quindi l’1,7% vale circa 47 euro in più al mese a paniere invariato; sulla sola voce alimentari e bevande analcoliche il rincaro vale circa 15 euro in più al mese. Bankitalia prevede per il 2026 un’inflazione al 2,6%, soprattutto per effetto di petrolio e gas, e avverte che questi aumenti si trasferiscono gradualmente ai salari e ai prezzi degli altri beni e servizi. Il taglio delle accise può alleggerire la pompa per qualche settimana, ma non cancella i costi già entrati nella filiera. Il picco può scendere. Il pavimento no. Finita la fase acuta, quel livello più alto resta e diventa la nuova soglia di prezzo.
Versione integrale e approfondimenti su Substack | Carmen Tortora | http://t.me/carmen_tortora1
In Italia il quadro è già concreto. A marzo 2026 l’inflazione sale al +1,7%, con energetici regolamentati a +8,5% sul mese, non regolamentati a +5,0%, alimentari non lavorati a +4,7% annuo e prodotti ad alta frequenza d’acquisto a +3,1%. La spesa media mensile delle famiglie è 2.755,09 euro, quindi l’1,7% vale circa 47 euro in più al mese a paniere invariato; sulla sola voce alimentari e bevande analcoliche il rincaro vale circa 15 euro in più al mese. Bankitalia prevede per il 2026 un’inflazione al 2,6%, soprattutto per effetto di petrolio e gas, e avverte che questi aumenti si trasferiscono gradualmente ai salari e ai prezzi degli altri beni e servizi. Il taglio delle accise può alleggerire la pompa per qualche settimana, ma non cancella i costi già entrati nella filiera. Il picco può scendere. Il pavimento no. Finita la fase acuta, quel livello più alto resta e diventa la nuova soglia di prezzo.
Versione integrale e approfondimenti su Substack | Carmen Tortora | http://t.me/carmen_tortora1
Substack
Lagarde lo ammette: lo shock è enorme e il prezzo deve restare abbastanza alto da fare il suo lavoro
Il rincaro non è una parentesi
🤮13❤3⚡2👏1🥱1😈1🦄1
This media is not supported in your browser
VIEW IN TELEGRAM
Cenote Oxman, in Messico, è una meta imperdibile per chi ama la natura e l’avventura. Questo suggestivo cenote, noto per le sue acque limpide e per l’atmosfera immersa nella vegetazione, è diventato nel tempo uno dei luoghi più affascinanti per chi cerca un’esperienza naturale intensa e scenografica.
Buongiorno e buon giovedì a tutti!
Carmen Tortora
http://t.me/carmen_tortora1
❤11👍3
Il punto politico non è nascosto. Appena il jet fuel entra in tensione e il diesel torna a sembrare un problema sistemico, Bruxelles ricade nel suo riflesso preferito: spostare la regia verso il centro. Commissione, coordinamento comune, osservatori comuni, mappature comuni, futura revisione delle regole comuni. Il lessico è quello rassicurante della “preparazione”; la sostanza è più semplice: centralizzazione della gestione dell’emergenza energetica.
Tutto vero, se fosse vero fino in fondo. Bruxelles parla come se disponesse già di una fotografia aggiornata, dettagliata e operativa dell’intero sistema dei carburanti europei. Non è così. I dati più freschi sono quelli sui prezzi: il Weekly Oil Bulletin viene aggiornato ogni settimana e l’ultima pubblicazione disponibile è del 23 aprile 2026. Ma quello riguarda i prezzi al consumo, non la mappa completa e in tempo reale di jet fuel, diesel, disponibilità fisiche, colli di bottiglia logistici e margini raffinativi per prodotto.
Sulle scorte petrolifere di emergenza il sistema viaggia con un’altra velocità: gli Stati membri devono inviare alla Commissione un riepilogo statistico a fine mese, e durante una crisi i prelievi dalle scorte non dovrebbero avvenire prima della consultazione organizzata dalla Commissione, salvo urgenze estreme. Quindi no: non esiste un cruscotto pubblico perfettamente aggiornato e disaggregato sul presente della crisi 2026. I prezzi sono freschi. I volumi fisici molto meno.
Nel testo ufficiale di AccelerateEU la Commissione scrive che, da maggio 2026, mapperà le capacità di raffinazione esistenti in Europa, valuterà i bisogni e lavorerà a misure per garantire il “full use of” e una “sufficient domestic refining capacity” durante la crisi. Nello stesso testo annuncia un Fuel Observatory per tracciare carburanti prodotti nell’UE, importazioni, esportazioni, scorte e capacità di raffinazione. Aggiunge che, come priorità iniziale, coordinerà con Stati membri, fornitori e settore aereo l’approvvigionamento alternativo di jet fuel e proporrà misure per ottimizzarne la distribuzione tra gli Stati membri, cioè per spostare il carburante dove la pressione è più forte e ridurre gli squilibri tra Paesi, aeroporti e snodi logistici più esposti. Valuterà perfino se rivedere le regole UE sulle scorte strategiche per introdurre requisiti specifici sul jet fuel.
Il senso è semplice: gli Stati restano formalmente sovrani, ma sempre meno liberi di agire da soli nei nodi davvero strategici. Bruxelles vuole sapere chi ha capacità, dove sta, quanto entra, quanto esce, quali scorte esistono e come redistribuire il prodotto. Non è semplice cooperazione tecnica. È costruzione di potere.
L’energia non è una competenza esclusiva dell’Unione, e dire il contrario sarebbe sbagliato. Però da anni Bruxelles prova ad allargare una regia centrale di fatto su un terreno che formalmente resta condiviso. Lo si vede bene dal 2022 in poi: acquisti comuni, coordinamento della domanda, regole di solidarietà, strumenti emergenziali e piattaforme comuni. Non è esclusiva giuridica. È una sottrazione progressiva di margine nazionale attraverso l’emergenza permanente. Jet fuel, diesel, stock petroliferi e raffinerie aggiungono solo un altro pezzo.
Carmen Tortora
http://t.me/carmen_tortora1
Tutto vero, se fosse vero fino in fondo. Bruxelles parla come se disponesse già di una fotografia aggiornata, dettagliata e operativa dell’intero sistema dei carburanti europei. Non è così. I dati più freschi sono quelli sui prezzi: il Weekly Oil Bulletin viene aggiornato ogni settimana e l’ultima pubblicazione disponibile è del 23 aprile 2026. Ma quello riguarda i prezzi al consumo, non la mappa completa e in tempo reale di jet fuel, diesel, disponibilità fisiche, colli di bottiglia logistici e margini raffinativi per prodotto.
Sulle scorte petrolifere di emergenza il sistema viaggia con un’altra velocità: gli Stati membri devono inviare alla Commissione un riepilogo statistico a fine mese, e durante una crisi i prelievi dalle scorte non dovrebbero avvenire prima della consultazione organizzata dalla Commissione, salvo urgenze estreme. Quindi no: non esiste un cruscotto pubblico perfettamente aggiornato e disaggregato sul presente della crisi 2026. I prezzi sono freschi. I volumi fisici molto meno.
Nel testo ufficiale di AccelerateEU la Commissione scrive che, da maggio 2026, mapperà le capacità di raffinazione esistenti in Europa, valuterà i bisogni e lavorerà a misure per garantire il “full use of” e una “sufficient domestic refining capacity” durante la crisi. Nello stesso testo annuncia un Fuel Observatory per tracciare carburanti prodotti nell’UE, importazioni, esportazioni, scorte e capacità di raffinazione. Aggiunge che, come priorità iniziale, coordinerà con Stati membri, fornitori e settore aereo l’approvvigionamento alternativo di jet fuel e proporrà misure per ottimizzarne la distribuzione tra gli Stati membri, cioè per spostare il carburante dove la pressione è più forte e ridurre gli squilibri tra Paesi, aeroporti e snodi logistici più esposti. Valuterà perfino se rivedere le regole UE sulle scorte strategiche per introdurre requisiti specifici sul jet fuel.
Il senso è semplice: gli Stati restano formalmente sovrani, ma sempre meno liberi di agire da soli nei nodi davvero strategici. Bruxelles vuole sapere chi ha capacità, dove sta, quanto entra, quanto esce, quali scorte esistono e come redistribuire il prodotto. Non è semplice cooperazione tecnica. È costruzione di potere.
L’energia non è una competenza esclusiva dell’Unione, e dire il contrario sarebbe sbagliato. Però da anni Bruxelles prova ad allargare una regia centrale di fatto su un terreno che formalmente resta condiviso. Lo si vede bene dal 2022 in poi: acquisti comuni, coordinamento della domanda, regole di solidarietà, strumenti emergenziali e piattaforme comuni. Non è esclusiva giuridica. È una sottrazione progressiva di margine nazionale attraverso l’emergenza permanente. Jet fuel, diesel, stock petroliferi e raffinerie aggiungono solo un altro pezzo.
Carmen Tortora
http://t.me/carmen_tortora1
👏8❤5👍4🥱2😐1
Meta sta installando sui computer dei dipendenti statunitensi un software che registra movimenti del mouse, clic, tasti premuti e, a volte, anche istantanee dello schermo. Il materiale serve ad addestrare agenti IA capaci di replicare il lavoro d’ufficio direttamente sul computer.
La cornice ufficiale è la solita: efficienza, trasformazione, produttività. Il contenuto reale è più sgradevole. Il lavoro umano viene trattato come materia prima da estrarre, osservare e riversare nei modelli.
Andrew Bosworth l’ha detto in modo abbastanza chiaro: la direzione è un’azienda in cui gli agenti fanno gran parte del lavoro e agli umani resta il compito di supervisionare, valutare e correggere. Una formulazione elegante per dire che una quota crescente dei dipendenti viene spinta verso il ruolo di sorvegliante della propria sostituzione.
