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SENTENZA CORTE COSTITUZIONALE: HANNO SBAGLIATO GLI AVVOCATI?

Come molti avevano previsto, il ricorso alla Corte Costituzionale sull’obbligo vaccinale si è risolto con un nulla di fatto. Una scarna e fumosa nota della Corte, nella serata di ieri, ha definito sostanzialmente “inammissibili” e “infondate” le richeste dei ricorrenti. E quindi tutto resta come prima.

Ora, io non conosco nel dettaglio le argomentazioni portate dai vari avvocati ricorrenti (ho colto solo degli stralci dei loro interventi, che mi sembravano molto contorti), ma secondo me la cosa si sarebbe potuta risolvere con un ragionamento molto semplice: poichè il vaccino disponibile non impedisce il contagio, viene a mancare il presupposto stesso per imporre l’obbligo. Punto. Non puoi obbligarmi a bere un’aranciata per fermare il Covid, se sappiamo che l’aranciata non ferma il contagio.

Non esistono altre argomentazioni. Se viene a mancare quella del famoso “dovere civico” verso gli altri, il problema non si pone nemmeno, perchè il tutto si riduce ad una scelta personale.

In fondo non lo dico io, lo ha detto la Corte Suprema dello stato di New York, non più di un mese fa. Citiamo dall’articolo della Fox: “La Corte ha riscontrato che essere vaccinati non previene gli individui dal contrarre o dal diffondere il Covid19.” Pertanto, “ordina di riassumere tutti i medici non vaccinati e di pagargli gli arretrati”. Fine del discorso.

Era così complicato fare così anche da noi?

Massimo Mazzucco

https://www.foxnews.com/us/new-york-supreme-court-reinstates-all-employees-fired-being-unvaccinated-orders-backpay
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LE MELE MARCE SIAMO NOI

Stupisce lo stupore con cui è stata accolta dai media la notizia dello “scandalo” di Bruxelles. “Ohibò, proprio nella sede dei diritti comuni – strillano scandalizzati i nostri pennivendoli – là dove dovrebbe regnare la democrazia più cristallina, ecco che si palesano invece storture e corruzione a livello sudamericano” .

Ed ecco partire la solita operazione di “damage control” mediatico, nella quale si cerca immediatamente di archiviare il problema con la solita scappatoia delle “mele marce”.

Quando scoppiò lo scandalo di Abu Grahib, il Pentagono fu velocissimo ad additare “alcune mele marce”, evitando così al mondo di scoprire che invece si trattava di un sistema vero e proprio, basato sulla violenza e la sopraffazione, che era stato addirittura codificato nero su bianco dal ministro della difesa Rumsfeld, nel famigerato documento Copper Green.

Quando negli anni 90’esplose lo scandalo dei preti pedofili in America, si parlò – anche lì – di “alcune mele marce”, e ci si affrettò a nascondere sotto il tappeto tutte le indicazioni che suggerivano che si trattasse invece di un sistema marcio alla radice. Un sistema fatto non solo di abusi, ma anche e soprattutto di coperture, da parte degli alti ranghi della Chiesa. E ancora oggi, grazie alla complicità dei giornalisti “distratti”, non si è riusciti a conoscere le vere dimensioni del problema della pedofilia nella Chiesa.

E così accade ogni volta che scoppia uno scandalo “inaccettabile” per la nostra società di benpensanti: la nostra stessa natura si rifiuta di credere che viviamo in un mondo marcio alla radice, e tutti noi accettiamo benvolentieri le “spiegazioni” generiche che tendono a ridurre il problema a qualcosa di locale, e non di sistemico.

La società occidentale è cresciuta nel comfort, sia materiale che psicologico. E così come non siamo disposti a rinunciare ai vantaggi che ci derivano dal depredare i paesi più poveri di noi, così non siamo disposti a rinunciare al pensiero che il nostro sia un mondo sano, nobile e moralmente solido.

Ci piace pensarlo, e siamo disposti ad ingannare noi stessi pur di farlo. Ma in realtà, le vere mele marce siamo noi. Ciascuno di noi, nella sua ipocrisia, contribuisce a perpetuare l’idea che viviamo nel migliore dei mondi possibili, e che gli altri abbiano soltanto da imparare da noi. Mentre quello che abbiamo di fronte è qualcosa di assolutamente orribile e disumano, e purtroppo sono ancora molto pochi quelli che hanno il coraggio di riconoscerlo.

