Basta, davvero: ci stanno bombardando con la pubblicità (mascherata) dell’auto elettrica su tutti i social, ogni giorno. Spot, influencer, test drive “casuali”, finte opinioni… ma quando lo capiranno che questo tam tam non funziona?
Non solo è inutile, ma ormai sta irritando chi dell’elettrico non vuole proprio sentirne parlare. Non perché siamo “indietro” o “ignoranti”, ma perché non ci conviene. Punto.
Personalmente non sono affatto contro l’auto elettrica, anzi: può avere senso in certi contesti. Ma nel mio caso, come in quello di moltissimi italiani, è semplicemente una scelta illogica:
- Costa troppo,
- ricaricare non è più così economico,
- non ho una colonnina sotto casa,
- non posso aspettare ore per ripartire.
E allora perché continuate a trattarci da retrogradi solo perché non abbocchiamo?
Vi faccio un paio di esempi, il primo è il “bonus” rottamazione del governo e il secondo un post dove un presunto meccanico con quattro spicci rimette a posto una Tesla di dieci anni con un botto di chilometri sul groppone.
Parto dal bonus auto elettrica fino a 11000€ ennesima forzatura che non risolve nulla.
Il governo ci riprova: fino a 11000 € per chi rottama e passa all’elettrico. Ma il punto è sempre lo stesso:
se l’elettrico non si vende, è perché la gente NON LO VUOLE.
Per mille motivi: prezzi alti, ricariche scomode o costose, infrastrutture insufficienti, autonomia limitata e mille dubbi sull’impatto ambientale reale.
E allora continuiamo a buttare soldi pubblici in bonus inutili per far piacere alle lobby e al greenwashing di facciata?
Passiamo al post per boccaloni:
Una Tesla da 750000 km rimessa a nuovo con 10000€? Forse nei sogni…
Tutti entusiasti per un meccanico che dice di aver rimesso in sesto una Tesla con quasi un milione di chilometri… peccato che non menzioni nemmeno la batteria, che dopo tutti quei km sarà probabilmente da buttare.
E no, cambiare un pacco batterie non costa “due lire”, si parla anche di oltre 15000€.
In più, fare 750000 km in 10 anni vuol dire guidare 200 km al giorno, tutti i giorni, e con l’autonomia delle Model S del 2015 (circa 250 km reali), significa caricare ogni giorno, a volte due volte.
Tolte le batterie, magari 10.000€ bastano… ma è come dire che hai restaurato una casa ignorando il tetto.
Per non parlare delle futuristiche autostrade che ricaricano le auto elettriche o dei fantastici racconti di viaggio con auto elettriche dalla terra dei cachi al villaggio di Babbo Natale……
Volete spingere l’auto elettrica? Bene.
Ma fatelo con trasparenza, realismo e soprattutto rispetto dell’intelligenza di chi legge. La propaganda travestita da progresso non solo non convince più nessuno… ma ha seriamente rotto i coglioni.
Il Maresciallo
Non solo è inutile, ma ormai sta irritando chi dell’elettrico non vuole proprio sentirne parlare. Non perché siamo “indietro” o “ignoranti”, ma perché non ci conviene. Punto.
Personalmente non sono affatto contro l’auto elettrica, anzi: può avere senso in certi contesti. Ma nel mio caso, come in quello di moltissimi italiani, è semplicemente una scelta illogica:
- Costa troppo,
- ricaricare non è più così economico,
- non ho una colonnina sotto casa,
- non posso aspettare ore per ripartire.
E allora perché continuate a trattarci da retrogradi solo perché non abbocchiamo?
Vi faccio un paio di esempi, il primo è il “bonus” rottamazione del governo e il secondo un post dove un presunto meccanico con quattro spicci rimette a posto una Tesla di dieci anni con un botto di chilometri sul groppone.
Parto dal bonus auto elettrica fino a 11000€ ennesima forzatura che non risolve nulla.
Il governo ci riprova: fino a 11000 € per chi rottama e passa all’elettrico. Ma il punto è sempre lo stesso:
se l’elettrico non si vende, è perché la gente NON LO VUOLE.
Per mille motivi: prezzi alti, ricariche scomode o costose, infrastrutture insufficienti, autonomia limitata e mille dubbi sull’impatto ambientale reale.
E allora continuiamo a buttare soldi pubblici in bonus inutili per far piacere alle lobby e al greenwashing di facciata?
Passiamo al post per boccaloni:
Una Tesla da 750000 km rimessa a nuovo con 10000€? Forse nei sogni…
Tutti entusiasti per un meccanico che dice di aver rimesso in sesto una Tesla con quasi un milione di chilometri… peccato che non menzioni nemmeno la batteria, che dopo tutti quei km sarà probabilmente da buttare.
E no, cambiare un pacco batterie non costa “due lire”, si parla anche di oltre 15000€.
In più, fare 750000 km in 10 anni vuol dire guidare 200 km al giorno, tutti i giorni, e con l’autonomia delle Model S del 2015 (circa 250 km reali), significa caricare ogni giorno, a volte due volte.
Tolte le batterie, magari 10.000€ bastano… ma è come dire che hai restaurato una casa ignorando il tetto.
Per non parlare delle futuristiche autostrade che ricaricano le auto elettriche o dei fantastici racconti di viaggio con auto elettriche dalla terra dei cachi al villaggio di Babbo Natale……
Volete spingere l’auto elettrica? Bene.
Ma fatelo con trasparenza, realismo e soprattutto rispetto dell’intelligenza di chi legge. La propaganda travestita da progresso non solo non convince più nessuno… ma ha seriamente rotto i coglioni.
Il Maresciallo
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Mi trovo dal gommista a cambiare i pneumatici della mia auto, tra i clienti c’è anche un signore anziano un po’ malfermo, che alla domanda del gommista “quando vai in vacanza?” risponde la settimana prossima con la moglie e aggiunge una frase spettacolare :
”non annamo più là de do stanno le galline”
Detta da un vecchietto pronto per le vacanze, ha tutta la tenerezza, l’ironia e la saggezza di chi ha capito davvero cosa conta.
Simpatica perché evoca una vacanza semplice, genuina, lontana dagli eccessi e dalle frenesie moderne: niente voli intercontinentali o mete esotiche (che per carità è bellissimo fare) solo un angolo di mondo rassicurante, forse familiare, dove il tempo sembra fermarsi.
