L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
L'OMBRA DELLA MORTE:
Oggi, in Veneto, è stata approvata la legge sul c.d. fine-vita. Un atto di civiltà, dicono, perchè bisogna rispondere alle esigenze di libertá, dignitá ed autodeterminazione (concetti sui quali sarebbe necessario un approfondimento filosofico prima che giuridico). Ovviamente, si precisa, la legge si applicherà in casi specifici e determinati secondo quanto indicato nella sentenza n. 242/2019 della Corte costituzionale (che non è autoapplicativa e riguarda non i diritti (concetto moderno) ma le condizioni in cui non è punibile il reato di aiuto al sucidio assistitito di cui all'art. 580 c.p.). Poi la Corte costituzionale, nel tempo, allenterá quei limiti in ragione della "funzione dinamizzante dell'ordinamento" (basta vedere il precedente della legge ordinaria dello Stato n. 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita fatta a pezzi dal giudice delle leggi), in seguito sarà introdotta "a piccole dosi" l'eutanasia (possiamo essere da meno di altri Paesi? Olanda, Belgio tanto per citare alcuni esempi) in nome di quella libertá negativa che innverva destra e sinistra (che pari sono). Da ultimo, la morte sarà un dovere.
Scrive Platone nel "Fedone": "Non è lecito che l’uomo liberi se stesso dalla vita".
P.S. Secondo la Samaritanus bonus, redatta dalla Congregazione per la Dottrina della Fede e approvata da Papa Francesco nel 2020:
Chi approva leggi che legalizzano l’eutanasia o il suicidio assistito si rende complice del grave peccato contro la vita che tali norme consentono e favoriscono;
Commette, inoltre, scandalo, poiché tali leggi contribuiscono a deformare la coscienza morale, facendo apparire lecito e socialmente accettabile ciò che è intrinsecamente contrario alla dignità della vita umana.
L'OMBRA DELLA MORTE:
Oggi, in Veneto, è stata approvata la legge sul c.d. fine-vita. Un atto di civiltà, dicono, perchè bisogna rispondere alle esigenze di libertá, dignitá ed autodeterminazione (concetti sui quali sarebbe necessario un approfondimento filosofico prima che giuridico). Ovviamente, si precisa, la legge si applicherà in casi specifici e determinati secondo quanto indicato nella sentenza n. 242/2019 della Corte costituzionale (che non è autoapplicativa e riguarda non i diritti (concetto moderno) ma le condizioni in cui non è punibile il reato di aiuto al sucidio assistitito di cui all'art. 580 c.p.). Poi la Corte costituzionale, nel tempo, allenterá quei limiti in ragione della "funzione dinamizzante dell'ordinamento" (basta vedere il precedente della legge ordinaria dello Stato n. 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita fatta a pezzi dal giudice delle leggi), in seguito sarà introdotta "a piccole dosi" l'eutanasia (possiamo essere da meno di altri Paesi? Olanda, Belgio tanto per citare alcuni esempi) in nome di quella libertá negativa che innverva destra e sinistra (che pari sono). Da ultimo, la morte sarà un dovere.
Scrive Platone nel "Fedone": "Non è lecito che l’uomo liberi se stesso dalla vita".
P.S. Secondo la Samaritanus bonus, redatta dalla Congregazione per la Dottrina della Fede e approvata da Papa Francesco nel 2020:
Chi approva leggi che legalizzano l’eutanasia o il suicidio assistito si rende complice del grave peccato contro la vita che tali norme consentono e favoriscono;
Commette, inoltre, scandalo, poiché tali leggi contribuiscono a deformare la coscienza morale, facendo apparire lecito e socialmente accettabile ciò che è intrinsecamente contrario alla dignità della vita umana.
