L’ITALIA È IL PAESE DEI DUE PESI E DELLE DUE MISURE.
E in certi ambienti giudiziari il metro sembra avere una caratteristica curiosa: si allunga o si accorcia a seconda di chi finisce sotto esame.
Per anni abbiamo sentito il mantra: «non poteva non sapere».
Ma attenzione: nel caso Berlusconi non fu semplicemente il ragionamento rozzo «era il proprietario, quindi doveva sapere». La condanna Mediaset poggiò sulla ricostruzione di un sistema di intermediazioni e sovrapprezzi ritenuto fraudolento e su una serie di elementi che, secondo i giudici, collegavano personalmente Berlusconi a quel meccanismo: persone a lui vicine, la sua conoscenza diretta del mercato dei diritti, la continuità del sistema e, soprattutto, elementi testimoniali e documentali che portarono i giudici a considerarlo non un semplice proprietario inconsapevole, ma coinvolto nell’ideazione e nello sviluppo del sistema.
Insomma, il ragionamento fu:
sistema fraudolento + persone di fiducia coinvolte + conoscenza del settore + elementi documentali e testimoniali = Berlusconi non poteva essere completamente all’oscuro.
E fin qui, discutere nel merito è legittimo.
Ma allora applichiamo lo stesso metro a tutti.
Perché quando si arriva a Sigfrido Ranucci, improvvisamente il principio sembra cambiare.
Ranucci ha descritto Valter Lavitola come un amico fraterno: rapporti frequenti, contatti, cene, consigli e una conoscenza tutt’altro che occasionale. Lavitola, inoltre, non era esattamente un personaggio qualunque: ha una condanna definitiva per tentata estorsione ai danni di Berlusconi, confermata dalla Cassazione.
Eppure, nella vicenda della bomba sotto casa di Ranucci, la sua posizione viene ricondotta a quella della vittima inconsapevole.
Ed è qui che nasce la domanda:
se per Berlusconi una serie di circostanze convergenti poteva dimostrare che “non poteva non sapere”, perché davanti a Ranucci quelle stesse categorie di ragionamento diventano improvvisamente irrilevanti?
Non sto dicendo che Ranucci debba essere considerato colpevole perché conosceva Lavitola. Sarebbe una sciocchezza.
Sto dicendo qualcosa di molto più semplice: lo stesso rigore nell’analizzare la consapevolezza dovrebbe valere per tutti.
Per Berlusconi:
«Conosceva quelle persone, conosceva il settore, il sistema durava da anni: non poteva non sapere.»
Per Ranucci:
«Conosceva strettamente Lavitola, ne frequentava la vita personale e professionale, ma non poteva sapere nulla di ciò che faceva.»
Due casi diversi, ok.
Ma proprio per questo la domanda è inevitabile:
il criterio probatorio è davvero lo stesso?
Perché se il principio è “non poteva non sapere”, deve essere un principio generale.
Altrimenti non è un principio ma un interruttore che qualcuno decide quando accenderlo.
Ma il cortocircuito più evidente di questa vicenda risiede nello spettacolo offerto da chi oggi si erge a paladino del garantismo per Ranucci, invocando il rispetto delle persone, la prudenza nei giudizi e l'estraneità ai fatti.
Gli stessi soggetti che, di fronte alle vicende giudiziarie di segno politico opposto, indossavano la toga del giustizialismo più feroce, brandendo il cappio mediatico e invocando la colpevolezza a prescindere.
È la quintessenza del costume italiano: il garantismo non è un principio universale a tutela dei diritti di tutti, ma un abito su misura da indossare o sfilare a seconda della casacca politica e della convenienza del momento.
Il Maresciallo
E in certi ambienti giudiziari il metro sembra avere una caratteristica curiosa: si allunga o si accorcia a seconda di chi finisce sotto esame.
Per anni abbiamo sentito il mantra: «non poteva non sapere».
Ma attenzione: nel caso Berlusconi non fu semplicemente il ragionamento rozzo «era il proprietario, quindi doveva sapere». La condanna Mediaset poggiò sulla ricostruzione di un sistema di intermediazioni e sovrapprezzi ritenuto fraudolento e su una serie di elementi che, secondo i giudici, collegavano personalmente Berlusconi a quel meccanismo: persone a lui vicine, la sua conoscenza diretta del mercato dei diritti, la continuità del sistema e, soprattutto, elementi testimoniali e documentali che portarono i giudici a considerarlo non un semplice proprietario inconsapevole, ma coinvolto nell’ideazione e nello sviluppo del sistema.
