IL DUCA
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Canale Ufficiale del sempre bannato Duca
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Ieri stavo facendo rifornimento imprecando per il prezzo del metano, della benzina e del gasolio (l’auto a GPL e elettrica non ce l’ho) e ho pensato “E SE OGGI AVESSIMO AVUTO GAS E PETROLIO RUSSI E LIBICI?”
E mi sono provato ad immaginare cosa sarebbe successo se nel 2011, ANNUS HORRIBILIS per l’Italia, Berlusconi avesse tirato fuori le palle anzichè calare le braghe, e avesse trasformato il 2011 nell’ANNus MIRABILIS del nostro paese.
Così ho scritto questo lungo racconto ucronico.
Se avete la pazienza di leggerlo fatemi sapere che ne pensate.
Il Maresciallo
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L’Italia che non si arrese
Cronaca di un’annus mirabilis. Storia ucronica 2011-2020
«La storia non si ripete, ma qualche volta aspetta soltanto che qualcuno abbia il coraggio di cambiarne il corso.»
2011, l’anno in cui tutto poteva cambiare
Nella nostra linea temporale, il 2011 è passato alla storia come l’anno della resa italiana. Sotto la pressione dei mercati finanziari, della BCE e delle istituzioni europee, Silvio Berlusconi finì per cedere, aprendo la strada alla stagione dei governi tecnici e dell’austerità, fu il nostro “annus horribilis”.
Ma esiste un’altra storia possibile. Una storia nella quale gli avvenimenti prendono una piega diversa, nella quale le circostanze internazionali cambiano improvvisamente gli equilibri e nella quale un uomo, contestato, indebolito e politicamente accerchiato, decide di non cedere.
In questo 2011 Berlusconi tirò fuori le palle, invece di calarsi le brache come accadde nella nostra linea temporale. 
È la storia di un’Italia che nel 2011, anziché piegarsi, sceglie di alzare la testa che trasformò l’annus horribilis nell’annus mirabilis.
Febbraio 2011: il giorno che cambiò il mondo
Il 18 febbraio 2011, l’Air Force One si prepara al decollo da una base militare americana. A bordo ci sono il presidente Barack Obama e alcuni dei più influenti esponenti della sua amministrazione: Hillary Clinton, Samantha Power, Susan Rice e Anne-Marie Slaughter.
Sono i principali sostenitori delle “primavere arabe” uno degli assi portanti della politica estera americana.
La nebbia è fitta. Un errore nella pianificazione dei voli porta un elicottero militare a incrociare la traiettoria dell’aereo presidenziale durante le operazioni di decollo.
L’impatto è devastante. Non ci sono sopravvissuti.
In poche ore il mondo cambia.
Washington precipita in una crisi istituzionale senza precedenti. La successione presidenziale si compie nel caos, mentre il Partito Democratico americano è attraversato da una lotta interna per ridefinire la propria leadership e la politica estera degli Stati Uniti.
Soprattutto, viene meno il gruppo dirigente che aveva maggiormente sostenuto la trasformazione delle proteste arabe in un progetto di riorganizzazione politica del Medio Oriente.
 
Le rivolte in Tunisia ed Egitto proseguono, ma Washington adotta una linea di prudenza. La nuova amministrazione, impegnata a ricostruire la propria stabilità interna, non intende assumersi ulteriori rischi militari.
La Libia diventa così il primo grande banco di prova del nuovo equilibrio internazionale.
Francia e Regno Unito continuano a premere per un intervento militare contro Gheddafi. 
Nicolas Sarkozy e David Cameron vogliono mettere le mani sulle risorse libiche ed aprire una nuova stagione di influenza occidentale nel Mediterraneo.
Ma questa volta non hanno gli Stati Uniti al loro fianco.
E soprattutto non hanno l’Italia.
Per l’Italia, la Libia non è una questione di politica estera come le altre.