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
IL VANGELO SECONDO ZAIA:
L’affermazione di Luca Zaia, Presidente del Consiglio regionale veneto pro tempore, secondo cui «i cattolici devono capire che non esistono buoni e cattivi che andranno all’inferno» non è soltanto teologicamente infondata. È costruita sopra una caricatura della dottrina cattolica, che viene prima banalizzata e poi solennemente confutata come se la Chiesa avesse atteso l’illuminazione di un ex Presidente di Regione per comprendere il Vangelo. La fede cattolica, infatti, non insegna affatto la puerile divisione dell’umanità in “buoni” e “cattivi” intesi come due categorie sociologiche definitivamente classificabili dagli uomini. Insegna qualcosa di infinitamente più serio: che l’uomo è libero, che i suoi atti hanno una reale consistenza morale, che esiste il peccato mortale, che esiste il giudizio di Dio e che la possibilità della dannazione eterna appartiene inequivocabilmente alla Rivelazione cristiana. Negare o dissolvere uno soltanto di questi elementi significa rendere incomprensibili tutti gli altri. Il punto, dunque, non è stabilire chi siano "i cattivi". Nessun cattolico possiede il registro anagrafico dei dannati. Il punto è riconoscere che Cristo stesso parla del giudizio, della separazione definitiva e della perdizione eterna. Se l’inferno fosse soltanto un relitto dell’immaginario medievale, bisognerebbe avere almeno l’onestà intellettuale di spiegare perché il Vangelo vi faccia riferimento con una gravità che non consente di ridurlo a metafora pedagogica innocua. Ancora più singolare è quel paternalistico «i cattolici devono capire». Devono capire che cosa, esattamente? Che duemila anni di cristianesimo hanno frainteso il rapporto fra libertà, peccato, giudizio e salvezza, mentre la corretta ermeneutica sarebbe finalmente offerta da Luca Zaia? Qui il problema diventa quasi epistemologico prima ancora che teologico. Si pretende di correggere dall’esterno una dottrina senza assumerne né le fonti, né le categorie, né la logica interna. La misericordia cristiana, del resto, non consiste nell’abolizione del giudizio. Una misericordia che rendesse irrilevante la libertà dell’uomo cesserebbe precisamente di essere misericordia, perché trasformerebbe la salvezza in un automatismo metafisico. Se nessuna scelta può avere conseguenze definitive, allora neppure il rifiuto definitivo di Dio è realmente possibile. Ma in tal caso la libertà umana viene proclamata a parole e negata nella sua conseguenza ultima. È precisamente qui che emerge la matrice liberal-modernista di questa impostazione. Il cristianesimo viene preventivamente sottoposto al tribunale della sensibilità contemporanea e conservato soltanto nella misura in cui coincide con le categorie oggi socialmente accettabili. Dio può essere misericordioso, purché non giudichi. L’uomo può essere libero, purché le sue scelte non abbiano conseguenze ultime. Il peccato può essere nominato, purché non separi realmente da Dio. Cristo può salvare, purché sia escluso in partenza che qualcuno possa rifiutare quella salvezza. Ora, questo non è uno sviluppo della dottrina cristiana. È la sua neutralizzazione. Si può certamente sperare nella salvezza di ogni uomo. Si deve pregare per la salvezza di ogni uomo. Si deve perfino guardarsi con estrema cautela dal pretendere di conoscere la sorte eterna di una persona determinata. Tutto questo appartiene pienamente alla fede cattolica. Ma da tali proposizioni non segue affatto che l’inferno sia vuoto, né tantomeno che la dannazione sia impossibile. Fra la speranza universale della salvezza e l’affermazione della salvezza universale necessaria corre una distanza teologica enorme. La posizione di Zaia cancella proprio quella distanza. E così, nel tentativo di presentarsi come più misericordiosa della tradizione cristiana, finisce per rendere insignificante la stessa misericordia, perché non vi è più nulla da perdonare realmente, nulla da cui essere salvati definitivamente e nessuna libertà capace di dire a Dio un autentico e terribile no.