Massimo Mazzucco
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GRAHAM HANCOCK DICHIARA GUERRA AGLI ARCHEOLOGI

Da che mondo è mondo, le elites professionali si sono sempre comportate nello stesso modo. Che si tratti della professione medica, dei fisici nucleari o dei professori universitari, i membri di queste elites si sostengono a vicenda per proteggere i propri interessi, e si chiudono a riccio per respingere compatti qualunque minaccia possa derivare loro dall’esterno. E quando chiudersi a riccio non basta, contrattaccano violentemente, per eliminare l’avversario che mette in pericolo la loro sussistenza e la loro credibilità.

E’ accaduto di recente a Graham Hancock, scrittore e ricercatore esperto di antiche civiltà, che ha osato mettere in dubbio alcuni “punti fermi” sostenuti dall’archeologia tradizionale.

Tutto nasce da una serie TV mandata in onda di recente da Netflix, intitolata “Ancient Apocalypse” (che io, curiosamente, ho appena finito di vedere). L’autore di questa serie è appunto Graham Hancock, il quale ci porta in giro per il mondo, alla scoperta di indizi che indicherebbero l’esistenza di società umane altamente progredite ben prima del periodo stabilto dall’archeologia ufficiale, ovvero il 4° millennio a.C.

Dal sito indonesiano di Gunung Padang alle rovine di Gobekli Tepe, dalla famose “strade” subacquee di Bimini ad una intera città sotterranea in Turchia, Hancock mostra i segni evidenti di antiche civiltà e spiega perchè, in ciascun caso, queste civiltà sarebbero fiorite ben prima del fatidico quarto millennio, e in alcuni casi addirittura prima del cosiddetto “Grande Diluvio” (circa 12.000 a.C.).

Sia chiaro, non c’è niente di dimostrato, e lo stesso Hancock presenta le sue tesi in forma di interrogativo, non certo come affermazioni categoriche. Ma tanto è bastato per far saltare i nervi alla lobby mondiale degli archeologi, che di colpo vedono minacciate le fondamenta stesse delle loro teorie.

La reazione è stata tanto virulenta quanto disarticolata: virulenta, in quanto gli archeologi si sono scagliati contro Hanckock con furia estrema, come se fosse un ciarlatano qualunque; e disarticolata, perchè i loro attacchi si sono limitati alla solita etichettatura negativa, senza la minima argomentazione nel merito. I titoli vanno da “La città perduta di Atlantide risorge per alimentare un pericoloso mito” a “La serie di Graham Hancock promuove teorie del complotto razziste”. Da “Le antiche assurdità di Ancient Apocalypse” a “Ancient Apocalypse è la serie più pericolosa di Netflix”, per finire con l’unica verità “dal sen sfuggita”: “Con la serie Ancient Apocalypse, Graham Hancock dichiara guerra agli archeologi”.

E questo, ovviamente, non si può fare.

Ormai il vizio di ripararsi dietro le barriere della “scienza”, da parte dei gruppi di potere, sta diventando la norma in tutto il mondo. O sei con la scienza, o sei contro di noi, in qualunque campo. Il pensiero unico, con tutti i privilegi che comporta lo “stare dalla parte della ragione”, si sta stringendo a difesa di sè stesso in tutto il mondo.

Ma anche le critiche al pensiero unico, per reazione uguale e contraria, aumentano di livello man mano che questo cerca di rafforzare le proprie trincee.

Io credo che questa sia la vera battaglia che coinvolgerà l’uomo nei prossimi 30-50 anni. La battaglia per il libero pensiero. Ed è dall’esito di questa battaglia che dipenderà il futuro dell’intera umanità.