È energia, industria, sicurezza mediterranea, investimenti, approvvigionamenti e rapporti economici costruiti in decenni.
L’ENI è profondamente radicata nel Paese nordafricano. Le relazioni con Tripoli rappresentano uno degli asset strategici più importanti della politica energetica italiana.
Silvio Berlusconi comprende che una guerra in Libia non sarebbe stata una semplice operazione militare, ma avrebbe significato consegnare il Mediterraneo a una nuova stagione di instabilità, mettendo a repentaglio gli interessi nazionali.
La sua posizione è netta: l’Italia non parteciperà a un’operazione militare contro Gheddafi.
Francia e Regno Unito insistono. A Roma, tuttavia, la resistenza non è soltanto diplomatica.
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ritiene che la posizione di Berlusconi stia isolando l’Italia e compromettendo il suo rapporto con gli alleati europei.
Dietro le quinte, il Quirinale lavora per costruire un’alternativa politica. Mario Monti viene nominato senatore a vita, un passaggio che nella strategia presidenziale dovrebbe consentire di disporre di una figura istituzionale pronta a guidare un governo di emergenza.
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La crisi finanziaria diventa lo strumento attraverso il quale accelerare la caduta dell’esecutivo.
Ma questa volta il piano non riesce.
Berlusconi comprende che la crisi dello spread non è soltanto un problema economico. È diventata una questione di sovranità nazionale.
Quando arrivano le lettere della Banca centrale europea e della Commissione europea, contenenti richieste e indicazioni stringenti sulla politica economica italiana, il presidente del Consiglio prende una decisione clamorosa.
Davanti ai suoi collaboratori, straccia i documenti.
 
«L’Italia non è un protettorato. Non siamo qui per ricevere ordini da Bruxelles».
La rottura è consumata.
L’Italia si oppone alla guerra, nessun intervento NATO in Libia, Francia e Gran Bretagna senza gli Usa che gli coprono il culo non si muovono, Gheddafi sostenuto diplomaticamente da Russia e Cina, e col supporto logistico italiano mantiene il controllo del Paese.
La Francia e il Regno Unito scoprono di non poter più determinare unilateralmente gli equilibri del Mediterraneo.
E Roma torna a essere un interlocutore indispensabile.
2011: l’anno del cambiamento
L’autunno del 2011 è il momento più difficile.
Lo spread continua a salire. I mercati scommettono sulla caduta del governo italiano. Le istituzioni europee paventano conseguenze sistemiche per l’intera area euro.
Ma Berlusconi ha ormai compreso che difendere l’euro a qualsiasi costo significa rinunciare alla possibilità di governare autonomamente l’economia nazionale.
Il governo presenta un progetto che fino a pochi mesi prima sarebbe apparso impensabile: l’introduzione di una moneta fiscale parallela, garantita dallo Stato italiano.
Non si tratta ancora di uscire dall’euro.
Il nuovo strumento, denominato Lira di Credito Italiano (LCI), viene concepito come mezzo complementare all’euro, utilizzabile per il pagamento di una parte delle obbligazioni fiscali e per sostenere i consumi e gli investimenti interni.
La sua emissione è accompagnata da un programma di investimenti pubblici, incentivi alle imprese e riduzione dei tempi di pagamento della pubblica amministrazione.
La reazione europea è furibonda.
Bruxelles parla di violazione dello spirito dei trattati. Francoforte teme che l’iniziativa possa diventare un precedente pericoloso. Le principali agenzie di rating minacciano ulteriori declassamenti.
Ma accade qualcosa di inatteso.
Le imprese italiane, soffocate dalla mancanza di liquidità, cominciano ad accettare la nuova moneta. I fornitori della pubblica amministrazione la utilizzano per pagare imposte e contributi. Una parte dei consumi interni riparte.
Il governo accompagna la misura con una revisione della spesa pubblica e con un piano di rientro graduale del debito.