IL VANGELO SECONDO ZAIA:
L’affermazione di Luca Zaia, Presidente del Consiglio regionale veneto pro tempore, secondo cui «i cattolici devono capire che non esistono buoni e cattivi che andranno all’inferno» non è soltanto teologicamente infondata. È costruita sopra una caricatura della dottrina cattolica, che viene prima banalizzata e poi solennemente confutata come se la Chiesa avesse atteso l’illuminazione di un ex Presidente di Regione per comprendere il Vangelo. La fede cattolica, infatti, non insegna affatto la puerile divisione dell’umanità in “buoni” e “cattivi” intesi come due categorie sociologiche definitivamente classificabili dagli uomini. Insegna qualcosa di infinitamente più serio: che l’uomo è libero, che i suoi atti hanno una reale consistenza morale, che esiste il peccato mortale, che esiste il giudizio di Dio e che la possibilità della dannazione eterna appartiene inequivocabilmente alla Rivelazione cristiana. Negare o dissolvere uno soltanto di questi elementi significa rendere incomprensibili tutti gli altri. Il punto, dunque, non è stabilire chi siano "i cattivi". Nessun cattolico possiede il registro anagrafico dei dannati. Il punto è riconoscere che Cristo stesso parla del giudizio, della separazione definitiva e della perdizione eterna. Se l’inferno fosse soltanto un relitto dell’immaginario medievale, bisognerebbe avere almeno l’onestà intellettuale di spiegare perché il Vangelo vi faccia riferimento con una gravità che non consente di ridurlo a metafora pedagogica innocua. Ancora più singolare è quel paternalistico «i cattolici devono capire». Devono capire che cosa, esattamente? Che duemila anni di cristianesimo hanno frainteso il rapporto fra libertà, peccato, giudizio e salvezza, mentre la corretta ermeneutica sarebbe finalmente offerta da Luca Zaia? Qui il problema diventa quasi epistemologico prima ancora che teologico. Si pretende di correggere dall’esterno una dottrina senza assumerne né le fonti, né le categorie, né la logica interna. La misericordia cristiana, del resto, non consiste nell’abolizione del giudizio. Una misericordia che rendesse irrilevante la libertà dell’uomo cesserebbe precisamente di essere misericordia, perché trasformerebbe la salvezza in un automatismo metafisico. Se nessuna scelta può avere conseguenze definitive, allora neppure il rifiuto definitivo di Dio è realmente possibile. Ma in tal caso la libertà umana viene proclamata a parole e negata nella sua conseguenza ultima. È precisamente qui che emerge la matrice liberal-modernista di questa impostazione. Il cristianesimo viene preventivamente sottoposto al tribunale della sensibilità contemporanea e conservato soltanto nella misura in cui coincide con le categorie oggi socialmente accettabili. Dio può essere misericordioso, purché non giudichi. L’uomo può essere libero, purché le sue scelte non abbiano conseguenze ultime. Il peccato può essere nominato, purché non separi realmente da Dio. Cristo può salvare, purché sia escluso in partenza che qualcuno possa rifiutare quella salvezza. Ora, questo non è uno sviluppo della dottrina cristiana. È la sua neutralizzazione. Si può certamente sperare nella salvezza di ogni uomo. Si deve pregare per la salvezza di ogni uomo. Si deve perfino guardarsi con estrema cautela dal pretendere di conoscere la sorte eterna di una persona determinata. Tutto questo appartiene pienamente alla fede cattolica. Ma da tali proposizioni non segue affatto che l’inferno sia vuoto, né tantomeno che la dannazione sia impossibile. Fra la speranza universale della salvezza e l’affermazione della salvezza universale necessaria corre una distanza teologica enorme. La posizione di Zaia cancella proprio quella distanza. E così, nel tentativo di presentarsi come più misericordiosa della tradizione cristiana, finisce per rendere insignificante la stessa misericordia, perché non vi è più nulla da perdonare realmente, nulla da cui essere salvati definitivamente e nessuna libertà capace di dire a Dio un autentico e terribile no.
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Non è il cattolicesimo che deve "capire", caro Presidente, questa nuova dottrina. È chi formula simili affermazioni che dovrebbe anzitutto comprendere quale dottrina sta pretendendo di correggere.
