In Italia abbiamo due certezze assolute:
🎄 A Natale su Italia 1 c’è “Una poltrona per due”.
🕯️ Il 27 gennaio, Giorno della Memoria, la Rai rispolvera “La vita è bella di Benigni”, come il torrone duro il marmo che t’ha regalato la zia di Norcia, dimenticato in fondo alla dispensa.
Ma attenzione: la seconda certezza potrebbe saltare per aria.
Pare che, con l’aria che tira e le nuove “simpatie geopolitiche” delle anime belle, La vita è bella rischi di sembrare improvvisamente poco allineata.
Dicono che Benigni, preoccupato per i mancati diritti d’autore e dopo un violento brainstorming con Nicoletta, abbia deciso di rigirare il finale.
Le linee guida del restyling sarebbero più o meno queste:
Nazisti cattivi? Confermati.
Ebrei vittime? Sì, ma non troppo… non si sa mai.
Americani liberatori? Ma chi li vuole più! C’è Trump e la marchetta per l’Oscar l’abbiamo già fatta, incassata e incorniciata.
Quindi il dilemma: chi arriva a liberare il campo?
Rispettiamo la verità storica? I sovietici? Eh no, oggi sono russi, c’hanno Putin sono cattivi. No no niente russi se no poi ci toccano le recensioni negative di Iacoboni e Calenda e Lilli Gruber non ci invita piu!
Idea geniale: lo liberano insieme palestinesi e ucraini così prendiamo due piccioni con una fava, accontentiamo tutti e ci portiamo a casa pure qualche premio alla Mostra di Venezia.
Il Maresciallo.
🎄 A Natale su Italia 1 c’è “Una poltrona per due”.
🕯️ Il 27 gennaio, Giorno della Memoria, la Rai rispolvera “La vita è bella di Benigni”, come il torrone duro il marmo che t’ha regalato la zia di Norcia, dimenticato in fondo alla dispensa.
Ma attenzione: la seconda certezza potrebbe saltare per aria.
Pare che, con l’aria che tira e le nuove “simpatie geopolitiche” delle anime belle, La vita è bella rischi di sembrare improvvisamente poco allineata.
Dicono che Benigni, preoccupato per i mancati diritti d’autore e dopo un violento brainstorming con Nicoletta, abbia deciso di rigirare il finale.
Le linee guida del restyling sarebbero più o meno queste:
Nazisti cattivi? Confermati.
Ebrei vittime? Sì, ma non troppo… non si sa mai.
Americani liberatori? Ma chi li vuole più! C’è Trump e la marchetta per l’Oscar l’abbiamo già fatta, incassata e incorniciata.
Quindi il dilemma: chi arriva a liberare il campo?
Rispettiamo la verità storica? I sovietici? Eh no, oggi sono russi, c’hanno Putin sono cattivi. No no niente russi se no poi ci toccano le recensioni negative di Iacoboni e Calenda e Lilli Gruber non ci invita piu!
Idea geniale: lo liberano insieme palestinesi e ucraini così prendiamo due piccioni con una fava, accontentiamo tutti e ci portiamo a casa pure qualche premio alla Mostra di Venezia.
Il Maresciallo.
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Mondiale Under 20 calcio, Usa 3 Italia 0, per gli Usa fa una doppietta Cremaschi, l’Italia schiera in attacco Alvin Obinna Okoro.
Il Maresciallo
Il Maresciallo
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Il Duca curiosità storiche.
Molti di voi già lo sapranno, comunque Stalin era un paranoico. Evita addirittura i dottori che finivano per evitare lui onde evitare i gulag.
Stalin vedeva complotti ovunque e era terrorizzato dai tradimenti.
Si fidava solo di un uomo ciecamente e se ci pensate è anche ovvio: il suo cuoco.
Sapete come si chiamava? Spiridon Ivanovič Putin.... Si era il nonno del nostro Putin.
Molti di voi già lo sapranno, comunque Stalin era un paranoico. Evita addirittura i dottori che finivano per evitare lui onde evitare i gulag.
Stalin vedeva complotti ovunque e era terrorizzato dai tradimenti.
Si fidava solo di un uomo ciecamente e se ci pensate è anche ovvio: il suo cuoco.
Sapete come si chiamava? Spiridon Ivanovič Putin.... Si era il nonno del nostro Putin.