L’obiettivo è chiaro: ricostruire gli strumenti di politica economica nazionale senza provocare una rottura disordinata con l’Europa.
La LCI non risolve tutti i problemi, ma dimostra che esiste un’alternativa alla dipendenza esclusiva dalla moneta unica.
Per la prima volta, dalla nascita dell’euro, un grande Paese europeo mette apertamente in discussione il principio secondo cui la politica economica debba essere subordinata alle esigenze della moneta.
2012: la resa dei conti
Il 2012 si aprì con una crisi istituzionale senza precedenti.
Le manovre del Quirinale per determinare la caduta del governo, unite alle iniziative politiche volte a favorire l’intervento militare in Libia contro gli interessi nazionali, provocarono uno scontro istituzionale che coinvolse Parlamento, governo e Presidenza della Repubblica.
La maggioranza parlamentare promosse una procedura di impeachment nei confronti di Napolitano.
Dopo un lungo confronto istituzionale e parlamentare, venne votata la sua destituzione dalla Presidenza della Repubblica e, contestualmente, l’interdizione dai pubblici uffici.
La vicenda rappresentò uno spartiacque nella storia repubblicana: per la prima volta un presidente della Repubblica veniva rimosso attraverso una procedura di responsabilità costituzionale.
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L’Italia uscì dalla crisi con una nuova leadership istituzionale e con Berlusconi politicamente rafforzato.
Nel 2012 il  panorama geopolitico è completamente diverso.
La Francia di Sarkozy, privata del sostegno americano e indebolita dalla mancata operazione libica, perde progressivamente influenza nel Mediterraneo.
Il Regno Unito, impegnato a ridefinire la propria posizione internazionale, non riesce a costruire un fronte europeo alternativo.
L’Italia, al contrario, dispone di una posizione privilegiata.
Il mancato intervento in Libia ha preservato le infrastrutture energetiche, i rapporti industriali e la rete di relazioni costruita negli anni precedenti.
Roma avvia un’intensa attività diplomatica con Mosca, Algeri e Tripoli.
Con la Russia vengono rilanciati gli accordi per il South Stream, il gasdotto destinato a collegare direttamente i giacimenti russi ai mercati europei attraverso il Mar Nero.
Con l’Algeria viene accelerato il progetto GALSI, il collegamento sottomarino destinato a trasportare gas algerino direttamente in Sardegna e quindi nella rete italiana.
La Libia, dal canto suo, torna progressivamente a essere un partner economico fondamentale.
L’Italia non si limita a comprare gas.
Propone un sistema integrato di cooperazione energetica, industriale e infrastrutturale che comprende impianti di trattamento, reti di trasporto, infrastrutture portuali, tecnologie per la produzione elettrica e investimenti nell’industria petrolchimica.
Roma diventa il punto di arrivo del gas e petrolio russo, algerino e libico.
Il Mediterraneo centrale si trasforma nel cuore della nuova strategia energetica italiana.
A Bruxelles osservano con crescente preoccupazione.
La Germania, che fino a quel momento aveva rappresentato il principale interlocutore economico e politico dell’Europa continentale, si ritrova di fronte a un’Italia che dispone di un vantaggio competitivo straordinario: l’accesso diretto a fonti energetiche diversificate e relativamente economiche.
2013 Il miracolo industriale
Il 2013 è l’anno della svolta.
Il costo dell’energia comincia a diminuire per le imprese italiane grazie ai nuovi contratti di fornitura e alla maggiore disponibilità di gas.
Le aziende energivore, che negli anni precedenti avevano progressivamente trasferito produzioni all’estero, cominciano a rivalutare il territorio nazionale.
La siderurgia, la chimica, la ceramica, la carta e la meccanica di precisione tornano a investire.La filiera dell’automotive riprende fiato.
 
Le imprese manifatturiere italiane recuperano margini di competitività rispetto ai concorrenti tedeschi e francesi.