Meta assicura che quei dati non serviranno per valutare le performance individuali. Benissimo. Restano comunque utili per costruire sistemi destinati a fare sempre più compiti al posto loro. Ed è questo il punto che conta.
Il resto del quadro toglie ogni residua poesia: Meta prevede di tagliare il 10% della forza lavoro globale e prepara altri licenziamenti. Prima si cattura il lavoro, poi lo si trasforma in dataset, poi si addestrano gli agenti, poi si alleggerisce il personale. Il lessico è tecnologico. La logica è vecchia: spremere il lavoro vivo finché basta, poi ridurlo a costo da tagliare.
Carmen Tortora
http://t.me/carmen_tortora1
La cornice ufficiale è la solita: efficienza, trasformazione, produttività. Il contenuto reale è più sgradevole. Il lavoro umano viene trattato come materia prima da estrarre, osservare e riversare nei modelli.
Andrew Bosworth l’ha detto in modo abbastanza chiaro: la direzione è un’azienda in cui gli agenti fanno gran parte del lavoro e agli umani resta il compito di supervisionare, valutare e correggere. Una formulazione elegante per dire che una quota crescente dei dipendenti viene spinta verso il ruolo di sorvegliante della propria sostituzione.
Meta assicura che quei dati non serviranno per valutare le performance individuali. Benissimo. Restano comunque utili per costruire sistemi destinati a fare sempre più compiti al posto loro. Ed è questo il punto che conta.
Il resto del quadro toglie ogni residua poesia: Meta prevede di tagliare il 10% della forza lavoro globale e prepara altri licenziamenti. Prima si cattura il lavoro, poi lo si trasforma in dataset, poi si addestrano gli agenti, poi si alleggerisce il personale. Il lessico è tecnologico. La logica è vecchia: spremere il lavoro vivo finché basta, poi ridurlo a costo da tagliare.
Carmen Tortora
http://t.me/carmen_tortora1
🤬12🤷♀4👎1🤣1
L’acqua sta uscendo dal recinto dell’ambientalismo ed entrando in quello del potere economico. La spinta internazionale a standard comuni per misurare i Water Scopes 1-3 serve a rendere leggibile dove si annida davvero il rischio idrico nelle filiere: non solo negli impianti, ma anche nei fornitori, nei territori e nei bacini sotto pressione. I principali organismi internazionali descrivono uno scenario sempre più stretto: domanda globale d’acqua in aumento del 55% entro il 2050 secondo l’OECD, domanda superiore del 40% alle risorse disponibili entro il 2030 secondo la Commissione europea, fino a 70 trilioni di dollari di PIL esposti a elevato stress idrico secondo WRI. A questo si aggiungono i report ONU, che collegano l’acqua a prosperità, pace e stabilità, e quelli del WEF, che trattano la scarsità di risorse naturali come uno dei grandi rischi sistemici del prossimo decennio.
I contatori intelligenti per l’acqua non sono un’ipotesi futura: sono già in uso, anche se non esiste oggi un obbligo europeo generalizzato paragonabile a quello elettrico. L’UE li spinge come strumento di efficienza, riduzione delle perdite e digitalizzazione delle reti. In Italia ARERA li include esplicitamente nello smart metering, mentre il PNRR finanzia progetti concreti: 115.000 smart meters previsti da ABC Napoli, oltre 36.000 installati da Acque Bresciane in 13 Comuni. Il problema è che lo stesso strumento che migliora la gestione può diventare anche una leva sociale: più dati significa più capacità di tariffare, segmentare, controllare, imporre restrizioni e scaricare il costo della scarsità sugli utenti, se governance e tutele non reggono.
L’acqua, quindi, non viene solo distribuita: viene misurata, digitalizzata, classificata e trasformata in leva tariffaria, finanziaria e geopolitica. Nei bacini transfrontalieri e nelle aree fragili la scarsità non produce automaticamente guerre, ma può aggravare tensioni, squilibri e instabilità. Le mani sull’acqua non sono più soltanto quelle di chi la capta o la vende. Sono anche quelle di chi ne controlla i flussi, i dati, le metriche e i costi. E proprio perché ONU e WEF descrivono l’acqua come fattore di stabilità, sviluppo, rischio sistemico e resilienza economica, il controllo dell’acqua smette di essere un tema tecnico e diventa una questione di potere.
Versione integrale e approfondimenti su Substack | Carmen Tortora | http://t.me/carmen_tortora1
I contatori intelligenti per l’acqua non sono un’ipotesi futura: sono già in uso, anche se non esiste oggi un obbligo europeo generalizzato paragonabile a quello elettrico. L’UE li spinge come strumento di efficienza, riduzione delle perdite e digitalizzazione delle reti. In Italia ARERA li include esplicitamente nello smart metering, mentre il PNRR finanzia progetti concreti: 115.000 smart meters previsti da ABC Napoli, oltre 36.000 installati da Acque Bresciane in 13 Comuni. Il problema è che lo stesso strumento che migliora la gestione può diventare anche una leva sociale: più dati significa più capacità di tariffare, segmentare, controllare, imporre restrizioni e scaricare il costo della scarsità sugli utenti, se governance e tutele non reggono.
L’acqua, quindi, non viene solo distribuita: viene misurata, digitalizzata, classificata e trasformata in leva tariffaria, finanziaria e geopolitica. Nei bacini transfrontalieri e nelle aree fragili la scarsità non produce automaticamente guerre, ma può aggravare tensioni, squilibri e instabilità. Le mani sull’acqua non sono più soltanto quelle di chi la capta o la vende. Sono anche quelle di chi ne controlla i flussi, i dati, le metriche e i costi. E proprio perché ONU e WEF descrivono l’acqua come fattore di stabilità, sviluppo, rischio sistemico e resilienza economica, il controllo dell’acqua smette di essere un tema tecnico e diventa una questione di potere.
Versione integrale e approfondimenti su Substack | Carmen Tortora | http://t.me/carmen_tortora1
Substack
L’acqua sotto controllo
Dalla rendicontazione dei Water Scopes 1-3 ai contatori intelligenti, la scarsità idrica sta diventando una leva economica, sociale e geopolitica.
👾5🤬4❤1
Al Consiglio Affari esteri non è passata alcuna sospensione dell’intesa tra UE e Israele e non è uscita nessuna sanzione politica o commerciale contro il governo Netanyahu. A spingere per una linea più dura sono stati soprattutto Spagna, Irlanda e Slovenia. Francia e Svezia hanno sostenuto almeno l’idea di restrizioni commerciali sui prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Tra i governi che hanno frenato la sospensione dell’accordo ci sono stati soprattutto Italia e Germania. Il risultato è stato nessuna rottura con Israele, nessuna sanzione generale e solo la promessa di valutare eventuali misure più limitate contro coloni o merci degli insediamenti.
L’accordo di associazione è il quadro che regola i rapporti tra Unione europea e Israele: commercio, cooperazione economica e dialogo politico. È l’ossatura del rapporto tra Bruxelles e Tel Aviv. Sospenderlo significherebbe colpire il cuore della relazione, non mandare un segnale simbolico.
L’Italia ha scelto di stare tra i Paesi che frenano. Il punto decisivo è questo: Meloni non ha sospeso quell’accordo. Ha sospeso invece il rinnovo automatico del memorandum bilaterale di cooperazione militare tra Italia e Israele. Il memorandum militare è un atto separato, più ristretto e molto meno costoso sul piano diplomatico ed economico. L’accordo di associazione UE-Israele è invece molto più largo e molto più pesante.
Le ragioni italiane sono abbastanza chiare. Il governo ha provato a mostrare una distanza visibile da Netanyahu senza arrivare a una rottura reale. Il congelamento del rinnovo automatico dell’intesa militare serve a far vedere che Roma qualcosa ha fatto, ma senza spostare davvero l’asse della politica estera italiana. In più, l’Italia non voleva aprire dentro l’UE uno scontro più ampio su commercio, diplomazia e collocazione internazionale. Mettere in discussione l’accordo di associazione significa toccare l’architettura vera dei rapporti euro-israeliani.
C’è poi la logica della postura internazionale del governo Meloni: prendere una distanza selettiva da Netanyahu, ma non diventare il governo che spinge per una rottura strutturale tra Europa e Israele. A questo si aggiunge la politica interna: la pressione dell’opposizione e il costo reputazionale di un allineamento pieno rendevano difficile restare del tutto immobili. Per questo Roma accetta al massimo misure mirate contro i coloni violenti, ma rifiuta di toccare il quadro generale.
Detta secca: Roma ha scelto il gesto meno costoso e ha difeso la sostanza più pesante. Ha congelato il rinnovo automatico dell’intesa militare bilaterale, ma ha lasciato in piedi l’accordo di associazione UE-Israele.
Carmen Tortora
http://t.me/carmen_tortora1
L’accordo di associazione è il quadro che regola i rapporti tra Unione europea e Israele: commercio, cooperazione economica e dialogo politico. È l’ossatura del rapporto tra Bruxelles e Tel Aviv. Sospenderlo significherebbe colpire il cuore della relazione, non mandare un segnale simbolico.
L’Italia ha scelto di stare tra i Paesi che frenano. Il punto decisivo è questo: Meloni non ha sospeso quell’accordo. Ha sospeso invece il rinnovo automatico del memorandum bilaterale di cooperazione militare tra Italia e Israele. Il memorandum militare è un atto separato, più ristretto e molto meno costoso sul piano diplomatico ed economico. L’accordo di associazione UE-Israele è invece molto più largo e molto più pesante.
Le ragioni italiane sono abbastanza chiare. Il governo ha provato a mostrare una distanza visibile da Netanyahu senza arrivare a una rottura reale. Il congelamento del rinnovo automatico dell’intesa militare serve a far vedere che Roma qualcosa ha fatto, ma senza spostare davvero l’asse della politica estera italiana. In più, l’Italia non voleva aprire dentro l’UE uno scontro più ampio su commercio, diplomazia e collocazione internazionale. Mettere in discussione l’accordo di associazione significa toccare l’architettura vera dei rapporti euro-israeliani.
