Forwarded from Notizie dall'Iran islamico e rivoluzionario
Secondo alcuni analisti di The Economist, se lo Stretto di Hormuz rimarrà chiuso fino alla fine del mese, i prezzi del petrolio potrebbero raggiungere i 150 o addirittura i 200 dollari, una “ricetta” per la recessione globale.
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
LA NORMA SENZA ESSERE
La scomparsa di Jürgen Habermas invita anzitutto a un esercizio di giustizia intellettuale, perché soltanto una lettura rispettosa consente di criticare davvero un autore di tale statura senza cadere né nell’elogio di maniera né nella polemica facile. Habermas è stato una delle ultime grandi coscienze speculative della modernità europea, uno di quei pensatori nei quali la filosofia non si è limitata a commentare il proprio tempo, ma ha cercato di trattenerne la dissoluzione, di correggerne le derive, di salvare nel cuore della crisi ciò che appariva ancora degno di essere custodito. Il suo intero itinerario può essere letto come il tentativo di sottrarre la ragione occidentale al doppio esito che sembrava attenderla, da un lato la riduzione della verità a procedura tecnico-scientifica, dall’altro la dispersione del senso nel relativismo delle prospettive e nella conflittualità delle volontà. In questo senso la sua opera ha rappresentato uno sforzo imponente di ricostruzione, poiché ha cercato di restituire alla convivenza civile un fondamento razionale dopo che le grandi sintesi metafisiche erano state dichiarate impraticabili e dopo che la filosofia aveva imparato a diffidare di ogni appello forte all’essere, alla natura e al bene. Il nucleo del suo pensiero è noto. Habermas ritiene che la modernità non debba essere respinta, bensì portata a coscienza di se stessa, purificata dalle sue unilateralità e ricondotta a una forma non dominatrice della ragione. Contro il soggetto isolato della tradizione moderna, contro la ragione ridotta a strumento di controllo, contro il diritto pensato come semplice positività coercitiva, egli individua nel linguaggio il luogo originario di una razionalità condivisa. L’uomo non sarebbe soltanto volontà che vuole, né soltanto coscienza che rappresenta, bensì soggetto capace di intendersi con altri soggetti in uno spazio nel quale si avanzano pretese di validità, si chiedono ragioni, si contestano argomenti e si cerca un’intesa non imposta dalla forza. Da qui nascono la teoria dell’agire comunicativo, l’etica del discorso, la centralità della sfera pubblica e la concezione deliberativa della democrazia. La legittimità delle norme non dipenderebbe dunque da una verità sostanziale previamente data, né dalla volontà di chi detiene il potere, ma dalla possibilità che quelle stesse norme siano giustificate in un discorso libero, inclusivo e non distorto dinanzi a tutti coloro che ne risultano coinvolti. L’universale non viene abolito, viene riformulato. Non è più l’universale dell’essere, del fine o della natura, bensì l’universale della giustificazione reciproca. Una simile costruzione possiede una grandezza indiscutibile. Habermas ha compreso con lucidità che una società incapace di rendere ragione delle proprie norme finisce per consegnarsi o alla tecnica o alla pura decisione. Ha compreso che il diritto, se si riduce a fatto istituzionale, perde la sua dignità propriamente giuridica e si trasforma in meccanismo di regolazione esterna. Ha compreso anche che la politica non può vivere soltanto di rapporti di forza, perché senza una sfera pubblica nella quale il potere sia esposto alla critica e obbligato a giustificarsi, la libertà si svuota e la convivenza decade a organizzazione amministrativa di interessi concorrenti. Il problema, però, si apre nel punto preciso in cui questa architettura chiede di essere fondata. Habermas vuole salvare la normatività dopo il congedo dalla metafisica e vuole custodire l’obbligazione senza riconoscere all’essere alcun primato teoretico esplicito. Qui si manifesta la sua aporia più profonda, perché egli cerca una validità che obblighi universalmente e insieme rifiuta di radicarla in una verità oggettiva dell’umano. Il punto decisivo è questo. Il discorso può certamente chiarire, correggere, mettere alla prova, purificare da unilateralità soggettive. Esso può anche costituire una via importante per la formulazione storica della giustizia. Non può però essere il primo principio della giustizia stessa.