Ma anche ammirabile, perché in quelle parole c’è una lezione profonda: la felicità non si misura in chilometri, ma in qualità del tempo e della compagnia.
A volte, per staccare davvero, basta poco: un posto tranquillo, il profumo dell’erba tagliata, il canto di un gallo al mattino. È un invito a rallentare, a godere del presente, a riscoprire la bellezza delle cose semplici.
In fondo, dovremmo tutti imparare ad andare “non più là de do stanno le galline”… almeno ogni tanto.
Il Maresciallo
”non annamo più là de do stanno le galline”
Detta da un vecchietto pronto per le vacanze, ha tutta la tenerezza, l’ironia e la saggezza di chi ha capito davvero cosa conta.
Simpatica perché evoca una vacanza semplice, genuina, lontana dagli eccessi e dalle frenesie moderne: niente voli intercontinentali o mete esotiche (che per carità è bellissimo fare) solo un angolo di mondo rassicurante, forse familiare, dove il tempo sembra fermarsi.
Ma anche ammirabile, perché in quelle parole c’è una lezione profonda: la felicità non si misura in chilometri, ma in qualità del tempo e della compagnia.
A volte, per staccare davvero, basta poco: un posto tranquillo, il profumo dell’erba tagliata, il canto di un gallo al mattino. È un invito a rallentare, a godere del presente, a riscoprire la bellezza delle cose semplici.
In fondo, dovremmo tutti imparare ad andare “non più là de do stanno le galline”… almeno ogni tanto.
Il Maresciallo
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Il ponte sullo stretto sarebbe una figata pazzesca se lo si costruisse con danaro stampato dalla zecca nazionale. Ma per farlo capire al popolo bisogna ripristinare la dittatura sovranista.
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Se mai ci sarà una missione lunare che vada a buon fine, la foto più scattata sarà quella della terra. La tera è 40 volte più grande della luna, copre quindi buona parte dell'orizzonte lunare. Questa foto durante le missioni apollo dimenticarono di farla, c'è solo un misero fotomontaggio. Perché? Perché in base a questa foto potete sapere ora e data precise e ogni tot la terra cambia completamente per via della rotazione, un lavoro gigantesco quasi impossibile da riprodurre nel 1969, intatti non c'è.
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IL PONTE SULLO STRETTO
Probabilmente anche per formazione personale, sono un ingegnere, non sono uno di quelli che si oppongono a priori ai grandi progetti.
Anzi, sono convinto che un grande Paese, se vuole essere tale, debba accettare le grandi sfide.
La nostra storia lo dimostra: il genio italico ha costruito opere ingegneristiche e artistiche di livello mondiale, portando utilità e bellezza non solo agli italiani, ma a tutto il pianeta, per oltre duemila anni.
Eppure, oggi, c’è una parte di italiani che sembra aver perso il coraggio. Gente che, alla sola parola “grande opera”, si agita per paura del “magna magna” che giustamente è una preoccupazione più legittima, ma basterebbe una vigilanza severa per limitarlo.
Il problema è che a molti conviene avere paura: così non devono assumersi la responsabilità di fare nulla, quelli del no a priori.
Bast- ricordare i pentadementi che hanno affossato le Olimpiadi di Roma per timore delle tangenti. Un’occasione sprecata che poteva sfruttare il volano delle olimpiadi per sistemare viabilità e urbanistica della capitale, proprio mentre governavano Roma dimostrando, semmai ce ne fosse ancora bisogno, che gestire qualcosa di più grande di un chiosco di frutta secca non è proprio nelle loro capacità.
Quello che però mi fa davvero girare i coglioni è l’atteggiamento di un certo tipo di italiano: quello che si automartella i coglioni perché da mezzo secolo vive immerso nella propaganda anti-italiana. Sono convinti che non siamo capaci di fare nulla da soli, che siamo un popolo di incapaci tenuto in piedi dalle mancette e dalle direttive di Mamma UE. Gente che, senza qualcuno che li tenga per mano, si sente persa.
Che poi sono quelli che si fanno le foto sotto il Golden Gate, il Burj Khalifa, il London bridge e le postano orgoglioni (non è un errore) lodando quelle opere e dicendo che in Italia non ci sono.
Il Ponte sullo Stretto non è solo un’opera ingegneristica: è una sfida tecnica e politica. E non mi interessa se a portare avanti l’idea sia Salvini, Renzi o Meloni, l’importante è che venga fatto con intelligenza e giudizio.
Abbiamo i tecnici, abbiamo ancora (per poco se continuiamo così) le fabbriche, abbiamo la capacità.
L’unico vero ostacolo è la solita zavorra: chi dice sempre “no” perché ha paura di vedersi sfuggire di mano il ruolo di lamentatore professionista.
L’Italia ha costruito anfiteatri, acquedotti e cattedrali che ancora oggi il mondo ci invidia. E ora dobbiamo farcela sotto per la campata sospeso più lunga di sempre?
Per me no, è una sfida che possiamo vincere.
Il Maresciallo
Probabilmente anche per formazione personale, sono un ingegnere, non sono uno di quelli che si oppongono a priori ai grandi progetti.
Anzi, sono convinto che un grande Paese, se vuole essere tale, debba accettare le grandi sfide.
La nostra storia lo dimostra: il genio italico ha costruito opere ingegneristiche e artistiche di livello mondiale, portando utilità e bellezza non solo agli italiani, ma a tutto il pianeta, per oltre duemila anni.
Eppure, oggi, c’è una parte di italiani che sembra aver perso il coraggio. Gente che, alla sola parola “grande opera”, si agita per paura del “magna magna” che giustamente è una preoccupazione più legittima, ma basterebbe una vigilanza severa per limitarlo.
Il problema è che a molti conviene avere paura: così non devono assumersi la responsabilità di fare nulla, quelli del no a priori.
Bast- ricordare i pentadementi che hanno affossato le Olimpiadi di Roma per timore delle tangenti. Un’occasione sprecata che poteva sfruttare il volano delle olimpiadi per sistemare viabilità e urbanistica della capitale, proprio mentre governavano Roma dimostrando, semmai ce ne fosse ancora bisogno, che gestire qualcosa di più grande di un chiosco di frutta secca non è proprio nelle loro capacità.
