La Gran Bretagna è fottuta, allo sbando totale: il buon senso è vietato, di fatto esiste il reato di opinione e chi osa pronunciare parole normali rischia la carriera e/o la galera.
La BBC ha richiamato Martine Croxall per aver corretto “pregnant women” invece di “pregnant people”, “donne incinte” invece di “persone incinte”
La Executive Complaints Unit della BBC ha infatti accolto la bellezza di ben 20 reclami, si, 20 non 10000, stabilendo che la Croxall ha violato le regole di imparzialità dell’emittente.
Una giornalista esperta che, con un minimo di buon senso, ha semplicemente corretto una assurda forzatura linguistica e biologica perché, piaccia o no, SOLO le donne possono essere incinte.
E per questo la BBC l’ha accusata di “mancanza di imparzialità”.
Da oggi dire la verità biologica è diventato un atto politico!
La smorfia sul suo volto diceva tutto: stanchezza di fronte a un clima ideologico che ha perso ogni contatto con la realtà.
Il Maresciallo
La BBC ha richiamato Martine Croxall per aver corretto “pregnant women” invece di “pregnant people”, “donne incinte” invece di “persone incinte”
La Executive Complaints Unit della BBC ha infatti accolto la bellezza di ben 20 reclami, si, 20 non 10000, stabilendo che la Croxall ha violato le regole di imparzialità dell’emittente.
Una giornalista esperta che, con un minimo di buon senso, ha semplicemente corretto una assurda forzatura linguistica e biologica perché, piaccia o no, SOLO le donne possono essere incinte.
E per questo la BBC l’ha accusata di “mancanza di imparzialità”.
Da oggi dire la verità biologica è diventato un atto politico!
La smorfia sul suo volto diceva tutto: stanchezza di fronte a un clima ideologico che ha perso ogni contatto con la realtà.
Il Maresciallo
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Dunque vediamo... 2 università che ricevono fondi per decine di milioni da pfizer, fanno una ricerca finanziata da pfizer e scoprono che Pfizer è stata brava! Incedibile! Fantastico! Come si fa a non crederci?
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Datemi un consiglio per un meme.
che tatuaggio posso mettere sul braccio di Calenduccio nostro?
Il Maresciallo
che tatuaggio posso mettere sul braccio di Calenduccio nostro?
Il Maresciallo
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Dalle prigioni di Camp Bucca agli uffici presidenziali: Al-Jolani, Zelensky e le creature dell’Occidente
L’Occidente ha sempre avuto una straordinaria capacità di creare i propri “eroi” a seconda del contesto geopolitico. E spesso, dietro ogni volto presentato come simbolo di libertà o di rinascita democratica, si cela un calcolo di potere, una costruzione mediatica funzionale agli interessi di Washington.
Oggi il nome che domina la nuova Siria è Abu Mohammad al-Jolani, ex leader jihadista, oggi presidente di transizione dopo la caduta di Bashar al-Assad.
Solo fino a pochi anni fa, gli Stati Uniti avevano posto una taglia da 10 milioni di dollari sulla sua testa per il suo ruolo in al-Qaeda e nel fronte al-Nusra.
Eppure, dopo la sua vittoria militare e politica, Al-Jolani viene accolto nei palazzi del potere occidentale, riceve inviti ufficiali, stringe la mano a Donald Trump e discute di “riconciliazione nazionale” con Emmanuel Macron.
È lo stesso schema visto altrove: trasformare un ex nemico in pedina utile, un vecchio terrorista in nuovo “uomo forte” in grado di garantire la stabilità.
Perché ciò che conta non è la coerenza morale, ma la funzionalità politica.
Il parallelo più interessante è quello con Volodymyr Zelensky, presidente dell’Ucraina.
Un tempo comico e attore televisivo, diventato simbolo della resistenza democratica contro la Russia, Zelensky è stato, come Al-Jolani, plasmato, sostenuto e amplificato dalla macchina occidentale.
Non per ideologia, ma per strategia.
Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno investito in Zelensky come volto “accettabile” della lotta contro Mosca, così come oggi investono in Al-Jolani come garante del “nuovo ordine” post-Assad in Siria.