LA NORMA SENZA ESSERE
La scomparsa di Jürgen Habermas invita anzitutto a un esercizio di giustizia intellettuale, perché soltanto una lettura rispettosa consente di criticare davvero un autore di tale statura senza cadere né nell’elogio di maniera né nella polemica facile. Habermas è stato una delle ultime grandi coscienze speculative della modernità europea, uno di quei pensatori nei quali la filosofia non si è limitata a commentare il proprio tempo, ma ha cercato di trattenerne la dissoluzione, di correggerne le derive, di salvare nel cuore della crisi ciò che appariva ancora degno di essere custodito. Il suo intero itinerario può essere letto come il tentativo di sottrarre la ragione occidentale al doppio esito che sembrava attenderla, da un lato la riduzione della verità a procedura tecnico-scientifica, dall’altro la dispersione del senso nel relativismo delle prospettive e nella conflittualità delle volontà. In questo senso la sua opera ha rappresentato uno sforzo imponente di ricostruzione, poiché ha cercato di restituire alla convivenza civile un fondamento razionale dopo che le grandi sintesi metafisiche erano state dichiarate impraticabili e dopo che la filosofia aveva imparato a diffidare di ogni appello forte all’essere, alla natura e al bene. Il nucleo del suo pensiero è noto. Habermas ritiene che la modernità non debba essere respinta, bensì portata a coscienza di se stessa, purificata dalle sue unilateralità e ricondotta a una forma non dominatrice della ragione. Contro il soggetto isolato della tradizione moderna, contro la ragione ridotta a strumento di controllo, contro il diritto pensato come semplice positività coercitiva, egli individua nel linguaggio il luogo originario di una razionalità condivisa. L’uomo non sarebbe soltanto volontà che vuole, né soltanto coscienza che rappresenta, bensì soggetto capace di intendersi con altri soggetti in uno spazio nel quale si avanzano pretese di validità, si chiedono ragioni, si contestano argomenti e si cerca un’intesa non imposta dalla forza. Da qui nascono la teoria dell’agire comunicativo, l’etica del discorso, la centralità della sfera pubblica e la concezione deliberativa della democrazia. La legittimità delle norme non dipenderebbe dunque da una verità sostanziale previamente data, né dalla volontà di chi detiene il potere, ma dalla possibilità che quelle stesse norme siano giustificate in un discorso libero, inclusivo e non distorto dinanzi a tutti coloro che ne risultano coinvolti. L’universale non viene abolito, viene riformulato. Non è più l’universale dell’essere, del fine o della natura, bensì l’universale della giustificazione reciproca. Una simile costruzione possiede una grandezza indiscutibile. Habermas ha compreso con lucidità che una società incapace di rendere ragione delle proprie norme finisce per consegnarsi o alla tecnica o alla pura decisione. Ha compreso che il diritto, se si riduce a fatto istituzionale, perde la sua dignità propriamente giuridica e si trasforma in meccanismo di regolazione esterna. Ha compreso anche che la politica non può vivere soltanto di rapporti di forza, perché senza una sfera pubblica nella quale il potere sia esposto alla critica e obbligato a giustificarsi, la libertà si svuota e la convivenza decade a organizzazione amministrativa di interessi concorrenti. Il problema, però, si apre nel punto preciso in cui questa architettura chiede di essere fondata. Habermas vuole salvare la normatività dopo il congedo dalla metafisica e vuole custodire l’obbligazione senza riconoscere all’essere alcun primato teoretico esplicito. Qui si manifesta la sua aporia più profonda, perché egli cerca una validità che obblighi universalmente e insieme rifiuta di radicarla in una verità oggettiva dell’umano. Il punto decisivo è questo. Il discorso può certamente chiarire, correggere, mettere alla prova, purificare da unilateralità soggettive. Esso può anche costituire una via importante per la formulazione storica della giustizia. Non può però essere il primo principio della giustizia stessa.
