IL GIUSNATURALISTA
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Canale pubblico ispirato al pensiero giusnaturalistico classico.
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Forwarded from Idee&Azione
🔴 EURASIATISMO. STORIA, DOTTRINA E GEOPOLITICA 🔴

Che cosa è l'Eurasia? Perché è così importante? Perché esiste un'intera scuola di pensiero dedicata?

Questo corso mira a fornire una preparazione dettagliata dell’Eurasiatismo, nei suoi fondamenti storici, nella dottrina del passato e del presente e nelle sue implicazioni e sviluppi geopolitici nel mondo contemporaneo, attraverso l’approfondimento del pensiero degli autori principali e la critica odierna.

Il corso è aperto a tutti, non richiede di possedere già una laurea e rilascia il titolo accademico di Alta Formazione.
Si svolgerà comodamente online, per un totale di 48 ore di corso, diviso in 16 lezioni da 3h ciascuna, a partire da lunedì 14 settembre 2026.

Docente del corso è il prof. Lorenzo Maria Pacini, direttore del Dipartimento di Geopolitica di UniDolomiti di Belluno, con la partecipazione di ospiti di livello internazionale ed esperti della materia.

Interverranno ospiti internazionali di altissimo livello.

📝Per info & iscrizioni
Francesca Ferrazza
Tel: 0437 851 355
Mail:
universita@unidolomiti.it

#unidolomiti
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
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VOI SIETE IL VERO PERICOLO, CARO PRODI!!!

Caro Prodi, prima di evocare l’ennesima «onda nera» e di dichiarare l’Europa in pericolo, forse bisognerebbe avere il coraggio di guardare alle responsabilità di chi l’Europa l’ha governata e plasmata per decenni. Il vero pericolo è stato anche un modello politico che ha accompagnato la svendita di pezzi decisivi dell’impresa italiana, liberalizzazioni presentate come dogmi salvifici e una progressiva perdita di sovranità economica e industriale di un Paese che negli anni Novanta aveva ben altro peso. Il vero pericolo è stata l’immigrazione trasformata troppo spesso in fenomeno incontrollato, mentre chi osava porre il problema veniva immediatamente scomunicato. Il vero pericolo è il wokismo elevato a nuova ortodossia civile, il recinto sempre più stretto delle parole autorizzate, la pretesa di stabilire non soltanto ciò che si deve fare, ma persino ciò che si può dire e pensare. È la propaganda bellicista trasformata in rispettabilità istituzionale, con il dissenso ridotto a sospetto morale. E allora, caro Prodi, prima di impartire lezioni sull’autoritarismo, bisognerebbe domandarsi se non sia proprio questo sistema di conformismo politico, culturale e mediatico ad aver prodotto la reazione che oggi tanto vi spaventa.

Voi denunciate il pericolo, ma siete stati, in larga parte, la causa. Altro che onda nera.
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:

BONINO: IL PARADIGMA DELLA LIBERTÁ SENZA VERITÁ

La morte di Emma Bonino, avvenuta in data 11 settembre 2026, non dovrebbe produrre quella sospensione del giudizio per cui la pietà verso la persona si converte nell’assoluzione delle idee. Sul destino ultimo dell’anima ogni parola umana deve arrestarsi, perché resta sempre il mistero della coscienza, resta la possibilità del pentimento, resta soprattutto un giudizio che appartiene a Dio soltanto. Alla persona, dunque, la preghiera. Alle opere e alle idee, invece, il giudizio della ragione. Ed è precisamente su questo piano che il paradigma boniniano appare radicalmente negativo. Il suo nucleo non consiste soltanto in alcune battaglie politiche, ma in una determinata idea di libertà, secondo la quale l’uomo sarebbe tanto più libero quanto meno la propria volontà riceve misura da un bene che la precede. Qui si trova l’errore decisivo, perché nessuna facoltà si perfeziona semplicemente ampliando la propria possibilità di esercizio. L’intelligenza non diviene più perfetta perché può pensare più errori, così come la volontà non diviene più libera perché può scegliere più mali. Una potenza è buona nella misura in cui raggiunge il proprio atto perfettivo e la libertà, appartenendo a un essere razionale, trova la propria perfezione non nell’indeterminatezza della scelta, quanto nell’adesione consapevole al bene. Quando questo ordine viene rovesciato, la volontà non è più misurata dal bene, ma pretende di misurarlo. Il diritto, conseguentemente, non riconosce più ciò che è giusto, ma tende a conferire forma normativa a ciò che viene voluto. È qui che il linguaggio moderno dei diritti manifesta la propria aporia, perché, separato da un ordine oggettivo del bene (la cui negazione porta ad identificare il bene con ciò che viene scelto), rischia di attribuire dignità giuridica non soltanto a ciò che perfeziona l’uomo, bensì anche a ciò che ne priva la natura di un bene dovuto. Per questo sarebbe troppo poco affermare che Bonino abbia semplicemente difeso libertà "luciferine": aborto, divorzio, droghe leggere etc. Nella misura in cui determinate battaglie hanno reso culturalmente legittimo e giuridicamente praticabile ciò che contraddice beni umani fondamentali, esse hanno favorito il male nel senso più rigoroso del termine, vale a dire come privazione del bene e dissoluzione dell’ordine che dovrebbe perfezionare l’agire umano. La gravità del paradigma sta proprio qui, nel fatto che il male può assumere il lessico del diritto, la privazione quello dell’emancipazione, il disordine quello dell’autodeterminazione. Una civiltà può così continuare a pronunciare la parola libertà mentre ne perde progressivamente la forma, perché la libertà separata dalla verità non diviene più grande, diviene soltanto più capace di smarrire il proprio fine. Emma Bonino non può, dunque, essere assunta come modello di libertà senza assumere insieme questa inversione. Se resta insondabile per noi la possibilità del pentimento, le idee che ha servito richiedono, invece, un giudizio severo, perché un diritto separato dal bene non compie la giustizia e una libertà separata dalla verità non eleva l’uomo, ma rischia di conferire al disordine l’apparenza stessa del bene. Lo ricordino gli "elogiatori seriali" di queste ore!!!
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:

QUANDO L’ESSERE DIVORA L’UOMO

La forza di Heidegger (1889-1976) consiste nell’aver mostrato quanto profondamente l’uomo moderno possa smarrirsi nella dispersione, nell’anonimato e nell’oblio di sé, ma proprio questa diagnosi, tanto potente sul piano fenomenologico, sembra indebolirsi quando pretende di trasformarsi in ontologia, perché l’uomo viene ricondotto sempre più al proprio poter essere e sempre meno a una struttura intelligibile capace di orientarne l’esistenza. Il punto decisivo riguarda il rapporto tra essenza ed esistenza. Se l’uomo viene compreso principalmente attraverso le possibilità nelle quali si progetta, diventa difficile stabilire perché alcune di esse rappresentino un compimento e altre una degradazione. Una facoltà, infatti, acquista significato pieno soltanto in rapporto a ciò verso cui è ordinata. Una libertà privata di questo riferimento può descrivere la possibilità della scelta, ma fatica a spiegare il valore di ciò che viene scelto. È qui che l’autenticità heideggeriana rivela il proprio limite. Essa riguarda il modo in cui l’uomo assume la propria esistenza, non la qualità morale della direzione che le imprime. Si può essere risoluti nell’errore e perfettamente consapevoli nell’ingiustizia. L’appropriazione di sé, dunque, non coincide necessariamente con il perfezionamento di sé. Una difficoltà analoga emerge nella concezione della verità come disvelamento. Heidegger vuole risalire a un’esperienza della verità più originaria della semplice corrispondenza tra intelletto e realtà, ma il rischio è che il manifestarsi finisca per prevalere su ciò che si manifesta. Eppure, se la realtà non possiede una determinatezza conoscibile indipendente dall’evento del suo apparire, anche il giudizio rischia di perdere il proprio termine oggettivo. Il tentativo di oltrepassare la metafisica produce così un singolare paradosso. Heidegger intende restituire profondità alla domanda sull’essere, ma finisce per rendere più incerto il discorso sull’ente. Proprio mentre denuncia l’oblio dell’essere, indebolisce quelle categorie che permettono di comprendere che cosa una realtà sia e in che cosa possa consistere la sua piena realizzazione. La centralità dell’essere-per-la-morte accentua questa torsione. La finitezza sottrae l’uomo alla dispersione del quotidiano e lo riconduce alla serietà della propria esistenza, ma il limite può rivelare la precarietà della vita senza indicarne il fine. Sapere che si deve morire rende più urgente la domanda sul vivere, non ne contiene ancora la risposta. Ed è precisamente questa insufficienza della finitezza a far emergere il confine teorico più profondo di Heidegger. Se la morte può ricondurre l’uomo alla proprietà della propria esistenza senza però indicargli ciò che ne costituisce il compimento, allora le categorie heideggeriane riescono a chiarire con straordinaria precisione l’angoscia, la temporalità e la dispersione, ma diventano assai meno persuasive quando occorre stabilire in base a che cosa una vita possa dirsi veramente riuscita. Dopo aver liberato l’uomo da una concezione dell’essenza giudicata troppo rigida, Heidegger gli restituisce così il dramma dell’esistenza, ma ne rende più incerta la direzione. La radicalità della domanda finisce allora per eccedere la capacità della risposta, perché il poter essere viene illuminato con eccezionale profondità proprio mentre diventa più difficile determinare ciò verso cui la libertà dovrebbe ordinarsi per non ridursi alla sola appropriazione di sé.
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