C’è poi la logica della postura internazionale del governo Meloni: prendere una distanza selettiva da Netanyahu, ma non diventare il governo che spinge per una rottura strutturale tra Europa e Israele. A questo si aggiunge la politica interna: la pressione dell’opposizione e il costo reputazionale di un allineamento pieno rendevano difficile restare del tutto immobili. Per questo Roma accetta al massimo misure mirate contro i coloni violenti, ma rifiuta di toccare il quadro generale.
Detta secca: Roma ha scelto il gesto meno costoso e ha difeso la sostanza più pesante. Ha congelato il rinnovo automatico dell’intesa militare bilaterale, ma ha lasciato in piedi l’accordo di associazione UE-Israele.
Carmen Tortora
http://t.me/carmen_tortora1
🤬13🤡8❤5🤮2👍1🎉1
This media is not supported in your browser
VIEW IN TELEGRAM
La Strada della Forra, letteralmente la “strada sopra la scogliera”, è uno dei tratti più spettacolari nei pressi del Lago di Garda. Corre lungo le pendici della montagna tra curve strette, pareti rocciose e scorci impressionanti, trasformando il paesaggio in un passaggio scenografico sospeso tra roccia, altezza e vertigine. Più che una semplice strada, è un concentrato di ingegneria, panorama e tensione.
Buongiorno e buon venerdì a tutti!
Carmen Tortora
http://t.me/carmen_tortora1
❤13👍4🙏1
Piero Cipollone torna alla carica sull’euro digitale per un motivo semplice: la BCE vuole chiudere il quadro legislativo entro fine 2026, così da non far saltare il cronoprogramma. Il voto può slittare di qualche settimana, non l’intero cantiere. Francoforte considera il dossier abbastanza maturo e ora scarica la responsabilità sulla politica, che continua a muoversi con la solita lentezza di chi rinvia finché non è costretto a decidere.
Il punto non è tecnico. La BCE vende l’euro digitale come uno strumento di sovranità, autonomia e resilienza europea. La formula è chiara: moneta pubblica, infrastruttura europea, meno dipendenza dall’esterno, più controllo su un nodo essenziale dei pagamenti. In sostanza, Francoforte lo presenta come la risposta a una debolezza abbastanza evidente: l’Europa usa l’euro, ma nei pagamenti digitali continua ad appoggiarsi troppo a circuiti e infrastrutture che controlla solo in parte. E dentro questo schema c’è anche un dato strutturale: più il denaro passa dentro un’infrastruttura pubblica digitale, più aumenta la capacità delle istituzioni di leggere, monitorare e regolare i flussi di spesa.
Cipollone la mette così: non sarebbe una guerra frontale a Visa e Mastercard, ma un servizio pubblico europeo di base che affianca i privati e protegge il mercato unico. È il modo più rassicurante possibile per vendere un progetto che, nella sostanza, serve a ridurre la dipendenza da operatori non europei. La BCE lo confeziona come modernizzazione necessaria e autonomia strategica. Ma il punto politico resta questo: una moneta digitale pubblica non amplia solo la sovranità europea verso l’esterno, rafforza anche la presenza del potere pubblico dentro l’infrastruttura stessa dei consumi.
Chi deve chiudere la legislazione entro fine anno? Non la BCE. Deve farlo il legislatore europeo: Parlamento europeo e Consiglio UE, sulla base della proposta presentata dalla Commissione europea nel 2023. Il Consiglio ha già adottato la sua posizione a dicembre 2025. Il problema è il Parlamento europeo, dove il dossier non è ancora chiuso e dove una parte degli eurodeputati continua a essere scettica. Quando entrambe le istituzioni avranno una posizione formale, si chiuderà il trilogo, cioè il negoziato finale tra Parlamento, Consiglio e Commissione per arrivare al testo definitivo.
Il cuore del progetto passerà attraverso un regolamento UE, non una direttiva. La differenza è semplice: la direttiva va recepita dagli Stati con leggi nazionali; il regolamento vale direttamente in tutti gli Stati membri appena viene approvato. Per questo la partita decisiva si chiude a Bruxelles, non a Roma.
Il governo italiano, intanto, non sta guidando il dossier: lo sta accompagnando. Nella Relazione programmatica 2026 inserisce l’euro digitale tra i dossier europei strategici e richiama la posizione del Consiglio UE del dicembre 2025. In Senato è in esame una risoluzione sulle infrastrutture europee di pagamento e sull’euro digitale, ma il seguito dell’esame è stato rinviato più volte, anche su richiesta del Governo. Sul piano tecnico, invece, Banca d’Italia si muove più della politica: ha riunito operatori e associazioni di settore e partecipa alla preparazione del progetto pilota per i prestatori di servizi di pagamento.
La sostanza è questa: la BCE corre, il Parlamento europeo tentenna, il Consiglio ha già fatto la sua parte e il governo italiano prende tempo. Il nodo non è più se l’euro digitale sia possibile, ma se la politica europea voglia davvero costruire un’infrastruttura pubblica dei pagamenti. E insieme deciderà anche quanta capacità di controllo sulla spesa quotidiana dei cittadini verrà incorporata nella nuova architettura monetaria europea.
Carmen Tortora
http://t.me/carmen_tortora1
Il punto non è tecnico. La BCE vende l’euro digitale come uno strumento di sovranità, autonomia e resilienza europea. La formula è chiara: moneta pubblica, infrastruttura europea, meno dipendenza dall’esterno, più controllo su un nodo essenziale dei pagamenti. In sostanza, Francoforte lo presenta come la risposta a una debolezza abbastanza evidente: l’Europa usa l’euro, ma nei pagamenti digitali continua ad appoggiarsi troppo a circuiti e infrastrutture che controlla solo in parte. E dentro questo schema c’è anche un dato strutturale: più il denaro passa dentro un’infrastruttura pubblica digitale, più aumenta la capacità delle istituzioni di leggere, monitorare e regolare i flussi di spesa.
Cipollone la mette così: non sarebbe una guerra frontale a Visa e Mastercard, ma un servizio pubblico europeo di base che affianca i privati e protegge il mercato unico. È il modo più rassicurante possibile per vendere un progetto che, nella sostanza, serve a ridurre la dipendenza da operatori non europei. La BCE lo confeziona come modernizzazione necessaria e autonomia strategica. Ma il punto politico resta questo: una moneta digitale pubblica non amplia solo la sovranità europea verso l’esterno, rafforza anche la presenza del potere pubblico dentro l’infrastruttura stessa dei consumi.
Chi deve chiudere la legislazione entro fine anno? Non la BCE. Deve farlo il legislatore europeo: Parlamento europeo e Consiglio UE, sulla base della proposta presentata dalla Commissione europea nel 2023. Il Consiglio ha già adottato la sua posizione a dicembre 2025. Il problema è il Parlamento europeo, dove il dossier non è ancora chiuso e dove una parte degli eurodeputati continua a essere scettica. Quando entrambe le istituzioni avranno una posizione formale, si chiuderà il trilogo, cioè il negoziato finale tra Parlamento, Consiglio e Commissione per arrivare al testo definitivo.
Il cuore del progetto passerà attraverso un regolamento UE, non una direttiva. La differenza è semplice: la direttiva va recepita dagli Stati con leggi nazionali; il regolamento vale direttamente in tutti gli Stati membri appena viene approvato. Per questo la partita decisiva si chiude a Bruxelles, non a Roma.
Il governo italiano, intanto, non sta guidando il dossier: lo sta accompagnando. Nella Relazione programmatica 2026 inserisce l’euro digitale tra i dossier europei strategici e richiama la posizione del Consiglio UE del dicembre 2025. In Senato è in esame una risoluzione sulle infrastrutture europee di pagamento e sull’euro digitale, ma il seguito dell’esame è stato rinviato più volte, anche su richiesta del Governo. Sul piano tecnico, invece, Banca d’Italia si muove più della politica: ha riunito operatori e associazioni di settore e partecipa alla preparazione del progetto pilota per i prestatori di servizi di pagamento.
La sostanza è questa: la BCE corre, il Parlamento europeo tentenna, il Consiglio ha già fatto la sua parte e il governo italiano prende tempo. Il nodo non è più se l’euro digitale sia possibile, ma se la politica europea voglia davvero costruire un’infrastruttura pubblica dei pagamenti. E insieme deciderà anche quanta capacità di controllo sulla spesa quotidiana dei cittadini verrà incorporata nella nuova architettura monetaria europea.
Carmen Tortora
http://t.me/carmen_tortora1
🤮14🔥5❤2
Le raffinerie continuano a bruciare, fermarsi o tagliare produzione. Nel 2025 il caso simbolo è stato Chevron El Segundo, in California: incendio nella unità legata al jet fuel, in una raffineria da circa 285.000 barili al giorno, decisiva per il carburante della California meridionale. Ma il 2025 non era un episodio isolato: era l’avviso. Nel 2026 la sequenza si intensifica e si allarga: Russia, Iraq, Messico, Australia, Stati Uniti. Non più singoli incidenti dispersi nel rumore industriale, ma una catena di incendi, stop produttivi e riduzioni proprio negli impianti che servono a trasformare il greggio in carburanti utilizzabili.
Il tempismo è troppo pulito per essere liquidato con una scrollata di spalle. Hormuz agita i mercati, diesel e jet fuel diventano il nervo scoperto della filiera, e intanto gli impianti che producono quei carburanti entrano in difficoltà. La IEA segnala tagli di raffinazione enormi tra Medio Oriente e Asia; Reuters indica ulteriori riduzioni asiatiche con rischi diretti su gasolio e carburante per aerei. Meno lavorazioni, meno distillati, più margini, più tensione sui prezzi. Il copione è sempre lo stesso: il mercato viene stretto dove fa più male.