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M’è apparso questo post in bacheca e mi sono visto il video.
Un qualcosa di squallido e stupido, costruito per un pubblico di minus habentes.
Mettono un imprenditore “contro” un ragazzo sfruttato, alimentando la solita dicotomia per idioti “povero contro ricco”.
È la solita logica dei media: semplificare tutto in uno scontro da stadio, bianco o nero, buono o cattivo, senza mai affrontare il problema vero.
Perché il pubblico deve rimanere idiota e diviso, così da non chiedersi mai chi scrive le regole del gioco.
Il ragazzo ha 24 anni, lavora 12 ore al giorno per 800 euro al mese, cioè circa 4,5 euro l’ora, e vive coi nonni perché non può permettersi l’affitto.
E invece di indignarsi per questa condizione indegna di un Paese civile, cosa fanno? Lo mettono a discutere con un imprenditore del lusso.
Ma il problema non è il ragazzo.
E nemmeno l’imprenditore.
Il problema è che la legge lo permette.
Quel ragazzo viene persino dipinto come un perdente, come se fosse colpevole di essere povero.
Invece di mettere in scena queste pagliacciate mediatiche, dovrebbero invitare un sindacalista, il Ministro del Lavoro, o chi scrive e approva le leggi che consentono di sfruttare le persone legalmente.
Perché se un giovane deve vivere con i nonni non per scelta ma per necessità, non è un dibattito televisivo, è un fallimento politico e sociale.
E poi c’è la questione più importante: la dignità del lavoro.
Lavorare non dovrebbe mai voler dire sopravvivere.
Chi lavora 12 ore al giorno deve potersi permettere una casa, una vita, un futuro.
La dignità non è un premio, è un diritto.
E quando un Paese accetta che si lavori a 4 euro l’ora, ha perso il senso stesso del lavoro e della giustizia.
Ruzza, che è probabilmente un professionista onesto, sbaglia a prestarsi a questo teatrino, anche solo per visibilità.
Ma il vero scandalo è che nel 2025 si possa ancora lavorare 12 ore al giorno, non arrivare a fine mese, e nessuno nei palazzi del potere si vergogni di questo.
Il Maresciallo
Un qualcosa di squallido e stupido, costruito per un pubblico di minus habentes.
Mettono un imprenditore “contro” un ragazzo sfruttato, alimentando la solita dicotomia per idioti “povero contro ricco”.
È la solita logica dei media: semplificare tutto in uno scontro da stadio, bianco o nero, buono o cattivo, senza mai affrontare il problema vero.
Perché il pubblico deve rimanere idiota e diviso, così da non chiedersi mai chi scrive le regole del gioco.
Il ragazzo ha 24 anni, lavora 12 ore al giorno per 800 euro al mese, cioè circa 4,5 euro l’ora, e vive coi nonni perché non può permettersi l’affitto.
E invece di indignarsi per questa condizione indegna di un Paese civile, cosa fanno? Lo mettono a discutere con un imprenditore del lusso.
Ma il problema non è il ragazzo.
E nemmeno l’imprenditore.
Il problema è che la legge lo permette.
Quel ragazzo viene persino dipinto come un perdente, come se fosse colpevole di essere povero.
Invece di mettere in scena queste pagliacciate mediatiche, dovrebbero invitare un sindacalista, il Ministro del Lavoro, o chi scrive e approva le leggi che consentono di sfruttare le persone legalmente.
Perché se un giovane deve vivere con i nonni non per scelta ma per necessità, non è un dibattito televisivo, è un fallimento politico e sociale.
E poi c’è la questione più importante: la dignità del lavoro.
Lavorare non dovrebbe mai voler dire sopravvivere.
Chi lavora 12 ore al giorno deve potersi permettere una casa, una vita, un futuro.
La dignità non è un premio, è un diritto.
E quando un Paese accetta che si lavori a 4 euro l’ora, ha perso il senso stesso del lavoro e della giustizia.
Ruzza, che è probabilmente un professionista onesto, sbaglia a prestarsi a questo teatrino, anche solo per visibilità.
Ma il vero scandalo è che nel 2025 si possa ancora lavorare 12 ore al giorno, non arrivare a fine mese, e nessuno nei palazzi del potere si vergogni di questo.