Massimo Mazzucco

https://off-guardian.org/2022/12/11/ancient-apocalypse-graham-hancocks-dangerous-ideas/
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IL FUTURO GRIGIO DI DONALD TRUMP
Una volta i presidenti scomodi si ammazzavano con una pallottola in testa. Oggi si cerca di farli fuori - mediaticamente, non più fisicamente - prima che vengano eletti, oppure ri-eletti.
E’ il caso di Donald Trump, che vorrebbe tanto ricandidarsi alla presidenza nel 2024, ma che sta subendo un attacco a tenaglia da parte del deep state per cercare di impedirglielo.
Un braccio della tenaglia è costituito dall’IRS (che sarebbe l’Agenzia delle Entrate federale), la quale sta cercando da diversi anni di costringere Trump ad una revisione delle sue dichiarazioni dei redditi, senza riuscirci. Per tradizione infatti, ogni candidato presidente ha sempre reso pubbliche le proprie dichiarazioni dei redditi degli anni precedenti, mentre Trump si è sempre rifiutato di farlo. Finché era presidente, è riuscito a resistere alla pressione, ma proprio ieri una commissione parlamentare – che è ancora in mano ai democratici – ha votato affinchè le sue dichiarazioni dei redditi vengano rese pubbliche.
E siccome l’ex-presidente era riuscito per molti anni a pagare addirittura zero tasse a livello federale, è probabile che molte delle complicate strategie utilizzate dei suoi commercialisti per proteggerlo verranno alla luce, rivelando degli ammanchi sostanziali. C’è chi parla già di multe di diverse centinaia di milioni di dollari per Trump. Questo senza contare eventuali incriminazioni di tipo penale (negli Stati Uniti frodare le tasse è un crimine federale).
L’altro braccio della tenaglia che sta stringendo Trump è quello della famosa “rivolta del Campidoglio” del 6 gennaio 2021. Dopo un estenuante lavorio di tipo legale, la “commissione per i fatti del 6 gennaio” ha raccomandato al Dipartimento di Giustiza di processare Trump come primo responsabile di quegli eventi. E in questo caso i democratici hanno avuto l’appoggio di una parte degli stessi repubblicani, quelli che vorrebbero liberarsi di Trump una volta per tutte. Primo fra tutti il leader dei repubblicani al senato, Mitch McConnell, il quale ha apertamente dichiarato “L’intera nazione sa chi è il responsabile per i fatti del 6 gennaio”.
Vista retrospettivamente, quella del 6 gennaio è stata una trappola geniale sapientemente orchestrata dai democratici per mettere Trump in difficoltà. E lui ci è cascato dentro in pieno.
Nel frattempo Ron De Santis gongola silenzioso, aspettando che gli tolgano di mezzo l’unico ostacolo che ancora gli rimane per candidarsi lui stesso alla presidenza per il 2024.
Massimo Mazzucco
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FOCUS CI SPIEGA PERCHÈ TORNARE SULLA LUNA È COSÌ DIFFICILE

A volte le dimensioni di una bugia si rivelano proprio dalla debolezza delle argomentazioni utilizzate per difenderla ad ogni costo.

Quando ci viene raccontato che Jack Ruby uccise Oswald “per evitare a Jacqueline Kennedy l’umiliazione di un pubblico processo dell’assassino”, anche la persona più disponibile verso la versione ufficiale arriccia il naso, e comincia a sospettare un inganno.

Quando ci viene raccontato che un signore che non ha mai pilotato un aereo di linea sarebbe riuscito a colpire il Pentagono volando rasoterra “per pura fortuna” (oppure “perchè lui lo guida come un camion”, cit. Attivissimo), anche la persona più disponibile verso la versione ufficiale arriccia il naso, e comincia a sospettare un inganno.

Quando le farmaceutiche ci raccontano che le impennate di problemi cardiaci sono dovute alle gente che mangia troppa pizza, anche la persona più disponibile a credergli arriccia il naso, e comincia a sospettare di essere presa in giro.

E così sta avvenendo con la questione lunare, dove i sostenitori della NASA si stanno arrampicando sugli specchi, pur di giustificare in qualche modo il fatto che improvvisamente sia diventato così difficile “tornare” sulla luna.

Di fronte ad un programma spaziale completato con pieno successo nell’arco di soli 9 anni partendo da zero (negli anni ’60), anche la persona più disponibile verso la versione ufficiale arriccia il naso, e comincia a domandarsi: “Già, come mai, con la tecnologia che abbiamo oggi, tornarci è diventato così difficile?”