Poi arriva Malacca, il passaggio che rende tutto più pesante. L’Indonesia ha fatto filtrare l’idea di un pedaggio sulle navi nello Stretto, poi ha smentito. Singapore, Malaysia, Indonesia e Thailandia hanno rassicurato: rotta aperta, niente tariffe. Ma il segnale è uscito. Da Malacca passa quasi un terzo del petrolio marittimo mondiale, più di Hormuz, ed è la gola energetica dell’Asia industriale. Per la Cina è una vulnerabilità strutturale: una quota enorme del greggio marittimo deve infilarsi in quel corridoio stretto, sorvegliato e politicamente sensibile.
Meno raffinerie disponibili, rotte più nervose, assicurazioni più care, noli più alti, prezzi più pesanti. Il barile non rincara da solo. Viene accompagnato, spinto, scortato fino al distributore. E quando gli incendi si intensificano nello stesso momento in cui gli stretti diventano strumenti di pressione, il sospetto non è fantasia: è semplice osservazione del calendario.
Versione integrale e approfondimenti su Substack | Carmen Tortora | http://t.me/carmen_tortora1
Il tempismo è troppo pulito per essere liquidato con una scrollata di spalle. Hormuz agita i mercati, diesel e jet fuel diventano il nervo scoperto della filiera, e intanto gli impianti che producono quei carburanti entrano in difficoltà. La IEA segnala tagli di raffinazione enormi tra Medio Oriente e Asia; Reuters indica ulteriori riduzioni asiatiche con rischi diretti su gasolio e carburante per aerei. Meno lavorazioni, meno distillati, più margini, più tensione sui prezzi. Il copione è sempre lo stesso: il mercato viene stretto dove fa più male.
Poi arriva Malacca, il passaggio che rende tutto più pesante. L’Indonesia ha fatto filtrare l’idea di un pedaggio sulle navi nello Stretto, poi ha smentito. Singapore, Malaysia, Indonesia e Thailandia hanno rassicurato: rotta aperta, niente tariffe. Ma il segnale è uscito. Da Malacca passa quasi un terzo del petrolio marittimo mondiale, più di Hormuz, ed è la gola energetica dell’Asia industriale. Per la Cina è una vulnerabilità strutturale: una quota enorme del greggio marittimo deve infilarsi in quel corridoio stretto, sorvegliato e politicamente sensibile.
Meno raffinerie disponibili, rotte più nervose, assicurazioni più care, noli più alti, prezzi più pesanti. Il barile non rincara da solo. Viene accompagnato, spinto, scortato fino al distributore. E quando gli incendi si intensificano nello stesso momento in cui gli stretti diventano strumenti di pressione, il sospetto non è fantasia: è semplice osservazione del calendario.
Versione integrale e approfondimenti su Substack | Carmen Tortora | http://t.me/carmen_tortora1
Substack
Raffinerie in fiamme, Malacca nel mirino: il petrolio rincara nei colli di bottiglia
Incendi, stop produttivi e rotte sotto pressione nello stesso momento in cui la paura energetica torna a fare prezzo.
👍13🥱4❤3
La Germania scopre ancora una volta che proclamare l’indipendenza energetica non basta a renderla reale. Dal 1° maggio la Russia fermerà il transito del petrolio kazako verso Schwedt attraverso il Druzhba, e improvvisamente torna visibile quello che Berlino ha provato a coprire con formule burocratiche, tutela amministrativa e ottimismo di circostanza: la dipendenza non era sparita, aveva solo cambiato etichetta.
Schwedt non è un impianto qualsiasi. È uno dei cardini della sicurezza materiale della capitale tedesca. Alimenta in larga misura Berlino e Brandeburgo, e basta questo per capire che non siamo davanti a una scaramuccia commerciale. Siamo davanti a un promemoria brutale: se il corridoio passa ancora da Mosca, Mosca conserva una leva. Berlino ha fatto molta politica simbolica, meno politica infrastrutturale. Il risultato è che tre anni dopo l’invasione russa dell’Ucraina si ritrova ancora a rincorrere soluzioni tampone via Rostock e Danzica.
Il dettaglio più imbarazzante è quasi grottesco: Rosneft conserva ancora il 54,17% legale di PCK, mentre lo Stato tedesco ne gestisce il controllo fiduciario. In pratica, la Russia resta proprietaria di maggioranza di un asset che può mettere sotto pressione interrompendone una parte delle forniture. Non è una contraddizione del Cremlino. È una contraddizione tedesca. Berlino ha congelato il problema invece di risolverlo. Ha preso tempo. E il tempo, come spesso accade in politica energetica, è diventato dipendenza.
Il punto non è che Schwedt si fermerà domani. Il governo tedesco dice che la sicurezza degli approvvigionamenti non è immediatamente compromessa, e probabilmente nel brevissimo periodo ha ragione. Il punto è peggiore: un paese industriale che si presenta come potenza europea continua a scoprire le proprie fragilità solo quando l’avversario gira una valvola, cambia una tabella logistica o invoca “motivi tecnici”. Non serve sabotare tutto. Basta toccare il punto giusto.
La lezione è semplice e poco lusinghiera. La Germania non ha smesso di dipendere dalla Russia quando ha smesso di comprare petrolio russo. Ha smesso solo di dirlo in modo diretto. Adesso paga il conto di quella finzione. E il conto, come sempre, arriva quando il mercato è già teso, i prezzi sono già alti e i margini logistici sono già stretti. Il vero problema non è lo shock. È scoprire che, dopo anni di discorsi sulla resilienza, bastava ancora Mosca per farti vedere quanto eri rimasto scoperto.
Carmen Tortora
http://t.me/carmen_tortora1
Schwedt non è un impianto qualsiasi. È uno dei cardini della sicurezza materiale della capitale tedesca. Alimenta in larga misura Berlino e Brandeburgo, e basta questo per capire che non siamo davanti a una scaramuccia commerciale. Siamo davanti a un promemoria brutale: se il corridoio passa ancora da Mosca, Mosca conserva una leva. Berlino ha fatto molta politica simbolica, meno politica infrastrutturale. Il risultato è che tre anni dopo l’invasione russa dell’Ucraina si ritrova ancora a rincorrere soluzioni tampone via Rostock e Danzica.
Il dettaglio più imbarazzante è quasi grottesco: Rosneft conserva ancora il 54,17% legale di PCK, mentre lo Stato tedesco ne gestisce il controllo fiduciario. In pratica, la Russia resta proprietaria di maggioranza di un asset che può mettere sotto pressione interrompendone una parte delle forniture. Non è una contraddizione del Cremlino. È una contraddizione tedesca. Berlino ha congelato il problema invece di risolverlo. Ha preso tempo. E il tempo, come spesso accade in politica energetica, è diventato dipendenza.
Il punto non è che Schwedt si fermerà domani. Il governo tedesco dice che la sicurezza degli approvvigionamenti non è immediatamente compromessa, e probabilmente nel brevissimo periodo ha ragione. Il punto è peggiore: un paese industriale che si presenta come potenza europea continua a scoprire le proprie fragilità solo quando l’avversario gira una valvola, cambia una tabella logistica o invoca “motivi tecnici”. Non serve sabotare tutto. Basta toccare il punto giusto.
La lezione è semplice e poco lusinghiera. La Germania non ha smesso di dipendere dalla Russia quando ha smesso di comprare petrolio russo. Ha smesso solo di dirlo in modo diretto. Adesso paga il conto di quella finzione. E il conto, come sempre, arriva quando il mercato è già teso, i prezzi sono già alti e i margini logistici sono già stretti. Il vero problema non è lo shock. È scoprire che, dopo anni di discorsi sulla resilienza, bastava ancora Mosca per farti vedere quanto eri rimasto scoperto.
Carmen Tortora
http://t.me/carmen_tortora1
👍14👏1🤷1
Le risorse finanziarie dell’Unione si stanno assottigliando e Bruxelles comincia a scoprirlo nel modo più imbarazzante: dopo pandemia, guerra e shock energetici, il margine di manovra si è quasi consumato, ma la macchina politica continua a comportarsi come se bastasse cambiare slogan per produrre denaro. Gli articoli più recenti del Financial Times non parlano in modo letterale di “cassa finita”, ma il quadro che descrivono va in quella direzione: nuova impennata dei prezzi energetici, terza crisi in sei anni, spazio fiscale molto più stretto, Commissione costretta a ragionare su misure d’emergenza e su come distribuire la scarsità senza far esplodere il bilancio.
Il punto è proprio questo. Bruxelles non può più permettersi di aprire i rubinetti come nelle crisi precedenti e infatti, secondo il Financial Times, ha cominciato a discutere misure che da sole spiegano il livello dell’affanno: telelavoro per ridurre i consumi, trasporto pubblico più economico, condivisione del carburante e perfino del jet fuel tra Paesi UE. Non è il linguaggio dell’abbondanza. È il lessico della penuria amministrata, rivestita come sempre di coordinamento europeo e responsabilità comune.
Poi però arriva il lato davvero notevole della faccenda. Mentre lascia filtrare che i margini fiscali sono quasi prosciugati e che l’energia rischia di trasformarsi in un’altra emergenza sistemica, l’Unione riesce ancora a farsi del male da sola trovando comunque i soldi per Kiev e aggiungendo un altro strato alla guerra economica contro Mosca. Il 23 aprile l’UE ha dato il via libera definitivo al prestito da 90 miliardi di euro per l’Ucraina per il 2026-2027 e al ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. António Costa ha celebrato il risultato come prova di un’Europa “ferma, unita e incrollabile”. Zelensky ha parlato di “giorno importante”. Ed è davvero importante: quando per l’energia interna si comincia a ragionare da economia razionata, trovare 90 miliardi per l’esterno significa che la gerarchia delle priorità è fin troppo chiara.