Insomma, il ragionamento fu:
sistema fraudolento + persone di fiducia coinvolte + conoscenza del settore + elementi documentali e testimoniali = Berlusconi non poteva essere completamente all’oscuro.
E fin qui, discutere nel merito è legittimo.
Ma allora applichiamo lo stesso metro a tutti.
Perché quando si arriva a Sigfrido Ranucci, improvvisamente il principio sembra cambiare.
Ranucci ha descritto Valter Lavitola come un amico fraterno: rapporti frequenti, contatti, cene, consigli e una conoscenza tutt’altro che occasionale. Lavitola, inoltre, non era esattamente un personaggio qualunque: ha una condanna definitiva per tentata estorsione ai danni di Berlusconi, confermata dalla Cassazione.
Eppure, nella vicenda della bomba sotto casa di Ranucci, la sua posizione viene ricondotta a quella della vittima inconsapevole.
Ed è qui che nasce la domanda:
se per Berlusconi una serie di circostanze convergenti poteva dimostrare che “non poteva non sapere”, perché davanti a Ranucci quelle stesse categorie di ragionamento diventano improvvisamente irrilevanti?
Non sto dicendo che Ranucci debba essere considerato colpevole perché conosceva Lavitola. Sarebbe una sciocchezza.
Sto dicendo qualcosa di molto più semplice: lo stesso rigore nell’analizzare la consapevolezza dovrebbe valere per tutti.
Per Berlusconi:
«Conosceva quelle persone, conosceva il settore, il sistema durava da anni: non poteva non sapere.»
Per Ranucci:
«Conosceva strettamente Lavitola, ne frequentava la vita personale e professionale, ma non poteva sapere nulla di ciò che faceva.»
Due casi diversi, ok.
Ma proprio per questo la domanda è inevitabile:
il criterio probatorio è davvero lo stesso?
Perché se il principio è “non poteva non sapere”, deve essere un principio generale.
Altrimenti non è un principio ma un interruttore che qualcuno decide quando accenderlo.
Ma il cortocircuito più evidente di questa vicenda risiede nello spettacolo offerto da chi oggi si erge a paladino del garantismo per Ranucci, invocando il rispetto delle persone, la prudenza nei giudizi e l'estraneità ai fatti.
Gli stessi soggetti che, di fronte alle vicende giudiziarie di segno politico opposto, indossavano la toga del giustizialismo più feroce, brandendo il cappio mediatico e invocando la colpevolezza a prescindere.
È la quintessenza del costume italiano: il garantismo non è un principio universale a tutela dei diritti di tutti, ma un abito su misura da indossare o sfilare a seconda della casacca politica e della convenienza del momento.
Il Maresciallo
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Ho provato sotto molti post a dire che negli usa dall'avvento di ICE i crimini violenti sono calati del 20%. La risposta più comune è stata : fonte?
E puntualmente l'ho messa e puntualmente mi hanno bloccato, statisticamente parlando ho risposto a 7 commenti che mi chiedevano la fonte o alludessero che la mia fonte era topolino e sono bloccato 7 volte. 100%
Non vogliono il dibattito, vogliono aver ragione.
E puntualmente l'ho messa e puntualmente mi hanno bloccato, statisticamente parlando ho risposto a 7 commenti che mi chiedevano la fonte o alludessero che la mia fonte era topolino e sono bloccato 7 volte. 100%
Non vogliono il dibattito, vogliono aver ragione.
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Avete presente quando segna Balotelli (che è un coglione ma non perché è nero) per la nazionale? O quando un nero vince una bella medaglia? Avete mai notato chi è che fa caso al colore della pelle? Noi fasci o loro che se sentono razza superiore e pertanto buttano la un "visto che gli inferiori han vinto per noi?" mascherato.
