Sante Pollastri è, insieme a Costante Girardengo, protagonista della famosa canzone di Luigi Grechi e poi De Gregori "Il bandito e il campione”. Canzone che peraltro secondo molte ricostruzioni storiche enfatizza il reale rapporto che ebbero i due abitanti di Novi Ligure.
Oggi, non fosse per il brano, sarebbe quasi dimenticato, ma negli anni Venti Sante Pollastri avrebbe infiammato le cronache dei giornali se il regime non avesse imposto più di una censura sulle sue gesta. Sante, figura in bilico tra mito e realtà, secondo racconti popolari divenne bandito per vendicare l’onta subita dalla sorella, stuprata da un carabiniere, e per sfamare la famiglia poverissima. Una carriera cominciata insomma per onore e per fame, ma continuata per ben altre motivazioni. Pollastri, infatti, fu tutto salvo che un comune delinquente. Rapinatore sì, ma soprattutto disertore, nemico giurato delle forze dell'ordine, anarchico sui generis, restitutore di maltolti, progettatore di attentati alla vita del Duce e bandito di caratura internazionale, visto che operò anche fuori dai confini nazionali.
Per il fascismo divenne una vera e propria spina nel fianco, tanto da essere definito il nemico pubblico numero uno. Più volte gli uomini del regime arrivarono a un soffio dalla preda, ma Sante sembrava imprendibile, così scaltro da farsi credere morto, salvo poi ricomparire Oltralpe e riprendere la sua attività a mani basse. Attività fatta di rapine e di restituzioni: perché Pollastri cedeva buona parte dei suoi bottini ai poveri e alla causa anarchica, guadagnandosi nel mondo degli illegalisti una fama non da poco.
La sua carriera finisce a Parigi il 10 agosto del 1927. Estradato in Italia, è condannato all’ergastolo per gli omicidi, almeno sette, dei tutori della legge che gli davano la caccia. Verrà graziato dopo trentadue anni dal Presidente della Repubblica Gronchi.
Morirà ottantenne nella sua Novi Ligure.
Gran parte della vita e delle imprese, criminali e non, di Sante Pollastri restano avvolte nella nebbia grazie alla pervicace opera del fascismo che ne cancellò le gesta, evidentemente troppo scomode per chi propagandava ordine e disciplina.
Nonostante ciò, o forse soprattutto per questo, divenne simbolo di una rivolta anti-autoritaria in un periodo storico nel quale le dittature si affermavano con sempre maggior frequenza.
Insomma le cronache ufficiali hanno cercato di rimuoverlo senza successo dalla storia, facendo diventare la sua vita una piccola grande leggenda.
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La storia di Sante è una delle 250 raccontate nel primo Cronache Ribelli.
Lo trovate qui.
Oggi, non fosse per il brano, sarebbe quasi dimenticato, ma negli anni Venti Sante Pollastri avrebbe infiammato le cronache dei giornali se il regime non avesse imposto più di una censura sulle sue gesta. Sante, figura in bilico tra mito e realtà, secondo racconti popolari divenne bandito per vendicare l’onta subita dalla sorella, stuprata da un carabiniere, e per sfamare la famiglia poverissima. Una carriera cominciata insomma per onore e per fame, ma continuata per ben altre motivazioni. Pollastri, infatti, fu tutto salvo che un comune delinquente. Rapinatore sì, ma soprattutto disertore, nemico giurato delle forze dell'ordine, anarchico sui generis, restitutore di maltolti, progettatore di attentati alla vita del Duce e bandito di caratura internazionale, visto che operò anche fuori dai confini nazionali.
Per il fascismo divenne una vera e propria spina nel fianco, tanto da essere definito il nemico pubblico numero uno. Più volte gli uomini del regime arrivarono a un soffio dalla preda, ma Sante sembrava imprendibile, così scaltro da farsi credere morto, salvo poi ricomparire Oltralpe e riprendere la sua attività a mani basse. Attività fatta di rapine e di restituzioni: perché Pollastri cedeva buona parte dei suoi bottini ai poveri e alla causa anarchica, guadagnandosi nel mondo degli illegalisti una fama non da poco.
La sua carriera finisce a Parigi il 10 agosto del 1927. Estradato in Italia, è condannato all’ergastolo per gli omicidi, almeno sette, dei tutori della legge che gli davano la caccia. Verrà graziato dopo trentadue anni dal Presidente della Repubblica Gronchi.
Morirà ottantenne nella sua Novi Ligure.
Gran parte della vita e delle imprese, criminali e non, di Sante Pollastri restano avvolte nella nebbia grazie alla pervicace opera del fascismo che ne cancellò le gesta, evidentemente troppo scomode per chi propagandava ordine e disciplina.
Nonostante ciò, o forse soprattutto per questo, divenne simbolo di una rivolta anti-autoritaria in un periodo storico nel quale le dittature si affermavano con sempre maggior frequenza.
Insomma le cronache ufficiali hanno cercato di rimuoverlo senza successo dalla storia, facendo diventare la sua vita una piccola grande leggenda.
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La storia di Sante è una delle 250 raccontate nel primo Cronache Ribelli.
Lo trovate qui.
Cronache Ribelli
A ormai oltre sette anni dalla sua pubblicazione, Cronache Ribelli continua ad essere un piccolo miracolo editoriale: è giunto infatti alla sua quinta edizione, con oltre 8.000 copie vendute senza passare dalla grande distribuzione. Questo libro è disponibile…
🔥7❤3
Giovanna Lombardi, nastro rosso al braccio, aveva appena quattordici anni quando guidò in sciopero per le vie di Milano le “piscinine”. Probabilmente era una delle più “vecchie”, ci si permetta il termine, tra le giovanissime apprendiste sarte e modiste che il 23 giugno 1902 si mobilitarono per ottenere migliori condizioni di lavoro.
Già a sei anni molte bambine in un’Italia in cui il lavoro minorile era prassi si affacciavano al mondo del tessile con diverse mansioni. Una delle più abituali nel capoluogo lombardo era quella di portare a mano i vestiti su misura già confezionati nei quartieri della città.