Il Maresciallo
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Ci sono parole che dovrebbero pesare come piombo, ma che in bocca a certi politici diventano piume.
“Sovranità”, per esempio. Quelli che fino a ieri si riempivano la bocca di “patria”, “identità nazionale” e “interesse italiano”, oggi parlano con candore di “cessione di sovranità”, come se fosse un gesto di saggezza, quasi una conquista.
Invocano con disarmante leggerezza una “cessione di sovranità” all’Unione Europea neanche fossero un Mario Monti qualsiasi e lo fanno con il sorriso, come se vendere un pezzo del Paese fosse un’operazione di alta diplomazia.
Ma di quale patriottismo parlano esattamente?
Chi fino a ieri si proclamava “sovranista” ora si inginocchia davanti a Bruxelles, pronto a consegnare le chiavi del Paese, come farebbe un pidiota, a un consesso di burocrati che non risponde a nessuno. L’ennesima giravolta di una classe dirigente che usa la parola “Italia” solo per far campagna elettorale, salvo poi dimenticarla appena si spengono le telecamere.
E intanto, dall’altra parte, ci sono gli “europeisti illuminati” quelli che ripetono come un mantra che l’Europa “ci regala i soldi”. Un’altra colossale bugia, buona solo per chi vive di slogan e post sui social.
Perché, per chi è ignorante come la 💩, la verità, pura e semplice, è che l’Italia è contributore netto dell’Unione Europea fin dal primo giorno: versa più di quanto riceve, finanzia gli altri e poi deve pure ringraziare quando le viene “concesso” di usare i suoi stessi soldi, magari per “progetti” approvati dai vari enti UE.
E allora sì, alla fine i vari “patrioti a parole” e gli “europeisti di professione” finiranno a braccetto, uniti dalla stessa fede cieca nel grande feticcio di Bruxelles. Uno invoca la cessione di sovranità, l’altro pontifica su fondi e PNRR “regalati”: due facce della stessa medaglia, quella di un’Italia che non crede più in se stessa, messa in mano a chi non ha interesse nel bene del proprio popolo.
Mentre a Bruxelles si decidono regole, sanzioni, puttanate, tappi che non si staccano e vincoli che schiacciano la nostra economia, qui ci si affanna a cercare l’applauso dell’euroburocrate di turno. Nessuno che alzi la testa, nessuno che dica chiaramente che questa Unione Europea non è una comunità di popoli, ma un enorme condominio di interessi, dove chi paga (cioè noi) vale sempre meno.
E così, tra una messa a 90 gradi e un comunicato stampa, l’Italia perde pezzi di sé, consegnandosi docilmente a un baraccone che da anni promette “solidarietà” e produce solo vincoli, controlli e dipendenza.
Altro che Unione: questa è sudditanza.
E di fronte a chi la chiama “realismo europeo”, c’è solo una parola da usare, RESA.
Il Maresciallo
“Sovranità”, per esempio. Quelli che fino a ieri si riempivano la bocca di “patria”, “identità nazionale” e “interesse italiano”, oggi parlano con candore di “cessione di sovranità”, come se fosse un gesto di saggezza, quasi una conquista.
Invocano con disarmante leggerezza una “cessione di sovranità” all’Unione Europea neanche fossero un Mario Monti qualsiasi e lo fanno con il sorriso, come se vendere un pezzo del Paese fosse un’operazione di alta diplomazia.
Ma di quale patriottismo parlano esattamente?
Chi fino a ieri si proclamava “sovranista” ora si inginocchia davanti a Bruxelles, pronto a consegnare le chiavi del Paese, come farebbe un pidiota, a un consesso di burocrati che non risponde a nessuno. L’ennesima giravolta di una classe dirigente che usa la parola “Italia” solo per far campagna elettorale, salvo poi dimenticarla appena si spengono le telecamere.
E intanto, dall’altra parte, ci sono gli “europeisti illuminati” quelli che ripetono come un mantra che l’Europa “ci regala i soldi”. Un’altra colossale bugia, buona solo per chi vive di slogan e post sui social.
Perché, per chi è ignorante come la 💩, la verità, pura e semplice, è che l’Italia è contributore netto dell’Unione Europea fin dal primo giorno: versa più di quanto riceve, finanzia gli altri e poi deve pure ringraziare quando le viene “concesso” di usare i suoi stessi soldi, magari per “progetti” approvati dai vari enti UE.