Il governo introduce un programma straordinario di politica industriale:
- Riduzione del cuneo fiscale sul lavoro.
- Crediti d’imposta per gli investimenti produttivi.
- Incentivi alla ricerca e allo sviluppo.
- Potenziamento delle infrastrutture ferroviarie e portuali.
- Semplificazione delle autorizzazioni industriali.
- Rilancio degli istituti tecnici e della formazione professionale.
- Accordi strategici tra università, imprese e centri di ricerca.
La Lira di Credito Italiano viene progressivamente integrata nel sistema economico nazionale.
Non è più soltanto uno strumento di emergenza finanziaria, ma diventa una leva per sostenere gli investimenti e la domanda interna.
La disoccupazione comincia a scendere.
I consumi ripartono.
Il debito pubblico, pur rimanendo elevato, smette di essere l’unico parametro attraverso il quale giudicare la salute del Paese.
La crescita economica permette di recuperare gettito fiscale e ridurre gradualmente il rapporto debito/PIL.
La stampa internazionale comincia a parlare di un nuovo miracolo italiano.
Ma il vero cambiamento è politico.
Gli italiani, abituati per anni a sentirsi dire che non esistevano alternative, scoprono che le scelte di politica economica possono essere diverse.
2014: l’Italia protagonista
Nel 2014 il quadro internazionale è ormai profondamente mutato.
La Francia ha perso parte della propria influenza diplomatica e militare. Il Regno Unito guarda sempre più alla propria posizione fuori dall’Unione europea.
La Germania rimane una potenza industriale, ma deve confrontarsi con un concorrente mediterraneo che ha saputo trasformare la propria posizione geografica in un vantaggio strategico.
L’Italia è diventata il principale hub energetico dell’Europa meridionale.
La rete di approvvigionamento collega il Paese alla Russia, all’Algeria e alla Libia. I terminali, le infrastrutture di distribuzione e i collegamenti con il resto del continente consentono di esportare gas verso i mercati europei.
L’ENI torna a essere uno degli strumenti fondamentali della proiezione internazionale italiana.
Roma ha recuperato un ruolo diplomatico nel Mediterraneo che sembrava perduto.
Berlusconi, dopo aver superato la crisi politica del 2011, governa ancora il Paese, seppure con una maggioranza rinnovata e con una parte della classe dirigente ormai profondamente trasformata.
La questione dell’euro rimane aperta.
La moneta parallela ha dimostrato che l’Italia può costruire strumenti monetari propri, ma il governo sa che una transizione definitiva richiede preparazione tecnica, accordi commerciali e una gestione attenta del debito.
Viene quindi annunciato un percorso di progressiva riconquista della sovranità monetaria, da negoziare con i partner europei.
Non è ancora l’uscita dall’euro, ma nessuno può più considerarla un’ipotesi irrealistica.
L’Italia non è più il Paese che attende le decisioni di Bruxelles, Berlino o Francoforte.
È tornata a essere un Paese che negozia, propone e, quando necessario, si oppone.
Il 2014 si chiude con una crescita economica superiore alle aspettative, una ripresa industriale consolidata e un rinnovato protagonismo internazionale.
2015: la Grecia che non si piegò
Il 2015 avrebbe dovuto essere l’anno della resa definitiva della Grecia.
Nella storia reale, Atene si ritrovò stretta tra il debito pubblico, le richieste dei creditori internazionali e le condizioni imposte dalla Troika: Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale.
In questa storia, tuttavia, gli equilibri erano profondamente diversi.
 
L’Italia aveva trascorso quattro anni a costruire una nuova architettura energetica mediterranea. Il progetto non riguardava più soltanto il gas russo e algerino: comprendeva ormai la Grecia, individuata come snodo fondamentale per il collegamento tra Mediterraneo orientale, Balcani e Italia.
Atene era diventata un partner strategico del sistema energetico italo-russo.