Quello che però mi fa davvero girare i coglioni è l’atteggiamento di un certo tipo di italiano: quello che si automartella i coglioni perché da mezzo secolo vive immerso nella propaganda anti-italiana. Sono convinti che non siamo capaci di fare nulla da soli, che siamo un popolo di incapaci tenuto in piedi dalle mancette e dalle direttive di Mamma UE. Gente che, senza qualcuno che li tenga per mano, si sente persa.
Che poi sono quelli che si fanno le foto sotto il Golden Gate, il Burj Khalifa, il London bridge e le postano orgoglioni (non è un errore) lodando quelle opere e dicendo che in Italia non ci sono.
Il Ponte sullo Stretto non è solo un’opera ingegneristica: è una sfida tecnica e politica. E non mi interessa se a portare avanti l’idea sia Salvini, Renzi o Meloni, l’importante è che venga fatto con intelligenza e giudizio.
Abbiamo i tecnici, abbiamo ancora (per poco se continuiamo così) le fabbriche, abbiamo la capacità.
L’unico vero ostacolo è la solita zavorra: chi dice sempre “no” perché ha paura di vedersi sfuggire di mano il ruolo di lamentatore professionista.
L’Italia ha costruito anfiteatri, acquedotti e cattedrali che ancora oggi il mondo ci invidia. E ora dobbiamo farcela sotto per la campata sospeso più lunga di sempre?
Per me no, è una sfida che possiamo vincere.
Il Maresciallo
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Ultimamente sto vedendo alcuni fenomeni filoucraini in pieno delirio da dissonanza cognitiva che dopo 3 anni di guerra, undici di ingerenze occidentali in Ucraina sono ancora ancora lì, con la faccia come il culo, a raccontare favole di “vittoria”, Russia al collasso economico, l’Ucraina che può reggere un giorno in più della Russia e stronzate del genere.
Purtroppo per loro e soprattutto per i poveri ucraini ed i contribuenti europe l’Ucraina ha perso.
Punto.
E da parecchio pure!
Oggi è un Paese zombie, tenuto in piedi solo con le flebo dei soldi dei contribuenti europei, mentre le nostre economie marciscono tra bollette stellari, materie prime introvabili e sanzioni suicide che hanno fatto più male a noi che a Mosca.
E i numeri parlano chiaro:
-Energia industriale in Europa: fino a 5 volte più cara che negli USA.
-Terre rare e metalli strategici? Li compriamo dalla Cina, mentre sognamo di “liberarci” dalla dipendenza russa.
-Industria bellica: già satura, non può reggere uno sforzo prolungato senza amputare altri settori economici.
Ma il capolavoro arriva adesso, sti fenomeni si indignano perché Putin e Trump si incontrano per parlare di Ucraina senza invitare né Kiev né l’Europa.
Cari geni, lo capite o no che non contiamo più una benemerita cippa?
Ci arrivate che la nostra irrilevanza è il frutto diretto della vostra idiozia, della vostra cieca obbedienza e delle vostre scelte suicide?
Siamo passati da “leader globali” a bancomat geopolitici: paghiamo, subiamo, ubbidiamo… e non decidiamo un emerito cazzo di nulla.
Ma tranquilli: continuate pure a sventolare le bandierine blu-gialle, mentre vi portano via la fabbrica, il lavoro e la bolletta vi divora lo stipendio.
Ps: che fine ha fatto tranquillo lo sappiamo tutti…..
Il Maresciallo
Purtroppo per loro e soprattutto per i poveri ucraini ed i contribuenti europe l’Ucraina ha perso.
Punto.
E da parecchio pure!
Oggi è un Paese zombie, tenuto in piedi solo con le flebo dei soldi dei contribuenti europei, mentre le nostre economie marciscono tra bollette stellari, materie prime introvabili e sanzioni suicide che hanno fatto più male a noi che a Mosca.
E i numeri parlano chiaro:
-Energia industriale in Europa: fino a 5 volte più cara che negli USA.
-Terre rare e metalli strategici? Li compriamo dalla Cina, mentre sognamo di “liberarci” dalla dipendenza russa.
-Industria bellica: già satura, non può reggere uno sforzo prolungato senza amputare altri settori economici.
Ma il capolavoro arriva adesso, sti fenomeni si indignano perché Putin e Trump si incontrano per parlare di Ucraina senza invitare né Kiev né l’Europa.
Cari geni, lo capite o no che non contiamo più una benemerita cippa?
Ci arrivate che la nostra irrilevanza è il frutto diretto della vostra idiozia, della vostra cieca obbedienza e delle vostre scelte suicide?
Siamo passati da “leader globali” a bancomat geopolitici: paghiamo, subiamo, ubbidiamo… e non decidiamo un emerito cazzo di nulla.
Ma tranquilli: continuate pure a sventolare le bandierine blu-gialle, mentre vi portano via la fabbrica, il lavoro e la bolletta vi divora lo stipendio.
Ps: che fine ha fatto tranquillo lo sappiamo tutti…..
Il Maresciallo
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Ah!!
Finalmente Crisanti lo ha detto, il 9 agosto su La7: “Non abbiamo avuto il coraggio di dire che quei 160 morti al giorno… non erano No-Vax ma persone vaccinate e fragili.”
Impagabile la faccia di Parenzo.
Partono immediatamente le truppe cammellate della “verità”, arriva veloce ed implacabile come una multa dell’autovelox, il fact-checking di Open!
I fenomeni di Open si affrettano a liquidare tutto con il solito “contesto mancante”, con la solita banalità: “Che i vaccinati possano infettarsi non è una novità…” E qua parte la censura del politically correct mainstream che appiattisce, banalizza e manipola
Scrivono:
“Che i vaccinati possano infettarsi non è una novità, ne parliamo dal 2021 (e per tutti i vaccini per le altre malattie da anni)”
Peccato che qualcuno, non necessariamente un No-Vax, ma semplicemente un osservatore più attento, potrebbe far notare che:
1. Non tutti i vaccini sono uguali. Un vaccino come quello per il morbillo blocca la trasmissione, crea una vera immunità di gregge. I “vaccini” Covid mRNA invece non sono vaccini nel senso tradizionale, ma profilassi, o meglio farmaci che dovrebbero ridurre la gravità della malattia ma che non hanno la capacità di impedire l’infezione o la trasmissione. Insomma: sono un’altra categoria e non si può far finta di niente.