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Praticamente sto negro é diventato il prof più giovane di Cambridge, solo che si è scoperto poi che l'effeminato aveva barato su tesi e curriculum, solo che la sinistra ormai se lo era appioppato come simbolo e quindi è successo un bordello e il coso si è purtroppo suicidato. In molti post che lo celebrano lo stesso troverete migliaia di sinistri che ripetono a pappagallo la stessa cosa: la colpa è dei bianchi che non hanno controllato prima... Apice.
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Mi stavo facendo aiutare dall’IA per sistemare un post sull’abbattimento del drone ucraino (pagato dagli europei) da parte di un caccia italiano sui cieli baltici.
Volendo ampliare il discorso ci volevo aggiungere che gli europei continuano a comprare, pagandolo molto più di prima il gas russo, perché non ci arriva più altro gas (via nave) a causa della chiusura di Hormuz dovuta alla guerra voluta a USA e Giudei, ma CHATGPT mi dice che EVITEREBBE di presentare come fatto certo che la chiusura di Hormuz sia stata “voluta” da USA e Israele senza una fonte solida!!!!
Il Maresciallo!
Volendo ampliare il discorso ci volevo aggiungere che gli europei continuano a comprare, pagandolo molto più di prima il gas russo, perché non ci arriva più altro gas (via nave) a causa della chiusura di Hormuz dovuta alla guerra voluta a USA e Giudei, ma CHATGPT mi dice che EVITEREBBE di presentare come fatto certo che la chiusura di Hormuz sia stata “voluta” da USA e Israele senza una fonte solida!!!!
Il Maresciallo!
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Infine inizio a fargli domande, cade in Contraddizione, gli mando gli screen come fa mia moglie con me e ammette tranquillamente di aver mentito come fa la stampa.
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Quanto mi fanno girare le palle quelli che strumentalizzano cure e terapie mediche per perpetuare la menzogna del “vaccino” covid, continuano ad usare impropriamente la parola vaccino continuando a chiamare “vaccini” farmaci che non prevengono la malattia e non rendono immuni dalla malattia?
Prendiamo il nuovo farmaco mRNA di Moderna/Merck contro il melanoma, intismeran autogene (mRNA-4157/V940).
È una tecnologia straordinaria e, se i risultati saranno confermati, potrebbe rappresentare un enorme passo avanti nella cura dei tumori.
Come funziona?
Non viene somministrato a una persona sana per impedirle di sviluppare un melanoma.
Viene personalizzato sul singolo paziente, partendo dall’analisi genetica del suo tumore. Si individuano le mutazioni caratteristiche di quelle cellule tumorali e si costruisce un mRNA capace di stimolare il sistema immunitario a riconoscerle.
Questa è una terapia personalizzata contro un tumore già diagnosticato, non una vaccinazione preventiva come quella contro morbillo, rosolia o varicella.
E allora perché lo chiamano “vaccino”?
Perché, allargando progressivamente la definizione, oggi basta praticamente stimolare una risposta immunitaria per poter utilizzare quella parola.
Ma le parole hanno un significato.
Un conto è prevenire una malattia prima che si manifesti, preparando il sistema immunitario a riconoscere un agente patogeno.
Un altro è trattare una malattia già presente, utilizzando una tecnologia mRNA progettata sulla base delle caratteristiche individuali del paziente e del suo tumore.
Sono entrambe strategie che coinvolgono il sistema immunitario, ma non sono la stessa cosa.
E sia chiaro: ben vengano queste terapie.
Se questa tecnologia riuscirà a trasformarsi in cure sempre più efficaci, io sarò il primo ad applaudirla. Anzi, spero sinceramente che arrivi presto il giorno in cui potremo avere terapie personalizzate efficaci per ogni tipo di tumore e per moltissime malattie rare.
Ma proprio perché la tecnologia è straordinaria, non c’è alcun bisogno di chiamarla impropriamente “vaccino”.
Perché continuare a usare questa parola?
Perché chiamare con lo stesso nome una vaccinazione preventiva contro il morbillo e una terapia personalizzata costruita sul tumore di un paziente?
E soprattutto: perché questa ossessione semantica è diventata così importante proprio dopo il COVID?
È difficile non pensare che ci sia anche l’esigenza di mantenere una narrazione costruita negli anni precedenti: se tutto ciò che stimola una risposta immunitaria può essere chiamato “vaccino”, allora diventa molto più facile far passare l’idea che prodotti completamente diversi appartengano alla stessa categoria.