I nuovi accordi prevedevano investimenti nei terminali, nelle reti di distribuzione, nei collegamenti sottomarini e nelle infrastrutture portuali greche. Il progetto South Stream, ridisegnato dopo le difficoltà politiche incontrate negli anni precedenti, aveva assunto una dimensione più ampia, con la Grecia al centro della nuova direttrice balcanica.
Per Mosca, la Grecia rappresentava una porta verso il Mediterraneo.
Per Roma, un partner indispensabile per consolidare la propria centralità energetica.
Per Atene, una possibilità di uscire dalla spirale della dipendenza finanziaria europea attraverso investimenti produttivi e accordi commerciali di lungo periodo.
Quando il governo greco, nel gennaio 2015, si trova di fronte alla prospettiva di un nuovo programma di salvataggio condizionato, l’Italia interviene diplomaticamente.Berlusconi propone un vertice straordinario a Roma, invitando il governo greco e i rappresentanti russi.
 
La posizione italiana è semplice: la crisi greca non può essere affrontata esclusivamente attraverso la riduzione della spesa pubblica e la compressione dei redditi.
L’Italia propone un piano alternativo basato su tre pilastri:
- Ristrutturazione concordata del debito greco.
- Investimenti energetici e infrastrutturali italo-russi.
- Rilancio dell’economia greca attraverso accordi commerciali e industriali.
La presenza di un’alternativa concreta modifica il potere negoziale di Atene.
La Germania comprende che un’eventuale rottura con la Grecia potrebbe produrre conseguenze geopolitiche ben più ampie di quelle finanziarie.
La Troika non riesce a imporre il proprio programma alle condizioni inizialmente previste.
Non si verifica il devastante ciclo di austerità, privatizzazioni forzate e contrazione economica che nella nostra storia reale avrebbe segnato profondamente la società greca.
La Grecia rimane nell’euro, ma conquista una maggiore autonomia economica e politica.
Il cosiddetto Grexit non diventa mai una possibilità concreta.
 
E soprattutto, per la prima volta, un Paese europeo dimostra che esiste un interlocutore alternativo a Bruxelles e Francoforte.
L’Italia ha appena compiuto un passo decisivo: non è più soltanto un Paese che difende i propri interessi, ma un Paese capace di costruire alleanze.
2016: la rivolta delle nazioni
La crisi dell’Unione europea non nasce improvvisamente.
È il risultato di cinque anni di contraddizioni accumulate.
La crisi finanziaria, le politiche di austerità, la diversa competitività tra le economie settentrionali e meridionali, le tensioni migratorie e la crescente insofferenza verso le istituzioni comunitarie hanno progressivamente indebolito il consenso intorno al progetto europeo.
La Francia è sempre più concentrata sui propri problemi interni.
Il Regno Unito, che aveva già avviato un percorso di distacco dall’integrazione continentale, trova nella nuova situazione internazionale ulteriori motivazioni per ridefinire i propri rapporti con Bruxelles.
La Germania continua a essere il principale centro industriale europeo, ma il suo peso politico è ridimensionato dall’assenza di una leadership condivisa.
L’Italia, invece, si presenta con una proposta.
Berlusconi convoca a Roma una conferenza internazionale sulla cooperazione mediterranea, alla quale partecipano Grecia, Spagna, Portogallo, Russia, Algeria e Libia.
Nasce il Patto di Roma, un accordo di cooperazione economica ed energetica che non si propone formalmente di sostituire l’Unione europea, ma di costruire uno spazio di collaborazione alternativo.
I principi sono:
- Libertà di scelta delle politiche monetarie nazionali.
- Cooperazione energetica senza monopoli politici.
- Accordi commerciali bilaterali.
- Protezione delle produzioni strategiche nazionali.
- Investimenti infrastrutturali condivisi.
- Non ingerenza negli affari interni degli Stati aderenti.
La novità è soprattutto politica.