Tengo fuori il discorso degli effetti avversi.
2. Nel 2021 il CDC (l’ente americano della sanità) ha modificato la definizione stessa di “vaccino”, togliendo l’obbligo di produrre immunità vera e propria e riducendolo a “stimolare una risposta immunitaria”. Proprio nel momento in cui approvavano i vaccini Pfizer-BioNTech.
Una cosa che nemmeno il complottista più fantasioso arriverebbe a pensare, da applausi, chapeau!
Quindi grazie a Open per la consueta parafrasi da manuale: “Eh sì, vaccini funzionano sempre, solo che cambia il contesto”. Ma il contesto, come Crisanti cerca (imbranatamente, ma ci prova) di far capire, conta eccome. Far finta che i vaccini mRNA siano identici a quelli classici è un trucco retorico degno di una disquisizione medievale, ma poco utile per capire la dimensione reale del problema.
Vabbè, alla fine Open si affida al mantra “vaccinati che si infettano è roba già nota”, noi possiamo rispondere con un bel dito medio ed una scrollata di spalle ironica (ok avevo pensato ad un altro tipo di scrollata ma stamattina mi sento inclusivo) che lo sapevamo, avevamo letto il piano per la vaccinazione covid a firma Speranza in cui c’è scritto nero su bianco che non ci sono vaccini che bloccano il contagio. Ma qui non si tratta più di “vaccini che riducono la malattia”, ma di un vero e proprio processo con cui hanno alterato il linguaggio e la percezione pubblica, con un impatto tragico su chi era fragile.
Il Maresciallo
Finalmente Crisanti lo ha detto, il 9 agosto su La7: “Non abbiamo avuto il coraggio di dire che quei 160 morti al giorno… non erano No-Vax ma persone vaccinate e fragili.”
Impagabile la faccia di Parenzo.
Partono immediatamente le truppe cammellate della “verità”, arriva veloce ed implacabile come una multa dell’autovelox, il fact-checking di Open!
I fenomeni di Open si affrettano a liquidare tutto con il solito “contesto mancante”, con la solita banalità: “Che i vaccinati possano infettarsi non è una novità…” E qua parte la censura del politically correct mainstream che appiattisce, banalizza e manipola
Scrivono:
“Che i vaccinati possano infettarsi non è una novità, ne parliamo dal 2021 (e per tutti i vaccini per le altre malattie da anni)”
Peccato che qualcuno, non necessariamente un No-Vax, ma semplicemente un osservatore più attento, potrebbe far notare che:
1. Non tutti i vaccini sono uguali. Un vaccino come quello per il morbillo blocca la trasmissione, crea una vera immunità di gregge. I “vaccini” Covid mRNA invece non sono vaccini nel senso tradizionale, ma profilassi, o meglio farmaci che dovrebbero ridurre la gravità della malattia ma che non hanno la capacità di impedire l’infezione o la trasmissione. Insomma: sono un’altra categoria e non si può far finta di niente.
Tengo fuori il discorso degli effetti avversi.
2. Nel 2021 il CDC (l’ente americano della sanità) ha modificato la definizione stessa di “vaccino”, togliendo l’obbligo di produrre immunità vera e propria e riducendolo a “stimolare una risposta immunitaria”. Proprio nel momento in cui approvavano i vaccini Pfizer-BioNTech.
Una cosa che nemmeno il complottista più fantasioso arriverebbe a pensare, da applausi, chapeau!
Quindi grazie a Open per la consueta parafrasi da manuale: “Eh sì, vaccini funzionano sempre, solo che cambia il contesto”. Ma il contesto, come Crisanti cerca (imbranatamente, ma ci prova) di far capire, conta eccome. Far finta che i vaccini mRNA siano identici a quelli classici è un trucco retorico degno di una disquisizione medievale, ma poco utile per capire la dimensione reale del problema.
Vabbè, alla fine Open si affida al mantra “vaccinati che si infettano è roba già nota”, noi possiamo rispondere con un bel dito medio ed una scrollata di spalle ironica (ok avevo pensato ad un altro tipo di scrollata ma stamattina mi sento inclusivo) che lo sapevamo, avevamo letto il piano per la vaccinazione covid a firma Speranza in cui c’è scritto nero su bianco che non ci sono vaccini che bloccano il contagio. Ma qui non si tratta più di “vaccini che riducono la malattia”, ma di un vero e proprio processo con cui hanno alterato il linguaggio e la percezione pubblica, con un impatto tragico su chi era fragile.
Il Maresciallo
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Repubblica non smette mai di stupire, ma d’altronde questo è il livello di quelli che chiamano giornalisti!
Il ponte avrebbe una superficie di 241,6 km quadrati poco più grande dell’ area urbana di Reggio Calabria che ne fa 237 circa.
Sul ponte oltre che le corsie per auto e treni ci esce lo spazio per qualche quartiere residenziale, un parco eolico, un parco fotovoltaico che alimentano una mega centrale di dissalazione e visto che ci avanza spazio ci mettiamo pure un bel acquapark, stadio, aeroporto, etc etc….
Pessimi, veramente pessimi!
Il Maresciallo
Il ponte avrebbe una superficie di 241,6 km quadrati poco più grande dell’ area urbana di Reggio Calabria che ne fa 237 circa.
Sul ponte oltre che le corsie per auto e treni ci esce lo spazio per qualche quartiere residenziale, un parco eolico, un parco fotovoltaico che alimentano una mega centrale di dissalazione e visto che ci avanza spazio ci mettiamo pure un bel acquapark, stadio, aeroporto, etc etc….
Pessimi, veramente pessimi!
Il Maresciallo
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Domenica mi stavo guardando l’amichevole estiva Borussia Dortmund–Juventus, mi stavo gustando la partita perché la Juve la stava giocando bene.
A un certo punto, mi cade l’occhio su un cartellone pubblicitario a bordo campo: “Rheinmetall – Taking responsibility in a changing world”.
Un messaggio semplice pulito, elegante, quasi rassicurante.