E qui scattano i debunkers, sempre pronti a fornire la risposta “semplice” per le menti più credulone. “Oggi vogliamo andarci in piena sicurezza – dicono – E poi oggi non ci sono i finanziamenti che c’erano una volta”. Eccetera eccetera. E più le giustificazioni si fanno ridicole, più agli indecisi viene il sospetto che sulla luna non ci siamo mai andati.

Leggiamo ad esempio questo articolo di Focus, e guardiamo le acrobazie logiche che è costretta a fare l’autrice (Chiara Guzzonato) pur di difendere a tutti i costi la narrazione ufficiale.

https://www.focus.it/scienza/spazio/perche-tornare-sulla-luna-difficile

Il titolo è proprio “Perché tornare sulla Luna è così difficile se ci siamo già stati?”, e il sottotitolo recita: “Vedendo la fatica che stiamo facendo ora a tornare sulla Luna, sembra impossibile che ci siamo riusciti più di cinquant'anni fa: ecco perché all'epoca è stato più facile di oggi.”

Sostanzialmente, la Guzzonato elenca tre motivi per il mancato ritorno: soldi, politica e rischi.

SOLDI

Rispetto ai soldi l’articolo dice: “Sembra banale, ma il primo fattore che ha impedito per anni agli astronauti di tornare sulla Luna è la mancanza di fondi. La missione Apollo costò agli Stati Uniti il corrispettivo di 120 miliardi di dollari attuali: nonostante i fondi destinati alla Nasa siano aumentati negli ultimi anni, passando dai 21,5 miliardi del 2019 ai 24 miliardi del 2022 (per il 2023 Biden ne ha chiesti 26), un report del 2005 stimava che un nuovo programma di allunaggio sarebbe costato 104 miliardi di dollari (secondo Business Insider 133 miliardi con l'inflazione del 2019) − non proprio noccioline”.

Prendendo per buoni i dati pubblicati nell’articolo stesso (*), la contraddizione è lampante: se è vero che “la missione Apollo costò agli Stati Uniti il corrispettivo di 120 miliardi di dollari attuali”, e se è vero che “un report del 2005 stimava che un nuovo programma di allunaggio sarebbe costato 104 miliardi di dollari”, vuole dire che andarci oggi costa MENO – e non di più - che esserci andati negli anni 60.

Quindi? Dove sarebbe la giustificazione dei soldi, quando la stessa autrice ammette che andarci oggi costerebbe di meno di quanto costò l’impresa di 50 anni fa?
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(Nota *: In realtà, le missioni Apollo degli anni ‘60 costarono molto di più, con l’aggiustamento dell’inflazione. A seconda delle fonti, si va dai 150 miliardi di dollari attuali ad oltre 200 miliardi. Ma anche con la cifra dichiarata di 120 miliardi, l’articolo si contraddice comunque).

Inoltre, l’argomentazione dei soldi è una stupidaggine in ogni caso: una volta che hai stabilito che un progetto ti costerà 1000 dollari, non è che dilungandolo nel tempo ti viene a costare meno. Ti costerà sempre 1000 dollari, che tu ci metta tre mesi o tre anni a completarlo. (Anzi, allungando i tempi i costi tendono casomai ad aumentare).

POLITICA

Riguardo alla questione politica, l’autrice scrive: “Tuttavia i soldi non sono l'unico ostacolo al nostro ritorno sulla Luna: fino ad oggi ogni presidente degli Stati Uniti aveva un obiettivo diverso, e con le elezioni venivano spesso cancellati i progressi fatti in precedenza in ambito spaziale. È successo con Bush, che si è visto cancellare il programma Constellation (che avrebbe voluto riportare l'uomo sulla Luna) dal successore Obama, che a sua volta approvò la creazione del razzo Space Launch System (SLS). Con Trump l'obiettivo è tornato a essere la Luna (e Marte), e questa volta Biden ha continuato sulla scia del predecessore. Questi progetti richiedono molti anni (a volte ben più delle due legislazioni di un presidente), e per questo finiscono spesso in un nulla di fatto.”