E allora sì, alla fine i vari “patrioti a parole” e gli “europeisti di professione” finiranno a braccetto, uniti dalla stessa fede cieca nel grande feticcio di Bruxelles. Uno invoca la cessione di sovranità, l’altro pontifica su fondi e PNRR “regalati”: due facce della stessa medaglia, quella di un’Italia che non crede più in se stessa, messa in mano a chi non ha interesse nel bene del proprio popolo.
Mentre a Bruxelles si decidono regole, sanzioni, puttanate, tappi che non si staccano e vincoli che schiacciano la nostra economia, qui ci si affanna a cercare l’applauso dell’euroburocrate di turno. Nessuno che alzi la testa, nessuno che dica chiaramente che questa Unione Europea non è una comunità di popoli, ma un enorme condominio di interessi, dove chi paga (cioè noi) vale sempre meno.
E così, tra una messa a 90 gradi e un comunicato stampa, l’Italia perde pezzi di sé, consegnandosi docilmente a un baraccone che da anni promette “solidarietà” e produce solo vincoli, controlli e dipendenza.
Altro che Unione: questa è sudditanza.
E di fronte a chi la chiama “realismo europeo”, c’è solo una parola da usare, RESA.
Il Maresciallo
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Donne liberal che piangono per i bambini migranti separati dai genitori, poi divorziano per scopare il personal trainer 20 anni più giovane e per prendere più alimenti fanno vedere i figli all'ex una volta al mese.
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Il divorzio non va abolito, va perfezionato, ma vi spiego perché non succederà mai.
Prima di tutto, come per i trans, dovrebbero esserci sedute obbligatorie di terapia di coppia, magari non come le conosciamo adesso ma con più mirati e puntuali metodi di recupero delle coppie, ad esempio con gente divorziata che racconta le esperienze.
In seconda traccia il giudice dovrebbe SEMPRE individuare chi dei 2 vuole divorziare e come primo capitolo della separazione scrivere : hai voluto fa il coglione? Pagati il divorzio.
L'affidamento congiunto dovrebbe essere totale, stabilire una cifra al giorno e chi tiene di più i figli riceverà il giusto contributo per quei giorni in più e non dei bizzarri bonus non meglio definiti.
In caso di tradimento ogni bizzarro bonus deve andare al tradito compresa, se richiesta, l'istanza di affidamento dei figli. Se non hai pensato ai figli per una scopata conoscendo tale legge, non mi pare tu sia affidabile per ottenere l'affidamento, maschio o femmina tu sia.
Qualunque diritto acquisito di danari dall'ex decade il giorno in cui i figli ti vedono con un altra/o, se li pagasse lei/lui.
Basta con la cazzata che non si può dividere la casa coniugale in giorni, se il Papà può vivere in macchina mentre la ex (magari fedigrafa) se trova pure il mutuo pagato, non vedo perché in quella casa non si possa vivere 15 giorni a testa.
Qualunque cosa scritta sopra se le autorità in merito stabiliscono che per i figli non sono idonee sarà un giudice a rivederle in maniera più opportuna.
Aggiungo, l'amante se informata di avere a che fare con una persona sposata deve economicamente risarcire in parte il/la tradita/o in base alle disponibilità economiche e per un periodo non inferiore a un tot stabilito dal giudice.
Ora che ho ridotto del 90% i divorzi ve dico perché questi (estremi certo) non andranno mai in porto.
Io mi sono separato per qualche mese, ho comprato una macchina, preso un appartamento e iniziato la vita demmerda del separato. Sebbene continuassi a pagare mezzo mutuo di casa, tutti i finanziamenti suoi a nome mio ecc... elargivo alla duchessa circa 450 euro di assegno.
Ovviamente non investivo più nella casa, ma pagavo la bolletta di quella presa, l'affitto e blablabla.
Questo perché non avevamo una relazione, ma la avessi avuta io magari mettevo su una seconda famiglia, altri figli, altri vestiti, libri, matrimonio, cene, case, auto, scuola e blablabla.
Avete capito? Ve lo devo spiegare? A questo aggiungete la parcella dell'avvocato e avete il quadro completo del perché ci inculcano fin da piccoli che divorziare è un bene per i figli.