Entrambi rappresentano, in forme opposte, il potere della narrativa americana:
-Zelensky, la versione “democratica”, eroica, hollywoodiana del leader-resistente.
-Al-Jolani, la versione “realista”, quella del nemico convertito, del jihadista che si scopre statista.
Due facce dello stesso paradigma: Washington decide chi è il “buono” e chi il “cattivo” a seconda della convenienza del momento.
I principi si piegano alla geopolitica.
E la coerenza morale diventa una variabile, non un valore.
Oggi Al-Jolani, ex compagno di prigionia di Abu Bakr al-Baghdadi a Camp Bucca, stringe mani occidentali che fino a poco tempo fa lo volevano morto.
Zelensky, l’uomo che ha incarnato la speranza europea, è progressivamente diventato il volto militare dell’agenda atlantica, schiacciato tra dipendenza economica e logiche di guerra per procura.
Entrambi sono creature di un sistema che non crea leader, ma li seleziona per convenienza.
Quando servono, vengono esaltati.
Quando non servono più, verranno archiviati.
In fondo, l’Occidente non ha amici né ideali duraturi.
Ha solo strumenti temporanei per mantenere il proprio equilibrio di potere.
E in questa logica spietata, tanto Al-Jolani quanto Zelensky non sono che due pedine diverse sulla stessa scacchiera.
Il Maresciallo
L’Occidente ha sempre avuto una straordinaria capacità di creare i propri “eroi” a seconda del contesto geopolitico. E spesso, dietro ogni volto presentato come simbolo di libertà o di rinascita democratica, si cela un calcolo di potere, una costruzione mediatica funzionale agli interessi di Washington.
Oggi il nome che domina la nuova Siria è Abu Mohammad al-Jolani, ex leader jihadista, oggi presidente di transizione dopo la caduta di Bashar al-Assad.
Solo fino a pochi anni fa, gli Stati Uniti avevano posto una taglia da 10 milioni di dollari sulla sua testa per il suo ruolo in al-Qaeda e nel fronte al-Nusra.
Eppure, dopo la sua vittoria militare e politica, Al-Jolani viene accolto nei palazzi del potere occidentale, riceve inviti ufficiali, stringe la mano a Donald Trump e discute di “riconciliazione nazionale” con Emmanuel Macron.
È lo stesso schema visto altrove: trasformare un ex nemico in pedina utile, un vecchio terrorista in nuovo “uomo forte” in grado di garantire la stabilità.
Perché ciò che conta non è la coerenza morale, ma la funzionalità politica.
Il parallelo più interessante è quello con Volodymyr Zelensky, presidente dell’Ucraina.
Un tempo comico e attore televisivo, diventato simbolo della resistenza democratica contro la Russia, Zelensky è stato, come Al-Jolani, plasmato, sostenuto e amplificato dalla macchina occidentale.
Non per ideologia, ma per strategia.
Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno investito in Zelensky come volto “accettabile” della lotta contro Mosca, così come oggi investono in Al-Jolani come garante del “nuovo ordine” post-Assad in Siria.
Entrambi rappresentano, in forme opposte, il potere della narrativa americana:
-Zelensky, la versione “democratica”, eroica, hollywoodiana del leader-resistente.
-Al-Jolani, la versione “realista”, quella del nemico convertito, del jihadista che si scopre statista.
Due facce dello stesso paradigma: Washington decide chi è il “buono” e chi il “cattivo” a seconda della convenienza del momento.
I principi si piegano alla geopolitica.
E la coerenza morale diventa una variabile, non un valore.
Oggi Al-Jolani, ex compagno di prigionia di Abu Bakr al-Baghdadi a Camp Bucca, stringe mani occidentali che fino a poco tempo fa lo volevano morto.
Zelensky, l’uomo che ha incarnato la speranza europea, è progressivamente diventato il volto militare dell’agenda atlantica, schiacciato tra dipendenza economica e logiche di guerra per procura.
Entrambi sono creature di un sistema che non crea leader, ma li seleziona per convenienza.
Quando servono, vengono esaltati.
Quando non servono più, verranno archiviati.
In fondo, l’Occidente non ha amici né ideali duraturi.
Ha solo strumenti temporanei per mantenere il proprio equilibrio di potere.