Anche questa giustificazione non sta in piedi. Il programma Apollo fu deciso e supportato da tre presidenti diversi: Kennedy, Johnson e Nixon (due democratici e un repubblicano), e nessuno di loro si sognò mai di “cancellare i progressi fatti in precedenza”. Anzi, ogni presidente sperava di essere lui quello che si trovava nell’Ufficio Ovale, al momento di celebrare un eventuale successo. E anche in tempi più recenti, la cancellazione del programma Constellation da parte di Obama avvenne perchè era un programma sbagliato, costoso e rischioso insieme, e non perchè fosse “cambiato il presidente”. E infatti lo stesso Obama – come conferma l’autrice dell’articolo – “approvò la creazione del razzo Space Launch System (SLS). Con Trump l'obiettivo è tornato a essere la Luna (e Marte), e questa volta Biden ha continuato sulla scia del predecessore”. Quindi la domanda rimane: perchè così tanto tempo? Nel 2011 Obama approvò il progetto SLS-Orion per tornare sulla luna: sono passati 12 anni da quel giorno, e ancora non siamo riusciti a mandare nemmeno un uomo nello spazio con quella capsula. Perchè?

RISCHI

Terza argomentazione dell’autrice, a giustificazione dei ritardi: i rischi di una missione lunare. Scrive la Guzzonato: “Un ultimo fattore importante di cui tenere conto sono i rischi: negli anni Sessanta ne abbiamo corsi tantissimi, a volte anche incoscientemente. Ci è andata bene, ma nel 2022 non siamo più disposti a perdere vite umane per tornare sul nostro satellite.”

Veramente nessun astronauta perse la vita durante le missioni Apollo. L’unico incidente mortale avvvenne a terra, in una capsula che prese fuoco durante un collaudo. Ma le missioni lunari andarono tutte alla perfezione: con l’eccezione di Apollo 13 (che dovette rientrare prima del previsto per l’esplosione di un serbatoio), tutte le altre missioni lunari, da Apollo 8 ad Apollo 17, portarono a termine il programma esattamente come previsto, senza ritardi e senza problemi sostanziali.
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Anzi – e qui si apre la vera problematica del caso: non solo nessun astronauta è mai morto durante una missione lunare, ma nessun astronauta si è mai nemmeno ammalato a causa delle radiazioni ricevute durante il viaggio (fu la stessa NASA a dichiarare che “una missione lunare comporta radiazioni complessivamente equivalenti a una radiografia"). Da cui nasce la VERA domanda che bisognerebbe porsi oggi: se è vero, come dichiarò la NASA, che la dose di radiazioni ricevute dagli astronauti durante la missione lunare era “trascurabile” (“negligible” nell’originale), come mai Artemis 1 ha dovuto portare nello spazio dei costosissimi manichini dotati di sofisticati sensori per le radiazioni? Visto che – come dice la NASA – ci sono problemi di budget, perchè andare a spendere inutilmente milioni di dollari in un esperimento del quale dovremmo già conoscere a perfezione il risultato?

Ma qui, purtroppo, irrompe il buon senso e la favola finisce. Perchè l’unica risposta logica a questa domanda è che negli anni 60 non ci siamo andati affatto, sulla luna, mentre oggi che vogliamo provarci davvero ci si trova di fronte a problemi molto difficili da superare, che comportano ovviamente i notevoli ritardi a cui stiamo assistendo.

Prima di mandare DAVVERO degli astronauti nello spazio aperto dobbiamo risolvere problemi di una portata enorme, proprio perchè non vogliamo che finiscano arrostiti come polli allo spiedo, e questo comporta un grosso investimento di tempo e di denaro.

Sarebbe così bello se la NASA ammettesse questa semplice verità, che è molto più sensata e logica della leggenda delle missioni Apollo. Ma, come sappiamo, l’uomo è affezionato alle leggende, mentre è molto meno attratto dalla semplice verità.

Massimo Mazzucco

[Un consiglio personale a Chiara Guzzonato: se vuole scrivere articoli sulla luna, eviti di andare a prendere "ispirazione" dai siti dei debunker. Si rischiano solo delle brutte figure]
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Notizia da sky Tg 24: Oggi ricorre la Giornata internazionale di preparazione alle pandemie.
https://tg24.sky.it/salute-e-benessere/2022/12/27/giornata-mondiale-pandemie
La giornata di preparazione delle pandemie??? Ma chiudete ‘sti cazzo di laboratori, non fate prima?
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Ho fatto anche il meme
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2022: SI CHIUDE UN CICLO DI TRE ANNI

Quello che si chiude il 31 dicembre non è il solito anno di 12 mesi, ma un periodo di tempo, compatto e unito, durato ben tre anni. Per la precisione, dal gennaio 2020 (data di “arrivo” del covid nel mondo) ad oggi.