Il pacchetto per Kiev prevede 30 miliardi di sostegno macroeconomico e 60 miliardi per rafforzare la capacità industriale della difesa ucraina. Solo nel 2026 saranno resi disponibili 45 miliardi: 16,7 per il bilancio e 28,3 per l’industria della difesa. La modifica del bilancio pluriennale UE era rimasta bloccata dal veto ungherese, poi superato dopo la ripresa del flusso di petrolio attraverso il Druzhba. Appena è tornato il petrolio, è tornata anche l’unanimità morale.
Sul fronte sanzioni, il ventesimo pacchetto allarga ancora il perimetro: energia, finanza, commercio, industria della difesa, navi della flotta ombra, banche russe, banche di Paesi terzi, criptovalute, macchinari, metalli, ammoniaca, droni, dual use e propaganda. Le navi colpite salgono a 632. Le banche russe escluse arrivano a 70. Vengono colpiti anche porti, terminali, operatori crypto e triangolazioni in Paesi terzi come Kirghizistan, Laos, Azerbaigian, Cina, Emirati, Turchia e Thailandia. È il solito gigantismo sanzionatorio europeo: il pacchetto cresce, l’elenco si allunga, la narrativa si gonfia e il conto, come sempre, non si ferma ai comunicati.
La contraddizione non ha neppure più bisogno di essere spiegata troppo. Da una parte Bruxelles lascia capire che lo spazio fiscale è stretto, che i prezzi dell’energia rischiano di aprire un’altra falla e che bisogna prepararsi a condividere il carburante. Dall’altra continua a trovare miliardi per Kiev e ad aggiungere nuove sanzioni, cioè nuovi costi, nuove rigidità e nuovo attrito economico in un sistema che dice di avere sempre meno margini. Per cittadini, imprese ed energia si prepara la gestione della scarsità. Per il resto, i soldi saltano fuori ancora. È questa la parte meno credibile e più rivelatrice di tutta la storia.
Carmen Tortora
http://t.me/carmen_tortora1
Il punto è proprio questo. Bruxelles non può più permettersi di aprire i rubinetti come nelle crisi precedenti e infatti, secondo il Financial Times, ha cominciato a discutere misure che da sole spiegano il livello dell’affanno: telelavoro per ridurre i consumi, trasporto pubblico più economico, condivisione del carburante e perfino del jet fuel tra Paesi UE. Non è il linguaggio dell’abbondanza. È il lessico della penuria amministrata, rivestita come sempre di coordinamento europeo e responsabilità comune.
Poi però arriva il lato davvero notevole della faccenda. Mentre lascia filtrare che i margini fiscali sono quasi prosciugati e che l’energia rischia di trasformarsi in un’altra emergenza sistemica, l’Unione riesce ancora a farsi del male da sola trovando comunque i soldi per Kiev e aggiungendo un altro strato alla guerra economica contro Mosca. Il 23 aprile l’UE ha dato il via libera definitivo al prestito da 90 miliardi di euro per l’Ucraina per il 2026-2027 e al ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. António Costa ha celebrato il risultato come prova di un’Europa “ferma, unita e incrollabile”. Zelensky ha parlato di “giorno importante”. Ed è davvero importante: quando per l’energia interna si comincia a ragionare da economia razionata, trovare 90 miliardi per l’esterno significa che la gerarchia delle priorità è fin troppo chiara.
Il pacchetto per Kiev prevede 30 miliardi di sostegno macroeconomico e 60 miliardi per rafforzare la capacità industriale della difesa ucraina. Solo nel 2026 saranno resi disponibili 45 miliardi: 16,7 per il bilancio e 28,3 per l’industria della difesa. La modifica del bilancio pluriennale UE era rimasta bloccata dal veto ungherese, poi superato dopo la ripresa del flusso di petrolio attraverso il Druzhba. Appena è tornato il petrolio, è tornata anche l’unanimità morale.
Sul fronte sanzioni, il ventesimo pacchetto allarga ancora il perimetro: energia, finanza, commercio, industria della difesa, navi della flotta ombra, banche russe, banche di Paesi terzi, criptovalute, macchinari, metalli, ammoniaca, droni, dual use e propaganda. Le navi colpite salgono a 632. Le banche russe escluse arrivano a 70. Vengono colpiti anche porti, terminali, operatori crypto e triangolazioni in Paesi terzi come Kirghizistan, Laos, Azerbaigian, Cina, Emirati, Turchia e Thailandia. È il solito gigantismo sanzionatorio europeo: il pacchetto cresce, l’elenco si allunga, la narrativa si gonfia e il conto, come sempre, non si ferma ai comunicati.
La contraddizione non ha neppure più bisogno di essere spiegata troppo. Da una parte Bruxelles lascia capire che lo spazio fiscale è stretto, che i prezzi dell’energia rischiano di aprire un’altra falla e che bisogna prepararsi a condividere il carburante. Dall’altra continua a trovare miliardi per Kiev e ad aggiungere nuove sanzioni, cioè nuovi costi, nuove rigidità e nuovo attrito economico in un sistema che dice di avere sempre meno margini. Per cittadini, imprese ed energia si prepara la gestione della scarsità. Per il resto, i soldi saltano fuori ancora. È questa la parte meno credibile e più rivelatrice di tutta la storia.
Carmen Tortora
http://t.me/carmen_tortora1
🤡12❤6👍5😈2🥱1😐1
This media is not supported in your browser
VIEW IN TELEGRAM
Le Phi Phi Islands, nel Mare delle Andamane, erano per secoli isole legate alla pesca e alle rotte costiere locali, molto prima di diventare una meta turistica internazionale. La loro fama mondiale esplose soprattutto dopo il film The Beach del 2000, girato a Maya Bay, trasformando l’arcipelago in uno dei simboli tropicali più noti della Thailandia. Oggi restano un luogo di straordinaria bellezza, ma anche un esempio di quanto il turismo di massa possa mettere sotto pressione un ecosistema fragile.
Buongiorno e buon sabato a tutti!
Carmen Tortora
http://t.me/carmen_tortora1
👍5❤3🙏2🤩1
Italia e Belgio contestano la Commissione sulla crisi energetica, António Costa ribadisce la linea ufficiale: accelerare la transizione, più fonti pulite interne, più coordinamento, più integrazione. Cambiano i toni, non la rotta. Il dissenso inizia quando si arriva alla parte poco poetica: il conto.
Meloni dice una cosa vera e molto meno eroica di quanto sembri: lo spazio fiscale non è uguale per tutti. Se Bruxelles apre agli aiuti di Stato e alla flessibilità nazionale, i Paesi con bilanci solidi si blindano, gli altri si arrangiano. Non è un incidente. È il solito mercato interno europeo: teoricamente comune, praticamente gerarchico. Il Belgio lo dice da un altro lato: ETS corretto troppo poco, extraprofitti lasciati sostanzialmente intatti, redistribuzione del peso fatta male. Costa, come ogni buon custode della linea, ripete che la risposta è una sola: più velocità, più pulito, meno fossile. Il costo, come sempre, verrà chiarito dopo. O meglio: verrà scaricato dopo.
Solo che qui il costo è la sostanza. 750-800 miliardi di euro l’anno. Non bruscolini, non una nota tecnica, non un’aggiustatina di sistema. Una massa enorme di capitale da tirare fuori per reti, energia, industria, competitività, decarbonizzazione. A quel punto la domanda è una sola: chi paga? E siccome i soldi pubblici non bastano, parte il repertorio già visto: capitale privato da “mobilitare”, debito da ampliare, garanzie pubbliche, fondi speciali, oneri, tariffe, incentivi. Il linguaggio elegante parla di investimenti da sbloccare. Quello onesto direbbe: bisogna rastrellare soldi ovunque, senza spiegare troppo chiaramente chi verrà alleggerito e chi invece spennato.
I conservatori provano a marcare una differenza con la formula della neutralità tecnologica, che in mezzo al lessico europeo sembra quasi una parola seria. Il senso è semplice: non decidere per editto che debba vincere una sola tecnologia gradita a Bruxelles, ma lasciare aperte più strade. Quindi non solo rinnovabili ed elettrificazione, ma anche nucleare, accumuli, efficienza, cattura della CO2, combustibili alternativi. Critica sensata, perché l’ortodossia europea ha effettivamente trasformato elettrificazione e Green Deal in una specie di linea obbligata. Il problema è che questa critica resta a metà. Perché non rompe la logica di fondo: crisi, accelerazione, strumenti straordinari, concentrazione crescente delle decisioni.
Conservatori, moderati, sovranisti passano il tempo a raccontarsi come mondi alternativi, poi arriva l’emergenza e finiscono tutti dentro la stessa grammatica: prestiti europei, strumenti comuni, eccezioni fiscali, coordinamento dall’alto, nuove regole condivise, altro spazio sottratto agli Stati. I liberali la chiamano integrazione. I moderati responsabilità. I conservatori pragmatismo o neutralità tecnologica. I sovranisti difesa dell’interesse nazionale. Il risultato resta identico: più centralizzazione, meno autonomia reale.
La differenza tra queste famiglie politiche non sparisce del tutto, ma si restringe proprio dove dovrebbe contare di più. Non sulla propaganda, ma sulla disponibilità concreta ad accettare che l’emergenza diventi il metodo ordinario di governo. Non si discute più se cedere sovranità. Si discute solo come cederla, con quale slogan e con quale contropartita. Italia e Belgio non stanno demolendo la linea di Bruxelles. Stanno solo avvertendo che questa linea è costosa, squilibrata e costruita in modo da scaricare il peso dove la tenuta è più fragile. Costa difende la rotta. Meloni protesta perché favorisce chi ha più margine fiscale. Il Belgio chiede correzioni su ETS ed extraprofitti. I conservatori chiedono meno dogma e più opzioni. Tutti, però, restano dentro la stessa struttura: l’emergenza giustifica l’accelerazione, l’accelerazione giustifica nuovi strumenti comuni, e i nuovi strumenti comuni restringono ancora un po’ il margine degli Stati.