Prima di tutto, come per i trans, dovrebbero esserci sedute obbligatorie di terapia di coppia, magari non come le conosciamo adesso ma con più mirati e puntuali metodi di recupero delle coppie, ad esempio con gente divorziata che racconta le esperienze.
In seconda traccia il giudice dovrebbe SEMPRE individuare chi dei 2 vuole divorziare e come primo capitolo della separazione scrivere : hai voluto fa il coglione? Pagati il divorzio.
L'affidamento congiunto dovrebbe essere totale, stabilire una cifra al giorno e chi tiene di più i figli riceverà il giusto contributo per quei giorni in più e non dei bizzarri bonus non meglio definiti.
In caso di tradimento ogni bizzarro bonus deve andare al tradito compresa, se richiesta, l'istanza di affidamento dei figli. Se non hai pensato ai figli per una scopata conoscendo tale legge, non mi pare tu sia affidabile per ottenere l'affidamento, maschio o femmina tu sia.
Qualunque diritto acquisito di danari dall'ex decade il giorno in cui i figli ti vedono con un altra/o, se li pagasse lei/lui.
Basta con la cazzata che non si può dividere la casa coniugale in giorni, se il Papà può vivere in macchina mentre la ex (magari fedigrafa) se trova pure il mutuo pagato, non vedo perché in quella casa non si possa vivere 15 giorni a testa.
Qualunque cosa scritta sopra se le autorità in merito stabiliscono che per i figli non sono idonee sarà un giudice a rivederle in maniera più opportuna.
Aggiungo, l'amante se informata di avere a che fare con una persona sposata deve economicamente risarcire in parte il/la tradita/o in base alle disponibilità economiche e per un periodo non inferiore a un tot stabilito dal giudice.
Ora che ho ridotto del 90% i divorzi ve dico perché questi (estremi certo) non andranno mai in porto.
Io mi sono separato per qualche mese, ho comprato una macchina, preso un appartamento e iniziato la vita demmerda del separato. Sebbene continuassi a pagare mezzo mutuo di casa, tutti i finanziamenti suoi a nome mio ecc... elargivo alla duchessa circa 450 euro di assegno.
Ovviamente non investivo più nella casa, ma pagavo la bolletta di quella presa, l'affitto e blablabla.
Questo perché non avevamo una relazione, ma la avessi avuta io magari mettevo su una seconda famiglia, altri figli, altri vestiti, libri, matrimonio, cene, case, auto, scuola e blablabla.
Avete capito? Ve lo devo spiegare? A questo aggiungete la parcella dell'avvocato e avete il quadro completo del perché ci inculcano fin da piccoli che divorziare è un bene per i figli.
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Il risultato delle regionali in Toscana è molto più di un dato elettorale: è un atto d’accusa.
Non contro un partito o una coalizione, ma contro l’intero sistema politico italiano, ormai svuotato, autoreferenziale e incapace di rappresentare la realtà che pretende di governare.
In una terra che per decenni è stata un feudo rosso con votazioni “bulgare”, il messaggio delle urne è chiarissimo: entrambi i poli principali hanno perso circa il 20% dei voti in termini assoluti rispetto alle scorse regionali.
Non si tratta di un semplice spostamento di consenso: è il sintomo di una frattura ormai irreversibile tra cittadini e istituzioni.
Chi parla di “disaffezione” o “apatia” dell’elettorato finge di non capire. Gli italiani non si sono stancati di votare: si sono stancati di essere presi in giro.
Si allontanano non perché non gli interessi la cosa pubblica, ma perché la cosa pubblica è stata depredata da chi avrebbe dovuto difenderla.
Ogni elezione è diventata un rituale di promesse smentite, di slogan svuotati, di facce riciclate.
Il cittadino medio non crede più a nulla non per ignoranza, ma per esperienza: ha visto troppi leader “del cambiamento” diventare, in poche settimane, servi dello stesso potere che dicevano di combattere.
Il caso della Lega è emblematico.
Da forza antisistema, radicata nel territorio e capace di parlare la lingua concreta del malessere popolare, è passata, in un tempo ridicolmente breve, a forza di governo invertebrata, pronta a tutto pur di restare in sella.
Nel 2019 sfiorava il 36%; oggi naviga sotto l’8%.
