IL GIUSNATURALISTA
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Canale pubblico ispirato al pensiero giusnaturalistico classico.
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:

IL TRAMONTO DEI NOMI E IL VUOTO DEL COMANDO

Il problema dell’Italia, prima del referendum costituzionale di natura approvativa/oppositiva dei giorni 22 e 23 marzo 2026 e ancor più dopo il suo esito, non risiede nella dimissione di questo o di quel Ministro (ieri Sangiuliano, oggi Bartolozzi, Delmastro, Santanchè), non si esaurisce nel sacrificio di una figura governativa esposta alla furia del momento, non si lascia comprendere entro la povera grammatica giornalistica che riduce la crisi di un Paese alla caduta di una tessera dal mosaico del potere. Il nodo reale è più profondo, più grave, più antico e, perciò stesso, più difficilmente nominabile, poiché riguarda la qualità dei soggetti chiamati a reggere la cosa pubblica, la statura interiore di coloro che pretendono di governare una comunità politica, la loro capacità di elevarsi al di sopra dell’amministrazione del contingente per attingere quella prudenza superiore senza la quale il comando degenera in tecnica, la rappresentanza in teatro, la decisione in gesto, la politica in coreografia del consenso. Per questa ragione il dibattito sulle responsabilità ministeriali, pur comprensibile nel suo ordine immediato, appare secondario rispetto al difetto originario da cui tutto discende, vale a dire l’assenza di un criterio vero nella selezione della classe dirigente. Quando una Nazione smarrisce il principio della scelta, quando non sa più distinguere tra la visibilità e l’autorevolezza, tra la parola gridata e la parola pensata, tra il talento tattico e la sapienza politica, allora le crisi non producono mai chiarificazione, ma soltanto sostituzioni, non generano conversione dell’ordine, ma semplice rotazione delle maschere. Si cambia il volto e si conserva il vuoto, si muta il nome e resta intatta la sterilità del ceto dirigente, si invoca l’avvicendamento come rimedio, mentre il male continua a riprodursi nel medesimo grembo che lo ha generato. In questo senso né Giorgia Meloni, né Elly Schlein, né Angelo Bonelli etc. possiedono, per vie differenti e tuttavia convergenti, la caratura necessaria per guidare davvero il Paese. Il limite di costoro non è anzitutto psicologico, non è meramente temperamentale, non attiene soltanto alla maggiore o minore efficacia della loro comunicazione pubblica, bensì è di natura spirituale, intellettuale e filosofica, poiché tutti e tre abitano, ciascuno secondo il proprio lessico, le aporie del pensiero moderno e, dunque, si muovono entro un orizzonte che ha già consumato in se stesso le condizioni della vera politica. La loro distanza apparente, che tanta parte dell’opinione pubblica scambia per alternativa reale, è sovente la variazione interna di una medesima premessa, quasi che tre lingue diverse potessero ancora celare l’unità di una medesima povertà speculativa. Il pensiero moderno, infatti, ha compiuto una sostituzione radicale, la più decisiva di tutte, poiché ha rimosso l’ordine naturale e lo ha rimpiazzato con un ordine artificiale. Là dove la tradizione classica e cristiana riconosceva una struttura del reale, una misura oggettiva del bene, una finalità intrinseca dell’agire umano e della convivenza civile, la modernità ha progressivamente collocato la volontà al posto della verità, il contratto al posto della natura, la procedura al posto della giustizia, il desiderio al posto del fine, la tecnica al posto della prudenza. Da questo slittamento originario derivano le aporie che oggi si manifestano in tutta la loro forza distruttiva e che rendono la politica occidentale, e quella italiana in particolare, oscillante tra sovranismo verbale e nichilismo procedurale, tra moralismo sentimentale e impotenza decisionale, tra retorica della libertà e dissoluzione del bene comune. La prima aporia consiste nel primato della volontà sulla verità.
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Non si domanda più quale sia il giusto ordine delle cose, quale sia la forma buona della vita comune, quale sia il fine proprio della comunità politica, bensì chi disponga della forza sufficiente per imporre una decisione o per accreditarla nello spazio mediatico come inevitabile, progressiva, popolare o necessaria. La seconda aporia consiste nella riduzione del bene comune a somma di interessi, a equilibrio instabile di pretese, a negoziazione permanente tra appetiti concorrenti, cosicché la politica non è più l’arte di ordinare la pluralità entro un fine superiore, bensì la gestione provvisoria di conflitti che nessuno osa più giudicare a partire da un criterio di verità. La terza aporia consiste nella neutralizzazione della legge, ormai pensata non come misura razionale del giusto, ma come esito reversibile di rapporti di forza, di procedure formalmente corrette, di mediazioni numeriche prive di intrinseca nobiltà. La quarta aporia, forse la più devastante, consiste nell’oblio del limite e, dunque, nell’incapacità di comprendere che il potere, per essere legittimo, deve riconoscere ciò che lo precede e ciò che lo trascende, poiché una politica che non si lasci misurare da nulla finisce inevitabilmente col misurare tutto su se stessa. L’alternativa, se non va bene nessuno dei profili oggi dominanti, non consiste nell’attendere un uomo provvidenziale calato dall’alto, perché questa è ancora una categoria moderna, personalistica e in fondo spettacolare. L’alternativa vera è molto meno teatrale e molto più esigente, poiché consiste nel ricostruire il criterio della scelta, prima ancora che il nome del prescelto. In altri termini, l’alternativa è una nuova formazione della classe dirigente, cioè uomini e donne capaci di pensare la politica non come gestione del consenso, quanto come servizio al bene comune, non come amministrazione di interessi contrapposti, bensì come ordinamento dei fini, non come occupazione del potere, ma come assunzione di responsabilità entro un orizzonte di verità.
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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA: Fonte: Il Fatto Quotidiano pagina 08.
SULLA LEGGE NATURALE:

"Est quidem vera lex recta ratio naturae congruens, diffusa in omnes, constans, sempiterna" (cit. Cicerone, "De re publica", Libro III).

Traduzione: "Vi è infatti una vera legge, la retta ragione conforme alla natura, diffusa in tutti, costante, eterna" (cit. Cicerone, De re publica, Libro III).

La legge naturale è la vera bussola del pensiero politico e giuridico.

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L'ANGOLO DEL GIUSNATURALISTA:

IL DESERTO SOTTO LE LUCI DEL PROGRESSO

La modernità ha creduto di poter liberare l’uomo sciogliendolo da ogni ordine precedente, collocando la volontà al centro del mondo e affidando alla soggettività il compito di decidere, quasi ex nihilo, il vero, il giusto e il bene. In questa promessa di emancipazione si nasconde, però, la sua aporia fondamentale, poiché l’uomo che si proclama misura di tutte le cose (lo aveva capito già Protagora) finisce con il non possedere più alcuna misura per giudicare se stesso, i propri desideri, le proprie istituzioni e perfino le proprie pretese di libertà. Quando la libertà viene separata dalla verità del bene, essa non si eleva, si svuota. Diventa possibilità indeterminata, energia senza forma, facoltà di scelta priva di criterio, e così ciò che dovrebbe perfezionare la persona si converte spesso nel principio della sua dispersione. La dignità umana viene, allora, continuamente invocata e, tuttavia, non si comprende più in che cosa consista davvero, dal momento che, negata una struttura intelligibile dell’uomo, essa si riduce a formula disponibile, a riconoscimento fragile, esposto al mutare delle convenzioni culturali e dei rapporti di forza. La medesima contraddizione attraversa il dominio della tecnica. L’età moderna ha accresciuto in modo straordinario la capacità di fare, di trasformare, di produrre e di intervenire e insieme ha indebolito la domanda decisiva sul fine, perché non tutto ciò che è possibile è per questo degno dell’uomo. Là dove il potere operativo prende il posto del giudizio sapienziale, il mezzo si erge silenziosamente a criterio, e l’efficienza diviene il surrogato della giustizia. Anche la politica subisce questo smarrimento. Se non esiste un bene umano oggettivo, la comunità civile si riduce a equilibrio instabile di interessi e la legge perde il suo carattere ordinativo, trasformandosi in semplice decisione formalmente valida. In tal modo la convivenza resta priva di un fondamento solido, e la pace pubblica non nasce più dalla giustizia, bensì dalla sola amministrazione del conflitto. L’uscita da queste aporie esige un ritorno alla ragione intera, capace di conoscere non soltanto l’utile, bensì anche il vero e il bene. Occorre ricondurre la libertà alla sua vocazione propria, che non consiste nel creare arbitrariamente i fini, bensì nel riconoscerli e nell’aderirvi. Occorre restituire centralità alla persona come realtà dotata di natura, di finalità e di intrinseca dignità. Occorre, infine, ricostruire la vita politica e giuridica attorno al bene comune, affinché la legge torni a essere misura razionale della convivenza e non semplice registrazione dei desideri dominanti. Solo così il progresso potrà cessare di essere una fuga dall’umano e tornare a essere il suo retto perfezionamento.