E in questa logica spietata, tanto Al-Jolani quanto Zelensky non sono che due pedine diverse sulla stessa scacchiera.
Il Maresciallo
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Stamattina, avendo un figlio adolescente, mia moglie mi ha ricordato che il giorno del problema seghe, ovvero che per accedere ai porno ci vorrà lo spid. Tutto contento perché predico sta cosa fa anni apro col telefono un sito porno a caso pronto a prende per il culo mio figlio.... Niente funzionano. Qualcuno mi spiega perché funzionano? Ovviamente non sono nemmeno registrato, non avrebbe quantomeno dovuto richiedimi un iscrizione? Sempre ovviamente avevo pure la vpn staccata. Hanno rimandato?
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Giani è un cazzo di genio, del male, ma pur sempre un genio!
Eugenio “della lampada” Giani è un genio perché ha trovato la pedina perfetta: zero esperienza, zero autonomia, zero problemi. Una vicepresidente che non saprà leggere un bilancio e proprio per questo non contesterà mai il capo.
Mentre i militanti PD si fanno decenni di gavetta di partito, una ventitreenne, tale Mia Bintou Diop originaria del Senegal, che non ha mai gestito neanche la cassa comune delle vacanze, diventa numero due della Regione Toscana.
In una botta sola ha eliminato i rivali interni e si è guadagnato pure gli applausi della sinistra salottiera.
A dimostrazione che per l’asinistra la competenza è ormai un optional, la gavetta una zavorra.
Ciò che più importante è soddisfare una narrazione che fa tendenza, non la sostanza.
Basta il profilo “giusto” per i convegni, la foto inclusiva per i social, il claim da manuale woke.
Ma vuoi mettere la resa Instagram? Il teatrino è servito Giani col sorriso, la ragazza come mascotte silenziosa la narrazione progressista pronta per i social. e, quando tutto andrà male, la colpa sarà ovviamente del “clima d’odio”.
Ma c’è qualcosa di inquietante in tutto questo: la riduzione di una persona a “simbolo”, a immagine da esibire.
Ricorda, in forma moderna, ciò che accadeva nei cosiddetti zoo umani dell’Ottocento, quando esseri umani venivano mostrati come curiosità esotiche per compiacere il pubblico europeo.
Oggi nessuno rinchiude nessuno dietro le sbarre, ma la logica di fondo , quella di esibire l’“altro” per sentirsi più virtuosi, sembra non essere mai del tutto scomparsa.
E alla fine sti gran cazzi dei problemi di una regione da governare tra degrado, immigrazione, insicurezza e sanità precaria.
La meritocrazia è morta.
Il Maresciallo
Eugenio “della lampada” Giani è un genio perché ha trovato la pedina perfetta: zero esperienza, zero autonomia, zero problemi. Una vicepresidente che non saprà leggere un bilancio e proprio per questo non contesterà mai il capo.
Mentre i militanti PD si fanno decenni di gavetta di partito, una ventitreenne, tale Mia Bintou Diop originaria del Senegal, che non ha mai gestito neanche la cassa comune delle vacanze, diventa numero due della Regione Toscana.
In una botta sola ha eliminato i rivali interni e si è guadagnato pure gli applausi della sinistra salottiera.
A dimostrazione che per l’asinistra la competenza è ormai un optional, la gavetta una zavorra.
Ciò che più importante è soddisfare una narrazione che fa tendenza, non la sostanza.
Basta il profilo “giusto” per i convegni, la foto inclusiva per i social, il claim da manuale woke.
Ma vuoi mettere la resa Instagram? Il teatrino è servito Giani col sorriso, la ragazza come mascotte silenziosa la narrazione progressista pronta per i social. e, quando tutto andrà male, la colpa sarà ovviamente del “clima d’odio”.
Ma c’è qualcosa di inquietante in tutto questo: la riduzione di una persona a “simbolo”, a immagine da esibire.
Ricorda, in forma moderna, ciò che accadeva nei cosiddetti zoo umani dell’Ottocento, quando esseri umani venivano mostrati come curiosità esotiche per compiacere il pubblico europeo.