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Prima che gli uomini si parlino, essi sono. Prima che si riconoscano come interlocutori, possiedono già una dignità che il riconoscimento non crea. Prima che avanzino pretese di validità, sono immersi in un ordine del reale che rende possibile tanto la verità quanto l’errore, tanto la giustizia quanto la sua negazione. Se il dialogo deve essere non violento, bisogna già sapere perché la violenza è un male. Se tutti devono essere ammessi al discorso, bisogna già sapere perché ciascuno vale in quanto tale. Se la manipolazione deve essere esclusa, bisogna già sapere perché l’altro non può essere ridotto a mezzo. Nulla di tutto questo nasce dal procedimento. Tutto questo lo precede. La procedura discorsiva, per funzionare, presuppone un intero universo normativo che non sa produrre dal proprio interno. In tal modo Habermas tenta di edificare la validità sul linguaggio, mentre il linguaggio stesso vive di presupposti ontologici e morali che restano non tematizzati o soltanto indirettamente evocati. Qui la critica deve diventare più radicale. Il trasferimento della filosofia pratica dall’ordine dell’essere all’ordine della giustificazione non è una semplice correzione metodologica. È una mutazione dell’idea stessa di ragione. In un simile orizzonte il vero tende lentamente a cedere il posto al giustificabile, il bene al condivisibile, il giusto a ciò che può essere accettato entro condizioni discorsive ideali. Il consenso razionale assume una funzione quasi trascendentale, perché appare come il luogo nel quale la normatività acquista riconoscimento e dunque efficacia. Eppure il consenso, anche quando sia raffinato, non coincide con il vero. L’accettabilità non è misura sufficiente del giusto. Una norma può essere argomentata con rigore, discussa in modo inclusivo, elaborata entro procedure limpide e restare ugualmente ingiusta se contraddice la struttura profonda del bene umano. La forma del discorso non redime da sé il contenuto della decisione. Se manca una misura che eccede la procedura, la procedura finisce col farsi misura di se stessa. A quel punto il diritto smette di essere ordinazione alla giustizia e diventa soprattutto tecnica di legittimazione. Per questa via Habermas, pur volendo superare il positivismo, ne conserva una traccia decisiva in una forma più sottile e più nobile. Non si tratta più del positivismo della volontà sovrana, bensì del positivismo della procedura razionalizzata. La fonte della legittimità non è più il comando, è il discorso. Il punto problematico resta tuttavia identico nella sua struttura, perché anche qui il fondamento ultimo del diritto non è cercato nella verità del giusto, bensì nel processo attraverso il quale il giusto viene pubblicamente costruito o riconosciuto. In un tale schema la legge acquista una grande dignità formale, perde però peso ontologico. Essa vale perché può essere giustificata, non perché partecipa a un ordine del bene che la ragione pratica è chiamata a riconoscere. La differenza è enorme. Nel primo caso la razionalità giuridica si muove ancora all’interno del cerchio moderno della soggettività mediata dal linguaggio. Nel secondo caso essa si apre a una misura che non dipende né dalla decisione né dalla discussione, anche se può essere conosciuta e precisata attraverso entrambe. Anche l’antropologia implicita di Habermas rivela il medesimo limite. L’uomo viene pensato soprattutto come interlocutore competente, come soggetto capace di parola, di replica, di partecipazione alla dinamica del reciproco riconoscimento. Tutto ciò coglie un aspetto essenziale della vita personale, però non tocca ancora il nucleo ultimo della persona. L’uomo non è anzitutto colui che parla. È colui che, essendo ciò che è, può parlare, conoscere, volere, entrare in relazione e aprirsi alla verità. Se il primato viene attribuito alla competenza comunicativa, il rischio teorico è evidente. La dignità finisce con l’essere pensata a partire dalla manifestazione relazionale del soggetto più che dalla sua consistenza ontologica.