Alla fine la differenza tra una corrente politica e l’altra resta spesso più estetica che sostanziale. Cambia il vocabolario. La traiettoria molto meno
Carmen Tortora
http://t.me/carmen_tortora1
Meloni dice una cosa vera e molto meno eroica di quanto sembri: lo spazio fiscale non è uguale per tutti. Se Bruxelles apre agli aiuti di Stato e alla flessibilità nazionale, i Paesi con bilanci solidi si blindano, gli altri si arrangiano. Non è un incidente. È il solito mercato interno europeo: teoricamente comune, praticamente gerarchico. Il Belgio lo dice da un altro lato: ETS corretto troppo poco, extraprofitti lasciati sostanzialmente intatti, redistribuzione del peso fatta male. Costa, come ogni buon custode della linea, ripete che la risposta è una sola: più velocità, più pulito, meno fossile. Il costo, come sempre, verrà chiarito dopo. O meglio: verrà scaricato dopo.
Solo che qui il costo è la sostanza. 750-800 miliardi di euro l’anno. Non bruscolini, non una nota tecnica, non un’aggiustatina di sistema. Una massa enorme di capitale da tirare fuori per reti, energia, industria, competitività, decarbonizzazione. A quel punto la domanda è una sola: chi paga? E siccome i soldi pubblici non bastano, parte il repertorio già visto: capitale privato da “mobilitare”, debito da ampliare, garanzie pubbliche, fondi speciali, oneri, tariffe, incentivi. Il linguaggio elegante parla di investimenti da sbloccare. Quello onesto direbbe: bisogna rastrellare soldi ovunque, senza spiegare troppo chiaramente chi verrà alleggerito e chi invece spennato.
I conservatori provano a marcare una differenza con la formula della neutralità tecnologica, che in mezzo al lessico europeo sembra quasi una parola seria. Il senso è semplice: non decidere per editto che debba vincere una sola tecnologia gradita a Bruxelles, ma lasciare aperte più strade. Quindi non solo rinnovabili ed elettrificazione, ma anche nucleare, accumuli, efficienza, cattura della CO2, combustibili alternativi. Critica sensata, perché l’ortodossia europea ha effettivamente trasformato elettrificazione e Green Deal in una specie di linea obbligata. Il problema è che questa critica resta a metà. Perché non rompe la logica di fondo: crisi, accelerazione, strumenti straordinari, concentrazione crescente delle decisioni.
Conservatori, moderati, sovranisti passano il tempo a raccontarsi come mondi alternativi, poi arriva l’emergenza e finiscono tutti dentro la stessa grammatica: prestiti europei, strumenti comuni, eccezioni fiscali, coordinamento dall’alto, nuove regole condivise, altro spazio sottratto agli Stati. I liberali la chiamano integrazione. I moderati responsabilità. I conservatori pragmatismo o neutralità tecnologica. I sovranisti difesa dell’interesse nazionale. Il risultato resta identico: più centralizzazione, meno autonomia reale.
La differenza tra queste famiglie politiche non sparisce del tutto, ma si restringe proprio dove dovrebbe contare di più. Non sulla propaganda, ma sulla disponibilità concreta ad accettare che l’emergenza diventi il metodo ordinario di governo. Non si discute più se cedere sovranità. Si discute solo come cederla, con quale slogan e con quale contropartita. Italia e Belgio non stanno demolendo la linea di Bruxelles. Stanno solo avvertendo che questa linea è costosa, squilibrata e costruita in modo da scaricare il peso dove la tenuta è più fragile. Costa difende la rotta. Meloni protesta perché favorisce chi ha più margine fiscale. Il Belgio chiede correzioni su ETS ed extraprofitti. I conservatori chiedono meno dogma e più opzioni. Tutti, però, restano dentro la stessa struttura: l’emergenza giustifica l’accelerazione, l’accelerazione giustifica nuovi strumenti comuni, e i nuovi strumenti comuni restringono ancora un po’ il margine degli Stati.
Alla fine la differenza tra una corrente politica e l’altra resta spesso più estetica che sostanziale. Cambia il vocabolario. La traiettoria molto meno
Carmen Tortora
http://t.me/carmen_tortora1
❤12😐8👍2
La nuova fascinazione mediatica per la Cina non è un atto d’amore per Pechino. È un’operazione molto più utile: trasformare la Cina in un rivale necessario e gli Stati Uniti in un centro sempre più logorato, isterico e meno credibile. Il mainstream la vende come potenza forte, ordinata, avanzata e inevitabile. I media cosiddetti alternativi completano il lavoro trasformandola in compensazione emotiva contro l’Occidente. In mezzo sparisce quasi sempre la Cina reale: un paese potentissimo sul piano industriale e tecnologico, ma zavorrato da crisi immobiliare, domanda interna debole, disoccupazione giovanile, squilibri strutturali e declino demografico. Dentro questa operazione rientra anche la riabilitazione del modello tecnocratico: la Cina viene ripresentata come laboratorio di efficienza, dati, infrastrutture intelligenti e governo verticale, mentre paesi come il Vietnam mostrano quanto quel modello continui a fare scuola. Il punto non è che la Cina sia diventata “buona”. Il punto è che il pubblico viene gradualmente abituato a considerarla uno dei pilastri obbligati del nuovo ordine mondiale, mentre l’America perde aura, prestigio e perfino parte della sua vecchia mitologia strategica.
Versione integrale e approfondimenti su Substack | Carmen Tortora | http://t.me/carmen_tortora1
Versione integrale e approfondimenti su Substack | Carmen Tortora | http://t.me/carmen_tortora1
Substack
La Cina venduta come futuro, l’America venduta come rottame
Come si costruisce un rivale necessario
👍8👏3🤡2❤1
L’automazione e l’IA stanno già riscrivendo il lavoro da cima a fondo. I report aggiornati di ILO, UNCTAD, WEF, OCSE, Eurofound, ONU, Commissione europea e Ministero del Lavoro convergono su un punto: il lavoro sarà più segmentato, più controllato e meno protetto se i guadagni di produttività non verranno redistribuiti.
L’ILO scrive che un lavoratore su quattro nel mondo è esposto in qualche misura alla GenAI e che molti posti saranno trasformati più che eliminati. Che non è una buona notizia travestita male: significa compiti spezzati, standardizzati, misurati e quindi più facili da controllare o sostituire. L’UNCTAD avverte che l’IA potrebbe incidere sul 40% dell’occupazione globale e che nelle economie avanzate circa un terzo dei posti è vulnerabile all’automazione. Il WEF prova a rassicurare con il suo saldo netto positivo tra posti creati e spiazzati entro il 2030, ma ammette comunque che il 39% delle competenze chiave cambierà. Il problema, quindi, non è solo quanti lavori restano. È quali lavori restano, con quale paga e con quale potere contrattuale.
L’OCSE mette il dito nella parte che molti fingono di non vedere: nel 2025 i salari reali crescevano in 33 dei 37 paesi osservati, ma in 18 erano ancora sotto i livelli del 2021. Ancora peggio, i salari medi crescevano meno della già debole produttività. La tecnologia può alzare l’efficienza senza alzare davvero i salari. Il guadagno si sposta verso capitale, margini e controllo. L’orario non va meglio: Eurofound dice che robotica e automazione possono ridurre fatica fisica e monotonia, ma aumentano anche intensità del lavoro, sorveglianza e dipendenza dai ritmi della macchina. Quindi la settimana corta non esce da sola dalla tecnologia. Senza conflitto e redistribuzione, esce più spesso una settimana uguale con più pressione dentro.
E infatti, appena si guarda oltre salari e orari, riemerge il punto che viene sempre lasciato in fondo perché rovina la festa: le tasse mancanti. Ed è anche il punto in cui il discorso diventa più grottesco, perché tutti celebrano la produttività e poi fanno finta di non vedere dove si buca il gettito. I dati più recenti della Commissione europea mostrano che nel 2024 l’UE-27 ha raccolto 7,1 trilioni di euro di tasse, ma soprattutto che il 51,5% del gettito totale continua a venire dal lavoro, contro il 26,8% dai consumi e appena il 21,6% dal capitale. Gli Stati continuano a vivere soprattutto di tasse e contributi legati al lavoro proprio mentre automazione, software e capitale puntano a prendersi una fetta crescente del valore.
La Commissione europea, nell’Annual Report on Taxation 2025, parla apertamente di un tax mix future-proof, di tax gaps e di una tassazione più equa anche per i grandi patrimoni. Il VAT Gap Report 2025 aggiunge un dettaglio che dettaglio non è propriamente in dettaglio: nel 2023 il buco IVA nell’UE è stato stimato in 128 miliardi di euro, pari al 9,5% della base teorica. L’IMF, nel Fiscal Monitor di aprile 2026, ricorda che questa discussione arriva mentre molti paesi hanno già debito alto e rischi crescenti. Quindi il problema non è solo che l’automazione può comprimere salari e organici. Il problema è che può farlo dentro sistemi fiscali che restano troppo agganciati al lavoro e troppo lenti a rincorrere il valore dove ormai si concentra.
Alla fine il punto è semplice, e anche piuttosto sgradevole per chi continua a vendere entusiasmo in saldo. Se i guadagni di produttività non vengono redistribuiti in salari, tempo, tutele e nuove basi fiscali, l’automazione non porterà liberazione. Porterà più concentrazione di reddito, più potere per chi controlla i sistemi, più intensità del lavoro, più licenziamenti selettivi e meno tenuta sociale. La tecnologia non decide da sola il futuro del lavoro. Lo decidono le regole. E finora le regole stanno premiando soprattutto chi incassa per primo.