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
https://lanuovabq.it/it/oltre-destra-e-sinistra-la-crisi-della-politica-come-crisi-della-misura
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La Nuova Bussola Quotidiana
Oltre destra e sinistra: la crisi della politica come crisi della misura
La contrapposizione tra destra e sinistra è meno sostanziale di quanto sembri. La sinistra tende a sviluppare in modo più rapido ed esteso le conseguenze dell’autodeterminazione, mentre la destra istituzionale tende spesso a limitarne alcune manifestazioni…
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Buona domenica L'economia delle emergenze – capitolo 6 e Verso il Grande Reset ... #emergence #economiadelleemergenze #governo https://www.gazzettadellemilia.it/politica/item/54572-l%E2%80%99economia-delle-emergenze-%E2%80%93-capitolo-6-e-verso-il-grande-reset
www.gazzettadellemilia.it
L’economia delle emergenze – capitolo 6 e Verso il Grande Reset
Siamo arrivati alla conclusione di questo viaggio nel volume di Davide Rossi “L’economia delle emergenze. Dalla Pandemia alle Guerre” e siamo ormai pronti a entrare nell’era del “Grande Reset, la fine...
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Carissimi, in diversi mi hanno chiesto privatamente in questi giorni di presenziare ad alcuni incontri per la presentazione del mio ultimo libro su San Pio X o per una conferenza sull'importanza del diritto naturale inteso quale antidoto contro le derive indifferentiste della post-modernitá. Partecipo molto volentieri. Vi chiedo di scrivere o di telefonare alla segreteria didattica dell'Ateneo per poter programmare al meglio l'evento. Grazie a tutti. Un abbraccio.
Segreteria cell. +39 379 1075715.
Segreteria cell. +39 379 1075715.
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
https://www.sabinopaciolla.com/luigi-ix-e-il-potere-davanti-alla-verita/
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Il blog di Sabino Paciolla
Luigi IX e il potere davanti alla verità - Il blog di Sabino Paciolla
Lorenzetti: allegoria del buon governo (Siena, Palazzo del Governo)
di Daniele Trabucco
Il 25 agosto la Chiesa ricorda San Luigi IX di Francia, Re e Confessore (Festa
di Daniele Trabucco
Il 25 agosto la Chiesa ricorda San Luigi IX di Francia, Re e Confessore (Festa
L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
AFD E LA FINE DI UN’EUROPA CHE HA SMARRITO L’ORDINE
La vittoria di AfD, Alternative für Deutschland, in Sassonia-Anhalt meriterebbe di essere sottratta al repertorio ormai esausto dell’onda nera, del fascismo risorgente e dell’eterno ritorno del nazionalsocialismo (questo lo lasciamo alla vuota retorica dei soliti quotidiani italiani che leggono nella realtá il veleno ideologista (volutamente finanziato) che c'è nella loro "mente" e della c.d. "sinistra" inquisitoria e moralistica a corto di argomenti), perché una categoria storica, quando viene trasformata in formula preventiva di squalificazione, perde la capacità di comprendere ciò che pretende di giudicare. Il 44,6% dei voti e i 39 seggi ottenuti nel Landtag sembrano dire qualcosa di più profondo della semplice crescita di un partito radicale, perché rendono visibile la distanza sempre maggiore tra una parte consistente della società tedesca e un ordine politico nel quale essa fatica ormai a riconoscersi. Sul piano costituzionale si è votato per l’Assemblea legislativa di un Land della Repubblica federale tedesca, ma la questione più interessante comincia proprio oltre questa descrizione formale, dal momento che Stato, sovranità e rappresentanza appartengono alla grammatica della modernità politica e non coincidono con l’essenza della vita comune. La rappresentanza resta una mediazione, mai un’identità tra governanti e governati, mentre la sua legittimità sostanziale dipende dalla capacità di chi governa di restare ordinato a un bene comune che non crea e che non può ridurre alla semplice volontà della maggioranza. È precisamente qui che AfD appare qualcosa di più di un contenitore del dissenso, perché riesce a riportare nello spazio politico alcune intuizioni anteriori alla modernità: la famiglia come realtà sociale originaria, il radicamento, la continuità tra le generazioni, la proprietà, il lavoro, la responsabilità personale, la legittimità del limite, la sussidiarietà, l’autorità ordinata a un fine e l’idea