 
Per la prima volta, un gruppo di Paesi europei e mediterranei si coordina al di fuori delle istituzioni comunitarie.
Il Patto di Roma non è un’alleanza militare né un’unione monetaria.
È un progetto di sovranità economica condivisa.
Nel giugno dello stesso anno, il referendum britannico sulla permanenza nell’Unione europea conferma la volontà di uscita del Regno Unito.
Ma in questa storia la Brexit non è un episodio isolato.
È il segnale che l’architettura europea non è più irreversibile.
2017: il Mediterraneo come centro d’Europa
Nel 2017 il sistema energetico costruito dall’Italia comincia a produrre risultati tangibili.
Il Paese dispone di una rete di approvvigionamento diversificata, che collega:
- Russia, attraverso i collegamenti orientali e i contratti di fornitura;
- Algeria, attraverso il sistema Transmed e il rilancio del progetto GALSI;
- Libia, attraverso il potenziamento delle infrastrutture esistenti;
- Grecia, attraverso i nuovi collegamenti balcanici e mediterranei.
L’Italia non è soltanto un importatore.
È diventata il principale punto di transito e redistribuzione del gas verso i mercati dell’Europa meridionale.
La disponibilità energetica a prezzi competitivi attira nuovi investimenti.
Le multinazionali della chimica tornano a guardare con interesse agli stabilimenti italiani. La siderurgia aumenta la produzione. Il settore della carta e quello della ceramica recuperano quote di mercato.
Anche il sistema portuale beneficia della nuova centralità geografica.
Trieste, Genova, Taranto, Gioia Tauro e Augusta vengono inserite in un piano integrato di sviluppo logistico.
La politica industriale italiana assume una dimensione mediterranea.
Parallelamente, la questione monetaria entra in una fase decisiva.
La Lira di Credito Italiano, introdotta nel 2011, ha ormai dimostrato la propria utilità come strumento complementare.
Il governo annuncia un progetto di trasformazione in una valuta nazionale pienamente operativa, accompagnato da una riforma bancaria, da un piano di conversione dei contratti e da accordi con i principali partner commerciali.
La Germania si oppone.
La Francia teme che l’esempio italiano possa essere seguito da altri Paesi.
Ma la discussione non riguarda più soltanto l’Italia.
Spagna, Portogallo e Grecia chiedono una revisione radicale dei meccanismi dell’euro.
La moneta unica è entrata nella sua crisi definitiva.
2018: l’anno della separazione
Nel 2018 si consuma la rottura.
L’Italia propone una conferenza intergovernativa per riformare radicalmente l’Unione europea.
Il progetto prevede il ritorno a una confederazione di Stati sovrani, con un mercato comune, accordi di cooperazione e libera circolazione negoziata, ma senza una politica monetaria centralizzata e senza il potere delle istituzioni comunitarie di imporre politiche economiche ai governi nazionali.
La proposta viene respinta da Germania, Francia e Paesi del Nord.
A quel punto Roma annuncia l’avvio della transizione monetaria.
La nuova valuta, la Nuova Lira, viene introdotta attraverso un percorso concordato con il sistema bancario nazionale.
I contratti regolati dalla legislazione italiana vengono progressivamente convertiti secondo criteri definiti dalla legge nazionale, mentre i rapporti internazionali vengono gestiti attraverso accordi specifici.
La transizione è accompagnata da:
- Garanzia pubblica sui depositi bancari.
- Tutela della liquidità delle banche.
- Ridenominazione dei titoli di Stato regolati dalla legislazione italiana.
- Accordi bilaterali per il commercio internazionale.
- Controlli temporanei sui movimenti di capitale, ove necessari.
- Una nuova politica della Banca d’Italia.
La reazione dei mercati è violenta, ma meno di quanto previsto dai critici.
L’Italia dispone di una base industriale consistente, di un sistema bancario riorganizzato e soprattutto di una posizione energetica che le garantisce un vantaggio competitivo.