Versione integrale e approfondimenti su Substack | Carmen Tortora | http://t.me/carmen_tortora1
L’ILO scrive che un lavoratore su quattro nel mondo è esposto in qualche misura alla GenAI e che molti posti saranno trasformati più che eliminati. Che non è una buona notizia travestita male: significa compiti spezzati, standardizzati, misurati e quindi più facili da controllare o sostituire. L’UNCTAD avverte che l’IA potrebbe incidere sul 40% dell’occupazione globale e che nelle economie avanzate circa un terzo dei posti è vulnerabile all’automazione. Il WEF prova a rassicurare con il suo saldo netto positivo tra posti creati e spiazzati entro il 2030, ma ammette comunque che il 39% delle competenze chiave cambierà. Il problema, quindi, non è solo quanti lavori restano. È quali lavori restano, con quale paga e con quale potere contrattuale.
L’OCSE mette il dito nella parte che molti fingono di non vedere: nel 2025 i salari reali crescevano in 33 dei 37 paesi osservati, ma in 18 erano ancora sotto i livelli del 2021. Ancora peggio, i salari medi crescevano meno della già debole produttività. La tecnologia può alzare l’efficienza senza alzare davvero i salari. Il guadagno si sposta verso capitale, margini e controllo. L’orario non va meglio: Eurofound dice che robotica e automazione possono ridurre fatica fisica e monotonia, ma aumentano anche intensità del lavoro, sorveglianza e dipendenza dai ritmi della macchina. Quindi la settimana corta non esce da sola dalla tecnologia. Senza conflitto e redistribuzione, esce più spesso una settimana uguale con più pressione dentro.
E infatti, appena si guarda oltre salari e orari, riemerge il punto che viene sempre lasciato in fondo perché rovina la festa: le tasse mancanti. Ed è anche il punto in cui il discorso diventa più grottesco, perché tutti celebrano la produttività e poi fanno finta di non vedere dove si buca il gettito. I dati più recenti della Commissione europea mostrano che nel 2024 l’UE-27 ha raccolto 7,1 trilioni di euro di tasse, ma soprattutto che il 51,5% del gettito totale continua a venire dal lavoro, contro il 26,8% dai consumi e appena il 21,6% dal capitale. Gli Stati continuano a vivere soprattutto di tasse e contributi legati al lavoro proprio mentre automazione, software e capitale puntano a prendersi una fetta crescente del valore.
La Commissione europea, nell’Annual Report on Taxation 2025, parla apertamente di un tax mix future-proof, di tax gaps e di una tassazione più equa anche per i grandi patrimoni. Il VAT Gap Report 2025 aggiunge un dettaglio che dettaglio non è propriamente in dettaglio: nel 2023 il buco IVA nell’UE è stato stimato in 128 miliardi di euro, pari al 9,5% della base teorica. L’IMF, nel Fiscal Monitor di aprile 2026, ricorda che questa discussione arriva mentre molti paesi hanno già debito alto e rischi crescenti. Quindi il problema non è solo che l’automazione può comprimere salari e organici. Il problema è che può farlo dentro sistemi fiscali che restano troppo agganciati al lavoro e troppo lenti a rincorrere il valore dove ormai si concentra.
Alla fine il punto è semplice, e anche piuttosto sgradevole per chi continua a vendere entusiasmo in saldo. Se i guadagni di produttività non vengono redistribuiti in salari, tempo, tutele e nuove basi fiscali, l’automazione non porterà liberazione. Porterà più concentrazione di reddito, più potere per chi controlla i sistemi, più intensità del lavoro, più licenziamenti selettivi e meno tenuta sociale. La tecnologia non decide da sola il futuro del lavoro. Lo decidono le regole. E finora le regole stanno premiando soprattutto chi incassa per primo.
Versione integrale e approfondimenti su Substack | Carmen Tortora | http://t.me/carmen_tortora1
Telegram
Carmen Tortora
Qui non si rincorre il fatto del giorno: si analizzano le dinamiche strutturali tra geopolitica, energia, UE e finanza per capire dove si sposta davvero l’equilibrio globale.
❤8👍6👾4
This media is not supported in your browser
VIEW IN TELEGRAM
Il Rio Celeste, nel Parco Nazionale del Vulcano Tenorio in Costa Rica, è famoso per le sue acque di un azzurro intenso e per la sua spettacolare cascata blu. Questo fenomeno naturale lo ha reso uno dei luoghi più iconici e suggestivi del Paese.
Buongiorno e buona domenica a tutti!
Carmen Tortora
http://t.me/carmen_tortora1
❤11🙏1
Il multilateralismo non sta più chiedendo il permesso. Sta cambiando pelle.
Tra il 2022 e il 2027 l’ONU ha avviato, pezzo dopo pezzo, una nuova architettura economica globale: risoluzioni sulla cooperazione fiscale, Patto per il Futuro, Convenzione fiscale ONU, Sevilla Commitment, Borrowers’ Platform di UNCTAD. Tutto presentato come tecnica, cooperazione, riequilibrio, inclusione. Il solito vocabolario morbido per accompagnare un trasferimento duro di potere.
La sequenza è chiara: prima si crea la cornice morale, poi il comitato tecnico, poi il mandato negoziale, poi i protocolli, poi i registri, poi le piattaforme permanenti. Nessuno annuncia il governo mondiale. Sarebbe volgare. Si preferisce montarlo in silenzio, un documento alla volta, una crisi alla volta, una “soluzione inevitabile” alla volta.
La Convenzione fiscale ONU sposta il cuore del norm-setting dall’OCSE e dal G20 verso l’Assemblea Generale, dove il Sud globale pesa di più. Il Sevilla Commitment prepara l’infrastruttura del debito: registro globale, clausole di pausa, riforma delle ristrutturazioni, misure anti-holdout, supporto ai piccoli Stati insulari e un processo intergovernativo ONU. La Borrowers’ Platform dà ai Paesi debitori una struttura comune contro il vecchio potere dei club dei creditori.
Sembra riequilibrio. Può esserlo. Ma può anche diventare il solito gioco delle élite: cambiare il tavolo, cambiare i nomi, cambiare il centro di gravità, lasciando intatta la logica del comando.
La domanda vera è questa: chi controllerà le nuove regole? Perché una fiscalità globale, un registro globale del debito e meccanismi internazionali di risoluzione delle controversie non sono dettagli tecnici. Sono pezzi di sovranità.
Chiamarlo multilateralismo è comodo. Chiamarlo federalismo globale è più preciso. Non esiste ancora un governo mondiale compiuto, ma i suoi strumenti economici, fiscali e debitori vengono già assemblati. Senza elezioni globali. Senza controllo democratico diretto. Con il sorriso burocratico di chi dice che non c’è alternativa.
La prima forma di resistenza resta capire il meccanismo prima che diventi irreversibile.
Versione integrale e approfondimenti su Substack | Carmen Tortora | http://t.me/carmen_tortora1
Tra il 2022 e il 2027 l’ONU ha avviato, pezzo dopo pezzo, una nuova architettura economica globale: risoluzioni sulla cooperazione fiscale, Patto per il Futuro, Convenzione fiscale ONU, Sevilla Commitment, Borrowers’ Platform di UNCTAD. Tutto presentato come tecnica, cooperazione, riequilibrio, inclusione. Il solito vocabolario morbido per accompagnare un trasferimento duro di potere.
La sequenza è chiara: prima si crea la cornice morale, poi il comitato tecnico, poi il mandato negoziale, poi i protocolli, poi i registri, poi le piattaforme permanenti. Nessuno annuncia il governo mondiale. Sarebbe volgare. Si preferisce montarlo in silenzio, un documento alla volta, una crisi alla volta, una “soluzione inevitabile” alla volta.
La Convenzione fiscale ONU sposta il cuore del norm-setting dall’OCSE e dal G20 verso l’Assemblea Generale, dove il Sud globale pesa di più. Il Sevilla Commitment prepara l’infrastruttura del debito: registro globale, clausole di pausa, riforma delle ristrutturazioni, misure anti-holdout, supporto ai piccoli Stati insulari e un processo intergovernativo ONU. La Borrowers’ Platform dà ai Paesi debitori una struttura comune contro il vecchio potere dei club dei creditori.
Sembra riequilibrio. Può esserlo. Ma può anche diventare il solito gioco delle élite: cambiare il tavolo, cambiare i nomi, cambiare il centro di gravità, lasciando intatta la logica del comando.
La domanda vera è questa: chi controllerà le nuove regole? Perché una fiscalità globale, un registro globale del debito e meccanismi internazionali di risoluzione delle controversie non sono dettagli tecnici. Sono pezzi di sovranità.
Chiamarlo multilateralismo è comodo. Chiamarlo federalismo globale è più preciso. Non esiste ancora un governo mondiale compiuto, ma i suoi strumenti economici, fiscali e debitori vengono già assemblati. Senza elezioni globali. Senza controllo democratico diretto. Con il sorriso burocratico di chi dice che non c’è alternativa.
La prima forma di resistenza resta capire il meccanismo prima che diventi irreversibile.
Versione integrale e approfondimenti su Substack | Carmen Tortora | http://t.me/carmen_tortora1
Substack
Il federalismo che non osa dire il suo nome
Il multilateralismo come nome elegante del governo globale in costruzione
❤11👏4👍2🦄1
Le auto elettriche stanno accelerando in Europa perché il petrolio è tornato a fare il suo mestiere: diventare caro, instabile e geopolitico. A marzo 2026 le immatricolazioni di veicoli elettrici a batteria nei principali mercati europei sono salite di oltre il 50%, mentre la benzina è tornata a pesare come una tassa quotidiana imposta dalla crisi in Medio Oriente. Il punto non è una conversione improvvisa degli europei all’ecologia. Il punto è molto più concreto: quando il pieno diventa più costoso e più incerto, una parte del mercato comincia a cercare una via d’uscita.