Le paghe giornaliere bassissime e lo scatolone contenente i capi da consegnare poteva essere pesantissimo. Questo lavoro si aggiungeva ad altri già realizzati all’interno dei laboratori di sartoria o addirittura nelle case private dei datori di lavoro. Insomma, un apprendistato totalmente irregolare, dove mancavano i diritti più elementari.
Per cambiare questa situazione 250 bambine e ragazzine, tra i sei e i quattordici anni, cominciarono la loro lotta partendo alle sette di mattina da Piazza Camposanto e passando davanti agli stabilimenti tessili, urlando slogan contro il padronato e invitando le colleghe allo sciopero.
Nei giorni seguenti il numero delle scioperanti crebbe rapidamente e fu creato un memoriale di rivendicazioni da spedire a tutte le aziende del settore. I punti salienti erano l’aumento della paga, una limitazione dell’orario di lavoro, il pagamento di festivi e straordinari, un limite al peso dello scatolone da trasportare in rapporto all’età delle lavoratrici.
Supportate da alcune sindacaliste della Camera del Lavoro e dall’Unione femminile nazionale, le piscinine decisero che non sarebbero tornate al lavoro senza aver ottenuto le proprie richieste. Dopo una settimana di sciopero le principali aziende del settore capitolarono.
Le piscinine divennero così un esempio per molte altre categorie di lavoratori. Se infatti delle bambine si erano unite, avevano condiviso una lotta e l’avevano anche vinta, cosa avrebbero potuto e dovuto fare gli adulti? A lungo nei comizi dei lavoratori si parlerà di questa storia. Di quelle bambine che avevano piegato i padroni dell’abbigliamento.
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Raccontiamo questa storia nel nostro libro per bambine/i “C’era una rivolta”, lo trovate qui.
Già a sei anni molte bambine in un’Italia in cui il lavoro minorile era prassi si affacciavano al mondo del tessile con diverse mansioni. Una delle più abituali nel capoluogo lombardo era quella di portare a mano i vestiti su misura già confezionati nei quartieri della città.
Le paghe giornaliere bassissime e lo scatolone contenente i capi da consegnare poteva essere pesantissimo. Questo lavoro si aggiungeva ad altri già realizzati all’interno dei laboratori di sartoria o addirittura nelle case private dei datori di lavoro. Insomma, un apprendistato totalmente irregolare, dove mancavano i diritti più elementari.
Per cambiare questa situazione 250 bambine e ragazzine, tra i sei e i quattordici anni, cominciarono la loro lotta partendo alle sette di mattina da Piazza Camposanto e passando davanti agli stabilimenti tessili, urlando slogan contro il padronato e invitando le colleghe allo sciopero.
Nei giorni seguenti il numero delle scioperanti crebbe rapidamente e fu creato un memoriale di rivendicazioni da spedire a tutte le aziende del settore. I punti salienti erano l’aumento della paga, una limitazione dell’orario di lavoro, il pagamento di festivi e straordinari, un limite al peso dello scatolone da trasportare in rapporto all’età delle lavoratrici.
Supportate da alcune sindacaliste della Camera del Lavoro e dall’Unione femminile nazionale, le piscinine decisero che non sarebbero tornate al lavoro senza aver ottenuto le proprie richieste. Dopo una settimana di sciopero le principali aziende del settore capitolarono.
Le piscinine divennero così un esempio per molte altre categorie di lavoratori. Se infatti delle bambine si erano unite, avevano condiviso una lotta e l’avevano anche vinta, cosa avrebbero potuto e dovuto fare gli adulti? A lungo nei comizi dei lavoratori si parlerà di questa storia. Di quelle bambine che avevano piegato i padroni dell’abbigliamento.
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Raccontiamo questa storia nel nostro libro per bambine/i “C’era una rivolta”, lo trovate qui.
Cronache Ribelli
C'era una (ri)volta - Quaranta storie da leggere e colorare
Abbiamo deciso di pubblicare questo libro perché pensiamo che la narrazione storica debba essere rivolta a chiunque, specialmente ai più piccoli, che attraverso le emozioni suscitate dai racconti sulle vicende di determinati personaggi possono sviluppare spirito…
❤16
"Noventa di Padova, 3 novembre 1917 ore 16.30 circa. Il generale Andrea Graziani di passaggio vede sfilare una colonna di artiglieri da montagna. Un soldato, certo Ruffini di Castelfidardo, lo saluta tenendo la pipa in bocca. Il generale lo redarguisce e riscaldandosi inveisce e lo bastona. Il soldato non si muove. Molte donne e parecchi borghesi sono presenti. Un borghese interviene e osserva al generale che quello non è il modo di trattare i nostri soldati. Il generale, infuriato, risponde: “Dei soldati io faccio quello che mi piace” e per provarlo fa buttare contro un muricciuolo il Ruffini e lo fa fucilare immediatamente tra le urla delle povere donne inorridite. Poi ordina al T. colonnello Folezzani (del 280 artiglieria campale) di farlo sotterrare: “È un uomo morto d’asfissia” – e, salito sull’automobile, riparte. Il T. colonnello non ha voluto nel rapporto [porre] la causa della morte. Tutti gli ufficiali del 280 artiglieria campale possono testimoniare il fatto."
La triste vicenda di Alessandro Ruffini viene così raccontata dal giornale socialista “L’Avanti!” il 28 luglio 1919. Il generale Andrea Graziani, lungi dal fornire alcuna giustificazione all’evento nei giorni seguenti rincara la dose dalle pagine de “Il Resto del Carlino” e dello stesso quotidiano del PSI. Egli infatti sostiene che mentre era in piedi sull’automobile, ad osservare la sfilata delle sue truppe udì dei soldati “ pronunciare ripetutamente – rivolti ad un compagno – le parole: ‘levati il sigaro, levati il sigaro.” Andrea Graziani rivolse allora lo sguardo a Ruffini e convinto di scorgere sul suo volto un sorriso beffardo non ci pensò due volte a farlo fucilare.
“Valutai tutta la gravità di quella sfida verso un generale […], valutai la necessità, secondo la mia coscienza, di dare subito un esempio terribile atto a persuadere tutti i duecentomila sbandati che da quel momento vi era una forza superiore alla loro anarchia […] Legato il soldato dai carabinieri della scorta, lo ho fatto immediatamente fucilare contro il muro della casa vicina; tutto ciò si è svolto nel tempo di quattro o cinque minuti.”