Grecia e Spagna annunciano l’intenzione di seguire un percorso analogo.
Il Portogallo avvia negoziati.
L’euro non scompare immediatamente, ma perde progressivamente la propria funzione di moneta comune.
Si creano due aree monetarie: una intorno alla Germania e ai Paesi settentrionali, l’altra composta da Paesi mediterranei che recuperano le rispettive valute.
La Banca centrale europea si trova privata della possibilità di esercitare una politica monetaria unitaria su economie ormai profondamente divergenti.
La dissoluzione dell’euro diventa una questione di tempo.
2019: la fine dell’Unione europea
Il 2019 è l’anno in cui il progetto europeo, così come era stato concepito a Maastricht, entra definitivamente nella storia.
La Brexit è ormai completata.
L’Italia, la Grecia e la Spagna hanno abbandonato la moneta unica.
Il Portogallo ha avviato una transizione monetaria.
La Francia, attraversata da tensioni sociali e da una crisi di consenso politico, non riesce più a sostenere il peso di un’architettura comunitaria che ha perso le sue fondamenta economiche.
La Germania tenta di salvare il mercato comune, ma comprende che non è più possibile mantenere un’unione politica e monetaria contro la volontà di una parte significativa dei suoi membri.
A Bruxelles iniziano le trattative per una riforma complessiva dei trattati.
Il risultato è un accordo storico.
L’Unione europea viene progressivamente sciolta nella sua forma istituzionale originaria e sostituita da una Comunità europea degli Stati, con competenze limitate e fondata sulla cooperazione volontaria.
Il mercato comune sopravvive attraverso accordi commerciali.
La libera circolazione viene mantenuta nei Paesi che decidono di aderire ai nuovi accordi.
Le istituzioni sovranazionali perdono gran parte dei loro poteri.
La moneta unica viene ufficialmente avviata verso la liquidazione.
 
La fine dell’euro non determina il crollo dell’economia europea, ma obbliga ogni Stato a ridefinire le proprie politiche economiche e monetarie.
La Germania mantiene una valuta forte, ma perde parte del vantaggio competitivo derivante dalla precedente struttura monetaria.
I Paesi mediterranei recuperano strumenti di politica economica e monetaria, pur dovendo affrontare le difficoltà della transizione.
L’Italia, grazie al lavoro iniziato nel 2011, è tra i Paesi che affrontano questo passaggio con una struttura energetica e industriale già riorganizzata.
2020: il nuovo ordine mediterraneo
All’inizio del 2020 l’Europa è irriconoscibile rispetto a quella di nove anni prima.
L’Unione europea non esiste più nella sua forma originaria.
L’euro è stato definitivamente abbandonato come moneta comune.
Gli Stati hanno recuperato le rispettive valute e la possibilità di definire autonomamente le proprie politiche economiche.
L’Italia si presenta come uno dei principali protagonisti del nuovo scenario.
La Nuova Lira è ormai stabilizzata.
La politica energetica costruita a partire dal 2011 ha trasformato il Paese in un centro di distribuzione fondamentale per l’Europa meridionale.
Il rapporto con la Russia è diventato uno degli assi portanti della politica estera italiana, insieme alle relazioni con Algeria e Libia.
La Grecia, risparmiata dalla devastazione economica del programma della Troika, è diventata un partner industriale e logistico di Roma.
Il Patto di Roma si è trasformato in una piattaforma permanente di cooperazione mediterranea.
L’Italia ha sviluppato una rete di accordi commerciali con i Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, mentre il suo sistema portuale è diventato un punto di riferimento per le rotte tra Asia, Mediterraneo e continente europeo.
La politica industriale ha prodotto risultati importanti.
La chimica italiana, la meccanica, la siderurgia, l’automotive e la cantieristica hanno recuperato competitività.