Ma qualcosa non mi torna. “Rheinmetall… aspetta, …cazzarola…ma non è un’azienda di armamenti?”. La curiosità vince sulla pigrizia estivodomenicale: prendo il telefono e digito la frase su Google.
Il primo risultato è un video aziendale. Si inizia con musica epica, la voce narrante parla di “un mondo in costante emergenza” e di “sfide senza precedenti” che richiedono soluzioni affidabili e questa voce calma ma preoccupata snocciola le ansie e le preoccupazioni del mondo moderno e le sfide che vanno affrontate sullo sfondo scene cariche di luoghi comuni che gettano ansia e paura, però poi, oh tranquilli ci pensano loro che sono leader della sicurezza, in tutti i campi, e la voce cambia tono partono scene con persone di ogni etnia che sorridono, bambini che corrono nei campi, operatori in divisa che collaborano davanti a monitor luminosi. Poi, quasi senza soluzione di continuità, ecco apparire carri armati lucidi come appena usciti da un concessionario, convogli militari che avanzano, elicotteri che sorvolano paesaggi idilliaci, gente felice che si gode il tempo libero!
Tutto montato in un flusso che ti fa quasi dimenticare cosa stai guardando: armi, ma raccontate come se fossero le pentole di Mastrota.
È qui che ho un illuminazione.
Non si tratta solo di pubblicità: è un’operazione di costruzione narrativa. Le parole “responsabilità” e “cambiamento” diventano il velo che copre la realtà cruda: Rheinmetall vende strumenti di guerra.
Eppure, invece di mostrarti il conflitto, ti mostra il mondo che potresti avere se accetti la loro presenza come garanzia di stabilità. Un messaggio sottile: nemmeno la guerra come male necessario, addirittura come bene in potenza.
Poi il colpo da maestro, appare sgargiante lo straccio blu a dodici stelle, per dire che non lo fai per la tua nazione e per il tuo popolo ma per un bene astratto e “superiore”.
Questa è l’essenza del marketing politico-militare: normalizzare l’idea che la guerra sia un pilastro imprescindibile della nostra sicurezza e del nostro benessere. È un lavaggio semantico che agisce a lungo termine. Non ti convince con dati, ti seduce con emozioni. Non ti mostra il sangue, ma un arcobaleno dopo la tempesta… dimenticando di dirti che, spesso, è proprio la tempesta quella a cui vogliono abituarti!
Attraverso questi messaggi, governi e industrie belliche lavorano insieme per spostare la linea del “socialmente accettabile”. Dieci, vent’anni fa, un carro armato in uno video aziendale pubblico sarebbe stato percepito come fuori luogo. Oggi passa quasi inosservato. Domani, forse, ci sembrerà perfino normale.
Il vero successo della propaganda non è convincerti di qualcosa contro la tua volontà. È farti credere che quell’idea sia nata dentro di te, spontaneamente.
Adesso però non fraintendetemi non sono assolutamente contro la spesa e la cultura militare o il difendere il proprio paese, anzi penso che un paese degno di questo nome debba avere un proprio esercito serio e preparato, ma la propaganda che sta portando avanti la UE, che andare in guerra per la UE è necessario per il bene nostro e dei nostri figli, assolutamente NO!
Il Maresciallo.
A un certo punto, mi cade l’occhio su un cartellone pubblicitario a bordo campo: “Rheinmetall – Taking responsibility in a changing world”.
Un messaggio semplice pulito, elegante, quasi rassicurante.
Ma qualcosa non mi torna. “Rheinmetall… aspetta, …cazzarola…ma non è un’azienda di armamenti?”. La curiosità vince sulla pigrizia estivodomenicale: prendo il telefono e digito la frase su Google.
Il primo risultato è un video aziendale. Si inizia con musica epica, la voce narrante parla di “un mondo in costante emergenza” e di “sfide senza precedenti” che richiedono soluzioni affidabili e questa voce calma ma preoccupata snocciola le ansie e le preoccupazioni del mondo moderno e le sfide che vanno affrontate sullo sfondo scene cariche di luoghi comuni che gettano ansia e paura, però poi, oh tranquilli ci pensano loro che sono leader della sicurezza, in tutti i campi, e la voce cambia tono partono scene con persone di ogni etnia che sorridono, bambini che corrono nei campi, operatori in divisa che collaborano davanti a monitor luminosi. Poi, quasi senza soluzione di continuità, ecco apparire carri armati lucidi come appena usciti da un concessionario, convogli militari che avanzano, elicotteri che sorvolano paesaggi idilliaci, gente felice che si gode il tempo libero!
Tutto montato in un flusso che ti fa quasi dimenticare cosa stai guardando: armi, ma raccontate come se fossero le pentole di Mastrota.
È qui che ho un illuminazione.
Non si tratta solo di pubblicità: è un’operazione di costruzione narrativa. Le parole “responsabilità” e “cambiamento” diventano il velo che copre la realtà cruda: Rheinmetall vende strumenti di guerra.
Eppure, invece di mostrarti il conflitto, ti mostra il mondo che potresti avere se accetti la loro presenza come garanzia di stabilità. Un messaggio sottile: nemmeno la guerra come male necessario, addirittura come bene in potenza.
Poi il colpo da maestro, appare sgargiante lo straccio blu a dodici stelle, per dire che non lo fai per la tua nazione e per il tuo popolo ma per un bene astratto e “superiore”.
Questa è l’essenza del marketing politico-militare: normalizzare l’idea che la guerra sia un pilastro imprescindibile della nostra sicurezza e del nostro benessere. È un lavaggio semantico che agisce a lungo termine. Non ti convince con dati, ti seduce con emozioni. Non ti mostra il sangue, ma un arcobaleno dopo la tempesta… dimenticando di dirti che, spesso, è proprio la tempesta quella a cui vogliono abituarti!
Attraverso questi messaggi, governi e industrie belliche lavorano insieme per spostare la linea del “socialmente accettabile”. Dieci, vent’anni fa, un carro armato in uno video aziendale pubblico sarebbe stato percepito come fuori luogo. Oggi passa quasi inosservato. Domani, forse, ci sembrerà perfino normale.
Il vero successo della propaganda non è convincerti di qualcosa contro la tua volontà. È farti credere che quell’idea sia nata dentro di te, spontaneamente.