Questo però non significa che il consumatore stia “scegliendo liberamente” l’elettrico in un mercato puro e trasparente. Dentro il boom convivono più fattori: caro-carburanti, incentivi pubblici, pressione normativa europea, ampliamento dell’offerta e maggiore convenienza relativa di alcuni modelli. La guerra e la tensione sulle rotte energetiche hanno semplicemente reso più visibile una fragilità che era già lì: la dipendenza europea dal petrolio importato. Quando quella dipendenza torna a mordere, l’auto elettrica smette di sembrare solo un prodotto politico e comincia a sembrare uno strumento di autodifesa economica.
La parte meno raccontata è che questa corsa non risolve automaticamente i problemi europei: li sposta. Meno esposizione alla benzina significa più pressione su reti elettriche, infrastrutture di ricarica, filiere industriali e batterie. E qui entra il nodo che Bruxelles prova spesso ad aggirare con il lessico: una parte rilevante del valore industriale dell’auto elettrica non resta in Europa. Anche quando il marchio sembra europeo, componenti, celle e pezzi cruciali della catena del valore dipendono ancora troppo dall’Asia, soprattutto dalla Cina. Quindi la transizione non elimina la dipendenza: la trasferisce. La domanda seria non è se l’elettrico stia crescendo. Sta crescendo davvero. La domanda seria è se l’Europa stia costruendo abbastanza in fretta la propria sovranità industriale per non ritrovarsi a passare da una dipendenza petrolifera a una dipendenza manifatturiera.
La morale è semplice e poco elegante: la transizione accelera quando il fossile punisce. Non quando viene spiegata bene, non quando viene impacchettata con slogan rassicuranti, non quando viene venduta come destino morale. Accelera quando la realtà diventa più scomoda del racconto. Il boom delle auto elettriche in Europa non è il trionfo della virtù. È il segnale che il costo materiale della dipendenza energetica è tornato abbastanza alto da cambiare comportamento a una parte crescente del mercato.
Carmen Tortora
http://t.me/carmen_tortora1
Questo però non significa che il consumatore stia “scegliendo liberamente” l’elettrico in un mercato puro e trasparente. Dentro il boom convivono più fattori: caro-carburanti, incentivi pubblici, pressione normativa europea, ampliamento dell’offerta e maggiore convenienza relativa di alcuni modelli. La guerra e la tensione sulle rotte energetiche hanno semplicemente reso più visibile una fragilità che era già lì: la dipendenza europea dal petrolio importato. Quando quella dipendenza torna a mordere, l’auto elettrica smette di sembrare solo un prodotto politico e comincia a sembrare uno strumento di autodifesa economica.
La parte meno raccontata è che questa corsa non risolve automaticamente i problemi europei: li sposta. Meno esposizione alla benzina significa più pressione su reti elettriche, infrastrutture di ricarica, filiere industriali e batterie. E qui entra il nodo che Bruxelles prova spesso ad aggirare con il lessico: una parte rilevante del valore industriale dell’auto elettrica non resta in Europa. Anche quando il marchio sembra europeo, componenti, celle e pezzi cruciali della catena del valore dipendono ancora troppo dall’Asia, soprattutto dalla Cina. Quindi la transizione non elimina la dipendenza: la trasferisce. La domanda seria non è se l’elettrico stia crescendo. Sta crescendo davvero. La domanda seria è se l’Europa stia costruendo abbastanza in fretta la propria sovranità industriale per non ritrovarsi a passare da una dipendenza petrolifera a una dipendenza manifatturiera.
La morale è semplice e poco elegante: la transizione accelera quando il fossile punisce. Non quando viene spiegata bene, non quando viene impacchettata con slogan rassicuranti, non quando viene venduta come destino morale. Accelera quando la realtà diventa più scomoda del racconto. Il boom delle auto elettriche in Europa non è il trionfo della virtù. È il segnale che il costo materiale della dipendenza energetica è tornato abbastanza alto da cambiare comportamento a una parte crescente del mercato.
Carmen Tortora
http://t.me/carmen_tortora1
👏16🤡3👍2❤1🥱1😐1
Spari al gala dei corrispondenti della Casa Bianca: Trump, più Superman di Superman, viene portato via dal Secret Service mentre nella sala esplode il panico. Prima un boato, poi diversi colpi nella lobby dell’Hilton di Washington, dove si stava svolgendo la cena annuale dei corrispondenti, appuntamento simbolico della politica americana e della libertà di stampa. Una serata costruita per celebrare il rapporto tra potere e informazione si trasforma in pochi secondi in una scena da stato d’assedio: Trump evacuato, J.D. Vance portato via in direzione opposta secondo il protocollo di emergenza, agenti armati in azione, giornalisti nascosti sotto i tavoli e dietro le colonne. Nel salone c’erano circa 2.600 persone, insieme ai principali membri dell’amministrazione, dall’Attorney General Todd Blanche al capo dell’Fbi Kash Patel.
Il sospettato, identificato come Cole Tomas Allen, 31 anni, californiano, sarebbe arrivato armato fino ai denti: un fucile a canna liscia, una pistola e alcuni coltelli, secondo quanto riferito dalla procuratrice Jeanine Pirro. L’uomo è stato colpito e fermato da un agente, mentre un altro agente del Secret Service è rimasto ferito ma si è salvato grazie al giubbotto antiproiettile. Allen avrebbe ammesso di voler colpire funzionari dell’amministrazione, senza indicare esplicitamente Trump come obiettivo. Comparirà davanti al tribunale federale con due capi d’accusa: uso di arma da fuoco durante un crimine violento e aggressione a un agente federale con arma pericolosa. Resta però la domanda più pesante: come sia potuto entrare armato in un evento con il presidente, il vicepresidente e mezzo governo americano presenti.
Trump rientra alla Casa Bianca e si presenta subito davanti ai giornalisti, ancora in smoking: calmo, controllato, perfettamente dentro la parte. Parla di “lupo solitario”, dice che l’uomo “voleva uccidere”, ringrazia il Secret Service, ringrazia Melania per “coraggio e pazienza” e chiede agli americani di risolvere le differenze pacificamente. Il precedente del 2024 in Pennsylvania torna inevitabilmente sullo sfondo, insieme al riferimento all’omicidio di Charlie Kirk. Anche la presenza della vedova Erica al gala accentua il peso simbolico della serata: non solo cronaca, ma nuova puntata della violenza politica americana trasformata in teatro permanente.
La condanna internazionale è unanime: Meloni, Macron, Starmer, von der Leyen, Kallas, Sanchez, Netanyahu e altri parlano di violenza politica inaccettabile. Ma il dato politico è un altro: Trump esce dalla scena non come vittima fragile, ma come personaggio ancora più mitologico. Il presidente portato via dagli agenti, il ritorno in smoking davanti alle telecamere, il tono insolitamente calmo, la promessa di riorganizzare la serata entro un mese: tutto alimenta l’immagine dell’uomo assediato, sopravvissuto, protetto dal destino e dal dispositivo di sicurezza.
Dopo l’Iran e i sondaggi al minimo, questo episodio può ridargli ossigeno: non perché risolva i problemi, ma perché riattiva il suo copione più potente. Trump non deve sembrare equilibrato. Deve sembrare indistruttibile. E quando una scena arriva così perfetta, nel momento politicamente più utile, il sospetto resta lì: non dimostra nulla, ma costringe almeno a chiedersi chi guadagni davvero da un’America tenuta in stato di assedio permanente.
Carmen Tortora
http://t.me/carmen_tortora1
Il sospettato, identificato come Cole Tomas Allen, 31 anni, californiano, sarebbe arrivato armato fino ai denti: un fucile a canna liscia, una pistola e alcuni coltelli, secondo quanto riferito dalla procuratrice Jeanine Pirro. L’uomo è stato colpito e fermato da un agente, mentre un altro agente del Secret Service è rimasto ferito ma si è salvato grazie al giubbotto antiproiettile. Allen avrebbe ammesso di voler colpire funzionari dell’amministrazione, senza indicare esplicitamente Trump come obiettivo. Comparirà davanti al tribunale federale con due capi d’accusa: uso di arma da fuoco durante un crimine violento e aggressione a un agente federale con arma pericolosa. Resta però la domanda più pesante: come sia potuto entrare armato in un evento con il presidente, il vicepresidente e mezzo governo americano presenti.
Trump rientra alla Casa Bianca e si presenta subito davanti ai giornalisti, ancora in smoking: calmo, controllato, perfettamente dentro la parte. Parla di “lupo solitario”, dice che l’uomo “voleva uccidere”, ringrazia il Secret Service, ringrazia Melania per “coraggio e pazienza” e chiede agli americani di risolvere le differenze pacificamente. Il precedente del 2024 in Pennsylvania torna inevitabilmente sullo sfondo, insieme al riferimento all’omicidio di Charlie Kirk. Anche la presenza della vedova Erica al gala accentua il peso simbolico della serata: non solo cronaca, ma nuova puntata della violenza politica americana trasformata in teatro permanente.
La condanna internazionale è unanime: Meloni, Macron, Starmer, von der Leyen, Kallas, Sanchez, Netanyahu e altri parlano di violenza politica inaccettabile. Ma il dato politico è un altro: Trump esce dalla scena non come vittima fragile, ma come personaggio ancora più mitologico. Il presidente portato via dagli agenti, il ritorno in smoking davanti alle telecamere, il tono insolitamente calmo, la promessa di riorganizzare la serata entro un mese: tutto alimenta l’immagine dell’uomo assediato, sopravvissuto, protetto dal destino e dal dispositivo di sicurezza.
Dopo l’Iran e i sondaggi al minimo, questo episodio può ridargli ossigeno: non perché risolva i problemi, ma perché riattiva il suo copione più potente. Trump non deve sembrare equilibrato. Deve sembrare indistruttibile. E quando una scena arriva così perfetta, nel momento politicamente più utile, il sospetto resta lì: non dimostra nulla, ma costringe almeno a chiedersi chi guadagni davvero da un’America tenuta in stato di assedio permanente.
Carmen Tortora
http://t.me/carmen_tortora1
👍12❤5🦄5👏3🤔3🤡2🍌1