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Certo, Habermas non intende negare il valore di chi non è in grado di partecipare effettivamente al discorso. Tuttavia, il suo lessico fondamentale non offre una fondazione pienamente adeguata di quella tutela, perché il paradigma dominante rimane quello dell’intersoggettività linguistica. Ne segue che i più deboli, i silenziosi, gli incapaci di argomentare, coloro che non possono comparire come soggetti attivi della giustificazione reciproca, risultano protetti in modo etico-intuitivo, non in modo metafisicamente saldo. In questo punto il sistema mostra una tensione che non riesce davvero a sciogliere. La stessa difficoltà si ripresenta sul piano politico. Habermas ha analizzato con finezza la colonizzazione del mondo della vita da parte dei sistemi economici e amministrativi. Ha visto che il denaro e il potere tendono a svuotare dall’interno i legami umani e a ridurre la convivenza a funzionalità. La terapia che propone rimane però interna allo stesso orizzonte che ha reso possibile la malattia. Egli pensa infatti che il rimedio consista nell’allargamento e nel perfezionamento della razionalità comunicativa, quasi che il deficit del moderno dipenda soltanto da un’insufficiente strutturazione discorsiva della convivenza. Il problema è più profondo. Quando una civiltà smarrisce il fine, non basta disciplinarne meglio i procedimenti. Quando l’ordine politico perde contatto con il bene comune, non è sufficiente intensificare la circolazione degli argomenti. Occorre ritrovare una misura sostanziale del giusto. Senza questa misura la democrazia deliberativa rischia di diventare una forma elevata di autolegittimazione del relativismo, un processo formalmente impeccabile nel quale manca però un criterio ultimo per distinguere tra ciò che eleva l’uomo e ciò che lo degrada. Anche la tarda apertura di Habermas alla religione lascia intravedere la medesima insufficienza. Il suo riconoscimento del valore semantico delle tradizioni religiose è importante, perché mostra la consapevolezza che la ragione secolare non riesce da sola a produrre tutto il senso di cui continua ad aver bisogno. Eppure la richiesta di tradurre quei contenuti in un linguaggio pubblicamente accessibile rivela ancora una volta la subordinazione del vero al giustificabile. La religione può entrare nello spazio pubblico, purché si lasci convertire nella grammatica della razionalità post-metafisica. In tal modo essa viene ammessa come riserva simbolica, non come possibile luogo di una conoscenza reale dell’uomo e del suo destino. Anche qui la neutralità del discorso appare meno neutrale di quanto dichiari, perché porta con sé una precisa decisione filosofica sul rapporto tra essere, verità e linguaggio. La grandezza di Habermas sta allora nel fatto che egli ha percepito con straordinaria nettezza che la convivenza umana non può vivere senza un principio di universalità. Il suo limite sta nel fatto che ha cercato questa universalità quasi esclusivamente nella struttura del discorso. Ne è nata una filosofia nobile, rigorosa, spesso altissima nella sua intenzione civile, eppure segnata da una mancanza originaria. Essa vuole la norma, però diffida del fondamento. Vuole la giustizia, però esita davanti all’essere. Vuole l’universale, però lo cerca sul piano della validazione piuttosto che su quello della verità. Per questo il suo pensiero resta una delle espressioni più potenti e insieme più aporetiche della tarda modernità, poiché tenta di salvare il senso senza tornare fino alla sorgente da cui soltanto il senso riceve consistenza. E proprio qui, con il rispetto dovuto a un grande maestro appena scomparso, si manifesta il punto in cui la sua filosofia, pur così raffinata, non riesce a oltrepassare davvero il proprio tempo: essa ha compreso che il diritto non può vivere senza ragione, non ha però voluto riconoscere fino in fondo che la ragione non vive senza verità.
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DIBATTITO SUL REFERENDUM
Ieri sera a Salzano (Città metropolitana di Venezia) ho partecipato ad un bel confronto pubblico in vista del referendum costituzionale dei giorni 22-23 marzo 2026, evidenziando gli enormi problemi del sorteggio e le ragioni per cui la possibile degenerazione del correntismo corre il rischio di essere aggravata. Non è mancata un'analisi critica in chiave comparata (Portogallo e, per certi versi, Francia anche se i modelli non sono sovrapponibili).
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#ilfattoquotidiano
#REFERENDUMGIUSTIZIA
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#separazionedellecarriere
Ieri sera a Salzano (Città metropolitana di Venezia) ho partecipato ad un bel confronto pubblico in vista del referendum costituzionale dei giorni 22-23 marzo 2026, evidenziando gli enormi problemi del sorteggio e le ragioni per cui la possibile degenerazione del correntismo corre il rischio di essere aggravata. Non è mancata un'analisi critica in chiave comparata (Portogallo e, per certi versi, Francia anche se i modelli non sono sovrapponibili).