Adesso però non fraintendetemi non sono assolutamente contro la spesa e la cultura militare o il difendere il proprio paese, anzi penso che un paese degno di questo nome debba avere un proprio esercito serio e preparato, ma la propaganda che sta portando avanti la UE, che andare in guerra per la UE è necessario per il bene nostro e dei nostri figli, assolutamente NO!
Il Maresciallo.
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Mi è capitato più volte di veder passare i satelliti di Musk, starlink. Ho fatto parecchie ricerche per capire come funzionano ed è affascinante... Ma alla fine mi sono accorto di un dettaglio. Questi satelliti sono circa 3 metri x 1.2, piccolini insomma. Orbitano a 550km dalla terra... Mi chiedo : che cazzo di faro montano che lo vedo da 550km?
😁33👍7👎2
Riagganciandomi al discorso del ponte sullo stretto provo ad usarlo come esempio di che immensa merda sia la UE.
Immaginiamo una realtà alternativa dove il trattato di Maastricht non sia mai stato firmato.
C’è un’Italia relativamente sovrana (la WW2 c’è stata), dotata della propria moneta e di una banca centrale realmente sotto il controllo del Ministero del Tesoro, come avveniva prima della separazione tra Tesoro e Banca d’Italia del 1981.
Il governo decide di realizzare il Ponte sullo Stretto di Messina.
Il costo è imponente, ma il ritorno potenziale è gigantesco: riduzione dei tempi e costi di trasporto tra Sicilia e continente, integrazione logistica con porti e reti ferroviarie ad alta velocità, attrazione di investimenti privati e rilancio del turismo, poi se queste ipotesi siano realistiche o meno è un altro discorso che con questo post non c’entra un ca..o.
In un sistema sovrano, il finanziamento potrebbe avvenire emettendo titoli di Stato in lire, acquistati se necessario dalla Banca d’Italia.
Le imprese italiane riceverebbero direttamente le commesse, gli operai percepirebbero stipendi che resterebbero nell’economia interna, e l’indotto coinvolgerebbe fornitori, trasporti, cantieri navali, cementifici, acciaierie.
L’opera, una volta completata, aumenterebbe la produttività e il PIL nazionale. L’incremento delle entrate fiscali derivante dalla maggiore attività economica contribuirebbe a rientrare del debito contratto per costruirla. Il rapporto debito/PIL, nel medio periodo, potrebbe addirittura scendere: il denominatore (PIL) crescerebbe più velocemente del numeratore (debito). Questo è debito buono: spesa in conto capitale che si ripaga grazie alla ricchezza reale prodotta.
Poi c’è la realtà in cui viviamo, lo stesso progetto viene ipotizzato nell’Italia vassalla della UE.
In quanto membri dell’Eurozona, non possiamo finanziare un’opera del genere con la nostra banca centrale.
I fondi vanno reperiti sui mercati finanziari internazionali, a tassi determinati dalla fiducia degli investitori e dallo spread.
La BCE non è un braccio operativo del Tesoro italiano, ma un’entità indipendente che presta attenzione quasi esclusivamente alla stabilità dei prezzi, non alla piena occupazione o allo sviluppo infrastrutturale di un singolo Stato.
In più, le regole sugli appalti dell’UE impediscono di favorire in modo netto le imprese nazionali: una parte consistente della spesa finirebbe a ditte straniere, disperdendo l’effetto moltiplicatore e lasciando meno ricchezza sul territorio.
E, come se non bastasse, i vincoli di bilancio UE, dal Patto di Stabilità al Fiscal Compact, imporrebbero limiti rigidi alla spesa pubblica, anche se l’opera fosse capace di ripagarsi da sé.
Il risultato?
Progetti strategici come il Ponte sullo Stretto restano intrappolati tra numeri e regole, anziché essere valutati per il loro impatto reale sull’economia.
Vi faccio un altro esempio, il trappolone del MES sanitario.
Alcuni politici interni, che definirò “ingenui” perché mi sento buono, volevano accedere a questo strumento per costruire ospedali e comprare attrezzature mediche.
Ma qui sta l’inganno: il MES non è un regalo, è un prestito vincolato regolato da un ente privato.
Una volta attivato, scattano i meccanismi di sorveglianza della Troika (Commissione UE, BCE, FMI), che monitorano e condizionano tutta la spesa pubblica del paese.
Gli stipendi per il personale medico e infermieristico necessario a far funzionare i nuovi ospedali non sono spesa “una tantum” come l’acquisto di un macchinario, ma spesa corrente.
Ma la spesa corrente rientra nel mirino della Troika, che imporrebbe di compensare con tagli altrove.
Il risultato sarebbe una macelleria sociale: tagli alla sanità stessa, riduzioni di servizi, chiusura di reparti. In pratica, costruisci l’ospedale con i soldi del MES e poi non puoi mantenerlo operativo senza smantellare altrove. (Continua)
Immaginiamo una realtà alternativa dove il trattato di Maastricht non sia mai stato firmato.
C’è un’Italia relativamente sovrana (la WW2 c’è stata), dotata della propria moneta e di una banca centrale realmente sotto il controllo del Ministero del Tesoro, come avveniva prima della separazione tra Tesoro e Banca d’Italia del 1981.
Il governo decide di realizzare il Ponte sullo Stretto di Messina.
Il costo è imponente, ma il ritorno potenziale è gigantesco: riduzione dei tempi e costi di trasporto tra Sicilia e continente, integrazione logistica con porti e reti ferroviarie ad alta velocità, attrazione di investimenti privati e rilancio del turismo, poi se queste ipotesi siano realistiche o meno è un altro discorso che con questo post non c’entra un ca..o.
In un sistema sovrano, il finanziamento potrebbe avvenire emettendo titoli di Stato in lire, acquistati se necessario dalla Banca d’Italia.
Le imprese italiane riceverebbero direttamente le commesse, gli operai percepirebbero stipendi che resterebbero nell’economia interna, e l’indotto coinvolgerebbe fornitori, trasporti, cantieri navali, cementifici, acciaierie.