Io preferisco chiamare le cose con il loro nome.
Un vaccino preventivo è una cosa. Una terapia mRNA personalizzata contro un tumore è un’altra.
La prima può prevenire una malattia prima che si manifesti.
La seconda può aiutare il sistema immunitario a combattere una malattia che il paziente ha già avuto o ha già sviluppato.
Non c’è nulla di offensivo nel riconoscere questa differenza. È semplicemente precisione terminologica.
E se qualcuno vuole sostenere che chiamare tutto “vaccino” sia scientificamente indispensabile, lo dimostri.
Ma non mi si venga a raccontare che mettere sullo stesso piano morbillo, varicella e una terapia mRNA personalizzata contro il melanoma sia una necessità scientifica.
Perché a quel punto il problema non è più la scienza. È la narrazione che si vuole portare avanti per difendere le porcate fatte in nome della scienzaah!
Il Maresciallo
Prendiamo il nuovo farmaco mRNA di Moderna/Merck contro il melanoma, intismeran autogene (mRNA-4157/V940).
È una tecnologia straordinaria e, se i risultati saranno confermati, potrebbe rappresentare un enorme passo avanti nella cura dei tumori.
Come funziona?
Non viene somministrato a una persona sana per impedirle di sviluppare un melanoma.
Viene personalizzato sul singolo paziente, partendo dall’analisi genetica del suo tumore. Si individuano le mutazioni caratteristiche di quelle cellule tumorali e si costruisce un mRNA capace di stimolare il sistema immunitario a riconoscerle.
Questa è una terapia personalizzata contro un tumore già diagnosticato, non una vaccinazione preventiva come quella contro morbillo, rosolia o varicella.
E allora perché lo chiamano “vaccino”?
Perché, allargando progressivamente la definizione, oggi basta praticamente stimolare una risposta immunitaria per poter utilizzare quella parola.
Ma le parole hanno un significato.
Un conto è prevenire una malattia prima che si manifesti, preparando il sistema immunitario a riconoscere un agente patogeno.
Un altro è trattare una malattia già presente, utilizzando una tecnologia mRNA progettata sulla base delle caratteristiche individuali del paziente e del suo tumore.
Sono entrambe strategie che coinvolgono il sistema immunitario, ma non sono la stessa cosa.
E sia chiaro: ben vengano queste terapie.
Se questa tecnologia riuscirà a trasformarsi in cure sempre più efficaci, io sarò il primo ad applaudirla. Anzi, spero sinceramente che arrivi presto il giorno in cui potremo avere terapie personalizzate efficaci per ogni tipo di tumore e per moltissime malattie rare.
Ma proprio perché la tecnologia è straordinaria, non c’è alcun bisogno di chiamarla impropriamente “vaccino”.
Perché continuare a usare questa parola?
Perché chiamare con lo stesso nome una vaccinazione preventiva contro il morbillo e una terapia personalizzata costruita sul tumore di un paziente?
E soprattutto: perché questa ossessione semantica è diventata così importante proprio dopo il COVID?
È difficile non pensare che ci sia anche l’esigenza di mantenere una narrazione costruita negli anni precedenti: se tutto ciò che stimola una risposta immunitaria può essere chiamato “vaccino”, allora diventa molto più facile far passare l’idea che prodotti completamente diversi appartengano alla stessa categoria.
Io preferisco chiamare le cose con il loro nome.
Un vaccino preventivo è una cosa. Una terapia mRNA personalizzata contro un tumore è un’altra.
La prima può prevenire una malattia prima che si manifesti.
La seconda può aiutare il sistema immunitario a combattere una malattia che il paziente ha già avuto o ha già sviluppato.
Non c’è nulla di offensivo nel riconoscere questa differenza. È semplicemente precisione terminologica.
E se qualcuno vuole sostenere che chiamare tutto “vaccino” sia scientificamente indispensabile, lo dimostri.
Ma non mi si venga a raccontare che mettere sullo stesso piano morbillo, varicella e una terapia mRNA personalizzata contro il melanoma sia una necessità scientifica.
Perché a quel punto il problema non è più la scienza. È la narrazione che si vuole portare avanti per difendere le porcate fatte in nome della scienzaah!
Il Maresciallo
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