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
NON LA FINE DELLE CORRENTI, MA IL LORO STADIO PIÙ DEGRADATO
La separazione delle carriere con due CSM non estinguerà il correntismo (o meglio il loro uso politico-ideologico), lo farà degenerare, perché le correnti non nascono dall’unità dell’autogoverno ma dalla lotta per il controllo delle nomine, delle valutazioni e dei percorsi professionali e la riforma non sottrae affatto quel potere alle appartenenze organizzate, lo sdoppia, attribuendolo a due Consigli distinti competenti per assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, valutazioni di professionalità e conferimenti di funzioni, mentre la giurisdizione disciplinare viene addirittura sottratta a entrambi e trasferita a un’Alta Corte separata (ovvero l'esatto opposto della logica separativa), con il risultato di moltiplicare i centri di influenza, i luoghi della trattativa e le occasioni di scambio, perdendo al tempo stesso quella visione unitaria del sistema giustizia che il CSM ha indicato come essenziale. È, quindi, falsa la prima tesi del Sì, secondo cui due CSM spezzerebbero le correnti, perché in corpi più piccoli e più omogenei il peso delle appartenenze cresce, il dissenso interno costa di più, la fedeltà di gruppo si irrigidisce e, soprattutto nel settore requirente, aumenta proprio quel rischio di autoreferenzialità che il CSM ha espressamente segnalato come effetto sistemico della riforma. È falsa anche la seconda tesi, secondo cui il sorteggio depoliticizzerebbe l’autogoverno, perché un terzo dei componenti di ciascun Consiglio continua a essere estratto da un elenco compilato dal Parlamento in seduta comune e il Vicepresidente di ciascun organo è scelto proprio tra quei membri, sicché la politica non viene espulsa ma semplicemente anticipata a monte, in una forma meno trasparente e perciò più insidiosa. È falsa poi la terza tesi, secondo cui il sorteggio distruggerebbe il correntismo, perché il voto almeno costringe le correnti a esporsi, a presentare candidature, a misurarsi pubblicamente e a rispondere delle scelte, mentre il sorteggio non elimina le reti di influenza ma le libera dall’onere della responsabilità, trasformando il correntismo da fenomeno visibile in un potere occulto di orientamento, tutela e patrocinio, tanto più grave in quanto privo di investitura rappresentativa ed è per questo che lo stesso CSM ha richiamato i problemi di rappresentatività e di pluralismo ideale e culturale, mentre gli standard del Consiglio d’Europa insistono sul fatto che i componenti togati dei consigli di giustizia debbano essere eletti dai loro pari in forme idonee a garantire la più ampia rappresentanza. È, infine, fragile anche la tesi che tutto ciò sarebbe necessario per assicurare la terzietà del giudice, perché il CSM ha ricordato che i passaggi di funzione, dopo le riforme del 2006 e del 2022, hanno un’incidenza estremamente ridotta sul totale dei magistrati in servizio (0,4%), sicché si pretende di devastare l’equilibrio dell’autogoverno per correggere un fenomeno ormai marginale. Il punto decisivo, allora, emerge con nettezza: non si sta curando il correntismo ma lo si sta spingendo verso la sua forma più malata, quella di un correntismo più chiuso, più settoriale, più irresponsabile e meno controllabile che agisce sui meccanismi di filtro dei sorteggiabili. Questo non significa che non vi siano problemi. Ve ne sono e molti, ma la legge di revisione costituzionale, essendo una riforma ordinamentale e non funzionale, non li risolve. Perchè non si è proceduto, con legge ordinaria dello Stato, a ridurre il numero dei membri del CSM (che la Costituzione non indica)? Perchè non è stata ridotta l'ampiezza dei collegi elettorali per l'elezione della componente togata? Perchè non si è andati oltre la riforma Cartabia del 2022 per arrivare ad una separazione netta delle carriere che non richiede revisione costituzionale? Perchè una modifica della Costituzione puó essere spesa meglio sul piano politico e, nel 2027, ci sono le elezioni politiche.
NON LA FINE DELLE CORRENTI, MA IL LORO STADIO PIÙ DEGRADATO
La separazione delle carriere con due CSM non estinguerà il correntismo (o meglio il loro uso politico-ideologico), lo farà degenerare, perché le correnti non nascono dall’unità dell’autogoverno ma dalla lotta per il controllo delle nomine, delle valutazioni e dei percorsi professionali e la riforma non sottrae affatto quel potere alle appartenenze organizzate, lo sdoppia, attribuendolo a due Consigli distinti competenti per assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, valutazioni di professionalità e conferimenti di funzioni, mentre la giurisdizione disciplinare viene addirittura sottratta a entrambi e trasferita a un’Alta Corte separata (ovvero l'esatto opposto della logica separativa), con il risultato di moltiplicare i centri di influenza, i luoghi della trattativa e le occasioni di scambio, perdendo al tempo stesso quella visione unitaria del sistema giustizia che il CSM ha