Sono stati tre anni estremamente difficili, e solo le menti più forti ed equilibrate sono riuscite a non perdere del tutto il senso dell’orientamento.

Grazie al panico che è stato creato, sono stati ottenuti risultati che solo 10 anni fa sarebbero stati impensabili:

1 - Sono state obbligate centinaia di milioni di persone ad introdurre nel proprio corpo una sostanza sperimentale, seducendole, da una parte, con l’illusione di una immunità che non c’è mai stata, e ricattandole, dall'altra, con la privazione del diritto al lavoro.

2 – Questi milioni di persone sono state obbligate ad accettare questo ricatto senza che vi fosse una qualunque entità responsabile per eventuali effetti avversi: non sono responsabili le farmaceutiche che producono la sostanza sperimentale, non sono responsabili le agenzie del farmaco che la autorizzano, e non sono certo responsabili i medici che la iniettano. In compenso - colmo della perversione - il cittadino DEVE anche firmare un foglio con il quale si assume, in prima persona, le eventuali responsabilità per il danno subito.

3 - Grazie a questo obbligo – imposto in modo vile e fittizio – sono stati definitivamente demoliti tutti i principi che sancivano l’inviolabilità del corpo umano e il diritto ad un consenso LIBERO e informato (Costituzione italiana, Trattato di Oviedo, Carta dell’Unione Europea, Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, ecc). Da oggi lo stato è padrone del nostro corpo.

4 - Grazie alla complicità dei massimi leader europei, è stata perpetrata ai danni dei cittadini dell’Unione una truffa colossale: più di 90 miliardi di euro (chiaramente sovrapprezzo) sono stati pagati alla Pfizer per averci fornito un siero senza la minima garanzia sulla sua efficacia, e senza che ci fosse obbligo di rispondere di queste azioni da parte di chiunque nella UE stessa. Le famose “chat” fra Bourla e Von der Leyen non sono mai state rese pubbliche, e i contratti di acquisto stessi rimangono secretati, oppure vengono mostrati solo parzialmente al pubblico, in forma scandalosamente oscurata. E quando lo stesso Bourla si rifiuta sprezzantemente di venire a testimoniare a Bruxelles, e i leader europei "si dimenticano" curiosamente di scandalizzarsi per questo rifiuto, finiscono per denunciare implicitamente la loro collusione con Big Pharma. Dopo lo scandalo Qatargate, che ha rivelato la corruzione per fornire un’immagine migliore di uno staterello del Golfo, si può solo immaginare quanti soldi abbiano investito le case farmaceutiche per corrompere tutti i funzionari europei coinvolti nel processo di approvazione e acquisto dei sieri sperimentali.

5 - I sindacati italiani hanno finalmente gettato la maschera, rivelandosi per essere solo uno strumento in mano del potere: quando a milioni di lavoratori viene impedito di guadagnarsi da vivere se non accettano di vaccinarsi, e i “leader sindacalisti” acconsentono e non protestano contro questo obbrobrio costituzionale, è evidente che costoro siano solo dei miserabili kapò nelle mani del governo. Ricevono stipendi dorati, per tradire i loro stessi compagni che dovrebbero rappresentare.
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6 – E’ stata sdoganata l’idea di poter discriminare in qualunque momento fra cittadini “buoni” e cittadini “cattivi”, in base a criteri del tutto aleatori decisi dal governo volta per volta. Oggi lo strumento si chiama greenpass, domani si chiamerà in un altro modo, ma non importa: ciò che importa è che lo stato abbia sancito il proprio diritto a discriminare il cittadino in base ai suoi comportamenti, violando un altro fra i più sacrosanti principi della costituzione (Art. 3). Questo naturalmente apre le porte a mille abusi che dovremo sopportare in futuro, nei quali o ci assoggetteremo alla volontà dei governi oppure dovremo rinunciare a parte delle nostre libertà. Se non, addirittura, all’indipendenza economica, con la minaccia del blocco dei conti correnti per i cittadini “ribelli”.