Graziani infine negò di aver fatto occultare l’accaduto e dichiarò solennemente che tutto ciò è avvenuto “per il bene della Patria in pericolo”.
Così moriva Alessandro Ruffini, 23 anni, crivellato dai colpi dei carabinieri su un muro di Noventa.
La sua colpa aver tenuto un sigaro o una pipa in bocca e forse, forse, aver fatto un sorriso di troppo.
Affrontiamo il tema della Grande Guerra anche nel nostro libro "Diario di un disertore", lo trovate qui.
La triste vicenda di Alessandro Ruffini viene così raccontata dal giornale socialista “L’Avanti!” il 28 luglio 1919. Il generale Andrea Graziani, lungi dal fornire alcuna giustificazione all’evento nei giorni seguenti rincara la dose dalle pagine de “Il Resto del Carlino” e dello stesso quotidiano del PSI. Egli infatti sostiene che mentre era in piedi sull’automobile, ad osservare la sfilata delle sue truppe udì dei soldati “ pronunciare ripetutamente – rivolti ad un compagno – le parole: ‘levati il sigaro, levati il sigaro.” Andrea Graziani rivolse allora lo sguardo a Ruffini e convinto di scorgere sul suo volto un sorriso beffardo non ci pensò due volte a farlo fucilare.
“Valutai tutta la gravità di quella sfida verso un generale […], valutai la necessità, secondo la mia coscienza, di dare subito un esempio terribile atto a persuadere tutti i duecentomila sbandati che da quel momento vi era una forza superiore alla loro anarchia […] Legato il soldato dai carabinieri della scorta, lo ho fatto immediatamente fucilare contro il muro della casa vicina; tutto ciò si è svolto nel tempo di quattro o cinque minuti.”
Graziani infine negò di aver fatto occultare l’accaduto e dichiarò solennemente che tutto ciò è avvenuto “per il bene della Patria in pericolo”.
Così moriva Alessandro Ruffini, 23 anni, crivellato dai colpi dei carabinieri su un muro di Noventa.
La sua colpa aver tenuto un sigaro o una pipa in bocca e forse, forse, aver fatto un sorriso di troppo.
Affrontiamo il tema della Grande Guerra anche nel nostro libro "Diario di un disertore", lo trovate qui.
Cronache Ribelli
Bruno Misèfari - Diario di un disertore
"In chiesa, nella scuola, nella famiglia, nel foro, dappertutto si è ripetuto che uccidere, incendiare, distruggere, rapinare è delittuoso; dovunque si sono eretti patiboli, galere e codici di moralità contro i delinquenti. Ora, ecco che a noi si ordina di…
🤬10❤3
Il 3 novembre 1957 l'Unione Sovietica lanciò lo Sputnik 2. A bordo c'era Laika, una cagnolina randagia raccolta per le strade di Mosca. Sarebbe diventata il primo essere vivente a orbitare intorno alla Terra.
Non avrebbe mai fatto ritorno.
La sua storia si svolse nel pieno della Guerra fredda. Il 4 ottobre 1957, con lo Sputnik 1, l'URSS aveva già conquistato il primato del primo satellite artificiale in orbita. Il lancio successivo doveva dimostrare che era possibile portare un organismo vivente nello spazio e raccogliere dati utili in vista delle future missioni umane. Laika, il cui nome deriva da una parola russa legata all'abbaiare, si chiamava in realtà Kudrjavka, cioè «ricciolina». Era una meticcia di piccola taglia. Fu selezionata insieme ad altri cani randagi. La preparazione fu durissima. I cani venivano rinchiusi in spazi progressivamente più piccoli, sottoposti a rumori intensi e addestrati a tollerare le condizioni previste durante il volo.
La missione venne preparata in fretta: il satellite doveva essere lanciato in occasione dell’anniversario della Rivoluzione d'Ottobre. Non c'era il tempo per sviluppare un sistema di rientro sicuro. la cagnolina morì poche ore dopo il lancio, a causa del surriscaldamento della capsula e dello stress subito.
Nel tempo, la morte di Laika e quella di tanti altri animali sacrificati alla ricerca sono state avvolte da una retorica celebrativa. Ma non sono simboli di progresso: sono testimonianze della violenza inflitta a esseri innocenti, trasformati loro malgrado in strumenti della competizione politica e scientifica.
Sessantanove anni dopo la sua morte, la storia di Laika dovrebbe ricordarci che la grandezza di una conquista non si misura soltanto da quanto lontano riusciamo ad arrivare, ma anche da chi sacrifichiamo per raggiungerla. E che nessuno sarà mai veramente libero finché non lo saremo tutti.
-
“Laika e i cani venuti dallo spazio” è una favola per bambine/i nella quale Laika sopravvive al viaggio nello spazio e insieme a nuovi amici extraterrestri torna sulla terra per salvare un’umanità senza futuro. Lo trovate qui.
Non avrebbe mai fatto ritorno.
La sua storia si svolse nel pieno della Guerra fredda. Il 4 ottobre 1957, con lo Sputnik 1, l'URSS aveva già conquistato il primato del primo satellite artificiale in orbita. Il lancio successivo doveva dimostrare che era possibile portare un organismo vivente nello spazio e raccogliere dati utili in vista delle future missioni umane. Laika, il cui nome deriva da una parola russa legata all'abbaiare, si chiamava in realtà Kudrjavka, cioè «ricciolina». Era una meticcia di piccola taglia. Fu selezionata insieme ad altri cani randagi. La preparazione fu durissima. I cani venivano rinchiusi in spazi progressivamente più piccoli, sottoposti a rumori intensi e addestrati a tollerare le condizioni previste durante il volo.
La missione venne preparata in fretta: il satellite doveva essere lanciato in occasione dell’anniversario della Rivoluzione d'Ottobre. Non c'era il tempo per sviluppare un sistema di rientro sicuro. la cagnolina morì poche ore dopo il lancio, a causa del surriscaldamento della capsula e dello stress subito.