indicato come essenziale. È, quindi, falsa la prima tesi del Sì, secondo cui due CSM spezzerebbero le correnti, perché in corpi più piccoli e più omogenei il peso delle appartenenze cresce, il dissenso interno costa di più, la fedeltà di gruppo si irrigidisce e, soprattutto nel settore requirente, aumenta proprio quel rischio di autoreferenzialità che il CSM ha espressamente segnalato come effetto sistemico della riforma. È falsa anche la seconda tesi, secondo cui il sorteggio depoliticizzerebbe l’autogoverno, perché un terzo dei componenti di ciascun Consiglio continua a essere estratto da un elenco compilato dal Parlamento in seduta comune e il Vicepresidente di ciascun organo è scelto proprio tra quei membri, sicché la politica non viene espulsa ma semplicemente anticipata a monte, in una forma meno trasparente e perciò più insidiosa. È falsa poi la terza tesi, secondo cui il sorteggio distruggerebbe il correntismo, perché il voto almeno costringe le correnti a esporsi, a presentare candidature, a misurarsi pubblicamente e a rispondere delle scelte, mentre il sorteggio non elimina le reti di influenza ma le libera dall’onere della responsabilità, trasformando il correntismo da fenomeno visibile in un potere occulto di orientamento, tutela e patrocinio, tanto più grave in quanto privo di investitura rappresentativa ed è per questo che lo stesso CSM ha richiamato i problemi di rappresentatività e di pluralismo ideale e culturale, mentre gli standard del Consiglio d’Europa insistono sul fatto che i componenti togati dei consigli di giustizia debbano essere eletti dai loro pari in forme idonee a garantire la più ampia rappresentanza. È, infine, fragile anche la tesi che tutto ciò sarebbe necessario per assicurare la terzietà del giudice, perché il CSM ha ricordato che i passaggi di funzione, dopo le riforme del 2006 e del 2022, hanno un’incidenza estremamente ridotta sul totale dei magistrati in servizio (0,4%), sicché si pretende di devastare l’equilibrio dell’autogoverno per correggere un fenomeno ormai marginale. Il punto decisivo, allora, emerge con nettezza: non si sta curando il correntismo ma lo si sta spingendo verso la sua forma più malata, quella di un correntismo più chiuso, più settoriale, più irresponsabile e meno controllabile che agisce sui meccanismi di filtro dei sorteggiabili. Questo non significa che non vi siano problemi. Ve ne sono e molti, ma la legge di revisione costituzionale, essendo una riforma ordinamentale e non funzionale, non li risolve. Perchè non si è proceduto, con legge ordinaria dello Stato, a ridurre il numero dei membri del CSM (che la Costituzione non indica)? Perchè non è stata ridotta l'ampiezza dei collegi elettorali per l'elezione della componente togata? Perchè non si è andati oltre la riforma Cartabia del 2022 per arrivare ad una separazione netta delle carriere che non richiede revisione costituzionale? Perchè una modifica della Costituzione puó essere spesa meglio sul piano politico e, nel 2027, ci sono le elezioni politiche.
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REFERENDUM:
Segnalo due prossimi appuntamemti:
1) Giovedì 19 marzo 2026, a Mantova, con inizio fissato alle ore 16:00, saró all'Ateneo "Unicollege" per moderare il confronto tra le ragioni del Sì e del NO;
2) Venerdì 20 marzo 2026 in modalità on line, alle ore 15:30, per sostenere le ragioni del NO. Chi volesse partecipare, puó chiedere il link ad universita@unidolomiti.it.
Vi aspetto. Seguimi sul canale Telegram Il Giusnaturalista https://t.me/Giusnaturalista
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2) Venerdì 20 marzo 2026 in modalità on line, alle ore 15:30, per sostenere le ragioni del NO. Chi volesse partecipare, puó chiedere il link ad universita@unidolomiti.it.
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Altre immagini del'attacco di stanotte di droni contro l'ambasciata USA a Baghdad, un importante rifugio per i terroristi americani.
Il filmato mostra un drone colpire l'interno del complesso dell'ambasciata americana nella Zona Verde di Baghdad, un sito che funge non solo da sede diplomatica, ma anche da centro di comando e logistica per le forze terroristiche statunitensi che operano nella regione. Il tutto tra la gioia e le preghiere dei cittadini iracheni.
Almeno due droni hanno colpito il vasto complesso, una delle installazioni statunitensi più fortificate in Asia Occidentale, mostrando la potenza della Resistenza Islamica.
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Il filmato mostra un drone colpire l'interno del complesso dell'ambasciata americana nella Zona Verde di Baghdad, un sito che funge non solo da sede diplomatica, ma anche da centro di comando e logistica per le forze terroristiche statunitensi che operano nella regione. Il tutto tra la gioia e le preghiere dei cittadini iracheni.
Almeno due droni hanno colpito il vasto complesso, una delle installazioni statunitensi più fortificate in Asia Occidentale, mostrando la potenza della Resistenza Islamica.