7 – Lo stato ha stabilito il principio di autoassoluzione, nel momento in cui controlla e determina le sentenze stesse di una corte che lo dovrebbe giudicare. (Il riferimento è alle conclusioni della Corte Costituzionale dello scorso 9 dicembre sull’obbligo vaccinale, di cui attendiamo ancora di leggere la sentenza definitiva). Quando fra i giudici trovi persone che hanno fatto parte dello stesso governo che viene giudicato, è ben difficile parlare ancora di separazione dei poteri.

Tutto quanto sopra è stato possibile grazie alla complicità di 3 categorie di persone: i giornalisti, i medici e la gente normale.

GIORNALISTI – (Fatto salvo per alcune, rarissime eccezioni) sono loro i principali responsabili di questa devastazione civile. Se la classe dei giornalisti si fosse opposta compatta a queste palesi violazioni dei diritti individuali, nulla di ciò che è successo sarebbe potuto accadere. Invece, pavidi e ubbidienti, i giornalisti italiani hanno rinunciato alla loro missione di guardiani del potere, e si sono lasciati usare per validare ogni singola prevaricazione da parte del governo, pur di mantenere il proprio stipendio e il posto di lavoro. Quando un presidente del consiglio pronuncia un anatema come “se non ti vaccini muori”, e nessun giornalista osa obiettare, hai chiaramente di fronte una categoria di smidollati che non ha più nulla a che fare con il mestiere che hanno scelto. Quella dei giornalisti è una categoria di lavoratori che ha tradito tutte le altre categorie di lavoratori, per vigliaccheria e interesse personale. Nessun processo revisionista potrà mai allontanare le responsabilità che costoro portano sulle spalle per lo scempio sociale che è derivato dal loro comportamento vile e compiacente. Nessun giornalista potrà mai dire “io non sapevo”.

MEDICI – In modo simile, l’intera categoria dei medici (salvo alcune eroiche eccezioni) ha scelto di avallare una campagna di inoculazioni basata su prove scientifiche chiaramente insufficienti, se non assenti del tutto. Hanno venduto ai pazienti una certezza sanitaria che non potevano dare, senza offrire in cambio la minima garanzia personale. E poi ci sono quelli che andavano tutti i giorni in televisione: ogni “virostar” che ha personalmente garantito la sicurezza dei vaccini – senza avere nè i dati scientifici nè l’autorevolezza per farlo - oggi è responsabile per le decine di migliaia di morti e di reazioni avverse gravi che si sono verificate in tutto il paese. E se il silenzio mediatico su questa tragedia permette loro di lavarsi la coscienza, esiste fortunatamente un Tribunale molto più alto che li giudicherà adeguatamente, al momento opportuno. Godetevi le vostre Porsche e le vostre ville al mare, finchè siete in tempo.
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GENTE NORMALE – Purtroppo in tutto questo la gente normale, impreparata a discernere un inganno di tale portata, si è lasciata trasportare in una guerra di odio che ha fatto vittime fra i propri concittadini, e fra i loro stessi familiari. Invece di reagire compatti contro gli abusi di potere, la maggioranza della gente si è trasformata in carnefice dei propri simili, diventando docile strumento di chi voleva separarci per poterci meglio controllare. A questa categoria non mi sento di imputare alcuna colpa particolare, perchè loro – a differenza di medici e giornalisti – vivono immersi nell’ignoranza, e sono facile preda della propaganda. Ma non per questo mi rimane una sola goccia di simpatia nei loro confronti.

Questo è il quadro, tragico e deprimente, di quello che è successo negli ultimi tre anni.

Eppure.

Eppure, nonostante questo quadro, io riesco a vedere una nota positiva, estremamente incoraggiante: ci sono svariati milioni di italiani che non hanno ceduto al ricatto, e che hanno tenuto duro sulle proprie posizioni, arrivando in molti casi a perdere il lavoro, pur di non piegarsi. Queste persone hanno perso molte o tutte le amicizia che avevano, e in molti casi hanno visto disintegrarsi i loro legami familiari nell’arco di poche settimane.