Nel tempo, la morte di Laika e quella di tanti altri animali sacrificati alla ricerca sono state avvolte da una retorica celebrativa. Ma non sono simboli di progresso: sono testimonianze della violenza inflitta a esseri innocenti, trasformati loro malgrado in strumenti della competizione politica e scientifica.
Sessantanove anni dopo la sua morte, la storia di Laika dovrebbe ricordarci che la grandezza di una conquista non si misura soltanto da quanto lontano riusciamo ad arrivare, ma anche da chi sacrifichiamo per raggiungerla. E che nessuno sarà mai veramente libero finché non lo saremo tutti.
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“Laika e i cani venuti dallo spazio” è una favola per bambine/i nella quale Laika sopravvive al viaggio nello spazio e insieme a nuovi amici extraterrestri torna sulla terra per salvare un’umanità senza futuro. Lo trovate qui.
Cronache Ribelli
Laika e i cani venuti dallo spazio
Testi di Francesco Velardi e illustrazioni di Francesca Mantuano. Età consigliata: 3+ Tutti conoscono la storia di Laika, la cagnetta mandata nello spazio. Ma se le cose fossero andate diversamente? In questa favola, mentre la Terra si allontana diventando…
😢13❤4
Ci sono molti eventi storici su cui si è da tempo innestata una narrazione falsa, tossica, profondamente pericolosa. E a volte questa narrazione è così ampia da investire un evento di portata tanto grande che sembrerebbe impossibile rendere plausibile un’opera così profondamente mistificatoria. Invece questo è quello che accade ormai da tempo intorno alla Grande Guerra. La propaganda nazionalista e istituzionale continua a volerci far credere che milioni di italiani, mossi da un pervicace sentimento patriottico, si sarebbero precipitati a combattere sulle trincee poste a difesa (o meglio offesa) dei sacri confini.
Le reali cifre rendono bene l’idea non solo di cosa sia stata la guerra per gli italiani, ma anche la straordinaria vastità dei gesti di ribellione che i civili e i soldati del nostro Paese hanno messo in campo per opporsi o sfuggire all’inutile strage.
Le cifre finali della guerra: 700.000 morti, 1 milione di feriti, di cui circa la metà invalidi permanenti, 40 miliardi di lire di allora spesi per il conflitto, ovvero la stragrande maggioranza della spesa pubblica (oltre il 70%). In un esercito composto per la metà da contadini (2,5 milioni di uomini delle campagne a cui vanno aggiunti operai, piccoli artigiani e minatori, studenti...) ci furono 400.000 soldati processati per insubordinazione e autolesionismo, 100.000 invece i processi per renitenza alla leva (senza contare le decine e decine di migliaia a carico degli emigrati). Ancora di più furono le denunce degli ufficiali verso i sottoposti, quasi 900.000. Tra i processati circa 170.000 vennero condannati, 16.000 all’ergastolo, e 750 almeno alla fucilazione (difficile stabilire quanti soldati vennero fucilati sul posto durante i combattimenti o le fughe). Seicentomila soldati italiani vennero fatti prigionieri e, anche grazie al comportamento del governo italiano che li trattò da codardi e impedì sostanzialmente l’invio di pacchi viveri tramite la Croce Rossa, 100.000 morirono durante la prigionia. Durante il periodo di comando del gen. Cadorna morivano circa 11.00 persone al giorno.
Intanto, nel fronte interno, centinaia di migliaia di italiani, di cui nessuno vuole ricordarsi, scendevano per le strade e per le piazze (le fonti parlano di centinaia di manifestazioni tra il 1914 e il 1917) per protestare contro l’ingresso in guerra dell’Italia. Contro di loro si scatenò la dura repressione di polizia e carabinieri.
Insomma già queste poche cifre ci raccontano una storia diversa da quella edulcorata e imbellettata che oggi sentiremo nei telegiornali, nelle piazze, nei comunicati di chi ancora a 100 anni di distanza vuole lucrare sulla pelle di nostri soldati mandati “a stendere le proprie carcasse sui reticolati nemici”.
-
A proposito di disertori e oppositori del conflitto: il primo volume della collana Pane e Rose è "Diario di un disertore", di Bruno Misèfari. Info qui.
Le reali cifre rendono bene l’idea non solo di cosa sia stata la guerra per gli italiani, ma anche la straordinaria vastità dei gesti di ribellione che i civili e i soldati del nostro Paese hanno messo in campo per opporsi o sfuggire all’inutile strage.
Le cifre finali della guerra: 700.000 morti, 1 milione di feriti, di cui circa la metà invalidi permanenti, 40 miliardi di lire di allora spesi per il conflitto, ovvero la stragrande maggioranza della spesa pubblica (oltre il 70%). In un esercito composto per la metà da contadini (2,5 milioni di uomini delle campagne a cui vanno aggiunti operai, piccoli artigiani e minatori, studenti...) ci furono 400.000 soldati processati per insubordinazione e autolesionismo, 100.000 invece i processi per renitenza alla leva (senza contare le decine e decine di migliaia a carico degli emigrati). Ancora di più furono le denunce degli ufficiali verso i sottoposti, quasi 900.000. Tra i processati circa 170.000 vennero condannati, 16.000 all’ergastolo, e 750 almeno alla fucilazione (difficile stabilire quanti soldati vennero fucilati sul posto durante i combattimenti o le fughe). Seicentomila soldati italiani vennero fatti prigionieri e, anche grazie al comportamento del governo italiano che li trattò da codardi e impedì sostanzialmente l’invio di pacchi viveri tramite la Croce Rossa, 100.000 morirono durante la prigionia. Durante il periodo di comando del gen. Cadorna morivano circa 11.00 persone al giorno.
Intanto, nel fronte interno, centinaia di migliaia di italiani, di cui nessuno vuole ricordarsi, scendevano per le strade e per le piazze (le fonti parlano di centinaia di manifestazioni tra il 1914 e il 1917) per protestare contro l’ingresso in guerra dell’Italia. Contro di loro si scatenò la dura repressione di polizia e carabinieri.
Insomma già queste poche cifre ci raccontano una storia diversa da quella edulcorata e imbellettata che oggi sentiremo nei telegiornali, nelle piazze, nei comunicati di chi ancora a 100 anni di distanza vuole lucrare sulla pelle di nostri soldati mandati “a stendere le proprie carcasse sui reticolati nemici”.