L’opera, una volta completata, aumenterebbe la produttività e il PIL nazionale. L’incremento delle entrate fiscali derivante dalla maggiore attività economica contribuirebbe a rientrare del debito contratto per costruirla. Il rapporto debito/PIL, nel medio periodo, potrebbe addirittura scendere: il denominatore (PIL) crescerebbe più velocemente del numeratore (debito). Questo è debito buono: spesa in conto capitale che si ripaga grazie alla ricchezza reale prodotta.
Poi c’è la realtà in cui viviamo, lo stesso progetto viene ipotizzato nell’Italia vassalla della UE.
In quanto membri dell’Eurozona, non possiamo finanziare un’opera del genere con la nostra banca centrale.
I fondi vanno reperiti sui mercati finanziari internazionali, a tassi determinati dalla fiducia degli investitori e dallo spread.
La BCE non è un braccio operativo del Tesoro italiano, ma un’entità indipendente che presta attenzione quasi esclusivamente alla stabilità dei prezzi, non alla piena occupazione o allo sviluppo infrastrutturale di un singolo Stato.
In più, le regole sugli appalti dell’UE impediscono di favorire in modo netto le imprese nazionali: una parte consistente della spesa finirebbe a ditte straniere, disperdendo l’effetto moltiplicatore e lasciando meno ricchezza sul territorio.
E, come se non bastasse, i vincoli di bilancio UE, dal Patto di Stabilità al Fiscal Compact, imporrebbero limiti rigidi alla spesa pubblica, anche se l’opera fosse capace di ripagarsi da sé.
Il risultato?
Progetti strategici come il Ponte sullo Stretto restano intrappolati tra numeri e regole, anziché essere valutati per il loro impatto reale sull’economia.
Vi faccio un altro esempio, il trappolone del MES sanitario.
Alcuni politici interni, che definirò “ingenui” perché mi sento buono, volevano accedere a questo strumento per costruire ospedali e comprare attrezzature mediche.
Ma qui sta l’inganno: il MES non è un regalo, è un prestito vincolato regolato da un ente privato.
Una volta attivato, scattano i meccanismi di sorveglianza della Troika (Commissione UE, BCE, FMI), che monitorano e condizionano tutta la spesa pubblica del paese.
Gli stipendi per il personale medico e infermieristico necessario a far funzionare i nuovi ospedali non sono spesa “una tantum” come l’acquisto di un macchinario, ma spesa corrente.
Ma la spesa corrente rientra nel mirino della Troika, che imporrebbe di compensare con tagli altrove.
Il risultato sarebbe una macelleria sociale: tagli alla sanità stessa, riduzioni di servizi, chiusura di reparti. In pratica, costruisci l’ospedale con i soldi del MES e poi non puoi mantenerlo operativo senza smantellare altrove. (Continua)
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Un’Italia sovrana, con la propria banca centrale sotto il Tesoro, potrebbe finanziare sia il Ponte sullo Stretto sia nuovi ospedali senza temere ricatti o imposizioni esterne, valutando ogni spesa in base al ritorno economico e sociale, non in base a parametri contabili fissati a Bruxelles.
All’interno dell’UE e dell’Eurozona, invece, ogni grande investimento rischia di trasformarsi in una trappola: o non lo fai, o lo fai a debito “cattivo” con condizioni capestro, oppure lo fai ma ti obbligano a tagliare altrove, annullando i benefici.
La scelta, in fondo, è semplice in quale universo vorreste vivere?
Quello dove voi ed il vostro paese siete padroni della vostra moneta e del vostro destino, oppure restare vincolati in una gabbia dove anche il debito buono diventa veleno.
Il Maresciallo.
All’interno dell’UE e dell’Eurozona, invece, ogni grande investimento rischia di trasformarsi in una trappola: o non lo fai, o lo fai a debito “cattivo” con condizioni capestro, oppure lo fai ma ti obbligano a tagliare altrove, annullando i benefici.
La scelta, in fondo, è semplice in quale universo vorreste vivere?
Quello dove voi ed il vostro paese siete padroni della vostra moneta e del vostro destino, oppure restare vincolati in una gabbia dove anche il debito buono diventa veleno.
Il Maresciallo.
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Rispondo ad Enrico in merito al post precedente. La legge sul divorzio è completamente sbagliata e comunque vivi nel capitalismo, se un ricco vuole cambiare moglie ogni 3 anni è può permetterselo e trova cagne che per soldi glielo concedono, cazzi suoi.
Ciò premesso, a mio parere, il problema più grande del divorzio è che si prende in considerazione la causa del divorzio soltanto se è il maschio a far finite il matrimonio. Infatti statisticamente parlando a volere il divorzio sono più le donne che gli uomini, anche nel caso di tradimenti.
Mi spiego meglio, l'uomo spesso tradisce ma non desidera divorziare perché sa che lo prende in culo,mentre la donna sa di essere tutelata e non ci pensa 2 volte a ribaltare il carro. Io non sono contro la tutela della maternità, ci mancherebbe, l'uomo deve assumersi Le responsabilità, ma secondo me il giudice dovrebbe fare una domanda che sia fulcro dell'intera procedura di separazione : chi dei 2 vuole separarsi?
È l'uomo? Bene ti paghi quel che ti devi pagare. È la donna? Bene ti mantieni o ti fai mantenere dal nuovo fidanzato, ti compri casa con lui e non caghi il cazzo al povero cristo che ti ha sposato. Detta così pare brutto, ma se ci pensate la bilancia pende ancora dalla parte della donna, che qualora "subisse " il divorzio riceverà comunque privilegi economici mentre l'uomo quelli lì beccherebbe in casi rarissimi. Adesso esiste solo la separazione con addebito, un processo lungo, costoso e tortuoso che non esula mai l'uomo dai casini ma al limite li alleggerisce. La parità di genere non la considero perché è roba da ritardati e sono del pensiero a che a noi uomini tocca la cura della famiglia pure se sfasciata, ma nei limiti della decenza, ormai in Italia il marito divorziato e cornuto si trova a pagare le cene alla ex e al fidanzato, poi qualcuno sbrocca e gridiamo stupiti al patriarcato... Ma il problema a volte è il femminismo tossico.
Ciò premesso, a mio parere, il problema più grande del divorzio è che si prende in considerazione la causa del divorzio soltanto se è il maschio a far finite il matrimonio. Infatti statisticamente parlando a volere il divorzio sono più le donne che gli uomini, anche nel caso di tradimenti.