che la comunità politica non nasca dalla somma di individui astratti, ma da una trama reale di relazioni, doveri e beni condivisi. La verità parziale che AfD intercetta sembra stare proprio nella percezione che l’ordine venga prima della volontà e che vi siano beni che né il legislatore, né lo Stato possono produrre arbitrariamente. Questa intuizione convive tuttavia con categorie profondamente moderne, e proprio qui emerge la contraddizione teorica del partito. La sovranità concepita come potere ultimo dello Stato, l’assolutizzazione della Nazione, il decisionismo e una concezione talvolta volontaristica della volontà popolare appartengono, infatti, alla stessa genealogia moderna che ha contribuito a dissolvere molti dei beni che AfD vorrebbe custodire. La sua forza sta, dunque, nel recupero di famiglia, limite, appartenenza, continuità e bene comune, mentre il suo limite consiste nel tentativo di difendere tali beni servendosi spesso degli strumenti concettuali della modernità politica. Il voto della Sassonia-Anhalt acquista così un significato che supera la semplice insofferenza verso Friedrich Merz e verso una CDU sempre meno capace di custodire ciò che un tempo pretendeva di conservare, perché investe anche la gestione dell’immigrazione, il progressivo indebolimento dell’industria tedesca, i costi dell’energia e una concezione della politica sempre più vicina alla regolazione amministrativa e sempre meno capace di esprimere un ordine dei fini. Una comunità può accettare anche sacrifici considerevoli quando ne comprende la ragione, mentre il consenso diventa inevitabilmente più fragile quando chi governa sembra aver perduto il rapporto con la concretezza della vita sociale. Pur essendo formalmente un voto interno tedesco, il risultato potrebbe perciò avere conseguenze europee, poiché la Repubblica federale tedesca resta uno dei centri decisivi dell’equilibrio dell’Unione e ogni mutamento profondo del suo sistema politico tende inevitabilmente a riflettersi sulle scelte comuni.
AFD E LA FINE DI UN’EUROPA CHE HA SMARRITO L’ORDINE
La vittoria di AfD, Alternative für Deutschland, in Sassonia-Anhalt meriterebbe di essere sottratta al repertorio ormai esausto dell’onda nera, del fascismo risorgente e dell’eterno ritorno del nazionalsocialismo (questo lo lasciamo alla vuota retorica dei soliti quotidiani italiani che leggono nella realtá il veleno ideologista (volutamente finanziato) che c'è nella loro "mente" e della c.d. "sinistra" inquisitoria e moralistica a corto di argomenti), perché una categoria storica, quando viene trasformata in formula preventiva di squalificazione, perde la capacità di comprendere ciò che pretende di giudicare. Il 44,6% dei voti e i 39 seggi ottenuti nel Landtag sembrano dire qualcosa di più profondo della semplice crescita di un partito radicale, perché rendono visibile la distanza sempre maggiore tra una parte consistente della società tedesca e un ordine politico nel quale essa fatica ormai a riconoscersi. Sul piano costituzionale si è votato per l’Assemblea legislativa di un Land della Repubblica federale tedesca, ma la questione più interessante comincia proprio oltre questa descrizione formale, dal momento che Stato, sovranità e rappresentanza appartengono alla grammatica della modernità politica e non coincidono con l’essenza della vita comune. La rappresentanza resta una mediazione, mai un’identità tra governanti e governati, mentre la sua legittimità sostanziale dipende dalla capacità di chi governa di restare ordinato a un bene comune che non crea e che non può ridurre alla semplice volontà della maggioranza. È precisamente qui che AfD appare qualcosa di più di un contenitore del dissenso, perché riesce a riportare nello spazio politico alcune intuizioni anteriori alla modernità: la famiglia come realtà sociale originaria, il radicamento, la continuità tra le generazioni, la proprietà, il lavoro, la responsabilità personale, la legittimità del limite, la sussidiarietà, l’autorità ordinata a un fine e l’idea che la comunità politica non nasca dalla somma di individui astratti, ma da una trama reale di relazioni, doveri e beni condivisi. La verità parziale che AfD intercetta sembra stare proprio nella percezione che l’ordine venga prima della volontà e che vi siano beni che né il legislatore, né lo Stato possono produrre arbitrariamente. Questa