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:
COLPIRE TEHERAN, RISVEGLIARE LA PERSIA:
L’offensiva del 28 febbraio 2026, presentata da Israele come attacco “preventivo” e condotta in coordinamento con gli Stati Uniti d'America, avrebbe dovuto ristabilire una superiorità netta, rapida e pedagogica, tale da ricondurre l’Iran entro la grammatica della deterrenza occidentale. Sta accadendo l’inverso. A diciotto giorni dall’inizio della guerra, Washington lascia già trapelare l’intenzione di uscire “nel prossimo futuro”, mentre la stessa intelligence statunitense ritiene che il potere iraniano non sia prossimo al collasso. Nel frattempo, gli alleati occidentali non mostrano affatto una compattezza imperiale, perché la Francia ha escluso la partecipazione a operazioni militari per forzare la riapertura di Hormuz e varie capitali europee insistono piuttosto su una cornice internazionale e negoziale. Questa non è la fisiologia di una vittoria, è il lessico di un’impasse strategica. Quando la superiorità tecnico-militare non si converte in decisione politica, il risultato non è il dominio, è l’impantanamento. L’errore originario di Washington e Tel Aviv è aver trattato l’Iran come un semplice dispositivo ostile da neutralizzare, quasi fosse una infrastruttura militare estesa e non una civiltà politica. L’Iran non coincide con il suo regime, benché il regime ne organizzi oggi la forma del potere. L’Iran è anzitutto Persia storica, altopiano, lingua, memoria imperiale, sedimentazione simbolica. È un Paese vastissimo, di oltre 1,63 milioni di chilometri quadrati, con una popolazione che "Britannica" stima in oltre 87 milioni di abitanti nel 2026, montuoso, arido, etnicamente plurale e, tuttavia, tenuto insieme da un asse profondo che resta persiano nella lingua e iranico nell’autocoscienza storica. L’iranità non è una formula amministrativa recente, bensì un sentimento di appartenenza alle terre storiche dell’Irānzamin, alimentato da miti, genealogie, tradizioni e da una continuità culturale che ha attraversato conquiste, islamizzazione e modernizzazione senza dissolversi. A questa lunga durata si è aggiunto il fattore decisivo del safavismo, poiché l’adozione del duodecimanismo sciita come religione di Stato fu una delle matrici della coscienza unitaria iraniana. Colpire un soggetto siffatto significa urtare non solo apparati e basi, bensì una forma storica che possiede profondità, orgoglio e capacità di assorbimento. Per questa ragione l’Iran non è né l’Iraq, né l’Afghanistan. L’Iraq del 2003 fu sconfitto con grande rapidità nella fase convenzionale e vide, subito dopo il crollo del regime ba‘thista, un’esplosione di saccheggi e disarticolazione istituzionale, cui seguì l’insurrezione. L’Afghanistan del 2001 conobbe a sua volta una prima fase brevissima, di circa due mesi, nella quale il potere talebano fu rovesciato, e soltanto in seguito il teatro si trasformò in una lunga guerra di logoramento. L’Iran si colloca in un’altra categoria geopolitica. Non è uno Stato svuotato da decenni di embargo e fratture tali da rendere possibile una decapitazione quasi istantanea. Non è neppure una formazione periferica la cui forza risieda solo nella dispersione tribale e nella guerriglia montana. È uno Stato-civiltà con memoria imperiale, massa demografica, apparati resilienti, tradizione strategica e una esperienza storica molto precisa del sacrificio nazionale. La guerra del 1980-1988, iniziata con l’invasione irachena, mostrò già allora che l’Iran può subire il colpo iniziale senza cedere il proprio nucleo politico e che anzi sa convertire la pressione esterna in mobilitazione interna. Chi immagina che l’eliminazione dei vertici produca automaticamente la decomposizione del Paese confonde il bersaglio con l’oggetto storico. L’Iran, in altri termini, non sta vincendo perché disponga di una superiorità convenzionale, che non possiede, bensì perché ha imposto alla guerra il proprio ritmo e il proprio terreno.