Mi spiego meglio, l'uomo spesso tradisce ma non desidera divorziare perché sa che lo prende in culo,mentre la donna sa di essere tutelata e non ci pensa 2 volte a ribaltare il carro. Io non sono contro la tutela della maternità, ci mancherebbe, l'uomo deve assumersi Le responsabilità, ma secondo me il giudice dovrebbe fare una domanda che sia fulcro dell'intera procedura di separazione : chi dei 2 vuole separarsi?
È l'uomo? Bene ti paghi quel che ti devi pagare. È la donna? Bene ti mantieni o ti fai mantenere dal nuovo fidanzato, ti compri casa con lui e non caghi il cazzo al povero cristo che ti ha sposato. Detta così pare brutto, ma se ci pensate la bilancia pende ancora dalla parte della donna, che qualora "subisse " il divorzio riceverà comunque privilegi economici mentre l'uomo quelli lì beccherebbe in casi rarissimi. Adesso esiste solo la separazione con addebito, un processo lungo, costoso e tortuoso che non esula mai l'uomo dai casini ma al limite li alleggerisce. La parità di genere non la considero perché è roba da ritardati e sono del pensiero a che a noi uomini tocca la cura della famiglia pure se sfasciata, ma nei limiti della decenza, ormai in Italia il marito divorziato e cornuto si trova a pagare le cene alla ex e al fidanzato, poi qualcuno sbrocca e gridiamo stupiti al patriarcato... Ma il problema a volte è il femminismo tossico.
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UE: Unione degli….Ebeti….Esauriti...
Ricapitolando le ultime settimane la Russia avanza a piedi per 17 km a nord di Pokrovsk, conquista villaggi come se fosse una gita in campagna, e a Bruxelles ci raccontano che è “un problema per Putin”, perché vorrebbero farci credere che hanno finito i blindati…Vabbè certo… come no.
Ora lo possiamo dire che UE e Ucraina hanno perso la guerra?
Chi ne esce con le ossa rotte?
Gli Stati Uniti, avranno si subito un danno d'immagine, ma ne escono pieni di soldi con tutto quello che hanno ottenuto dall'Europa e dall'Ucraina.
La Russia, pur con qualche cerotto per le sanzioni, ha ottenuto quasi tutti gli obiettivi militari, se non tutti, comunque secondari all’obiettivo vero, la propria sicurezza.
Ha rinsaldato i rapporti con Cina, India e altri paesi non occidentali. Ha chiuso un mercato con l'Europa e ne ha aperto un "mercatone" con gli altri paesi.
I paesi UE hanno gettato miliardi, armi e la nostra economia a un’Ucraina ridotta ad un cadavere ambulante che non è nemmeno in grado di pagare gli stipendi, hanno perso l’energia a basso costo, comprano gas dagli USA a prezzo triplo, e intanto le nostre imprese chiudono. E per cosa? Per essere presi a schiaffi in faccia e finire esclusi dalle trattative mentre altri decidono il futuro del nostro continente senza di noi.
Orban ha detto :
”Se non sei al tavolo, sei nel menù.”
L'Europa, che dovrebbe essere l’apice dell'occidente in fatto di diplomazia, si ritrova a essere ignorata, snobbata e perculata da tutti e continua a fare dichiarazioni puerili ed imbarazzanti, "armiamo, continuiamo, la sovranità, i confini non si spostano con la forza".
“L'Europa” tira fuori una nota congiunta imbarazzante, completamente avulsa dalla realtà.
Sempre Orban, uno dei pochi che non ha firmato questa nota congiunta, ha dichiarato: "Gli ucraini hanno perso la guerra, la Russia ha vinto la guerra. Quando e in quali circostanze l'occidente che sostiene gli ucraini ammetterà che ciò è accaduto?".
La guerra è persa, la faccia pure.
Resta il conto da pagare, e lo paga sempre il più coglione!
Il Maresciallo
Ricapitolando le ultime settimane la Russia avanza a piedi per 17 km a nord di Pokrovsk, conquista villaggi come se fosse una gita in campagna, e a Bruxelles ci raccontano che è “un problema per Putin”, perché vorrebbero farci credere che hanno finito i blindati…Vabbè certo… come no.
Ora lo possiamo dire che UE e Ucraina hanno perso la guerra?
Chi ne esce con le ossa rotte?
Gli Stati Uniti, avranno si subito un danno d'immagine, ma ne escono pieni di soldi con tutto quello che hanno ottenuto dall'Europa e dall'Ucraina.
La Russia, pur con qualche cerotto per le sanzioni, ha ottenuto quasi tutti gli obiettivi militari, se non tutti, comunque secondari all’obiettivo vero, la propria sicurezza.
Ha rinsaldato i rapporti con Cina, India e altri paesi non occidentali. Ha chiuso un mercato con l'Europa e ne ha aperto un "mercatone" con gli altri paesi.
I paesi UE hanno gettato miliardi, armi e la nostra economia a un’Ucraina ridotta ad un cadavere ambulante che non è nemmeno in grado di pagare gli stipendi, hanno perso l’energia a basso costo, comprano gas dagli USA a prezzo triplo, e intanto le nostre imprese chiudono. E per cosa? Per essere presi a schiaffi in faccia e finire esclusi dalle trattative mentre altri decidono il futuro del nostro continente senza di noi.
Orban ha detto :
”Se non sei al tavolo, sei nel menù.”
L'Europa, che dovrebbe essere l’apice dell'occidente in fatto di diplomazia, si ritrova a essere ignorata, snobbata e perculata da tutti e continua a fare dichiarazioni puerili ed imbarazzanti, "armiamo, continuiamo, la sovranità, i confini non si spostano con la forza".
“L'Europa” tira fuori una nota congiunta imbarazzante, completamente avulsa dalla realtà.
Sempre Orban, uno dei pochi che non ha firmato questa nota congiunta, ha dichiarato: "Gli ucraini hanno perso la guerra, la Russia ha vinto la guerra. Quando e in quali circostanze l'occidente che sostiene gli ucraini ammetterà che ciò è accaduto?".
La guerra è persa, la faccia pure.
Resta il conto da pagare, e lo paga sempre il più coglione!
Il Maresciallo
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