intuizione convive tuttavia con categorie profondamente moderne, e proprio qui emerge la contraddizione teorica del partito. La sovranità concepita come potere ultimo dello Stato, l’assolutizzazione della Nazione, il decisionismo e una concezione talvolta volontaristica della volontà popolare appartengono, infatti, alla stessa genealogia moderna che ha contribuito a dissolvere molti dei beni che AfD vorrebbe custodire. La sua forza sta, dunque, nel recupero di famiglia, limite, appartenenza, continuità e bene comune, mentre il suo limite consiste nel tentativo di difendere tali beni servendosi spesso degli strumenti concettuali della modernità politica. Il voto della Sassonia-Anhalt acquista così un significato che supera la semplice insofferenza verso Friedrich Merz e verso una CDU sempre meno capace di custodire ciò che un tempo pretendeva di conservare, perché investe anche la gestione dell’immigrazione, il progressivo indebolimento dell’industria tedesca, i costi dell’energia e una concezione della politica sempre più vicina alla regolazione amministrativa e sempre meno capace di esprimere un ordine dei fini. Una comunità può accettare anche sacrifici considerevoli quando ne comprende la ragione, mentre il consenso diventa inevitabilmente più fragile quando chi governa sembra aver perduto il rapporto con la concretezza della vita sociale. Pur essendo formalmente un voto interno tedesco, il risultato potrebbe perciò avere conseguenze europee, poiché la Repubblica federale tedesca resta uno dei centri decisivi dell’equilibrio dell’Unione e ogni mutamento profondo del suo sistema politico tende inevitabilmente a riflettersi sulle scelte comuni.
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Se AfD consolidasse questa forza, diventerebbe sempre più difficile per Berlino mantenere immutati gli orientamenti su immigrazione, energia, regolazione economica, trasferimento di competenze e rapporti con Mosca. È proprio qui che la questione tedesca diventa una questione europea, perché l’Unione sembra essersi progressivamente allontanata dall’idea di un ordine tra comunità politiche distinte, nel quale ciò che è superiore sostenga ciò che è inferiore senza assorbirlo, avvicinandosi, invece, a una struttura nella quale la regolazione cresce e la responsabilità si disperde. Le politiche agricole mostrano bene questa torsione, perché terra, proprietà familiare e lavoro vengono troppo spesso trattati come semplici oggetti di disciplina amministrativa, quando rappresentano invece forme concrete della vita sociale, legate alla continuità delle famiglie e dei territori. Il rapporto con la Russia rende questa perdita della misura ancora più evidente, perché Mosca resta una realtà permanente della geografia e della storia del continente, e una politica europea adulta dovrebbe considerarla secondo le categorie dell’equilibrio, della prudenza, del commercio e della diplomazia, non secondo la logica dell’inimicizia indefinita. Per la Germania la complementarità fra energia russa e industria tedesca aveva rappresentato per decenni un elemento materiale della propria prosperità, mentre la progressiva dissoluzione di quel rapporto ha accresciuto costi e dipendenze proprio nel momento in cui l’Europa proclamava di voler conquistare maggiore autonomia strategica. Quanto emerge in Sassonia-Anhalt potrebbe, dunque, essere letto come uno dei segni della fine di una certa forma d’Europa, una forma che ha progressivamente identificato il diritto con la regolazione, la politica con la procedura e l’integrazione con l’allontanamento della decisione dalle comunità concrete. AfD resta attraversata dalle contraddizioni della modernità, ma il suo successo rende nuovamente visibili beni che l’ordine dominante aveva creduto di poter relegare nel passato senza conseguenze. Se questo voto anticipasse davvero la conclusione di un ciclo, la questione decisiva riguarderebbe, allora, ciò che potrà venire dopo, perché una fine politica ha senso soltanto quando consente di ritrovare ciò che il potere non crea: la famiglia, la comunità, il limite, la giustizia, la responsabilità e il bene comune. A quel punto il "vitello grasso" potrebbe davvero essere ucciso, non per celebrare il trionfo di una fazione, ma per accogliere il ritorno della misura dentro la politica.
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