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A proposito di disertori e oppositori del conflitto: il primo volume della collana Pane e Rose è "Diario di un disertore", di Bruno Misèfari. Info qui.
Cronache Ribelli
Bruno Misèfari - Diario di un disertore
"In chiesa, nella scuola, nella famiglia, nel foro, dappertutto si è ripetuto che uccidere, incendiare, distruggere, rapinare è delittuoso; dovunque si sono eretti patiboli, galere e codici di moralità contro i delinquenti. Ora, ecco che a noi si ordina di…
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Tito Zaniboni era nato nel 1883 a Monzambano, in provincia di Mantova. Dopo un breve periodo negli Stati Uniti tornò in Italia e svolse il servizio di leva negli Alpini, dove divenne ufficiale di complemento. Nel 1914 aderì al Partito Socialista, e allo scoppio della Grande guerra espresse posizioni anti-interventiste. Come molti altri, però, cambiò prospettiva e si arruolò nell'8º Reggimento Alpini. Pluridecorato e congedato col grado di colonnello, nel dopoguerra simpatizzò per i legionari di D’Annunzio a Fiume e collaborò brevemente anche col Popolo d’Italia di Mussolini. Tornò in breve tempo su posizioni riformiste e venne eletto deputato nelle liste del PSI. Pur essendo tra i sostenitori del famigerato patto di pacificazione tra fascisti e socialisti nel 1921, Zaniboni cambià totalmente prospettiva dopo il rapimento e l’omicidio di Giacomo Matteotti. Aveva infatti aderito al Partito Socialista Unitario fondato da Matteotti, e si era speso notevolmente nel cercarne il cadavere: aveva persino scoperchiato diverse tombe nel cimitero del Verano per trovarlo.
La vicenda portò Zaniboni a diventare un accanito antifascista e a progettare di uccidere Mussolini.
Il piano fu preparato nei dettagli per il 4 novembre 1925, occasione in cui il duce avrebbe dovuto affacciarsi dal balcone di Palazzo Chigi a Roma per una celebrazione pubblica. Zaniboni prese in affitto una stanza all’Hotel Dragoni, situato proprio di fronte al palazzo, con l’intenzione di colpire il bersaglio con un fucile di precisione. Tuttavia non riuscì mai a mettere in atto i suoi propositi perché fu tradito da un delatore.
Nella stessa giornata fu arrestato anche il generale Luigi Capello, considerato dal regime complice nel tentato attentato.
Il processo si svolse nel 1927 e Zaniboni che dopo un'iniziale reticenza, rivendicò l’azione e fu condannato per alto tradimento.
Zaniboni rimase in carcere fino alla caduta del fascismo nel luglio del 1943.
—
Zaniboni è uno dei personaggi del nostro gioco da tavolo “Attento al Dvce!”, lo trovate qui.
La vicenda portò Zaniboni a diventare un accanito antifascista e a progettare di uccidere Mussolini.
Il piano fu preparato nei dettagli per il 4 novembre 1925, occasione in cui il duce avrebbe dovuto affacciarsi dal balcone di Palazzo Chigi a Roma per una celebrazione pubblica. Zaniboni prese in affitto una stanza all’Hotel Dragoni, situato proprio di fronte al palazzo, con l’intenzione di colpire il bersaglio con un fucile di precisione. Tuttavia non riuscì mai a mettere in atto i suoi propositi perché fu tradito da un delatore.
Nella stessa giornata fu arrestato anche il generale Luigi Capello, considerato dal regime complice nel tentato attentato.
Il processo si svolse nel 1927 e Zaniboni che dopo un'iniziale reticenza, rivendicò l’azione e fu condannato per alto tradimento.
Zaniboni rimase in carcere fino alla caduta del fascismo nel luglio del 1943.
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Zaniboni è uno dei personaggi del nostro gioco da tavolo “Attento al Dvce!”, lo trovate qui.
Cronache Ribelli
Attento al duce! - gioco da tavolo
Cogli l’attimo, ammazza il dvce e libera l’Italia! Un gioco da 3 a 6 giocatrici Durata da 10 a 30 minuti Hanno tentato di distruggere l’ingiustizia provando a cancellare il suo vertice, attentando alla vita del dvce. E così, a dispetto di quel che voleva…
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Il 5 novembre 2001, a 49 anni, Barry Horne morì in ospedale dopo aver rifiutato cibo e bevande per 15 giorni.
Nato a Northampton il 17 marzo 1952, Horne aveva lavorato come netturbino. Si avvicinò al movimento animalista intorno ai 35 anni. Si impegnò nelle attività di Northampton Animal Concern, partecipando a iniziative contro la sperimentazione animale e il commercio di pellicce.
Tra le campagne a cui prese parte ci fu quella per liberare Rocky, un delfino tenuto in cattività nel delfinario Marineland di Morecambe. Nel 1991 Rocky venne trasferito in una riserva marina nei Caraibi e successivamente fu avvistato nuotare in mare aperto.
Ma questa fu una delle poche vittorie ottenute. I fallimenti portarono Horne a scelte molto più radicali.
Nel 1994, sull'isola di Wight, diversi esercizi commerciali furono interessati da incendi. I bersagli erano associabili allo sfruttamento animale, alla vendita di pellicce e all’industria che faceva test sugli animali.
Nel luglio 1996 Horne, dopo essere stato a lungo controllato dalla polizia, venne arrestato a Bristol. Nel dicembre 1997 fu condannato a 18 anni di carcere per vari reati connessi alle azioni incendiarie. Horne si assunse la responsabilità solo di una parte delle accuse che gli venivano rivolte. In sede processuale venne comunque sancito che non aveva mai voluto colpire vite umane, ma soltanto beni immobili e merci.
Dal carcere, Horne spostò la propria battaglia sul terreno dello sciopero della fame. In particolare chiedeva che il Partito Laburista mantenesse le sue promesse su una commissione d'inchiesta sulla sperimentazione animale. Nel dicembre 1998 portò avanti uno sciopero della fame di 68 giorni. Le sue condizioni di salute peggiorarono gravemente e fu ricoverato in ospedale. Non avendo ottenuto l’avvio della commissione, Horne intraprese altri scioperi e il 21 ottobre 2001 iniziò a rifiutare sia il cibo sia le bevande. Trasferito dal carcere di massima sicurezza di Long Lartin all'ospedale di Worcester, morì il 5 novembre per insufficienza epatica. Aveva 49 anni.