Il crollo non è un incidente, ma una condanna: quando si tradisce la propria identità, il conto arriva puntuale.
La scelta di sostenere il governo Draghi e di appoggiare misure coercitive come il green pass ha cancellato in un colpo solo anni di consenso costruito sull’opposizione all’establishment.
La Lega ha smesso di rappresentare la protesta ed è diventata parte dell’ordine che la gente disprezza.
E l’elettore, che può essere deluso, ma non stupido, l’ha punita senza pietà.
Ancora più emblematica la parabola dei Cinque Stelle, una formazione creata per incanalare il dissenso, per riportarlo all’ovile quando possibile oppure all’astensione, i 5🤡 nel 2018 fingevano di incarnare la rabbia, la speranza e la voglia di riscatto di un intero Paese.
Con il 33% dei voti, avevano in mano la possibilità storica di rifondare la politica su nuove basi.
Invece hanno, come da piano, preso la via più comoda e più vile: la trasformazione in casta, l’ingresso nei palazzi che giuravano di voler aprire “come una scatoletta di tonno”.
Hanno rinnegato, uno dopo l’altro, i principi fondanti del loro progetto, onestà, trasparenza, coerenza, diventando ciò che avevano giurato di combattere, anzi pure peggio, sono diventate delle prostitute politiche di bassa caratura.
Oggi, i 5🤡 sono ridotti a percentuali marginali, pagano il prezzo di un tradimento morale prima ancora che politico.
Hanno illuso milioni di italiani, e quando un popolo si sente ingannato, non perdona.
Questi due esempi non sono eccezioni: sono la regola.
L’intera classe politica italiana è sprofondata in una mediocrità che rasenta l’indecenza.
Non c’è più visione, non c’è più cultura politica, non c’è più spina dorsale.
Si parla per slogan, si governa per convenienza, si cambia posizione con la leggerezza con cui si swappa sul telefonino.
Il dibattito pubblico è ridotto ad un teatro di figuranti: parole altisonanti, zero sostanza.
La politica non è più il luogo dell’impegno, ma dell’opportunismo; non più servizio, ma mestiere; non più confronto, ma calcolo.
E mentre i partiti si consumano nelle loro beghe interne, la società reale, quella che lavora, che soffre, che chiede ascolto, si allontana, disgustata.
La Toscana, oggi riflette il paese intero un popolo che non si sente rappresentato da nessuno.
E quando la rappresentanza muore, muore anche la fiducia.
L’astensione non è indifferenza: è un grido silenzioso. È il modo in cui il cittadino comunica il proprio rifiuto di un sistema che non lo rispetta.
Non contro un partito o una coalizione, ma contro l’intero sistema politico italiano, ormai svuotato, autoreferenziale e incapace di rappresentare la realtà che pretende di governare.
In una terra che per decenni è stata un feudo rosso con votazioni “bulgare”, il messaggio delle urne è chiarissimo: entrambi i poli principali hanno perso circa il 20% dei voti in termini assoluti rispetto alle scorse regionali.
Non si tratta di un semplice spostamento di consenso: è il sintomo di una frattura ormai irreversibile tra cittadini e istituzioni.
Chi parla di “disaffezione” o “apatia” dell’elettorato finge di non capire. Gli italiani non si sono stancati di votare: si sono stancati di essere presi in giro.
Si allontanano non perché non gli interessi la cosa pubblica, ma perché la cosa pubblica è stata depredata da chi avrebbe dovuto difenderla.
Ogni elezione è diventata un rituale di promesse smentite, di slogan svuotati, di facce riciclate.
Il cittadino medio non crede più a nulla non per ignoranza, ma per esperienza: ha visto troppi leader “del cambiamento” diventare, in poche settimane, servi dello stesso potere che dicevano di combattere.
Il caso della Lega è emblematico.
Da forza antisistema, radicata nel territorio e capace di parlare la lingua concreta del malessere popolare, è passata, in un tempo ridicolmente breve, a forza di governo invertebrata, pronta a tutto pur di restare in sella.
Nel 2019 sfiorava il 36%; oggi naviga sotto l’8%.
Il crollo non è un incidente, ma una condanna: quando si tradisce la propria identità, il conto arriva puntuale.
La scelta di sostenere il governo Draghi e di appoggiare misure coercitive come il green pass ha cancellato in un colpo solo anni di consenso costruito sull’opposizione all’establishment.