COLPIRE TEHERAN, RISVEGLIARE LA PERSIA:
L’offensiva del 28 febbraio 2026, presentata da Israele come attacco “preventivo” e condotta in coordinamento con gli Stati Uniti d'America, avrebbe dovuto ristabilire una superiorità netta, rapida e pedagogica, tale da ricondurre l’Iran entro la grammatica della deterrenza occidentale. Sta accadendo l’inverso. A diciotto giorni dall’inizio della guerra, Washington lascia già trapelare l’intenzione di uscire “nel prossimo futuro”, mentre la stessa intelligence statunitense ritiene che il potere iraniano non sia prossimo al collasso. Nel frattempo, gli alleati occidentali non mostrano affatto una compattezza imperiale, perché la Francia ha escluso la partecipazione a operazioni militari per forzare la riapertura di Hormuz e varie capitali europee insistono piuttosto su una cornice internazionale e negoziale. Questa non è la fisiologia di una vittoria, è il lessico di un’impasse strategica. Quando la superiorità tecnico-militare non si converte in decisione politica, il risultato non è il dominio, è l’impantanamento. L’errore originario di Washington e Tel Aviv è aver trattato l’Iran come un semplice dispositivo ostile da neutralizzare, quasi fosse una infrastruttura militare estesa e non una civiltà politica. L’Iran non coincide con il suo regime, benché il regime ne organizzi oggi la forma del potere. L’Iran è anzitutto Persia storica, altopiano, lingua, memoria imperiale, sedimentazione simbolica. È un Paese vastissimo, di oltre 1,63 milioni di chilometri quadrati, con una popolazione che "Britannica" stima in oltre 87 milioni di abitanti nel 2026, montuoso, arido, etnicamente plurale e, tuttavia, tenuto insieme da un asse profondo che resta persiano nella lingua e iranico nell’autocoscienza storica. L’iranità non è una formula amministrativa recente, bensì un sentimento di appartenenza alle terre storiche dell’Irānzamin, alimentato da miti, genealogie, tradizioni e da una continuità culturale che ha attraversato conquiste, islamizzazione e modernizzazione senza dissolversi. A questa lunga durata si è aggiunto il fattore decisivo del safavismo, poiché l’adozione del duodecimanismo sciita come religione di Stato fu una delle matrici della coscienza unitaria iraniana. Colpire un soggetto siffatto significa urtare non solo apparati e basi, bensì una forma storica che possiede profondità, orgoglio e capacità di assorbimento. Per questa ragione l’Iran non è né l’Iraq, né l’Afghanistan. L’Iraq del 2003 fu sconfitto con grande rapidità nella fase convenzionale e vide, subito dopo il crollo del regime ba‘thista, un’esplosione di saccheggi e disarticolazione istituzionale, cui seguì l’insurrezione. L’Afghanistan del 2001 conobbe a sua volta una prima fase brevissima, di circa due mesi, nella quale il potere talebano fu rovesciato, e soltanto in seguito il teatro si trasformò in una lunga guerra di logoramento. L’Iran si colloca in un’altra categoria geopolitica. Non è uno Stato svuotato da decenni di embargo e fratture tali da rendere possibile una decapitazione quasi istantanea. Non è neppure una formazione periferica la cui forza risieda solo nella dispersione tribale e nella guerriglia montana. È uno Stato-civiltà con memoria imperiale, massa demografica, apparati resilienti, tradizione strategica e una esperienza storica molto precisa del sacrificio nazionale. La guerra del 1980-1988, iniziata con l’invasione irachena, mostrò già allora che l’Iran può subire il colpo iniziale senza cedere il proprio nucleo politico e che anzi sa convertire la pressione esterna in mobilitazione interna. Chi immagina che l’eliminazione dei vertici produca automaticamente la decomposizione del Paese confonde il bersaglio con l’oggetto storico. L’Iran, in altri termini, non sta vincendo perché disponga di una superiorità convenzionale, che non possiede, bensì perché ha imposto alla guerra il proprio ritmo e il proprio terreno.
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L'agenzia Reuters riferisce che Teheran ha quasi paralizzato il traffico marittimo a Hormuz, snodo da cui passa circa il 20% dei flussi mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto, costringendo i produttori del Golfo a correre verso rotte alternative e riportando il costo geopolitico del conflitto al centro del sistema mondiale. Nello stesso tempo, l’Iran continua a esportare petrolio da Kharg senza interruzioni dichiarate, ha concesso passaggi selettivi a navi indiane e, sul piano diplomatico, ha sostenuto alle Nazioni Unite di non voler negare in astratto la libertà di navigazione, attribuendo l’instabilità all’aggressione statunitense. Qui si vede la differenza tra uno Stato improvvisato e uno Stato antico. Il primo reagisce in modo convulso. Il secondo calibra, punisce, seleziona, segnala. In questa luce, la posizione iraniana appare assai più razionale di quanto la propaganda occidentale voglia ammettere. Non vi è soltanto l’istinto della sopravvivenza, vi è la coscienza di rappresentare una continuità storica che non accetta di essere ridotta a oggetto di polizia internazionale. Gli Stati Uniti d'America e Israele hanno creduto di colpire un dossier, ma hanno risvegliato una civiltà. Per questo si stanno impantanando. L’Iran non è una campagna da chiudere, è una potenza storica da comprendere. E chi non comprende la Persia finisce quasi sempre per smarrirsi dentro di essa. 
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