Scopri "Zanne", la nostra collana antispecista, nel nome di una lotta che coinvolge anche le soggettività non umane. https://cronacheribelli.it/collections/zanne-libri-antispecisti
Nato a Northampton il 17 marzo 1952, Horne aveva lavorato come netturbino. Si avvicinò al movimento animalista intorno ai 35 anni. Si impegnò nelle attività di Northampton Animal Concern, partecipando a iniziative contro la sperimentazione animale e il commercio di pellicce.
Tra le campagne a cui prese parte ci fu quella per liberare Rocky, un delfino tenuto in cattività nel delfinario Marineland di Morecambe. Nel 1991 Rocky venne trasferito in una riserva marina nei Caraibi e successivamente fu avvistato nuotare in mare aperto.
Ma questa fu una delle poche vittorie ottenute. I fallimenti portarono Horne a scelte molto più radicali.
Nel 1994, sull'isola di Wight, diversi esercizi commerciali furono interessati da incendi. I bersagli erano associabili allo sfruttamento animale, alla vendita di pellicce e all’industria che faceva test sugli animali.
Nel luglio 1996 Horne, dopo essere stato a lungo controllato dalla polizia, venne arrestato a Bristol. Nel dicembre 1997 fu condannato a 18 anni di carcere per vari reati connessi alle azioni incendiarie. Horne si assunse la responsabilità solo di una parte delle accuse che gli venivano rivolte. In sede processuale venne comunque sancito che non aveva mai voluto colpire vite umane, ma soltanto beni immobili e merci.
Dal carcere, Horne spostò la propria battaglia sul terreno dello sciopero della fame. In particolare chiedeva che il Partito Laburista mantenesse le sue promesse su una commissione d'inchiesta sulla sperimentazione animale. Nel dicembre 1998 portò avanti uno sciopero della fame di 68 giorni. Le sue condizioni di salute peggiorarono gravemente e fu ricoverato in ospedale. Non avendo ottenuto l’avvio della commissione, Horne intraprese altri scioperi e il 21 ottobre 2001 iniziò a rifiutare sia il cibo sia le bevande. Trasferito dal carcere di massima sicurezza di Long Lartin all'ospedale di Worcester, morì il 5 novembre per insufficienza epatica. Aveva 49 anni.
Scopri "Zanne", la nostra collana antispecista, nel nome di una lotta che coinvolge anche le soggettività non umane. https://cronacheribelli.it/collections/zanne-libri-antispecisti
Cronache Ribelli
Zanne - libri antispecisti
Nel 2024 esce Zanne, una raccolta di racconti a tema liberazione animale. "Zanne" diventa il nome della nostra collana antispecista, nel nome di una lotta che coinvolga anche le soggettività non umane.
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Questa storia comincia a Carrara, città di anarchici.
Belgrado Pedrini, nato il 5 maggio 1913, orfano di madre e figlio di uno scultore viaggiatore, non è ancora diciottenne quando inizia a leggere Bakunin, Kropotkin e Malatesta.
Convinto antifascista nel momento in cui il regime gode di maggiore consenso, entra ed esce dalle patrie galere dato che, insieme ad altri compagni della città, non si tira indietro quando bisogna reagire ai soprusi delle camicie nere.
Nel novembre del 1942 Belgrado gira di notte per Carrara ad appendere manifesti che invitano alla ribellione. Una sera viene intercettato da uomini del regime e insieme ad altri due compagni spara per sfuggire alla cattura.
Ormai braccati dall’OVRA, la polizia politica fascista, i tre fuggono prima a Genova e poi a La Spezia. Qui, in una camera d’albergo, vengono circondati da forze ingenti, ci sono perfino uomini della Gestapo. Quando si accorgono della situazione gli antifascisti aprono il fuoco e la battaglia dura una notte intera.
Belgrado e i suoi compagni sono arrestati la mattina seguente, solo perché non hanno più munizioni per le proprie armi. Feriti (hanno nove colpi di pistola addosso), vengono portati nel carcere locale.
Da lì Belgrado gira diverse prigioni. Si trova a Carrara, in un reparto di massima sicurezza dal quale può uscire solo dentro una bara, quando nel giugno del 1944 alcuni partigiani della formazione Elio riescono a liberarlo. Si unisce alla brigata e combatte con ardore fino alla Liberazione.
Dopo la guerra Belgrado partecipa alla ricostruzione della Federazione anarchica italiana e si batte attivamente affinché i criminali fascisti vengano giudicati per i crimini che hanno commesso. Ma, incredibilmente, al contrario di numerosi fascisti che vengono amnistiati, è proprio lui a finire sotto la scure della giustizia.
Nel 1949 viene rinviato a giudizio per i fatti di La Spezia. Lo accusano dell’omicidio di un poliziotto: non conta che questi fosse un uomo del regime che gli sparava addosso.
Non conta la storia antifascista di Pedrini, non contano gli anni in galera, non contano le sue gesta da partigiano. Non conta nemmeno che la pistola di Belgrado non sia quella che ha sparato, visto che lui preferisce autoaccusarsi piuttosto che mettere nei guai altri compagni.
Ergastolo, poi commutato in trent’anni di carcere: questa è la sentenza. Sentenza alla quale si ribellò con vari tentativi di fuga falliti. Sentenza che scontò fino al 1974, quando ricevette l'amnistia presidenziale. Da uomo libero riprese la sua battaglia continuando a professare gli ideali di sempre, con la coerenza di sempre, fino alla morte avvenuta nel 1979.
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Raccontiamo questa storia nel terzo volume di Cronache Ribelli. Lo trovate qui.
Belgrado Pedrini, nato il 5 maggio 1913, orfano di madre e figlio di uno scultore viaggiatore, non è ancora diciottenne quando inizia a leggere Bakunin, Kropotkin e Malatesta.
Convinto antifascista nel momento in cui il regime gode di maggiore consenso, entra ed esce dalle patrie galere dato che, insieme ad altri compagni della città, non si tira indietro quando bisogna reagire ai soprusi delle camicie nere.