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IMMUNITÀ NON È IMPUNITÀ: NEL CASO SALIS IL CONTROLLO IDENTIFICATIVO NON TOCCA LE PREROGATIVE PARLAMENTARI

Sul piano tecnico-giuridico, se si assume come base la ricostruzione ufficiale resa dalla Questura di Roma, nel caso di Ilaria Salis non si è verificata né una perquisizione né una compressione della libertà personale, e dunque non vi è stata alcuna lesione delle immunità parlamentari. La versione della Questura è netta: gli agenti si sarebbero limitati a chiedere i documenti a Salis e alla persona che era con lei, avrebbero interrotto ogni ulteriore verifica appena accertata la sua qualità di eurodeputata, non sarebbero entrati nella stanza e non avrebbero compiuto alcun atto ulteriore. La stessa Questura ha escluso un collegamento con la manifestazione romana del 28 marzo 2026, parlando, invece, di atto dovuto collegato a obblighi internazionali e a una segnalazione proveniente dalla Germania. In questa cornice, il fatto giuridicamente rilevante è semplice: una richiesta di identificazione, priva di accesso alla camera, priva di perquisizione personale o domiciliare e priva di arresto, fermo o detenzione, resta un controllo preliminare di polizia e non si trasforma, solo per la sua sgradevolezza o per il suo impatto simbolico, in un atto lesivo delle prerogative parlamentari. Le prerogative dell’europarlamentare sono contenute, anzitutto, negli articoli 8 e 9 del Protocollo n. 7 sui privilegi e sulle immunità dell’Unione europea. L’art. 8 stabilisce l’irresponsabilità per opinioni espresse e voti dati nell’esercizio delle funzioni. L’articolo 9 dispone che, nel territorio del proprio Stato, il membro del Parlamento europeo gode delle immunità riconosciute ai parlamentari nazionali, mentre nel territorio degli altri Stati membri gode dell’immunità da misure di detenzione e da procedimenti giudiziari. Per chi è eletto in Italia, il rinvio è all’articolo 68 della Costituzione, il quale tutela il parlamentare contro perquisizioni personali o domiciliari, arresto, altre forme di privazione della libertà personale, detenzione, intercettazioni e sequestro di corrispondenza senza autorizzazione della Camera di appartenenza, salvo i casi di sentenza irrevocabile o flagranza nei casi previsti. Ne segue una conclusione precisa: l’immunità copre atti tipici e invasivi espressamente individuati dalla Costituzione e dal diritto unionale, non ogni contatto con la polizia né ogni attività di mera identificazione. Un controllo documentale, se resta tale, non equivale a perquisizione, non equivale a arresto e non equivale a limitazione della libertà personale. La vicenda, ricostruita brevemente, è questa. Salis è imputata in Ungheria per i fatti di Budapest del febbraio 2023. Eletta poi al Parlamento europeo nel 2024, ha beneficiato del regime di immunità proprio dei membri dell’Eurocamera. Il 07 ottobre 2025 il Parlamento europeo ha respinto la richiesta ungherese di revoca della sua immunità, ritenendo sussistente, secondo la propria valutazione politico-istituzionale, un possibile fumus persecutionis. Quel passaggio, però, riguarda la richiesta di prosecuzione del procedimento penale ungherese e non trasforma la parlamentare in una persona sottratta a ogni ordinaria verifica di polizia sul territorio italiano. Il punto decisivo è proprio questo: l’immunità parlamentare non è una zona franca personale, ma una garanzia funzionale dell’indipendenza dell’istituzione parlamentare. Lo dice espressamente anche il Parlamento europeo. Perciò, salvo che si dimostri che in concreto vi fu una vera perquisizione, o una coercizione fisica, o un trattenimento tale da integrare una limitazione della libertà personale, il controllo lamentato da Salis, per come è stato ufficialmente descritto, resta sul piano tecnico un’attività ordinaria di verifica e non un abuso contro le sue prerogative. 

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Forwarded from Idee&Azione
Intanto, dal canale Telegram dei Pasdaran (mentre le cosiddette autorità cristiane sono impegnate a inumidire le terga dei sionisti e a blaterare di ecologismo e intelligenza artificiale).

Buona serata a tutti!
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"È da duemila anni, o Signore, che qui i tuoi passi sanguinano" (cit. Pierre Emmanuel (poeta francese 1916-1984)).
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Forwarded from l'AntiDiplomatico
Media is too big
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L'ex agente della CIA Josephine Gillio ha dichiarato: «In Iran, 165 bambine innocenti sono state uccise dai missili Tomahawk americani lanciati dai cacciatorpediniere».

«In qualità di ex agente, posso affermare: "Siamo noi i terroristi"».

@lantidiplomatico
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Fonte: La Verità.