Oggi nessuno rinchiude nessuno dietro le sbarre, ma la logica di fondo , quella di esibire l’“altro” per sentirsi più virtuosi, sembra non essere mai del tutto scomparsa.
E alla fine sti gran cazzi dei problemi di una regione da governare tra degrado, immigrazione, insicurezza e sanità precaria.
La meritocrazia è morta.
Il Maresciallo
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La redazione del Messaggero è composta da incompetenti di livello stellare non perde occasione di dimostrarlo.
Stavolta è il turno dei carri armati “LEOPOLD” che ovviamente non esistono, quel modello di carri armati tedeschi tedeschi di cui vorrebbero parlare si chiamano Leopard.
Il Leopold fu un cannone ferroviario tedesco prodotto per la seconda guerra mondiale, ma dubito che al Messaggero lo sappiano.
Il Maresciallo
Stavolta è il turno dei carri armati “LEOPOLD” che ovviamente non esistono, quel modello di carri armati tedeschi tedeschi di cui vorrebbero parlare si chiamano Leopard.
Il Leopold fu un cannone ferroviario tedesco prodotto per la seconda guerra mondiale, ma dubito che al Messaggero lo sappiano.
Il Maresciallo
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Le parole di Crosetto — “Se Kiev cade, l’Europa è in guerra” — sono gravissime.
Stanno cercando di farci credere che la caduta dell’Ucraina significherebbe automaticamente un conflitto diretto tra Europa e Russia. Ma questa è una narrazione profondamente falsa oltre che pericolosa.
L’Ucraina non è membro di questa maledetta Unione Europea, che come ripeto sempre spero crolli subito, eppure da due anni ci vogliono convincere che il suo destino sia inseparabile dal nostro. Ma chi ha deciso tutto questo? Chi ha stabilito che l’Italia o altri paesi debbano diventare parte di una guerra che non ci riguarda direttamente?
Continuano imperterriti a raccontarci due storie che si contraddicono da sole:
• da una parte, Putin sarebbe un despota pronto a invadere l’intero continente;
• dall’altra, ci dicono che la Russia è allo sbando, distrutta dalle sanzioni e senza risorse.
Le due cose non possono stare insieme.
O la Russia è un colosso minaccioso o è un Paese indebolito, una narrazione esclude l’altra, ammesso ma non concesso che almeno una sia vera.
E allora viene il sospetto che questa retorica serva solo a un fine: spingere le nazioni d’Europa verso il riarmo, rilanciare l’industria bellica e far accettare all’opinione pubblica l’idea di una guerra “inevitabile”.
Non è inevitabile, è una cazzo di scelta calata dall’alto, come la UE stessa.
Una scelta fatta da chi preferisce la logica delle armi e del profitto sulla pelle delle genti, a quella della diplomazia.
Da chi parla di “difesa dei valori europei” che in realtà sono solo interessi economici e geopolitici che nulla hanno a che vedere con la sicurezza ed il benessere dei cittadini.
Se ci sarà una guerra, non sarà “per difenderci”, ma perché questa classe politica ha abbandonato la via del dialogo e della tutela dei popoli, sostituendola con la retorica del nemico e con la paura come strumento di consenso.
Io continuerò a ripeterlo sempre, se mi danno un fucile in mano per combattere per una guerra creata e voluta da loro che non ha nulla a che fare con la sicurezza mia e dei miei figli, con quel fucile mi dirigo prima a Roma poi e Bruxelles insieme a tanti altri!
Il Maresciallo
Stanno cercando di farci credere che la caduta dell’Ucraina significherebbe automaticamente un conflitto diretto tra Europa e Russia. Ma questa è una narrazione profondamente falsa oltre che pericolosa.
L’Ucraina non è membro di questa maledetta Unione Europea, che come ripeto sempre spero crolli subito, eppure da due anni ci vogliono convincere che il suo destino sia inseparabile dal nostro. Ma chi ha deciso tutto questo? Chi ha stabilito che l’Italia o altri paesi debbano diventare parte di una guerra che non ci riguarda direttamente?
Continuano imperterriti a raccontarci due storie che si contraddicono da sole:
• da una parte, Putin sarebbe un despota pronto a invadere l’intero continente;
• dall’altra, ci dicono che la Russia è allo sbando, distrutta dalle sanzioni e senza risorse.