Nel novembre del 1942 Belgrado gira di notte per Carrara ad appendere manifesti che invitano alla ribellione. Una sera viene intercettato da uomini del regime e insieme ad altri due compagni spara per sfuggire alla cattura.
Ormai braccati dall’OVRA, la polizia politica fascista, i tre fuggono prima a Genova e poi a La Spezia. Qui, in una camera d’albergo, vengono circondati da forze ingenti, ci sono perfino uomini della Gestapo. Quando si accorgono della situazione gli antifascisti aprono il fuoco e la battaglia dura una notte intera.
Belgrado e i suoi compagni sono arrestati la mattina seguente, solo perché non hanno più munizioni per le proprie armi. Feriti (hanno nove colpi di pistola addosso), vengono portati nel carcere locale.
Da lì Belgrado gira diverse prigioni. Si trova a Carrara, in un reparto di massima sicurezza dal quale può uscire solo dentro una bara, quando nel giugno del 1944 alcuni partigiani della formazione Elio riescono a liberarlo. Si unisce alla brigata e combatte con ardore fino alla Liberazione.
Dopo la guerra Belgrado partecipa alla ricostruzione della Federazione anarchica italiana e si batte attivamente affinché i criminali fascisti vengano giudicati per i crimini che hanno commesso. Ma, incredibilmente, al contrario di numerosi fascisti che vengono amnistiati, è proprio lui a finire sotto la scure della giustizia.
Nel 1949 viene rinviato a giudizio per i fatti di La Spezia. Lo accusano dell’omicidio di un poliziotto: non conta che questi fosse un uomo del regime che gli sparava addosso.
Non conta la storia antifascista di Pedrini, non contano gli anni in galera, non contano le sue gesta da partigiano. Non conta nemmeno che la pistola di Belgrado non sia quella che ha sparato, visto che lui preferisce autoaccusarsi piuttosto che mettere nei guai altri compagni.
Ergastolo, poi commutato in trent’anni di carcere: questa è la sentenza. Sentenza alla quale si ribellò con vari tentativi di fuga falliti. Sentenza che scontò fino al 1974, quando ricevette l'amnistia presidenziale. Da uomo libero riprese la sua battaglia continuando a professare gli ideali di sempre, con la coerenza di sempre, fino alla morte avvenuta nel 1979.
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Raccontiamo questa storia nel terzo volume di Cronache Ribelli. Lo trovate qui.
Cronache Ribelli
Cronache Ribelli Volume II
Il libro si compone di 256 pagine con una struttura in cui a ogni giorno o gruppo di giorni corrisponde una storia. I mesi sono introdotti da 12 illustrazioni realizzate da Aurora (che ha curato le illustrazioni di Cronache 1) e Becc. È inoltre realizzato…
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Nel 1973, a quindici anni, Freedom Tichaona Nyamubaya lasciò la scuola per unirsi alla lotta armata contro il regime rhodesiano. Era una ragazza giovanissima, ma aveva già scelto da che parte stare: quella di chi combatteva per porre fine al dominio razzista della minoranza bianca.
Entrò nella Zimbabwe African National Liberation Army (ZANLA), l'esercito guerrigliero legato alla ZANU, venne addestrata e nel 1978 fu inviata al fronte. Divenne una delle poche figure femminili ad avere responsabilità operative sul terreno. Per le donne combattenti la guerra significò non solo violenza e sacrificio ma anche discriminazione e abusi.
Nyamubaya avrebbe raccontato questi aspetti attraverso la poesia, rifiutando di cancellare ciò che era stato scomodo o doloroso, nonostante ricoprisse ruoli importanti nelle organizzazioni femminili della ZANU. Con l'indipendenza del 1980, il suo rapporto con il nuovo Zimbabwe non si trasformò in un'adesione incondizionata al nuovo ordine.
Al contrario, Nyamubaya continuò a interrogarsi sul significato della libertà per la quale aveva combattuto. Nelle sue raccolte poetiche mise sotto accusa le contraddizioni della società postcoloniale: la marginalizzazione dei veterani della guerra, la condizione delle donne, le disuguaglianze e la nascita di una nuova oligarchia politica.
Insomma, Nyamubaya aveva deposto il fucile, ma non aveva deposto le ragioni per cui lo aveva imbracciato. La parola, il lavoro, la poesia e l'impegno sociale diventavano così nuove forme di combattimento contro ingiustizia, patriarcato, povertà e corruzione.
Nyamubaya, però, non si limitò alla denuncia.
Negli anni Ottanta fondò MOTSRUD, un'organizzazione impegnata nello sviluppo rurale e nel sostegno ai piccoli agricoltori, in particolare alle donne. Lavorò anche con organizzazioni internazionali, ma abbandonò presto quel mondo, che considerava distante dalla realtà delle comunità, per tornare a occuparsi direttamente di agricoltura.
Freedom Nyamubaya morì il 5 luglio 2015.
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Questa è una delle storie del nostro calendario antifascista 2027. Lo trovate in offerta con agenda e un libro. Disponibile qui.
Entrò nella Zimbabwe African National Liberation Army (ZANLA), l'esercito guerrigliero legato alla ZANU, venne addestrata e nel 1978 fu inviata al fronte. Divenne una delle poche figure femminili ad avere responsabilità operative sul terreno. Per le donne combattenti la guerra significò non solo violenza e sacrificio ma anche discriminazione e abusi.
Nyamubaya avrebbe raccontato questi aspetti attraverso la poesia, rifiutando di cancellare ciò che era stato scomodo o doloroso, nonostante ricoprisse ruoli importanti nelle organizzazioni femminili della ZANU. Con l'indipendenza del 1980, il suo rapporto con il nuovo Zimbabwe non si trasformò in un'adesione incondizionata al nuovo ordine.
Al contrario, Nyamubaya continuò a interrogarsi sul significato della libertà per la quale aveva combattuto. Nelle sue raccolte poetiche mise sotto accusa le contraddizioni della società postcoloniale: la marginalizzazione dei veterani della guerra, la condizione delle donne, le disuguaglianze e la nascita di una nuova oligarchia politica.