 
Il costo dell’energia, pur soggetto alle oscillazioni dei mercati internazionali, rimane relativamente contenuto grazie alla diversificazione degli approvvigionamenti e ai contratti di lungo periodo.
Il Paese ha recuperato una parte significativa della propria capacità produttiva.
Ma soprattutto è cambiato il suo ruolo politico.
Nel febbraio 2020, Roma ospita il primo vertice del nuovo Consiglio Mediterraneo, al quale partecipano Italia, Grecia, Spagna, Portogallo, Algeria, Libia, Russia e altri Paesi interessati alla cooperazione economica e infrastrutturale.
Berlusconi, ormai figura storica della politica italiana, apre i lavori con un discorso che viene ripreso dalle principali televisioni internazionali:
«Per troppo tempo ci è stato detto che non esisteva alternativa. Che la moneta era intoccabile, che i trattati erano irreversibili, che i mercati dovevano decidere al posto dei governi e che il destino delle nazioni fosse ormai scritto.
Nel 2011 l’Italia ha deciso di non accettare questa idea.
Non abbiamo costruito un’Europa contro qualcuno. Abbiamo semplicemente ricordato che l’Europa non può esistere senza le sue nazioni.
Oggi siamo qui perché abbiamo scelto di cooperare senza rinunciare alla nostra identità.
Il Mediterraneo non è la periferia dell’Europa. È una delle sue porte sul mondo.
E l’Italia, finalmente, ha ricominciato a comportarsi da protagonista».
Il discorso viene accolto da un lungo applauso.
 
Epilogo – Il decennio che non ci fu
Nel 2020, gli storici cominciano a utilizzare una definizione per descrivere il periodo iniziato nove anni prima: la Rivoluzione mediterranea.
Il 2011, nella storia reale, era stato l’anno della crisi del debito sovrano, delle dimissioni di Berlusconi, dell’avvento del governo Monti e dell’inizio di una lunga stagione di austerità.
In questa storia alternativa è diventato l’anno della svolta.
Cinque eventi hanno cambiato il destino del continente:
1. La morte dei principali esponenti dell’amministrazione Obama ha modificato gli equilibri della politica estera americana e impedito che Washington sostenesse l’intervento in Libia.
2.
La resistenza di Berlusconi alle pressioni europee ha impedito il cambio di governo nel 2011 e aperto la strada a una politica economica autonoma.
3. Il mantenimento della Libia di Gheddafi ha preservato gli interessi energetici italiani e la stabilità di un partner strategico.
4. La costruzione dell’asse energetico italo-russo-algerino-libico, con la Grecia come snodo, ha dato all’Italia una centralità economica e diplomatica senza precedenti.
5. La crisi dell’euro, aggravata dalle divergenze tra le economie europee, ha portato alla dissoluzione dell’Unione europea nella sua forma originaria.
La Grecia non ha conosciuto il decennio perduto della nostra storia.
L’Italia non ha attraversato la lunga stagnazione industriale.
La Germania ha dovuto rinunciare a parte della propria influenza economica e politica.
La Russia ha trovato nel Mediterraneo un interlocutore europeo stabile.
La Francia e il Regno Unito hanno visto ridimensionato il proprio ruolo internazionale.
Naturalmente, il nuovo ordine non è privo di tensioni. La dipendenza energetica, gli equilibri militari, la gestione delle valute e le rivalità commerciali continuano a rappresentare sfide importanti.
Ma una cosa è cambiata definitivamente.
L’Italia non è più il Paese che subisce le decisioni altrui.
E tutto era cominciato con una lettera strappata, una guerra non combattuta e una moneta che nessuno, a Bruxelles, pensava potesse mai esistere.
Era il 2011. L’annus horribilis che non fu.

Il Maresciallo
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Ero in un tabacchi a comprare i sigari, c'era un ispettore che voleva fare 2000 euro di multa perché non aveva il cartello "gioca responsabilmente" o una roba simile. Siamo un paese finito.
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