La Lega ha smesso di rappresentare la protesta ed è diventata parte dell’ordine che la gente disprezza.
E l’elettore, che può essere deluso, ma non stupido, l’ha punita senza pietà.
Ancora più emblematica la parabola dei Cinque Stelle, una formazione creata per incanalare il dissenso, per riportarlo all’ovile quando possibile oppure all’astensione, i 5🤡 nel 2018 fingevano di incarnare la rabbia, la speranza e la voglia di riscatto di un intero Paese.
Con il 33% dei voti, avevano in mano la possibilità storica di rifondare la politica su nuove basi.
Invece hanno, come da piano, preso la via più comoda e più vile: la trasformazione in casta, l’ingresso nei palazzi che giuravano di voler aprire “come una scatoletta di tonno”.
Hanno rinnegato, uno dopo l’altro, i principi fondanti del loro progetto, onestà, trasparenza, coerenza, diventando ciò che avevano giurato di combattere, anzi pure peggio, sono diventate delle prostitute politiche di bassa caratura.
Oggi, i 5🤡 sono ridotti a percentuali marginali, pagano il prezzo di un tradimento morale prima ancora che politico.
Hanno illuso milioni di italiani, e quando un popolo si sente ingannato, non perdona.
Questi due esempi non sono eccezioni: sono la regola.
L’intera classe politica italiana è sprofondata in una mediocrità che rasenta l’indecenza.
Non c’è più visione, non c’è più cultura politica, non c’è più spina dorsale.
Si parla per slogan, si governa per convenienza, si cambia posizione con la leggerezza con cui si swappa sul telefonino.
Il dibattito pubblico è ridotto ad un teatro di figuranti: parole altisonanti, zero sostanza.
La politica non è più il luogo dell’impegno, ma dell’opportunismo; non più servizio, ma mestiere; non più confronto, ma calcolo.
E mentre i partiti si consumano nelle loro beghe interne, la società reale, quella che lavora, che soffre, che chiede ascolto, si allontana, disgustata.
La Toscana, oggi riflette il paese intero un popolo che non si sente rappresentato da nessuno.
E quando la rappresentanza muore, muore anche la fiducia.
L’astensione non è indifferenza: è un grido silenzioso. È il modo in cui il cittadino comunica il proprio rifiuto di un sistema che non lo rispetta.
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Il problema è che la politica è ben felice di questa scelta perché meno gente vota, meno gente è coinvolta e più è semplice gestire il potere.
Finché la politica resterà un gioco autoreferenziale di carriera e di potere, questo grido continuerà a crescere, ma purtroppo non produrrà nulla se non qualche trafiletto di giornale.
E se nessuno avrà il coraggio di ascoltarlo, il rischio non è solo l’astensionismo, ma qualcosa di peggiore: la resa definitiva alla disillusione.
Alla fine la “democrazia” italiana non è in pericolo per un complotto, ma per propria consunzione morale.
Muore lentamente, giorno dopo giorno, soffocata da menzogne, incoerenza, mediocrità.
Le urne toscane non hanno solo certificato un crollo di voti: hanno messo a nudo un Paese che non crede più nei propri rappresentanti.
E finché la politica non ritroverà il coraggio della verità, della coerenza e del rispetto per i cittadini, continueremo a precipitare.
Non per mancanza di voti, ma per assenza di dignità.
Il Maresciallo
Finché la politica resterà un gioco autoreferenziale di carriera e di potere, questo grido continuerà a crescere, ma purtroppo non produrrà nulla se non qualche trafiletto di giornale.
E se nessuno avrà il coraggio di ascoltarlo, il rischio non è solo l’astensionismo, ma qualcosa di peggiore: la resa definitiva alla disillusione.
Alla fine la “democrazia” italiana non è in pericolo per un complotto, ma per propria consunzione morale.
Muore lentamente, giorno dopo giorno, soffocata da menzogne, incoerenza, mediocrità.
Le urne toscane non hanno solo certificato un crollo di voti: hanno messo a nudo un Paese che non crede più nei propri rappresentanti.
E finché la politica non ritroverà il coraggio della verità, della coerenza e del rispetto per i cittadini, continueremo a precipitare.
Non per mancanza di voti, ma per assenza di dignità.
Il Maresciallo
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