Ma non hanno ceduto. Per loro i principi sacrosanti e inviolabili della libertà individuale rimangono tali: sacrosanti, e inviolabili. Per ogni mezzacalza di giornalista che ha tenuto il culo al caldo facendo finta di niente, ci sono mille cittadini che si sono esposti alle intemperie della vita pur di non rinunciare a difendere i valori della dignità umana.

Io non so quantificare con precisione queste persone (5 milioni? 10? 15?) ma so con certezza che sono un numero più che sufficiente da non poter essere sopraffatto in qualunque futura operazione di demolizione sociale – che sia fatta attraverso una nuova “pandemia” oppure tramite altre operazioni simili.

Quelli “che hanno capito” non tornano più indietro. Non puoi riportare nell’ignoranza colui che ha raggiunto una certa consapevolezza. Questi svariati milioni di persone costituiscono ora un blocco assolutamente insormontabile per chi vuole portare a termine l’agenda di deumanizzazione della società.

Sarà una battaglia durissima, perchè il potere non accetta che rimanga una sacca troppo consistente di ribelli al suo interno, e cercherà in tutti i modi di piegarci.

Ma noi ci saremo, uniti e compatti come non mai, perchè non ci unisce una semplice fede momentanea di tipo associativo, ma ci unisce la consapevolezza di essere degli esseri umani dotati di diritti inalienabili, che nessun governo ci ha mai “donato”, e nessun governo ci potrà mai togliere.

Veniteci a prendere, se ne avete il coraggio.

Massimo Mazzucco
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INTERROGHIAMO L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE SULL'11 SETTEMBRE
In questo spassosissimo articolo, un nostro utente dialoga con l’intelligenza artificiale (ChatGPT) e prova a farle ammettere che le Torri Gemelle sono state abbattute con una demolizione controllata. Il risultato, oltre che divertente, è particolarmente interessante.
https://www.luogocomune.net/24-11-settembre/6157-interroghiamo-chatgpt-sull%E2%80%9911-settembre
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MESSINA DENARO: MA QUALE “VITTORIA DELLO STATO”?

Faccio molta fatica a condividere la diffusa idea – spinta oggi in ogni angolo del mainstream - che l’arresto di Messina Denaro sia stata una “vittoria dello stato”.

Non voglio in alcun modo minimizzare il lavoro dei Carabinieri, della Polizia e dei ROS, che rischiano veramente la vita ogni giorno combattendo contro la mafia.

Resta il fatto che la cattura di un mafioso dopo 30 anni di latitanza, quando si scopre che viveva nella sua città, ha il sapore amaro di una sconfitta. E questo non è il primo caso: anche Totò Riina venne arrestato, dopo 25 anni di “latitanza”, nei dintorni di casa sua. E così accadde per Bernardo Provenzano, l’altro boss “imprendibile” che passò 30 anni nei dintorni del capoluogo siciliano, senza che nessuno riuscisse ad individuarlo. Questo significa che le connivenze con il potere politico sono tali da impedire che le indagini vadano a buon fine in tempi ragionevoli.

E questa non è una "buona notizia" per lo stato.

A questo si aggiungano due cose: a quel che risulta, 1) Messina Denaro è malato di cancro, e sa di esserlo da almeno due anni. E 2) ci dicono che quando gli agenti gli si sono avvicinati, chiedendogli come si chiamasse, lui abbia risposto “Sono Matteo Messina Denaro”. Ovvero, pur essendo in possesso di documenti falsi, che lo identificavano come Andrea Bonafede, il ricercato non ha minimamente pensato ad utilizzarli.

Tutto questo mi suggerisce che lui, ora che ha capito che gli resta poco da vivere, e che molto probabilmente dovrà farsi operare, abbia deciso di “farsi trovare” dalle forze dell’ordine, magari in cambio di un trattamento più morbido rispetto al 41 bis che lo aspetta. Compreso probabilmente un trattamento sanitario alla luce del sole, e non nell'oscurità della latitanza.

Lo so, sono solo illazioni, ma tutte queste cose messe insieme, e soprattutto la sensazione che la mafia oggi sià più viva e vegeta che mai, mi impediscono di unirmi al coro di quelli che parlano oggi di “grande vittoria dello stato”.

Diciamo che al massimo si è trattato di un pareggio ”in zona Cesarini”. Ma nel campionato sono ancora in testa loro.

Massimo Mazzucco
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