Le due cose non possono stare insieme.
O la Russia è un colosso minaccioso o è un Paese indebolito, una narrazione esclude l’altra, ammesso ma non concesso che almeno una sia vera.
E allora viene il sospetto che questa retorica serva solo a un fine: spingere le nazioni d’Europa verso il riarmo, rilanciare l’industria bellica e far accettare all’opinione pubblica l’idea di una guerra “inevitabile”.
Non è inevitabile, è una cazzo di scelta calata dall’alto, come la UE stessa.
Una scelta fatta da chi preferisce la logica delle armi e del profitto sulla pelle delle genti, a quella della diplomazia.
Da chi parla di “difesa dei valori europei” che in realtà sono solo interessi economici e geopolitici che nulla hanno a che vedere con la sicurezza ed il benessere dei cittadini.
Se ci sarà una guerra, non sarà “per difenderci”, ma perché questa classe politica ha abbandonato la via del dialogo e della tutela dei popoli, sostituendola con la retorica del nemico e con la paura come strumento di consenso.
Io continuerò a ripeterlo sempre, se mi danno un fucile in mano per combattere per una guerra creata e voluta da loro che non ha nulla a che fare con la sicurezza mia e dei miei figli, con quel fucile mi dirigo prima a Roma poi e Bruxelles insieme a tanti altri!
Il Maresciallo
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È incredibile che a Molteno si sia scatenata una polemica per l’intitolazione di una via a Lucio Battisti, uno dei più grandi artisti italiani del dopoguerra. Ancora più assurdo se si guardano i numeri: 117 firme, sicuramente sinistrolesi centrosocialari, contro un paese di 3502 abitanti. Poco più del 3% della popolazione. E con questo dovremmo parlare di “controversia”?
Battisti, che ha lasciato un’impronta gigantesca nella musica italiana, conta appena 24 luoghi intitolati in tutta Italia. Ventiquattro! È paradossale che un patrimonio culturale di questa portata debba ancora fare i conti con discussioni sterili e caricature politiche.
L’argomentazione che sarebbe “divisivo” è francamente difficile da sostenere: in questo Paese sono state dedicate vie, piazze e persino lungomari a figure internazionalmente discusse come Yasser Arafat o Tito (e no, non l’imperatore romano). Però per Battisti, che ha parlato a generazioni intere, improvvisamente ci si scopre custodi della purezza simbolica dello spazio pubblico?
Ma andate a cagare zecchedemmerda.
Questo non è dibattito: è dittatura delle minoranze.
Non si deve intitolare una via ad una leggenda solo perché quattro coglioni dicono che avesse simpatie “fassciste”.
È schifoso lasciare che una minoranza minuscola determini una narrazione tossica attorno a un artista che merita solo riconoscimento per ciò che ha dato alla cultura italiana.
Sta gentaglia deve essere ignorata e sfanculata una via dedicata a Lucio Battisti è semplicemente giusta
Il Maresciallo.
Battisti, che ha lasciato un’impronta gigantesca nella musica italiana, conta appena 24 luoghi intitolati in tutta Italia. Ventiquattro! È paradossale che un patrimonio culturale di questa portata debba ancora fare i conti con discussioni sterili e caricature politiche.
L’argomentazione che sarebbe “divisivo” è francamente difficile da sostenere: in questo Paese sono state dedicate vie, piazze e persino lungomari a figure internazionalmente discusse come Yasser Arafat o Tito (e no, non l’imperatore romano). Però per Battisti, che ha parlato a generazioni intere, improvvisamente ci si scopre custodi della purezza simbolica dello spazio pubblico?
Ma andate a cagare zecchedemmerda.
Questo non è dibattito: è dittatura delle minoranze.
Non si deve intitolare una via ad una leggenda solo perché quattro coglioni dicono che avesse simpatie “fassciste”.
È schifoso lasciare che una minoranza minuscola determini una narrazione tossica attorno a un artista che merita solo riconoscimento per ciò che ha dato alla cultura italiana.
Sta gentaglia deve essere ignorata e sfanculata una via dedicata a Lucio Battisti è semplicemente giusta
Il Maresciallo.
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