Insomma, Nyamubaya aveva deposto il fucile, ma non aveva deposto le ragioni per cui lo aveva imbracciato. La parola, il lavoro, la poesia e l'impegno sociale diventavano così nuove forme di combattimento contro ingiustizia, patriarcato, povertà e corruzione.
Nyamubaya, però, non si limitò alla denuncia.
Negli anni Ottanta fondò MOTSRUD, un'organizzazione impegnata nello sviluppo rurale e nel sostegno ai piccoli agricoltori, in particolare alle donne. Lavorò anche con organizzazioni internazionali, ma abbandonò presto quel mondo, che considerava distante dalla realtà delle comunità, per tornare a occuparsi direttamente di agricoltura.
Freedom Nyamubaya morì il 5 luglio 2015.
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Questa è una delle storie del nostro calendario antifascista 2027. Lo trovate in offerta con agenda e un libro. Disponibile qui.
Cronache Ribelli
Agenda e calendario antifascista 2027 + libro a sorpresa
SPEDIZIONI A PARTIRE DAL 5 OTTOBRE Quest'anno agende e calendari raccontano 24 storie di antifascismo di ogni epoca. Acquistandoli insieme spediremo anche un libro in omaggio in base al giorno dell'ordine. I due prodotti sono anche acquistabili singolarmente:…
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Nel 1990 il Centro Luca Rossi di Milano pubblicò un libro bianco che raccontava come, in quindici anni dall’introduzione della legge Reale, ben 625 persone furono vittime della violenza delle forze dell’ordine: 254 di loro vennero uccise. Di queste ben 208 non stavano commettendo o non erano in procinto di commettere alcun reato. Basti pensare che in 65 casi le morti sono giustificate da “colpi accidentali”.
Tra le numerose vittime innocenti ricordiamo Laura Rendina, 28 anni, che nel 1981 venne uccisa vicino alla casa della famiglia Moro, quando sentì battere ai finestrini della sua auto e si trova puntata addosso una pistola. Presa dal panico riparte, ma viene raggiunta dai colpi. Oppure, nello stesso anno, Pietro Sodaro, 24 anni, si fermò con la moglie ad un posto di blocco dei carabinieri. Alla richiesta dei documenti infilò la mano destra nella giacca per prendere il portafogli: un milite gli spara una raffica mortale.
Queste vittime furono collegate all’introduzione della legge Reale del 1975 e ai decreti legge dell’anno precedente. Già la legge Tambroni del '56 introdusse le prime misure di "domicilio forzato", "regime di sorveglianza speciale" e "divieto di soggiorno" da applicare senza condanne ma a discrezione delle pubbliche autorità. Poi le leggi speciali degli anni ’70, in particolare la legge Reale, aumenteranno i casi in cui risultava legittimo l'uso della forza da parte delle forze dell’ordine, renderanno legittima la perquisizione personale anche senza l’autorizzazione di un magistrato, ripristineranno l’istituto del confino, allungheranno a dismisura i tempi della custodia cautelare, limiteranno la libertà condizionale.
La legge va inserita ovviamente nel periodo storico di riferimento che, oltre ai fatti più noti, vede anche lo sviluppo di un grosso malessere all’interno delle FdO. Aumentare i poteri della polizia serviva anche a bloccare le rivendicazioni degli agenti. L’operazione riesce: da un lato aumentano repressione e vittime civili, dall'altro ogni ribellione interna alle FdO viene punita con durezza estrema. Tali leggi liberticide, sopravvissute ad un referendum abrogativo, a distanza di mezzo secolo restano ancora in parte attive e operative, integrate dagli infiniti decreti sicurezza partoriti dall’ultimo esecutivo.
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Raccontiamo storie come quelle di Laura Rendina o Pietro Sodaro in “Morire di Stato”. Lo trovate qui.
Tra le numerose vittime innocenti ricordiamo Laura Rendina, 28 anni, che nel 1981 venne uccisa vicino alla casa della famiglia Moro, quando sentì battere ai finestrini della sua auto e si trova puntata addosso una pistola. Presa dal panico riparte, ma viene raggiunta dai colpi. Oppure, nello stesso anno, Pietro Sodaro, 24 anni, si fermò con la moglie ad un posto di blocco dei carabinieri. Alla richiesta dei documenti infilò la mano destra nella giacca per prendere il portafogli: un milite gli spara una raffica mortale.
Queste vittime furono collegate all’introduzione della legge Reale del 1975 e ai decreti legge dell’anno precedente. Già la legge Tambroni del '56 introdusse le prime misure di "domicilio forzato", "regime di sorveglianza speciale" e "divieto di soggiorno" da applicare senza condanne ma a discrezione delle pubbliche autorità. Poi le leggi speciali degli anni ’70, in particolare la legge Reale, aumenteranno i casi in cui risultava legittimo l'uso della forza da parte delle forze dell’ordine, renderanno legittima la perquisizione personale anche senza l’autorizzazione di un magistrato, ripristineranno l’istituto del confino, allungheranno a dismisura i tempi della custodia cautelare, limiteranno la libertà condizionale.
La legge va inserita ovviamente nel periodo storico di riferimento che, oltre ai fatti più noti, vede anche lo sviluppo di un grosso malessere all’interno delle FdO. Aumentare i poteri della polizia serviva anche a bloccare le rivendicazioni degli agenti. L’operazione riesce: da un lato aumentano repressione e vittime civili, dall'altro ogni ribellione interna alle FdO viene punita con durezza estrema. Tali leggi liberticide, sopravvissute ad un referendum abrogativo, a distanza di mezzo secolo restano ancora in parte attive e operative, integrate dagli infiniti decreti sicurezza partoriti dall’ultimo esecutivo.
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Raccontiamo storie come quelle di Laura Rendina o Pietro Sodaro in “Morire di Stato”. Lo trovate qui.
Cronache Ribelli
Morire di Stato - 365 vittime dell'Italia repubblicana
In Italia, dal 1945 a oggi, centinaia di persone hanno perso la vita in circostanze che coinvolgono direttamente o indirettamente apparati dello Stato: forze dell’ordine, istituzioni penitenziarie, sanitarie o giudiziarie. Questo volume, attraverso brevi…